I SEGNI DEI TEMPI. Notizie dalla Chiesa Cattolica e dalla società: VIDEO L’Isola

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Un’Isola per imparare a vivere, pregare e amare.

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UN’ISOLA COME LA GROTTA DI BETLEMME, COME LA CROCE GLORIOSA DI GERUSALEMME

“L’ISOLA” UNO DEI PIU’ BEI FILM MAI VISTI.

PER IMPARARE A VIVERE, PER PREGARE, PER AMARE CRISTO

Un film meraviglioso, senza alcuna enfasi. Da gustare e assaporare sino in fondo. La profonda conoscenza di se stesso, il primo grado dell’umiltà. E l’abbandono totale e senza condizioni all’amore e alla misericordia di Dio. Lo svelamento dei pensieri più profondi alla fine di un’esistenza vissuta con Cristo e con Lui nascosta in Dio. La vita semplice crocifissa con Cristo, la follia d’una sapienza che trapassa la carne e giunge sino all’essenza vera e autentica delle cose, dell’uomo e della storia. La santità che sgorga per pura Grazia in un uomo avvinto dall’amore e ad esso aggrappato come all’unica ancora di salvezza. La vita che diviene preghiera, quella preghiera incessante del cuore che si fa respiro dell’anima. Tutto ciò, e molto di più è questo film, da guardare con tutta la famiglia, e riguardare da soli, pregando, come dinnanzi ad un’icona. Sì, perchè l’icona della Gloria di Dio è l’uomo vivente, ed il protagonista di questo film è un uomo vivo nel fuoco dello Spirito Santo, anche se agli occhi mondani e superficialmente religiosi appare morto. E’ il senso più profondo del Natale, la stoltezza che salva il mondo, i vagiti di un Bimbo che bagnano di misericordia le nostre povere esistenze sperdute. La grotta di Betlemme è la caldaia dove vive rintanato il Padre Anatoli, bambino apparentemente capriccioso per la sciapa mentalità moralista e legalista degli intelligenti che credono d’aver compreso tutto. Un bambino che conduce i suoi fratelli come in un cammino di conversione, un catecumenato al fondo della verità su stessi e su Dio, all’acqua del battesimo. A poco a poco, come attraversando una sorta di scrutini, i monaci suoi compagni saranno introdotti nello splendore dell’umiltà, la verità che si unisce prodigiosamente alla Verità che è Dio stesso. Impareranno a riconoscere le trappole del demonio, a guardare in faccia i peccati veri che avvelenano il cuore, la terribile mancanza d’amore e come l’amore non è sforzo ma una Grazia che procede dal sentirsi perdonati da Dio. Impareranno anche il combattimento quotidiano contro le insidie e le tentazioni del demonio, armati della sola invocazione del dolcissimo e onnipotente Nome di Gesù. Così come chiunque cerchi i miracoli di Padre Anatoli incontrerà piuttosto parabole urticanti che smascherano false pietà e alienazioni spirituali. Come nella Scrittura il miracolo solleva lo sguardo all’incontro e all’intimità con Cristo. Se così non fosse a nulla varrebbero i segni. Così è per il Natale, Festa che può facilmente scivolare nello sciapo sentimentalismo. Betlemme annuncia Gerusalemme, la mangiatoia indica la Croce. Il Bimbo prelude al Crocifisso. Per questo il film trasuda Natale e Pasqua, perché vivida brilla la Croce Gloriosa di Cristo. La vita dello stareč Padre Anatoliè infatti segnata da un evento lancinante come un chiodo che lo crocifigge. Tutta la sua vita sarà legata a quell’evento, e lui stesso percorrerà un cammino di umiltà e semplicità che lo consegnerà alla lode del Dies Natalis, alla veste bianca del battesimo eterno. Con Anatoli possiamo guardare alla nostra vita, agli eventi passati o presenti che ci inchiodano alla Croce, spesso muta e lancinante presenza che intristisce e angoscia le nostre vite. Con lui possiamo scoprire come proprio nell’esatto momento in cui i chiodi han trafitto le nostre carni – quell’evento che oggi, potendo, cancelleremmo dalla nostra storia, credendo che eliminandolo, potremmo vivere meglio e sereni – quell’istante che ci ha crocifissi è lo scrigno misterioso che custodisce la Verità, il seme di Grazia che ci tiene avvinti a Dio e ci fa bramare la salvezza. Quell’istante che ci ha crocifisso, come ogni momento in cui qualcuno o qualcosa perfora le nostre vite, sono ben altro di quel che crediamo. E’ lì, in quell’istante che ha inizio la vera vita, come nella grotta di Betlemme, Dio fatto carne preparava la nostra carne ad entrare nel Cielo. Buona visione, e che Dio ci conceda vedere la luce nelle nostre storie, la Verità del suo amore in ogni piega della nostra vita, prodigio dischiuso sull’eterno amore di Dio come il sepolcro di Gerusalemme, come la scena che chiude il film.

Antonello Iapicca Pbro

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Presentazione del libro di Carmen Hernandez con Kiko Arguelo, il cardinal Christoph Schönborn e Costanza Miriano.

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Carmen Hernández Barrera “Diarios 1979-1981”
leggiamounlibro.blogspot.it

 15 NOVEMBRE 2017 DA ADMIN @COSTANZAMBLOG  
Presentazione del Libro “Diari 1979 – 1981”

il blog di Costanza Miriano

Presentazione del libro di Carmen Hernandez con Kiko Arguelo, il cardinal Christoph Schönborn e Costanza Miriano.

Auditorium del Centro Congressi della CEI in via Aurelia 796. Ingresso libero fino a esaurimento posti. Inizio ore 18

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Lectio – La parabola delle 10 vergini

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Vegliate perchè non sapete nè il giorno nè l’ora


Roma, Chiesa S. Maria in Traspontina
21 novembre 2014

LA PARABOLA DELLE 10 VERGINI (Mt 25,1-13) (Enzo Bianchi)

visualizza/scarica la lectio divina

 
>>> sul sito del Monastero di Bose
Giuseppe Puglisi, Velario della notte, 2014
Giuseppe Puglisi, Velario della notte, 2014
Introduzione
Vorrei innanzitutto esprimere la mia gioia di essere ancora una volta in mezzo a voi per leggere, meditare, pregare e contemplare insieme la Parola di Dio contenuta nelle Scritture, di cui i vangeli sono il cuore.
Questa sera mi è stato chiesto di meditare sulla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Mi pare una scelta particolarmente felice, perché ci consente di fare l’unità tra i brani evangelici ascoltati nelle ultime domeniche del tempo ordinario (annata A) e l’Avvento ormai alle porte. Prima di venire al brano che ci interessa, cerchiamo dunque di collocarlo nel suo contesto, in modo da coglierlo in tutta la sua ricchezza di senso, per la nostra vita, qui e ora.
1. “Vegliate!”
Nelle scorse due domeniche e nella prossima la chiesa ci propone la lettura liturgica integrale di Mt 25, diviso in tre brani. Questo testo costituisce la seconda parte, propria di Matteo, del grande discorso escatologico, cioè sulla fine dei tempi, fatto da Gesù nei capitoli 24-25. Matteo leggeva in Marco, la sua fonte, queste parole di Gesù (che ascolteremo la prima domenica di Avvento, annata B):
Fate attenzione, vegliate (agrypneîte, vigilate), perché non sapete quando è il momento … Vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino … Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (gregoreîte, vigilate)! (Mc 13,33.35.37).
A partire da tale monito di Gesù, Matteo ha ricordato e collocato a questo punto tre parabole del Signore su cosa significa vigilare (cf. Mt 24,45-25,30) seguite dal grande affresco sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Nella sua redazione Matteo insiste soprattutto
– sul tema dell’ignoranza circa il giorno e l’ora della parusia, della venuta gloriosa di Cristo (cf. Mt 24,36.39.42.44.50; 25,13);
– sul ritardo della parusia stessa (cf. Mt 24,48; 25,5.19);
– e ciò deve imporre a ogni credente una vigilanza fedele e saggia (cf. le tre parabole di 24,45-25,30).
Detto altrimenti, visto il ritardo di questa venuta nella gloria – almeno ai nostri occhi, se è vero che “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno” (2Pt 3,8) –, come comportarsi, come vivere il nostro hic et nunc? In una parola: come vigilare?
Avvicinandoci al nostro testo, occorre collocarlo almeno all’interno di ciò che Gesù, “seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio” (Mc 13,3; cf. Mt 24,3), dice ai discepoli verso la fine di Mt 24 (dove potete sentire “l’aggancio” con il testo di Marco di cui sopra):
Vegliate (gregoreîte, vigilate), perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe (egregóresen, vigilaret) e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo (Mt 24,42-44).
Un’affermazione analoga si ripete anche alla fine del nostro brano: “Vegliate (gregoreîte, vigilate) dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Più in generale, tale monito avvolge le tre parabole che seguono. Queste, come è tipico in Matteo, dipingono uno scenario in bianco e nero, con due vie opposte tra le quali scegliere:
– Mt 24,45-51: il servo che può essere fedele (pistós, fidelis) e prudente/saggio (phrónimos, prudens) oppure malvagio;
– Mt 25,1-13: cinque vergini stolte e cinque prudenti/sagge. Ovvero: cos’è la prudenza/saggezza?
– Mt 25,14-30: due servi fedeli che fanno fruttare i talenti ricevuti, uno malvagio che lo seppellisce. Ovvero: cos’è la fedeltà?
La nostra parabola – come dicono alcuni commentatori – ritrae le usanze matrimoniali palestinesi: il giorno precedente le nozze, al tramonto, il fidanzato si recava con gli amici a casa della fidanzata, la quale lo attendeva insieme ad alcune amiche. Questo in parte è vero. Eppure, se facciamo attenzione, il nostro racconto presenta molti tratti strani, inverosimili: la sposa non c’è; lo sposo arriva a mezzanotte; si chiede di comprare olio in piena notte; la conclusione è del tutto fuori luogo, quasi tragica…
In breve, il punto è un altro. Questa parabola è costruita ad arte da Matteo, certamente a partire dal ricordo di parole di Gesù, per descrivere la prolungata attesa della venuta gloriosa del Signore Gesù: è lui, il Messia, “lo Sposo che tarda” (cf.Mt 9,15: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo Sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo Sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno”), e il vero problema è come comportarsi in questa attesa! Di nuovo: come vigilare?
2. Primo quadro: presentazione degli eventi (vv. 1-4)
1Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo Sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.
“Il regno dei cieli sarà simile…”: con questo frase tipica di Gesù, che apre così molte delle sue parabole, siamo subito condotti nel vivo del racconto. Ci sono dieci vergini, che si muniscono delle loro lampade per “uscire incontro allo sposo”. Notate: quest’ultimo particolare è espresso in greco con una formula tecnica per indicare l’accoglienza del re nella sua parusia, nella visita ufficiale a una città. Ecco la vera posta in gioco: l’accoglienza di quel re del tutto singolare che è Gesù Cristo, lui che viene ad aprirci il regno dei cieli.
L’evangelista precisa subito l’essenziale: cinque di queste vergini sono stolte (moraí, fatuae), cinque prudenti/sagge (phrónimoi, prudentes). Stoltezza o prudenza/saggezza, non c’è alternativa. E in cosa consiste la differenza? Nel prepararsi o meno all’incontro con il Signore, prendendo con sé l’olio, elemento su cui torneremo. Per ora limitiamoci a illuminare questa netta contrapposizione attraverso altre parole di Gesù nel vangelo secondo Matteo, al termine del “discorso della montagna” (cf. Mt 5,1-7,29):
Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio (phrónimos, prudens), che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto (morós, stultus), che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande (Mt 7,24-27).
È saggio chi ascolta la Parola e la mette in pratica; è stolto chi ascolta e non fa. L’ascolto è comune allo stolto e al saggio: ciò che li differenzia è la pratica. Questo è l’essenziale, su cui non c’è da aggiungere nessuna nostra glossa.
Mi permetto però di farvi notare come questa antitesi è presentata dalla versione latina. Saggio è colui che è prudens, cioè che sa pro-videre, vedere prima, prepararsi, equipaggiarsi: la vita, infatti, è lunga e non basta l’entusiasmo di una stagione per vivere la sequela, per attendere con perseveranza la venuta di Gesù Cristo! Lo stolto, invece, è definito dalla Vulgata in due modi. In Mt 7,26 con stultus, cioè grossolano, potremmo anche dire disattento, incapace di essere preciso in ciò che fa; nella nostra parabola (cf. Mt 25,2) con fatuae, da fari, “parlare”: stolto, folle, è anche chi parla, parla, parla… e non mette in pratica ciò che dice! Le due definizioni si completano alla perfezione: la radice della disattenzione sta nell’incapacità di fare unità in sé tra parole e azioni.
3. Secondo quadro: gli eventi si complicano (vv. 5-9)
5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
“Poiché lo Sposo tardava…”: ecco il particolare decisivo della parabola, soprattutto agli orecchi dei lettori di Matteo. Il problema è il ritardo della parusia, della venuta finale di Gesù, un vero e proprio trauma per le prime generazioni cristiane. E noi attendiamo ancora il Veniente oppure – come affermava Ignazio Silone – abbiamo per la sua venuta lo stesso entusiasmo di quelli che aspettano l’autobus alla fermata? “… si assopirono tutte e si addormentarono”. Le dieci ragazze sprofondano tutte nel sonno, nessuna esclusa. Si faccia attenzione al paradosso: si sta parlando di vigilanza, di veglia, e tutte dormono! Dunque, che tipo di vigilanza è quella a cui Gesù vuole esortarci? Dove sta la differenza tra le stolte e le sagge, se tutte indistintamente si assopiscono e dormono?
Prima di tentare una risposta, lasciamoci colpire dalla voce che squarcia la notte: “Ecco lo Sposo! Andategli incontro!”. Questo grido giunge improvviso a mezzanotte, l’ora più inattesa, l’ora in cui il Signore viene e ci sorprende come un ladro nella notte, afferma a più riprese il Nuovo Testamento (cf. Mt 24,43; 1Ts 5,2-4; 2Pt 3,10; Ap 3,3; 16,15). All’udire questa voce potente, tutte le vergini, come si erano addormentate, così si destano, “risorgono” (verbo egheíro). Ma ecco che finalmente si manifesta la differenza. Le cinque stolte non hanno con sé l’olio, dunque sono costrette a chiederne un po’ alle altre cinque. Si sentono però rispondere: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto a comprarvene”.
Risposta dettata dall’egoismo? Dalla mancanza di carità? No, come scrive un commentatore moderno, “è un modo”, pur se brusco, “per dire che nel giudizio finale nessuno è più in grado di fare qualcosa per un altro: ognuno deve rispondere per sé” (Alberto Mello). In altri termini, non si può avere in extremis l’olio necessario. L’incontro con il Signore va preparato prima (pro-videre…), non si può rimediare affannosamente all’ultimo istante. Quest’olio o lo si ha in sé oppure nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio del desiderio dell’incontro con il Signore. Certo, i padri della chiesa testimoniano molti altri modi di intendere quest’olio: la carità, la compassione, le azioni giuste che danno carne alla fede, ecc. Ma credo che non si debba insistere troppo su un singolo elemento, finendo per perdere di vista l’insieme, cioè l’essenziale: è nella capacità di tenere vivo oggi il desiderio dell’incontro con il Signore che si gioca il giudizio finale, ossia l’essere o meno riconosciuti dal Signore quando verrà alla fine dei tempi. E questo desiderio lo manifestiamo nella nostra vita concreta, quotidiana – come Gesù dice nell’impressionante affresco di Mt 25,31-46 –; lo manifestiamo in questo tempo di attesa, nella consapevolezza che – lo ripeto – la vita è lunga e non basta essere uomini e donne di un momento (próskairoi,temporales: Mc 4,17; cf. Mt 13,21), per darle senso!
4. Terzo quadro: il giudizio finale (vv. 10-12)
10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Alla fine arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. 12Ma egli rispose: “Amen, io vi dico: non vi conosco”.
Giunge finalmente lo Sposo, ed entrano con lui nella sala di nozze solo le cinque vergini sagge, definite con un altro aggettivo: il “come”, lo stile della loro saggezza consiste nell’essere pronte (étoimoi, paratae), preparate, qui e ora, senza bisogno di alcuna dilazione. Allora “la porta fu chiusa”, un particolare impressionante (sembra quasi di udire il rimbombo successivo a tale atto!), che dice in pochissime parole una verità nettissima, anche se scomoda: dentro o fuori, tertium non datur!
“Alla fine” – hýsteron, espressione molto cara a Matteo (cf. Mt 4,2; 21,29.32.37; 22,27; 26,60) – giungono le altre cinque vergini, di ritorno dall’acquisto dell’olio, e cominciano a invocare: “Signore, Signore, aprici!”. Egli però risponde risolutamente: “Amen, io vi dico: non vi conosco”. Si tratta di una formula tecnica con cui, all’interno di una scuola rabbinica, il maestro rifiuta ogni comunanza con il suo discepolo, gli dice di non voler più avere nulla a che fare con lui. Non è forse una risposta troppo dura? Per le nozze sì, nell’ambito del giudizio no: essa “ci ricorda che l’incontro con il Signore è al tempo stesso festa e giudizio” (Bruno Maggioni). In altre parole, nell’ultimo giorno, al momento di dare inizio al banchetto del Regno, il Signore Gesù Cristo non potrà non mettere in luce la verità della nostra vita, mediante quel giudizio che noi confessiamo nel “Credo” (“di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”), giudizio che è assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso.
Tale verità è mirabilmente espressa da Gesù in un altro brano del “discorso della montagna”, che precede immediatamente quello citato sopra:
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’ingiustizia!” (Mt 7,21-23).
Qui il discernimento di Gesù è assai sottile e smaschera una forma di ipocrisia tipicamente “religiosa”: si può presumere di agire in nome di Cristo, di compiere prodigi nel suo nome e invece ingannarsi miseramente; ossia, non fare la volontà del Padre, che è anche la sua volontà. Non è sufficiente neppure compiere gesti carismatici o eclatanti, perché queste opere possono trasformarsi in idoli seducenti in quanto creati dalle nostre mani, in azioni che danno gloria a chi le fa e mirano a realizzare la sua volontà. No, ciò che il Padre vuole è la misericordia, come Gesù ha affermato a più riprese citando le parole del profeta Osea: “Misericordia io voglio, non sacrificio” (Os 6,6Mt 9,13; 12,7). È un annuncio della misericordia di Dio che deve trasparire dalla nostra prassi in mezzo agli altri uomini e donne, ed è solo su questo che saremo giudicati nell’ultimo giorno. Allora sarà rivelato senza ombra chi ha veramente aderito al Signore e chi, pur fingendo di agire in suo nome, è stato un operatore di ingiustizia…
Insomma, non c’è solo la discrepanza tra dire e fare; c’è anche quella tra un fare egoistico, autoreferenziale, e un fare ispirato dalla volontà di Dio, da quella misericordia che è la “giustizia superiore” (cf. Mt 5,20) rivelata da Gesù. In questo “fare differente” consiste l’essere pronti per andare incontro allo Sposo veniente.
Conclusione: la vigilanza del cristiano
13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.
Così Gesù conclude e commenta la parabola, con parole che costituiscono il monito decisivo per noi, questa sera. In obbedienza al Vangelo, dunque, come abbiamo aperto così anche chiudiamo parlando della vigilanza.
La vigilanza è la matrice di ogni virtù umana e cristiana, è il sale di tutto l’agire, è la luce del pensare, ascoltare e parlare di ogni umano. Non si può non ricordare, al riguardo, l’acuta comprensione di un padre del deserto, abba Poemen: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (Apoftegmi dei padri del deserto, Collezione alfabetica, Poemen 135). E il grande Basilio, a conclusione delle sue ampie Regole morali, scrive parole molto care a noi monaci, ma che dovrebbero essere meditate e vissute da ogni cristiano:
“Che cosa è specifico del cristiano?”. “Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44Lc 12,40)” (Regole morali 80,22).
L’Apostolo Paolo, in quello che è il più antico scritto del Nuovo Testamento, così ammonisce i cristiani di Tessalonica:
Voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e vigilanti (gregorômen kaì néphomen) (1Ts 5,4-6).
Ecco il ritratto di noi cristiani, ecco la nostra vocazione. Siamo chiamati a essere figli e figlie del giorno, a vivere nella luce, a essere consapevoli di ciò che viviamo e di ciò che ci accade intorno. C’è un sapere, una conoscenza, una vera intelligenza – non quella degli eruditi, degli intellettuali! – che nasce soltanto dalla vigilanza, dall’attenzione. Si tratta di concentrarsi, di vivere una tensione verso, di fissare l’esercizio delle nostre facoltà intellettive e sensitive su qualcosa di preciso. Vigilare, vegliare, è un movimento dell’intero essere umano, corpo e spirito, e per questo non è necessario avere tanti doni. Si tratta di acconsentire a una unificazione personale in cui si è capaci di attendere, di fare attenzione; si tratta di raccogliere tutte le nostre forze per dirigerci interamente verso qualcosa. E in questo è fondamentale vivere in una dimensione di preghiera. Non a caso nell’unico altro passo in cui Gesù parla della vigilanza la associa strettamente alla preghiera e alla lotta spirituale. È al Getsemani, prima della sua passione, quando Gesù dice a Pietro, Giacomo e Giovanni, dopo il loro fallimento nel restare svegli per sostenerlo nella lotta: “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41).
“Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”. Vegliare, vigilare, è andare incontro al Signore con le lampade del desiderio accese; è essere saggi, cioè pronti a vivere il tempo lungo dell’attesa con l’aiuto dell’olio dell’intelligenza. E ciò tenendo presente – come rivela Gesù con grande realismo – la possibilità di addormentarci, ovvero di dimenticare, di rimuovere l’orizzonte della venuta del Signore. Come fare fronte a questa che è più di una possibilità, è una realtà? Lottando ogni giorno per non lasciare appesantire le nostre vite dalla routine, dalla ripetitività del quotidiano, che è pur sempre l’oggi di Dio, l‘unica porta d’accesso nel mondo alla venuta finale del Signore. “Beati quei servi che il Signore alla sua venuta troverà vigilanti!” (Lc 12,37).
In tutto questo l’estrema vigilanza, l’estrema sapienza, il vero discernimento consisteranno nel mettere la nostra debolezza, la nostra pochezza, la nostra povertà davanti al Signore: noi cerchiamo di andare incontro al Signore, il quale però già ci viene incontro, e porterà certamente a compimento, lui che è fedele e sapiente, lui che ci ama di amore eterno, quanto ha iniziato in noi (cf. Fil 1,6).

come il frutto, il tempo come l’eterno. L’attesa di Dio è già Dio tutto intero.

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Tempo di fine e nuovi inizi.

L’anno liturgico ci consegna il suo termine per aprirci ad un nuovo avvento, come un passaggio tra le stagioni: tutto è un cammino, tutto è un attesa.

Il nostro attendere è l’attesa più bella, quella della festa dell’amore e Gesù è lo sposo che viene incontro per amarti.

Nell’attesa l’inizio è come la fine, il fiore è come il frutto, il tempo come l’eterno. L’attesa di Dio è già Dio tutto intero. Scrive il mio Bobin, spalancandomi il cuore.

E quanto sono dolci le parole che fanno da invito al matrimonio: Ecco lo sposo! Andategli incontro!

In queste espressioni trovo l’immagine più bella dell’esistenza umana, rappresentata come un uscire e un andare incontro. Uscire da spazi chiusi e, in fondo alla notte, lo splendore di un abbraccio. Dio come un abbraccio. L’esistenza come un uscire incontro a Dio e

abbracciarlo!

Fra Giorgio

“conversione pastorale”

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Enzo Bianchi

L’urgenza di una vera “conversione pastorale”

AlzogliOcchiversoilCielo: 


Vita Pastorale – novembre 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose
La chiesa di Dio che è in Italia vive un’ora che dovrebbe essere di scelte e decisioni molto importanti per il futuro della fede cristiana nella nostra terra.

Sarà capace di operare un mutamento profondo, impostole innanzitutto dalla fine di un mondo e dall’affacciarsi dei germogli di una nuova stagione? Sarà capace di quella “conversione pastorale” alla quale la chiama papa Francesco, conversione pastorale urgente perché la primavera inaugurata da papa Francesco ormai è attestata e il rischio grande è che finisca proprio per risultare estranea, anacronistica rispetto all’inedita situazione antropologica, sociale, culturale.
 
Sono ormai passati più di quattro anni dall’inizio del pontificato di papa Francesco: non sono pochi, considerando anche che questo papato non potrà essere lungo come quello di Paolo VI o di Giovanni Paolo II, con la conseguente possibilità di incidere per lungo tempo nella vita della chiesa cattolica. Tutti, così almeno sembra, sono convinti di questo cambiamento d’epoca, ma poi l’incamminarsi effettivo su nuovi sentieri, l’acconsentire al lutto della stagione passata, l’andare al largo su acque profonde, lasciando la calma delle baie è un’altra cosa ed è qui che a me sembra che prevalga l’inerzia, la logica del “si è sempre fatto così”, un facile provvidenzialismo scambiato per fede, il rifiuto della fatica a discernere i segni dei tempi.
 
Eppure papa Francesco si è rivolto alla chiesa italiana in modo puntuale e autorevole, chiedendole un mutamento preciso. Al convegno nazionale di Firenze, il 10 novembre 2015, due anni dopo la promulgazione dell’esortazione past-sinodale Evangelii gaudium, il papa ha detto: “Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi, in ogni regione cercate di avviare in modo sinodale un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”. D’altronde, nell’esortazione stessa il papa aveva chiaramente manifestato il suo desiderio che fosse accolta come invito “a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” (EG 1)
 
Nonostante ciò, questi inviti pressanti e convinti paiono non aver avuto finora una risposta adeguata. In una recente intervista, il cardinal Bassetti ha confessato che in occasioni di due udienze il papa gli ha chiesto: “Ma l’Evangelii gaudium sta entrando nelle chiese italiane?”. Domanda imbarazzante, confessa il cardinale, alla quale ha risposto: “Un pochino…”. E il papa di rimando: “Non ho chiesto qualche rinnovamento della pastorale, vi ho chiesto una conversione pastorale!”. E qui non si può tacere l’ironia: la formula “conversione pastorale” è stata coniata proprio in Italia ed è presente in modo chiaro e significativo nel documento “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, emanato dal vescovi italiani all’inizio del terzo millennio. Perché tanta lentezza, allora? Viene da chiedersi: “Siamo ancora lì?”. Nella stessa intervista, il cardinal Bassetti dichiarava: “Nella chiesa italiana si registra una certa lentezza nella ricezione del progetto di papa Francesco e si osservano tanto chiusure!”. Giudizio pacato, ma espresso con parresia e che significativamente trova concordi altre voci nella chiesa che leggono la situazione in modo analogo. C’è un libro intelligente, molto coraggioso del biblista di Firenze Giulio Cirignano, ci sono articoli di don Giuliano Zanchi, liturgista bergamasco, di don Marcello Neri e di altri che denunciano questa situazione: il canto del gallo risuona, ma si continua a dormire. Cerchiamo di capire il perché.
 
Innanzitutto occorre rilevare che abbiamo alle spalle, dopo la primavera di Giovanni XXIII, del concilio e di Paolo VI, decenni in cui la chiesa italiana ha cercato sì di attuare il concilio, però non solo assecondandone un’interpretazione restrittiva, ma dimenticando l’evento concilio e lo spirito che lo animava. Per questo è stata una chiesa più impegnata ad autoconservarsi che non una chiesa estroversa, una chiesa autoreferenziale e non una in confronto fiducioso con l’umanità, una chiesa che ha tentato di far rivivere – fino a illudersi di esservi riuscita– una nuova forma di cristianità, giungendo persino negli anni attorno al 2000 a un’alleanza con il potere politico: una chiesa tentata di stemperare il cristianesimo in “religione civile”.
 
Don Giulio Cirignano così riassume: “Questi cinquant’anni dal concilio sono stati vissuti in Italia quasi come una mesta elaborazione del lutto”. Dal canto suo l’attuale presidente della CEI afferma che “il peccato originale è stato la poca ricezione del concilio Vaticano II nella chiesa italiana”. Così – mi sento di doverlo dire perché conosco bene e ascolto numerosi vescovi – l’episcopato italiano nella sua grande maggioranza non è ostile al papa, non lo contesterà mai, ma resta con un’altra sensibilità che gli impedisce un’obbedienza entusiasta alle sue richieste.
 
Tra i nuovi vescovi scelti da papa Francesco, ce ne sono alcuni che hanno inaugurato uno stile nuovo, ispirato sì dal papa, ma prima ancora dal Vangelo; tuttavia essi non sono in numero sufficiente per dare un nuovo volto all’insieme dell’episcopato italiano, anche perché continuano ad avvenire anche nomine di persone “in carriera” o impegnate soprattutto nell’attesa di una promozione. E il clero? In verità i preti sono affaticati, sempre meno numerosi e più anziani – almeno in Italia settentrionale e centrale – sovente in situazioni di povertà economica e umana: salvo alcuni, faticano ormai a entusiasmarsi per nuove forme di missione. Ecco perché è importante che ora con urgenza la chiesa italiana, a iniziare dai vescovi e dai presbiteri, assuma la responsabilità del mutamento che le è necessario per essere luce e sale in un mondo che è rimane sì indifferente al fatto religioso, ma che è anche sempre raggiungibile dal Vangelo, il quale, se ascoltato, provoca la fede.
 
Se si vogliono discernere e indicare le urgenze, bisogna riconoscere che sono molte, ma ve n’è una che non ho mai cessato di proclamare e che, significativamente, il presidente della CEI card. Bassetti ha evidenziato nella sua prolusione al consiglio permanente del 26 settembre scorso: l’urgenza che ogni parrocchia, comunità, chiesa locale, riconosca fattivamente la priorità, la centralità del Vangelo. Perché il Vangelo è Gesù Cristo e Gesù Cristo è il Vangelo. È il Vangelo che deve plasmare la vita del cristiano, è la vita umana di Gesù che deve ispirare la vita quotidiana del cristiano. Questo richiede che si viva un’assiduità personale con la parola di Dio e che tutto l’operare della chiesa sia obbedienza piena al Vangelo. Nella Evangelii gaudium questa egemonia del Vangelo è positivamente ossessiva perché il papa crede fermamente che “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16), è l’energia assolutamente necessaria all’operare dei cristiani.
 
Questa non è teoria, non sta nel mondo delle idee astratte, ma è la condizione necessaria perché si possa evangelizzare nella compagnia degli uomini. E qui mi permetto di notare che significativamente proprio con il magistero di papa Francesco si svelano i pensieri di molti cuori: quelli dei cristiani del Vangelo e quelli dei cristiani del campanile, che al Vangelo preferiscono la tradizione culturale, l’identità cattolica. Ecco perché papa Francesco, accolto dagli italiani con entusiasmo e applausi, comincia a subire anche diffidenze e rifi
uti: perché “riguardo alla misericordia esagera”, perché “con questa accoglienza dei migranti esagera”, perché “con lui non si capisce più chi è fuori e chi è dentro la chiesa”. Parole che manifestano come la mente che le partorisce sia lontana dall’annuncio del Vangelo.
 
Da parte mia, mi sento di poter dire: “Finalmente assistiamo a una apocalisse!”, a un alzare il velo sulla realtà di molti che si sono sempre vantati di essere cristiani ed erano abituati ad affermarlo “contro” gli altri. Se il Vangelo torna a essere l’ispiratore della vita, allora le altre urgenze – quella di una chiesa sinodale, quella di una chiesa che includa i poveri, quella di una chiesa aperta a tutti, anche ai peccatori – saranno tenute in conto e realizzate. Allora la chiesa sarà missionaria o, meglio, ogni battezzato sarà evangelizzatore, capace di farsi ascoltare perché a propria volta esercitato all’ascolto del Vangelo e all’ascolto degli altri. Il mio vecchio e sapiente parroco, quando ancora si pregava in latino, al canto delle Lamentazioni in Settimana santa “Ierusalem, Ierusalem, convertere ad Dominum Deum tuum”, spiegava in italiano: “È l’invito rivolto alla chiesa, chiamata Gerusalemme: Chiesa di Dio, chiesa di Dio, convertiti al Signore tuo Dio!”.
enzo bianchi

L’urgenza di una vera conversione

 Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestar loro ascolto.

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Ascoltare l’altro


leggoerifletto:

 Il primo servizio: ascoltare l’altro – Dietrich Bonhoeffer…

 Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione, consiste nel prestar loro ascolto. L’amore per Dio comincia con l’ascolto della sua parola, e analogamente l’amore per il fratello comincia con l’imparare ad ascoltarlo. L’amore di Dio agisce in noi, non limitandosi a darci la sua Parola, ma prestandoci anche ascolto. Allo stesso modo l’opera di Dio si riproduce nel nostro imparare a prestare ascolto al nostro fratello. I cristiani, soprattutto quelli impegnati nella predicazione, molto spesso pensano di dover “offrire” qualcosa agli altri con cui si incontrano, e ritengono che questo sia il loro unico compito. Dimenticano che l’ascoltare potrebbe essere un servizio più importante del parlare. 

– Dietrich Bonhoeffer –

Vita comune, Queriniana, Brescia 2003

Molti cercano un orecchio disposto ad ascoltarli, e non lo trovano fra i cristiani, che parlano sempre, anche quando sarebbe il caso di ascoltare. Ma chi non sa più ascoltare il fratello, prima o poi non sarà più nemmeno capace di ascoltare Dio, e anche al cospetto di Dio non farà che parlare.Qui comincia la morte della vita spirituale, e alla fine non rimane che futile chiacchiericcio religioso, quella degnazione pretesca, che soffoca tutto il resto sotto un cumulo di parole devote. Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza, non sarà neppure capace di rivolgere veramente all’altro il proprio discorso, e alla fine non si accorgerà più nemmeno di lui. Chi pensa che il proprio tempo sia troppo prezioso perché sia speso nell’ascolto degli altri, non avrà mai tempo per Dio e per il fratello, ma lo riserverà solo a se stesso, per le proprie parole e i propri progetti …C’è anche un modo di ascoltare distrattamente, nella convinzione di sapere già ciò che l’altro vuole dire. È un modo di ascoltare impaziente, disattento, che disprezza il fratello e aspetta solo il momento di prendere la parola per liberarsi di lui. questo non è certo il modo di adempiere al nostro incarico, e anche qui il nostro modo di riferirci al fratelli rispecchia il modo di riferirci a Dio
– Dietrich Bonhoeffer –Vita comune, Queriniana, Brescia 2003

Fotosu www.leggoerifletto.it


POESIE _ IN OGNI NUOVO GIORNO.
Da forze buone…

Oggi fa’ ardere calde e chiare le candele che hai trasportato tu alla nostra oscurità;conducici, se si può, di nuovo insieme.E’ ciò che noi sappiamo: arde di notte la luce tua.Quando su di noi discende il silenzio profondo oh, lascia che udiamo quel timbro pieno del mondo, che invisibile si estende intorno a noi di tutti i figli tuoi canto alto di lode. “Da forze buone, miracolosamente accolti, qualunque cosa accada, attendiamo confidenti.Dio è con noi alla sera e al mattino e, stanne certa, in ogni nuovo giorno.” Pastore luterano.+ Dietrich Bonhoeffer.

 Dietrich Bonhoeffer così esprimeva le motivazioni del silenzio raccomandato a ogni cristiano che voglia crescere nella vita spirituale: 
«Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola, e facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola». E Ildegarda di Bingen diceva: «Dio ci dà volentieri appuntamento nella casa del silenzio».