Gesù a casa dei …

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Gesù a casa dei suoi amici
LUNEDI’ SANTO

Gesù, aiutaci a diffondere il tuo profumo ovunque noi andiamo;
inondaci del tuo spirito e della tua vita;
prendi possesso del nostro essere così pienamente,
che tutta la nostra vita sia soltanto un’ irradiazione della tua;
risplendi in noi e attraverso di noi;
che chiunque ci avvicini senta in noi la tua presenza;
chi viene a noi cerchi Te e veda soltanto Te;
resta con noi, così cominceremo a risplendere come risplendi Tu,
così da essere luce per gli altri;
la luce, Gesù, verrà tutta da Te, e nulla di essa sarà nostra proprietà;
sarai Tu ad illuminare attraverso di noi;
fa che noi Ti lodiamo nel modo che piace a Te,
effondendo la Tua luce su quanti ci stanno attorno;
che noi predichiamo di te, senza predicare,
ma con il nostro esempio, con la forza che trascina,
con il suadente influsso del nostro operare,
con l’evidente pienezza dell’amore di cui il nostro cuore trabocca.
Amen.
John Henry Newman

 

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv. 12,1-11.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Maria, il profumo sparso e “sprecato” per Cristo
Il Vangelo di oggi ci pone una domanda fondamentale e ineludibile, ma che in questi giorni santi potrebbe suonare fuori luogo; coinvolge i nostri giorni, i pensieri e i sentimenti, le parole e le parole. Sfiora il nostro intimo. Pensiamo forse che consegnare la vita a Gesù siasprecarla? Il tempo, le idee, la poesia, gli amori e le passioni, spesso tutto sembra sprecato, il risultato non compensa mai lo sforzo. Come scriveva Orazio, “Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri, o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà: se molti inverni Giove ancor ti concede o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: cogli l’attimo, non pensare a domani”. Il libro del Qoelet risuona con queste parole: “Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento… Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole…. Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio… Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!” (Qoelet). Perchè siamo incatenati a questo pensiero che ci spegne la speranza tramutandola in idolatria di noi stessi, delle nostre libertà, dei nostri diritti, dei nostri progetti? Da dove ci viene questo sentimento di frustrazione, questo dubbio quando tutto sembra eclissarsi, quando anche la missione, il servizio reso a Dio sembra dissolversi nel fallimento, quando non nell’incomprensione e nella persecuzione? Che cosa ci impedisce di vivere la vita come Maria? Sulla soglia di questa Settimana Santa, ….
Continua

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Lo Straniero – …

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Lo Straniero – Il blog di Antonio Socci

WOJTYLA E RATZINGER CONSIGLIANO AI CARDINALI IN CONCLAVE: GUARDATE MICHELANGELO!
Posted: 10 Mar 2013 06:59 AM PDT
Infine è deciso. Martedì 12 marzo i cardinali varcheranno la soglia della Cappella Sistina per l’elezione del nuovo Papa.

L’evento è così importante da scatenare l’attenzione dei media di tutto il mondo che hanno convogliato a Roma migliaia di inviati. Perché i cristiani del pianeta sono più di due miliardi, il cattolicesimo è la confessione più numerosa del globo (un miliardo e duecento milioni di fedeli) e il Papato è il cuore della Chiesa.

“Il Sommo Pontefice e Vicario di Cristo”, scriveva san Bonaventura, “anche se fosse solo e tutto nella Chiesa fosse distrutto, potrebbe restaurare tutto”.

Del resto il Papato (che ha fatto la storia dell’Europa e dell’Occidente) ha una grande autorità morale per tutti, anche per i non credenti o i fedeli delle altre religioni. Anche questo spiega l’enorme attenzione del mondo.

DISSE STALIN

Un giorno Stalin beffardo se ne uscì con una battuta che diventò subito celebre: “quante divisioni ha il Papa?”. La cinica ironia del tiranno voleva dire che sono il potere e la forza (ovvero la violenza, fino al terrore) a fare la storia, quindi il pontefice romano non conta niente.

Ma quando – pochissimi anni dopo – arrivò la notizia della sua morte, nel 1953, Pio XII poté rispondergli: “adesso vedrà quante divisioni ha il papa”.

In effetti la Chiesa in duemila anni ha sepolto una miriade di persecutori e tiranni che, potentissimi e feroci, s’illudevano di essere i padroni del mondo e nel giro di pochi anni erano solo un mucchietto di polvere.

Invece al Vicario di Cristo – “il dolce Cristo in terra”, come diceva santa Caterina da Siena – è affidato un potere vero e infinitamente superiore a quello di qualsiasi governante, re, imperatore, perché si tratta addirittura delle chiavi del Regno di Dio, le chiavi dell’eternità. Ciò che egli scioglie o lega sulla Terra sarà legato o sciolto anche in Cielo.

QUALE POTERE

Questo per chi crede, si obietterà. Certo. Tuttavia, per capire di cosa parliamo, inviterei gli scettici ad andare a vedere, un giorno, un rito di esorcismo. Lì accadono cose inaudite, si manifesta un’entità oscura, molto più potente degli uomini.

Eppure un semplice sacerdote che abbia avuto l’investitura del vescovo, a sua volta in comunione col Papa, a nome della Chiesa, ha il potere – evidentissimo – di annientare quell’entità malvagia.

Il “potere” che Gesù ha dato alla Chiesa e al suo Vicario è un potere sul Male, quel male che – come tutti vediamo – dispiega sempre sul mondo i suoi orrendi e tragici effetti. Se c’è una cosa evidente a tutti infatti è che – come diceva Hegel – la storia umana è una macelleria. E solo la Misericordia di Dio vince tutto questo male. Attraverso la Chiesa di Cristo. Su di essa “le forze degli inferi non prevarranno” mai.

Eppure quello del Papa è un “potere” del tutto opposto al potere mondano, infatti il Papa è definito “servo”, per la precisione “Servus servorum Dei”, servo dei servi di Dio.

In obbedienza a quanto Gesù prescrisse ai suoi apostoli che, non avendo ancora capito nulla, si contendevano le poltrone:

“Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: ‘Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuoi essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti’ ” (Mc 10, 35 42-45).

In effetti Gesù ha voluto che il suo trono fosse una croce e la sua corona fosse quella di spine. E nei primi trecento anni la sede di Pietro è stata in pratica un patibolo, perché da lì si andava diretti al martirio. Benedetto XVI ha ripetuto e sottolineato molte volte che il ministero di Pietro in sé è misteriosamente legato al martirio.

Dunque uno strano potere, quello del Vicario di Cristo. A lui è garantita l’assistenza straordinaria e infallibile dello Spirito Santo. Inerme e senza eserciti terreni, testimone dell’Amore, è il depositario delle Chiavi del Regno.

Ma questo potere spirituale – che non va confuso con un potere politico e mondano – ha anche i suoi effetti nella storia umana.

Il simbolo della tiara o triregno, cioè la corona che veniva posta sulla testa dei pontefici fino a Paolo VI, rappresentava un triplice potere del Papa: “Padre dei principi e dei re, Rettore del mondo e Vicario di Cristo in Terra”.

QUEL GESTO DI WOJTYLA

Oggi è stata giustamente abbandonata, ma il suo significato spirituale rimane: qualunque cosa il Papa scioglierà o legherà in terra, sarà sciolta o legata anche in Cielo.

E se n’è avuto un misterioso esempio con le apparizioni di Fatima, grande profezia sul Novecento dei genocidi.

A Fatima la Madonna ha chiesto al Pontefice di consacrare la Russia al suo Cuore immacolato per scongiurare le immani tragedie che si sarebbero dipanate dall’irrompere del comunismo in Russia nel 1917.

Giovanni Paolo II esaudì quella richiesta (nei modi in cui poté) con la solenne cerimonia del 25 marzo 1984 e, misteriosamente, da quel momento, iniziò l’inimmaginabile crollo pacifico del moloch comunista, che si dissolse nell’arco di cinque anni.

Sono letture di teologia della storia che ovviamente i soliti scettici liquideranno con un sorrisetto, ma nessuno di costoro ha ancora saputo spiegare come e perché in quel giardino di Dio che è la Chiesa (e solo lì) da duemila anni continuano ad accadere miracoli che oggi vengono sanciti e riconosciuti anche dalla scienza moderna, con tutti i suoi raffinati sistemi di analisi. I miracoli sono di tanti tipi. Non solo guarigioni.

Del resto a Fatima, la Madonna – che ha fatto quella richiesta al Papa – ha anche domandato ai tre bambini di pregare e sacrificarsi per la fine della Prima guerra mondiale, evidenziando così che ogni semplice cristiano (a cominciare dai più piccoli) grazie alla preghiera e all’offerta di sé ha un “potere” sulle cose del mondo superiore a quello dei governi.

Perciò quando parliamo della Chiesa e del Papa bisognerebbe sempre ricordare che gli occhiali politici o mondani non fanno capire la sua essenza profonda.

MICHELANGELO

In “Trittico romano” Karol Wojtyla, meditando sulla corsa della vicenda umana, dalla creazione al giudizio universale, focalizzò il suo sguardo sull’immenso affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, che racchiude tutta la storia umana dall’inizio alla fine.

Un giorno il cardinale Ratzinger commentò così quelle pagine wojtyliane:

“La contemplazione del Giudizio Universale, nell’epilogo della seconda tavola, è forse la parte del Trittico che commuove di più il lettore. Dagli occhi interiori del Papa emerge nuovamente il ricordo dei Conclave dell’agosto e dell’ottobre 1978.

Poiché anch’io ero presente, so bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità.

Il Papa parla ai Cardinali del futuro Conclave ‘dopo la mia morte’ e dice che a loro parli la visione di Michelangelo.

La parola Con-clave gli impone il pensiero delle chiavi, dell’eredità delle chiavi lasciate a Pietro. Porre queste chiavi nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni.

Si ricordano così le parole di Gesù, il ‘guai’ che ha rivolto ai dottori della legge: ‘avete tolto la chiave della scienza’ (Lc 11, 52). Non togliere la chiave, ma usarla per aprire affinché si possa entrare per la porta: a questo esorta Michelangelo”.

Quell’immenso affresco michelangiolesco dominerà anche questo Conclave e le coscienze dei cardinali, forse memori delle parole di Wojtyla:

“Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine,

tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio…

Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni al popolo –

Non dimenticate: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius.

Tu che penetri tutto – indica!

Lui additerà…”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 10 marzo 2013

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

Sabato della III settimana di Quaresima

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Oppresso da un nugolo di colpe,
ho superato il pubblicano per eccesso di malizia,
e ho assunto per giunta la boria millantatrice del fariseo,
rendendomi da ogni parte privo di qualsiasi bene.
Signore, usami indulgenza.
Aprimi le porte del pentimento,
Datore di vita,
perché fin dall’alba si leva il mio spirito,
si volge in preghiera al tuo santo tempio,
portando con sé il tempio contaminato del mio corpo.
Ma nella tua compassione purificami,
per la tenera benevolenza della tua misericordia.
Guidami sulla via della salvezza,
o Madre di Dio,
perché ho profanato la mia anima con peccati vergognosi
e ho dissipato la mia vita nella negligenza.
Ma per la tua intercessione liberami da ogni impurità.
 
 
Tropari della domenica del fariseo e del pubblicano della liturgia bizantina
 
 
 
 
 
Lc 18, 9-14
 
 
 
In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».
 
 
IL COMMENTO
 
 
Pregare non basta. Anzi. Salire al Tempio a pregare ed uscirne assolutamente identici è una possibilità tutt’altro che remota. Presumere di se stessi è infatti un veleno che infetta anche i momenti più sacri. La presunzione, dal latino praesuntionem, participio passato di praesumere, prae-innanzi e sumere-attribuirsi, è aver chiuso in anticipo il cuore a qualunque altra possibilità, parere, alla stessa Verità. Quante volte nelle discussioni in famiglia, con il coniuge, con i figli, con i genitori, e poi nella comunità, o con gli amici, ci attribuiamo ragione a priori, forti di chissà quali esperienze, studi, letture; sempre “pre” e mai “post”, sempre avanti e mai dietro, in un atteggiamento opposto a quello del discepolo che segue il suo Maestro, umilmente, nella verità che ci colloca nell’autentica povertà e indigenza, ignoranti nella fede come nella vita. Come Pietro che, presuntuosamente, salta avanti a Gesù intimandogli di non andare a Gerusalemme a compiere la sua missione, perchè la Croce mai e poi mai… Prigionieri di un Io sconfinato, consideriamo gli altri solo dei poveri scarti di noi stessi, schiavi della presunzione di essere gli unici giusti sempre nel giusto. Io sono diverso, un ritornello che risuona spesso in questa società edonistica e carnale dove il diverso a tutti i costi rivendica più diritti degli altri. La presunta diversa immacolatezza morale nella politica, la propria diversa onestà al lavoro, e poi nello studio, in amore, in famiglia, nello sport, anche nella Chiesa che opta per la “tolleranza zero” verso chi si ritiene pubblicano, gettando così con l’acqua anche il bambino. Ovunque, io sono unico, diverso, migliore. E anche chi crede di essere immune da questo virus, sprofondato nelle proprie incapacità intellettuali, chi pensa d’essere inferiore agli altri, forse meno brillante, scopre che, alla fine, è proprio in questa “presunta” inferiorità che trova unicità e diversità dalle quali giudicare e disprezzare. Non a caso il disprezzo degli altri, inseparabile compagno della presunzione, è un criterio infallibile nel discernimento degli spiriti. Dal presumere di se stessi al presumere di pregare ed essere pii, il passo è breve. “Per questo, bisogna non soltanto pensare a praticare il bene, ma anche vegliare con cura sui nostri pensieri, per tenerli puri nelle nostre opere buone. Perché se sono fonte di vanità o di superbia nel nostro cuore, combattiamo allora soltanto per vana gloria, e non per la gloria del nostro Creatore” (S. Gregorio Magno). 
 
 
Il fariseo infatti, superficiale nei confronti dei propri pensieri, “pregava così tra sé”. Ma l’originale greco invece utilizza un’espressione diversa: “il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso se stesso”. Il centro del dialogo è lui stesso. Lui è dio. Per questo la “presunta” giustificazione gli perviene dalle sue stesse opere. Il Tempio è solo un luogo puramente convenzionale, la passerella dell’ipocrisia. La preghiera diventa per lui “un puro occuparsi di se stesso, recidendo così la radice dell’autentica adorazione” (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo); adorando se stesso abbandona Dio, l’unica fonte di giustificazione, e torna a casa senza giustificazione. E’ di fronte a Dio come davanti ad uno specchio nel quale non vede che se stesso travestito da dio. Tanti sforzi per nulla! “Con la vanità, ha concesso al suo nemico di poter entrare nella città del suo cuore, che purtuttavia egli aveva chiuso con i chiavistelli dei suoi digiuni e delle sue elemosine. Tutte le altre precauzioni sono dunque inutili, quando rimane in noi qualche apertura attraverso la quale il nemico possa entrare… dalla breccia di una sola colpa…” (S. Gregorio Magno).
 
 
Il pubblicano invece non osa neanche ad alzare lo sguardo, posato invece sulla terra che definisce la verità su se stesso. Il testo greco suggerisce che egli non si sentiva semplicemente un peccatore, ma il peccatore. Non ha null’altro in cui confidare se non la misericordia di Dio. La mano tesa a percuotersi il cuore dal quale sgorga ogni malvagità, per spezzettarlo e farne un cuore contrito ed umiliato. “Dio ascoltò il gemito del pubblicano e, giustificandolo, mostrò a tutti che egli si lascia sempre piegare se gli chiediamo il perdono delle colpe con gemiti e lacrime” (Tropario della Domenica detta del Fariseo e Pubblicano). Isacco il Siro scrisse nel sesto secolo: “Non dire mai che Dio è giusto. Se lo fosse, saresti all’inferno. Confida solo nella sua ingiustizia, che è misericordia, amore, perdono”. Il pubblicano ha sperato contro ogni speranza come Abramo, che non si fermò di fronte alla sua sterilità, ma credette a Colui che aveva promesso l’impossibile, e questo gli fu accreditato come giustizia. La folle ingiustizia divina, la misericordia che non ha riscontro in nessun codice umano, giustifica l’ingiustificabile. “Rendi degni della tua beatitudine coloro che per te si trovano mendicanti di spirito…. L’umiltà guadagna la giustizia proprio con l’estrema indigenza di questa: anche noi possiamo acquisirla!” (Tropario).
 
 
Nel pubblicano, peccatore pubblico e reietto, rinveniamo le sembianze del Signore Gesù, l’esatto opposto del Fariseo: Lui non è mai rivolto verso se stesso, ma perennemente rivolto verso il seno del Padre (“eis ton kolpon”, Gv 1,18). La sua confidenza nel Padre lo ha spinto sino all’audacia. Sulla Croce Gesù ha gridato implorando perdono per tutti noi; è sceso all’ultimo posto, nel buio di morte di ogni pubblicano, “a distanza” – e che distanza… – sino a sentire l’abbandono del Padre, e così dare una voce umiliata a tutti noi innalzati nella menzogna e per questo umiliati nella morte. Gesù si è fatto pubblicano tra i pubblicani, disprezzato dai religiosi e clericali come dagli agnostici e laicisti ad oltranza: nella penombra non si vede bene e non si comprende che, in Gesù, la stessa struttura del Tempio risulta rovesciata, esattamente come canta la Vergine Maria nel Magnificat. Il Santo dei Santi non si trova più laddove il fariseo si era inoltrato a presentare la propria pretesa giustizia. Il cuore del Tempio, le viscere di misericordia di Dio, sono precipitate laddove è sceso Cristo, accanto al pubblicano umiliato e cosìesaltato sino all’intimità con il Padre. 
 
 
Nell’attitudine del Pubblicano si riscontrano i tratti di chi ha percorso un cammino di fede e conversione attraverso la discesa dei vari gradini dell’umiltà che portano alle acque della piscina battesimale. Nella sua preghiera umile perchè umiliata dalla scoperta della propria realtà, e contrita nell’accettare d’essere un povero peccatore, lo vediamo pronto ad immergersi nella viscere della misericordia rigeneratrice. Il pubblicano, nell’abisso del suo nulla ha incontrato Cristo sino ad assumerne la stessa confidenza filiale; così anche noi, proprio laddove gli eventi illuminati dalla Parola, dall’insegnamento della Chiesa e dalla Grazia ci hanno umiliato svelandoci la verità, possiamo imparare con Cristo ad abbandonare presunte e inutili autogiustificazioni e a volgere noi stessi al seno misericordoso di Dio.
 
 
“Questa è la sorte di chi confida in se stesso, sarà loro pastore la morte”. Ma sì! Ben venga la morte, la distruzione degli ideali che ci infilzano ai sogni. Che giunga presto la piccola pietruzza a distruggere la statua di quei miserevoli Nabucodonosor che siamo. Il carattere della moglie, la ribellione del figlio o i pantaloni a vita bassa della figlia, quel professore o la vicina di casa. Una malattia, la morte di chi ami di più; anche un terremoto. Tutto ad uccidere il nostro uomo vecchio, per diventare finalmente come il pubblicano, stravolti, impauriti, insicuri, contriti e umiliati, per entrare nella vita nuova sussurrando “Signore pietà di me….. davvero mi ami così?”. Come Pietro che ha imparato a non presumere di se stesso dagli eventi che ha vissuto, sino alle lacrime, sino all’incontro decisivo con la misericordia fatta carne nello sguardo del Signore risorto sulle sponde del Mare di Galilea. 
 
 
Pregare, andare al tempio, fare sacrifici, essere impegnati nelle attività parrocchiali, la stessa filantropia volontaristica infatti non bastano, anzi. La domanda di Grazia d’un condannato a morte. Se non è questo, la nostra preghiera, la nostra relazione con Dio, resterà vuota, non varcherà la soglia delle nostre labbra e rimbalzerà sul soffitto ricadendoci addosso. Chi ha conosciuto la misericordia di Dio, chi è tornato a casa giustificato, risuscitato ad una vita giusta, santa, conforme alla volontà di Dio, ha imparato a guardare le cose secondo un criterio nuovo, opposto a quello della carne, fosse anche carne religiosa. Un pubblicano giustificato entra nel Tempio e si volge subito al fondo, certo di incontrarvi il Servo di Yahwè, il Buon Pastore alla ricerca della pecora perduta, e con Lui ogni uomo. Il Pubblicano che ha conosciuto la giustificazione vive ogni relazione in modo nuovo, da umiliato graziato: nel marito, nella moglie, nei figli, nei fratelli cerca l’indigente peccatore in attesa di misericordia, il condannato in attesa di un’impensabile grazia. Non guarda alla pretesa giustizia di chi gli è accanto, non si ferma a contestarla in sterili polemiche per averla vinta, va diritto al cuore umiliato, intercetta il dolore profondo che si nasconde, spesso, dietro a tanta tronfia sicurezza. Sa che la situazione nella quale giace ad esempio suo figlio – di fallimento, solitudine, dolore – è esattamente quella giusta per conoscere la giustificazione; non si attarda a discutere con lui, ma scende in quella “distanza” che è stata ed è anche la sua, e, con Cristo ed in Lui, si fa voce all’umiliazione di suo figlio, lo aiuta a implorare misericordia, lo ama umiliandosi con lui. Il Pubblicano giustificato va oltre l’apparenza, il Tempio della vita e della storia è, ai suoi occhi, un’architettura diversa da quella che la sapienza mondana e carnale suggerisce. Il Pubblicano che ha conosciuto la misericordia gratuita di Dio non si allontana dal fondo della storia, perchè sa che solo lì può davvero incontrare i fratelli, perchè è “a distanza” dall’apparenza che Dio scende a cercare ogni uomo. 
 
 
Condannato a morte tra i condannati a morte, in attesa della medesima Grazia: così il cristiano nel mondo, così la Chiesa a far risplendere la Luce delle Genti, la misericordia giustificatrice di Dio, negli angoli più fetidi della terra. E da quella “distanza” da Dio, accompagnare ogni uomo nel “ritorno a casa giustificato”: chi ha incontrato la giustificazione gratuita vedrà la sua “casa”, la sua famiglia, la sua vita, trasformata nello stesso Tempio dove ha incontrato la misericordia. Tutto diviene luogo di prossimità perchè laddove e abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. La Chiesa e ciascuno di noi esiste, si sveglia ogni mattina, perchè si compia questo mistero di perdono, perchè ogni uomo incontri viscere di misericordia dove essere accolto e giustificato. 
 
 
Per questo è necessario che la Chiesa innanzi tutto si ponga a pregare “a distanza”, scenda nella verità, che ciascuno di noi viva nell’umiliazione che apre alla conversione. Un grande monaco della Chiesa Orientale, Silvano del Monte Athos lo aveva compreso bene: “Signore, vedi che i demoni mi impediscono di pregare con uno spirito puro. Ispirami ciò che devo fare perché i demoni mi lascino in pace”. E nell’anima il Signore gli risponde: “Le anime orgogliose soffrono sempre a causa dei demoni”. “Signore, insegnami che cosa devo fare perché la mia anima diventi umile”. E di nuovo, nel suo cuore, riceve questa risposta: “Tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!”. E subito comincia a mettere in pratica quella parola. Trova la pace, e lo Spirito gli testimonia la sua salvezza”(Vita di San Silvano del Monte Athos narrata dal suo discepolo, l’archimandrita Sofronio). Accettare le conseguenze amare del nostro peccato, lo struggimento e la nostalgia della pace, il dolore per il male commesso verso chi ci è vicino, questo è rimanere all’inferno e non disperare. E dal fondo della verità più aspra attendere con speranza la Verità che giustifica.
 
 
 
 
Uomo, fratello mio -chiunque tu sia, per quanto grande sia il tuo peccato, per quanto oscura sia la tua tenebra – tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!
 
 
 
Fratello, se vedi il tuo peccato
sei più grande di chi risuscita i morti!
Quando guardi gli uomini, di’ nel tuo cuore:
tutti saranno salvati, io solo sarò dannato.
Se pensi all’inferno, credi che esso esiste
ma solo per te che sei peccatore.
Tieni il tuo spirito agli inferi
e non disperare mai dell’amore di Dio.
Se pensi di andare all’inferno
sappi che anche là
potrai sempre cantare l’amore di Dio.
Se il tuo Signore è asceso in alto
egli è pure disceso in basso, agli inferi.
Se il tuo Signore ha preso l’ultimo posto
tu non potrai mai rubarglielo.
Se scenderai agli inferi, 
troverai il Signore, 
se salirai nei cieli, egli ti attende.
Da quel giorno, da quell’alba pasquale
il Tabor e il Golgota sono un unico monte!
 
 
 
 
 
 
APPROFONDIMENTI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Moralia, 76
 
Una breccia aperta
Con quale attitudine il fariseo, che saliva al Tempio per farvi la sua preghiera, e aveva fortificato la cittadella della sua anima, si disponeva a digiunare due volte la settimana e pagare le decime di quanto possedeva. Dicendo « O Dio, ti ringrazio » , è ben chiaro che aveva messo in atto tutte le precauzioni immaginabili per premunirsi. Ma lascia una breccia aperta ed esposta al suo nemico aggiungendo : « Che non sono come questo pubblicano ». Così, con la vanità, ha concesso al suo nemico di poter entrare nella città del suo cuore, che purtuttavia egli aveva chiuso con i chiavistelli dei suoi digiuni e delle sue elemosine.
Tutte le altre precauzioni sono dunque inutili, quando rimane in noi qualche apertura attraverso la quale il nemico possa entrare… Questo fariseo aveva vinto la gola con l’astinenza ; aveva superato l’avarizia con la generosità… Ma quanti sforzi in vista di questa vittoria sono stati annientati da un solo vizio ? dalla breccia di una sola colpa ?
Per questo, bisogna non soltanto pensare a praticare il bene, ma anche vegliare con cura sui nostri pensieri, per tenerli puri nelle nostre opere buone. Perché se sono fonte di vanità o di superbia nel nostro cuore, combattiamo allora soltanto per vana gloria, e non per la gloria del nostro Creatore.
 
 
 
 
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
Ep 3, 713 ; 2, 277 in Buona Giornata
 
« Abbi pietà di me peccatore »
È capitale che tu insista su quello che è la base della santità e il fondamento della bontà, cioè la virtù per la quale Gesù si è presentato esplicitamente come modello : l’umiltà (Mt 11,29), l’umiltà interiore, più dell’umiltà esteriore. Riconosci quello che sei realmente : un nulla, miserabilissimo, debole, impastato di difetti, capace di cambiare il bene in male, di abbandonare il bene per il male, di attribuirti il bene e di giustificarti nel male, e per amore del male, di disprezzare Colui che è il bene supremo.
Non andare mai a letto senza aver prima esaminato in coscienza come hai passato la tua giornata. Rivolgi tutti i tuoi pensieri verso il Signore, e consacragli la tua persona e tutti i cristiani. Poi offri alla sua gloria il riposo che stai per prendere, senza mai dimenticare il tuo angelo custode, che sta in permanenza accanto a te.
 

Due tipi di uomini

 


Di seguito i testi della liturgia di oggi, 9 marzo,
III SETTIMANA DI QUARESIMA – SABATO
con un pensiero di meditazione.
 
Antifona d’Ingresso  Sal 102,2-3 
Anima mia, benedici il Signore,
non dimenticare tanti suoi benefici:
egli perdona tutte le tue colpe.
 

Colletta
O Dio, nostro Padre, che nella celebrazione della Quaresima ci fai pregustare la gioia della Pasqua, donaci di approfondire e vivere i misteri della redenzione per godere la pienezza dei suoi frutti. Per il nostro Signore…

  
 

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura   Os 6, 1-6Voglio l’amore e non il sacrificio.

Dal libro del profeta Osèa«Venite, ritorniamo al Signore:
egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
Dopo due giorni ci ridarà la vita
e il terzo ci farà rialzare,
e noi vivremo alla sua presenza.
Affrettiamoci a conoscere il Signore,
la sua venuta è sicura come l’aurora.
Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
come la pioggia di primavera che feconda la terra».
Che dovrò fare per te, Èfraim,
che dovrò fare per te, Giuda?
Il vostro amore è come una nube del mattino,
come la rugiada che all’alba svanisce.
Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca
e il mio giudizio sorge come la luce:
poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocàusti. 

Salmo Responsoriale   Dal Salmo 50
Voglio l’amore e non il sacrificio.Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Tu non gradisci il sacrificio;
se offro olocàusti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.

Nella tua bontà fa’ grazia a Sion,
ricostruisci le mura di Gerusalemme.
Allora gradirai i sacrifici legittimi,
l’olocàusto e l’intera oblazione. 

Canto al Vangelo   Sal 94,8 
Gloria e lode a te, o Cristo!

Oggi non indurite il vostro cuore,
ma ascoltate la voce del Signore.
Gloria e lode a te, o Cristo!
Vangelo   Lc 18, 9-14Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, a differenza del fariseo.

Dal vangelo secondo LucaIn quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Parola del Signore.

* * * 

Lettura

Il brano del Vangelo di Luca è inserito in un capitolo nel quale Gesù indica le condizioni per entrare nel regno di Dio: la preghiera insistente (Lc 18,1-8) e umile (Lc 18,9-14), la semplicità dei bambini (Lc 18,15-17), il distacco dai beni terreni (Lc 18,18-27), la fede del cieco che si rivolge a Cristo per riavere la vita (Lc 35-43). La parabola contrappone non solo due persone o due gruppi sociali, ma due mentalità, due comportamenti spirituali, due modi di pregare e di vivere il proprio rapporto, sia nei confronti di Dio che nei confronti del prossimo. Solo chi ha un rapporto improntato all’umiltà sarà giustificato da Dio. 
Meditazione
Nella parabola lucana, Gesù descrive due personaggi. Il fariseo è un esponente del gruppo più impegnato religiosamente, che osserva con maggior dedizione e zelo la Legge, fin nei minimi particolari, ed è un assiduo frequentatore dei luoghi di culto. L’esattore delle tasse, invece, è considerato un traditore della patria, asservito all’oppressore romano. Gesù dimostra come questa opinione comunemente condivisa era superficiale e falsa. Il fariseo, che si ritiene giusto, che si presenta in piena regola con Dio e con gli uomini, verso i quali sembra che non abbia nulla da rimproverarsi, torna a casa sua non giustificato. Il suo errore non è nelle opere buone che compie, ma nell’atteggiamento presuntuoso con cui le fa, nel modo di impostare la sua vita spirituale di fronte a Dio e agli altri, che giudica sbrigativamente come ladri, ingiusti, adulteri (Lc 18,11). La preghiera del fariseo è un rendimento di grazie solo apparente. Il soggetto è il suo “io” e non Dio. Il pubblicano, invece, è consapevole delle sue colpe e sa di non avere meriti nei confronti di Dio e di non poter rivendicare una onorabilità! Non presenta i suoi meriti, ma confessa i suoi peccati; non ringrazia, ma chiede grazia. Si presenta a Dio con un atteggiamento umile non per offrire dei doni, ma per chiedere misericordia, non con le mani colme di regali, ma a mani vuote, che gli servono solo per battersi il petto. Questa parabola ci offre non solo un insegnamento sul modo di pregare, ma va al cuore del messaggio cristiano secondo il quale la nostra salvezza non scaturisce dall’osservanza scrupolosa della Legge, ma dalla fede, che è un dono di Dio e che esige come risposta la nostra conversione e il nostro impegno, come frutto di un amore riconoscente per il perdono di Dio. 
Preghiera
«Tu ci sei necessario, o Signore, o Redentore nostro, per scoprire la miseria morale e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono» (Paolo VI). 
Agire
Nella preghiera chiederò perdono a Dio e farò un atto di umiltà, considerando gli altri superiori a me stesso.
Meditazione del giorno a cura di monsignor Michele Pennisi, arcivescovo eletto di Monreale, tratta dal mensile “Messa Meditazione”, per gentile concessione di Edizioni ART. Per abbonamenti: info@edizioniart.it