Commento di fra Ermes Ronchi al Vangelo di domenica 7 gennaio 2018

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L’origine del creato, come quella di ognuno di noi, è scritta sull’acqua, nelle acque di un grembo materno.

Vangelo di domenica 7 gennaio 2018

Mc 1, 7-11

ermesgrado Ronchi
Commento di fra Ermes Ronchi

Mc 1,7-11 

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».Parola del Signore.

Commento al Vangelo di p.Ermes 

Il racconto di Gesù al Giordano ci riporta alla Genesi, all’in principio, alle prime immagini della Bibbia, quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gen 1,2) di un mare gonfio di vita inespressa. L’origine del creato, come quella di ognuno di noi, è scritta sull’acqua, nelle acque di un grembo materno. Il rito del battesimo porta impresso questo sigillo primordiale di nascite e di rinascite, di inizi e di ricominciamenti. Lo rivela un dettaglio prezioso: venne una voce dal cielo e disse “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. La voce dice le parole proprie di una nascita. Figlio è la prima parola, un termine potente per il cuore. E per la fede. Vertice della storia umana. Nel battesimo anche per me la voce ripete: tu sei mio figlio. E nasco della specie di Dio, perché Dio genera figli di Dio, figli secondo la propria specie. E i generati, io e tu, tutti abbiamo una sorgente nel cielo, il cromosoma del padre nelle cellule, il DNA divino seminato in noi. La seconda parola è “amato” e la terza: Mio compiacimento. Termine desueto, che non adoperiamo più, eppure bellissimo, che nel suo nucleo contiene l’idea di piacere, che si dovrebbe tradurre così: in te io ho provato piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi!
Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio, rivelativa del suo cuore segreto. Per sempre. Gesù fu battezzato e uscendo dall’acqua vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. Noto la bellezza e l’irruenza del verbo: si squarciano i cieli, come per un amore incontenibile; si lacerano, si strappano sotto la pressione di Dio, sotto l’urgenza del Signore. Si spalancano come le braccia dell’amata per l’amato. Da questo cielo aperto viene, come colomba, la vita stessa di Dio. Si posa su di te, ti avvolge, entra in te, a poco a poco ti modella, ti trasforma pensieri, affetti, speranze, secondo la legge dolce, esigente, rasserenante del vero amore. Nel battesimo è il movimento del Natale che si ripete: Dio scende ancora, entra in me, nasce in me perché io nasca in Lui, nasca nuovo e diverso, custodendo in me il respiro del cielo. Ad ogni mattino, anche in quelli più oscuri, riascolta la voce del tuo battesimo sussurrare: Figlio mio, amore mio, gioia mia. E sentirai il buio che si squarcia, e il coraggio che dispiega di nuovo le ali sopra l’intera tua storia.

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“L’oscurità cresce e la luce con essa”

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STAR WARS: LO SCANDALO DELLA LUCE

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Una lettura pastorale di The last Jedi

di fr Francesco di Pede, OFM

“Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia” (Rm 5,20), così scriveva San Paolo ai romani comunicando la novità strabiliante del Vangelo di Gesù. Notte e giorno, buio e luce, peccato e Grazia, la vita del cristiano non è quella di un perfezionista che non sbaglia mai; paradossalmente è proprio nel lato oscuro di una vita che gioca al ribasso, votata al compromesso e non libera, che si manifesta la strada della pienezza in Cristo Gesù. Questa è la condizione di noi tutti.

“L’oscurità cresce e la luce con essa”, da quale pulpito! E’ proprio il male incarnato, il signore dell’oscurità, il leader supremo Snoke, il più cruento villain della saga di Star Wars a comunicare inconsapevolmente, che il male non è mai l’ultima parola. Anche il più recente episodio, The Last Jedi, si presenta come qualcosa di più che un film da citazioni per nerd, anzi, come tutta la saga, ci fa riflettere sulla vita e il senso ultimo del nostro esistere.

A volte, infatti, basta lasciarsi andare alla visione di un film che ci appassioni per aprire il vaso di Pandora di mille domande che ci interrogano, anche se siamo felici o almeno diciamo di esserlo. La sete di vita, la sete di Dio che ci contraddistingue come suoi figli, ci fa commuovere di fronte a una scena che parla di eternità, probabilmente perché quell’eternità è anche casa nostra. Cosa ci facciamo su questo pianeta? Perché abbiamo questo corpo e non un altro? E così le domande corrono veloci, coinvolgendo affetti, relazioni, passioni e aspettative. Luke Skywalker, finalmente rintracciato da un’entusiasta Rey, pone la stessa domanda alla ragazza, la quale, imbarazzata e commossa per una richiesta che spesso ha risuonato dentro di lei, confessa “sono qui per qualcosa che c’è sempre stato e mi fa paura”. Dio convive con tutto questo, con le cose più intime che magari non raccontiamo a nessuno, ci conosce nel segreto di tutto il bello e il brutto che ci appartiene. Non si vergogna di noi e non ci accusa, ma vuole che di tutto questo non facciamo un terreno sterile. Come possiamo d’altronde tenere per noi il bene che abbiamo ricevuto, i doni, i talenti, le passioni e infine la Grazia che ogni giorno accogliamo? Se veramente le domande bruciano nel cuore, allora è arrivato il momento di cercare qualcuno che ci mostri il nostro posto. Rey è l’icona della ricerca della verità: corre, si arrampica, scala e grida per invocare un aiuto da Luke, l’unico che poteva risolvere la domanda che le bruciava dentro, cioè come vivere in pienezza per non cadere nelle trame della tenebra.

Questa scalata verso la verità non esime nessuno dalla fatica, d’altro canto è molto più facile e confortevole vivere senza un ideale, credere che la vita sia una semplice successione di istanti senza senso. Chi ha visto il film si sarà senz’altro stupito dell’innesto del curioso hacker balbuziente DJ, interpretato da Benicio del Toro che, con un’occupazione che di certo non brilla per iniziativa, invita a vivere una libertà falsa, una menzogna: “vivi libero, non schierarti!”. La libertà è invece prendere parte, schierarsi, metterci la faccia e correre per far emergere le proprie domande. Significa cioè desumere dagli insegnamenti di Luke che “nessuno è mai davvero perduto”, a patto di realizzare che non siamo noi a darci la felicità, essa è una vocazione donata, è chiamata alla libertà. E’, in ultima analisi, accettare e vivere quella Grazia di vita che riceviamo con predilezione. Gesù nel Vangelo dice “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16), d’altronde quale libertà cercheremmo al di qua delle nostre aspirazioni? Siamo chiamati a una vocazione alta, che parla dentro di noi, ma non siamo noi a parlare….

it.aleteia.org/2018/01/03/star-wars-ultimi-jedi-lettura-pastorale

>>> QUI L’ORIGINALE

LA RESURREZIONE DI ASLAN, UN COMMENTO AL VANGELO DI OGGI, CON LE PAROLE DI SAN CIRILLO DI ALESSANDRIA….

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Un solo Agnello è morto per tutti, salvando tutto il gregge umano per riportarlo al Padre; uno per tutti, per sottomettere tutti a Dio: uno per tutti per salvare tutti, “perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro” (2 Cor 5,15). Eravamo immersi in molti peccati e perciò soggetti alla morte e alla corruzione; perciò il Padre diede il Figlio suo per la nostra redenzione, uno per tutti, perché tutte le cose sono in lui ed egli è al di sopra di tutto. Lui solo è morto per tutti perché tutti viviamo in lui. La morte che aveva inghiottito l’Agnello ucciso per noi, restituì tutti in lui e con lui. Tutti infatti eravamo in Cristo, che per noi e al nostro posto è morto, ma è anche risuscitato. Ora, distrutto il peccato, chi poteva impedire che anche la morte, sua conseguenza, venisse distrutta? Seccata la radice, come poteva conservarsi il germe. Morto il peccato, quale causa di morte rimaneva per noi? Infatti, riguardo all’uccisione dell’Agnello di Dio, diciamo con solenne esultanza: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1 Cor 15,55) (San Cirillo di Alessandria)

“Si dice che Aslan stia per arrivare. Forse è già sbarcato sulla nostra spiaggia.”

Fu allora che accadde una cosa veramente strana.

I quattro ragazzi non avevano la minima idea di chi fosse questo Aslan che doveva arrivare e forse era già arrivato, eppure, sentendone pronunciare il nome, furono presi da una strana sensazione, qualcosa di simile può succedere nei sogni e forse sarà capitato anche a voi.

Qualcuno (nel sogno) dice qualcosa che non si capisce bene o non si capisce affatto, ma che sembra pieno di significato: poi il sogno si trasforma in un incubo terribile o in un’avventura meravigliosa, troppo bella per essere spiegata a parole; qualcosa di indimenticabile.

E in effetti non si dimentica più e lascia per sempre il desiderio che il sogno si ripeta e torni. (“Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”)

https://youtu.be/H2O3VpubRq8

…”se Natale è un Dio architetto, un Dio del restauro, per noi ora si aprono giorni in cui affiancarci, con tutta la nostra passione, al Dio architetto, al Dio del restauro”

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Un Dio architetto: l’omelia di don Angelo Casati del 31 dicembre

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…”se Natale è un Dio architetto, un Dio del restauro, per noi ora
si aprono giorni in cui affiancarci, con tutta la nostra passione,
al Dio architetto, al Dio del restauro”

Don Angelo è un amico di Romena: non è solo un poeta, ma un uomo che guarda la vita con occhi di bambino, che riesce sempre a penetrare con candore disarmante la realtà che ci circonda.

Suo è il libro, I giorni dello stupore,  che vi abbiamo proposto per accompagnarci durante il cammino dell’Avvento. Ci piace adesso offrirvi la sua omelia dell’ultimo giorno dell’anno:  perché ognuno di noi possa sentirsi addosso la tenerezza e la responsabilità di questi i giorni…

° ° ° ° °

“Il vangelo di Giovanni che abbiamo appena letto, ci porta a contemplare il Verbo – la Sapienza la chiamerebbe il libro dei Proverbi – in una sua uscita per creare, quasi fosse l’architetto di Dio. Ci sembra di leggere un’allusione là dove è scritto: ”Io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno”. Un richiamo che abbiamo trovato anche nella lettera ai Colossesi, che di Gesù scrive che è “l’immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione perché in lui furono create tutte le cose, nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili”. Tutto, tutti! Pensate che meraviglia! Creati per mezzo di lui! Vedete, lo diciamo qui ogni domenica nel credo, ma può diventare una ripetizione monotona, senz’anima,  senz’anima e senza conseguenze nella vita. Diciamo che “per mezzo di lui tutte le cose sono state create”. La conseguenza è che c’è qualcosa di divino, c’è l’impronta di Dio, dell’architetto, della sua vita, in tutti, in ciascuno di noi, nel creato. Lo crediamo?

Voi mi capite, se io avessi fede, dovrei andare nella vita con uno sguardo diverso, lo sguardo di chi davanti ad ogni cosa, ad ogni persona, dice: “Per mezzo di lui è stato fatto”, per mezzo del Verbo di Dio. “Senza di lui” – è scritto –“nulla è stato fatto di ciò che esiste”. Nulla, capite. L’impronta è dovunque, al di là delle religioni, delle tradizioni, delle credenze o delle non credenze..

Se ci penso, se ci credo,  cambio il mio modo di guardare il mondo. C’è di mezzo un architetto, un grande architetto.

E allora porta a pienezza l’opera dell’architetto, del grande architetto, in te. Rispetta e porta a pienezza l’opera dell’architetto, del grande architetto, nell’altro, nella società, sulla terra. Perdonate se la chiamo così: “prima uscita del Verbo” nella creazione.

E passo all’altra stupefacente uscita: “E il Verbo si fece carne e mise la sua tenda in mezzo a noi”, lui immagine del Dio invisibile. Perché questa seconda uscita? Starei  per dire: per un restauro. Ho trovato il verbo del restauro in una messa feriale di questa settimana. Sentite, sono parole che contengono un incantamento e finiscono in preghiera: Eccole: “Stupenda, o Dio, è l’opera che vai compiendo nell’universo per restaurare l’uomo e salvarlo dalla sua decadenza; porta adesso a compimento in noi l’azione creatrice del tuo Verbo”.

Il Verbo – perdonatemi – da architetto diventa restauratore. Perché? Perché l’immagine dell’in principio in noi, nella società, nella chiesa, nella creazione, si è come scolorita: abbiamo ricoperto l’affresco di pesantezze. Occorre un restauro che lo liberi dai nostri appesantimenti, che ne hanno snaturato l’immagine. Ecco, il Verbo, Gesù, è venuto per questo. Per salvarci dalla decadenza. Spesso oggi sentiamo parlare di un paese decadente, di una società decadente, di una umanità decadente: là dove doveva risplendere la bellezza sembra a volte trionfare la volgarità. Abbiamo bisogno di restauro.

Parlavo di volgarità: sì, anche i nomi a noi più cari e preziosi a volte vengono usati dissacrandoli, ed è ferita, ferita al cuore. In questi giorni ci è toccato sentire un uomo politico declamare: “In nome di Gesù bambino vi faccio gli auguri di Natale”. Ma di che bambino parli? Ma hai letto come nasce? Ma hai seguito il racconto della sua vita nei vangeli? E mi dici: in nome di Gesù?  Guarda che lui si è fatto carne, e dunque non si può equivocare. Dio si è fatto visibile. Nella vita del suo Figlio che è quella dei vangeli. Attenzione alle nostre incrostazioni che offendono l’affresco. Come posso celebrare un Dio che mette la tenda in mezzo a noi dicendo poi ad altri: “Voi togliete le tende”?  Vedete come evapora il Natale, finendo in una parola, in una giornata e tutto è chiuso…

Vi dirò che, dopo decine di anni, non mi si stacca dalla mente una scena. Un’aula di liceo –insegnavo allora religione –. Mentre noi si discuteva di Natale , una ragazza – ora diventata scrittrice famosa – alle mie spalle scriveva dolentemente sulla lavagna: “Natale: le statuine e gli addobbi… S. Stefano: tutto ritorna come prima”.

Avviene così quando il Natale è ridotto a un nome. Ma se Natale è un Dio architetto, un Dio del restauro, per noi ora si aprono giorni in cui affiancarci, con tutta la nostra passione, al Dio architetto, al Dio del restauro.

(tratto dall’omelia del 31 dicembre 2017)

💗🙏🏻 Romena

La pieve di Romena

Focus Preghiera-tv2000

La preghiera: dialogo tra uomo e Dio
Servizio di Daniele Morini

Un trasmissione sulla preghiera con due ampie ‘finestre’ di riflessione da Romena. “Bel tempo si spera”, programma mattutino di Tv2000 ha proposto due servizi realizzati alla pieve.
Il primo con un’intervista a don Luigi Verdi che presenta la preghiera non come una tecnica, ma come un semplice “aprire il cuore” verso il Padre; il secondo con la testimonianza di un collaboratore di Romena, David Volpe, che racconta il suo cammino di ricerca di Dio e il suo approdo alla Fraternità.

>>> La preghiera: dialogo tra uomo e Dio

La mia ricerca di Dio attraverso la preghiera:

la storia di Davide Volpe, Fraternità di Romena

Riflessioni sparse✨ Questo per voi il segno …

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RIFLESSIONI SPARSE

(come un’arancia amara)

SUL NATALE… anno 2017

“Buon Natale!” Ci salutiamo così in questi giorni… ed è bello che sia così. Mi chiedevo però che senso possa avere questo saluto per noi oggi.

Natale è la festa della luce (il Sol invictus), della gioia (guarda i pastori), della tenerezza per un Bimbo che nasce. Che non sia dunque l’augurio a vivere felicemente, nella luce, nella gioia e nella tenerezza questo tempo e la vita tutta?

Eppure sento, in questo giorno, in queste giornate che girano intorno alla festa, anche tanta tristezza, tanto buio dentro, tanto vuoto… e non solo io, ma lo avverto anche in tante persone che vivono distacchi dolorosi, divisioni laceranti, situazioni di sofferenza, lutto, malattia, solitudine.

Mi domando se ho il diritto, se abbiamo il diritto di essere tristi, di non sentire gioia in questo giorno, se ho il diritto di dire queste cose da un altare in questo giorno, se ho il diritto – proprio io, prete – di fare un po’ il “guastafeste”…

Oggi mi sono risposto di si!

Ho il diritto di non sentirmi a mio agio, di non riuscire a fare mia quell’atmosfera natalizia tutta luminarie e alberi addobbati, di non provare quel “volemose bene” che noi romani abbiamo insegnato al mondo… e che coincide vagamente con il messaggio del Natale commercializzato.

Quest’anno non ho fatto l’albero e nemmeno il presepe, non ho messo luminarie. E per cenone ho mangiato pizza! E sono triste. Sono triste perchè sento piuttosto finti tutti gli obblighi imposti da quello che sempre più mi rifiuto di chiamare Natale. No, questa non è la festa di Gesù. Non ce l’ha chiesto lui di festeggiarlo così. Chiamiamolo in un altro modo… festa della riunione famigliare, festa delle luci, festa della bontà, del cibo…, ma non chiamiamolo Natale.

Vi leggo uno stornello di un grande poeta romanesco, Trilussa, che dice pressapoco così:

Er presepio

Ve ringrazio de core, brava gente,

pé ‘sti presepi che me preparate,

ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,

si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,

da secoli lo spargo dalla croce,

ma la parola mia pare ‘na voce

sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;

cerca sempre de fallo più sfarzoso,

però cià er core freddo e indifferente

e nun capisce che senza l’amore

è cianfrusaja che nun cià valore.

Gesù (e la sua famiglia) non è stato contento di nascere come un profugo, fuori casa, fuori città, perchè per lui “non c’era posto”. Allora questa è la festa di tutti quelli che nascono lontani da casa, senza un luogo, che sono stranieri, profughi, migranti, perseguitati, come Gesù, che nasce in una mangiatoia di animali, tra i pastori nomadi senza-luogo, che diventano i primi evangelizzatori.

Gesù non è nato in mezzo alla luce, tra i riflettori della storia, è nato povero, nel buio di una grotta, di notte.

Gesù non è nato in mezzo al frastuono impazzito delle città e delle strade in frenetica corsa per regali e partenze, è nato nel silenzio, nel nascondimento, nessun giornalista ha preannunciato la sua nascita – come si faceva per i personaggi importanti – ma solo le creature invisibili (gli angeli) hanno cantato lievemente il “gloria” che ha rotto il silenzio di quella notte!

Non è nato in una villa (sarebbe stato un dio per i ricchi), nè in una baracca (sarebbe stato un dio dei poveri), e neanche in una casa costruita da mani d’uomo, ma in una grotta, per indicare a tutti che c’è una realtà non costruita da mani d’uomo, ma da Dio, che dobbiamo cercare.

Viene “deposto in basso” nella mangiatoia, per indicarci che questo Dio si è fatto carne abbassandosi, facendosi più basso di tutti, più piccolo, più indifeso… forse perchè solo così chi si sente “giù”, chi non si sente di festeggiare oggi, può sentirsi capito, accolto. Forse perchè solo chi torna ad essere piccolo come un bambino, chi si abbassa e non si esalta, può entrare nel regno di Dio, nella sua logica paradossale.

Un Dio che nasce “figlio”, come tutti noi siamo nati figli, per indicare che quella dei “figli” e dunque dei “fratelli” è la nostra vera identità.

Non l’identità cristiana, non l’appartenenza ad una tradizione religiosa o sociale, non l’appartenenza ad un territorio, l’esserci nato, ecc. (e noi siamo ancora lì a litigare sullo ius soli!) ma l’identità di figli, di un Dio che si abbassa per abbracciare tutti, dal più piccolo al più grande.

Allora il Natale è la festa dei figli che si ritrovano fratelli! Di chi si abbassa e perdona chi l’ha tradito, insultato, diffamato, di chi si abbassa e fa il primo passo, di chi decide di non nutrire rancore, di andare oltre. Di accogliere chi è più piccolo, povero, migrante, indifeso.

Di chi accoglie anche le ombre, le tristezze, il buio, il frastuono che è dentro di sé, di chi gli da diritto di cittadinanza e concede che può sentirsi così anche a Natale.

E permettetemi di non essere felice, oggi, se non sono riuscito a vivere questo. Vi auguro di essere felici, perchè siete riusciti a vivere più da figli e da fratelli!

Luca Buccheri, prete di strada

non c'è rosa senza spine By GiuMa

Di questo Natale vorrei che ci imprimessimo in cuore le sette espressioni che gli angeli regalarono ai pastori. Parole vive, che devono abitare il nostro cuore, continuamente. Tesoro prezioso!

1. non temete: Dio non deve farmi paura, mai. Se fa paura non è Dio che bussa alla tua vita. Può far paura un neonato? Dio è un bacio caduto sulla terra a Natale per te, un pargoletto che ti guarda…stupito quanto te.

2. vi annuncio una grande gioia: la gioia è Dio che viene verso te, il grande verso il piccolo, dal cielo verso la terra, da una città verso una grotta, dal tempio ad un campo di pastori.

3. che sarà per tutto il popolo: la gioia di vivere, la vita in pienezza, è per tutti, ma proprio tutti, anche per la persona che si sente più lontana e sbagliata.

4. è nato per voi un salvatore: la sorgente…

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III ^ DOMENICA AVVENTO così detta GAUDENTE

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BUONA DOMENICA ED AUGURI DI BUON NATALE DI GESU’ A TUTTI !…

Breve riflessione.

La gioia per l’uomo viene dal sentirsi amato, infatti, quando avvertiamo intorno a noi l’amore delle persone care, degli amici, dei colleghi, delle persone che incontriamo nella vita di tutti i giorni, sentiamo una vera soddisfazione interiore, infatti, il peso della solitudine, anche in mezzo ad una moltitudine di persone, deriva proprio dal non avvertire più, intorno a noi, che qualcuno ci ami che qualcuno ci pensi.

Ma la “Vera Gioia” per l’uomo, invece, è scoprire di essere amato da Dio in una maniera: gratuita, incondizionata, instancabile, inesauribile, fedele, infinita … al di là dei nostri egoismi, delle nostre incapacità, delle nostre mancanze, delle nostre debolezze ed è proprio questa la buona notizia racchiusa nei vangeli che Gesù è venuto a portare, ci ha presentato un Dio AMORE ricco di Misericordia e quando noi Lo cerchiamo, Lui è già lì che ci aspetta, anzi no, ci viene incontro. Perciò papa Francesco, più volte ha ribadito nei suoi discorsi: «Dio mai si stanca di perdonarci, il problema è che noi ci stanchiamo di chiedere il perdono, non ci dobbiamo stancare mai, Lui è il padre amoroso che sempre perdona, che ha misericordia per tutti noi».

Lo stesso Gesù suggerì ai discepoli come raggiungere e conservare la gioia piena, infatti disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (vangelo di Giovanni cap.15, 9-11).

Per questo motivo il Papa Francesco, nel definire Gesù fonte di vera gioia precisa: “Quanti hanno incontrato Gesù lungo il cammino, sperimentano nel cuore una serenità e una gioia di cui niente e nessuno potrà privarli. La nostra gioia è Gesù Cristo, il suo amore fedele inesauribile! Perciò, quando un cristiano diventa triste, vuol dire che si è allontanato da Gesù. Ma allora non bisogna lasciarlo solo! Dobbiamo pregare per lui, e fargli sentire il calore della comunità”. (Angelus del 15/12/2013).

Allo stesso modo san Paolo, nella lettera ai Filippési, esorta i cristiani a rimanere nel Signore, infatti testualmente afferma al capitolo 4, versetti 4-7 : “Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.

IL Quadro rappresenta L’adorazione del Bambino(Adoration of the Child), 1620 di Gerard van Honsthorst

da Pino Vangone FB

Sai rimanere a bocca aperta?

Una volta le statuine del presepio si misero a borbottare. Tutte avevano qualcosa in mano da regalare a Gesù Bambino: un uovo, un po’ di farina, un po’ di latte di capra, un dattero … Soltanto una non aveva niente. Se ne stava là fissa, immobile con la bocca spalancata. Non faceva che una cosa sola: guardava incantata il Bambino. Proprio per questo la chiamavano ‘Incantata’ . Le statuine le gridavano: “Non ti vergogni? Vieni alla grotta e non porti niente?” I rimproveri aumentavano sempre più, tanto che la Madonna dovette intervenire: “Non insultate ‘Incantata’! Per favore non urlate! Svegliate il mio Bambino!” Le statuine, sentendo la Madonna così commossa e decisa, subito se ne stettero ben zitte. Ma Gesù, avvertì il passaggio dal rumore al silenzio e si svegliò. Aprì gli occhi che si incontrarono con quelli di ‘Incantata’. Il Bambino le fece il più bel sorriso del mondo. Allora ‘Incantata’ si convinse ancora di più che Natale è la meraviglia delle meraviglie! Si convinse ancora di più che Natale è una cosa unica inaudita: un Dio che viene da noi e prende carne umana. Si convinse che Natale è un’esplosione di luce. Un dolce arcobaleno che unisce il Cielo alla terra, per abbracciarla e riscaldarla!

Natale: un Dio che viene da noi e prende carne umana…

Ma questo mondo rimane ancora “incantato” da questo avvenimento?

Pensieri del Gufo