Vizi capitali (3) Lussuria.

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Vizi capitali (3) Lussuria.

Dall’adultera a Dante, sguardo sulla lussuria.

Impossibile da sottovalutare, la lussuria è anche il più sopravvalutato tra i vizi capitali. Si pensa al peccato ed è lì che si va a parare, in quell’abbraccio impuro, come se il de sexto racchiudesse in sé tutti i comandamenti e tutte le trasgressioni. Un’insistenza tanto maniacale, in effetti, fa comodo a molti. A chi da fantasie e pratiche sessuali sempre più sfrenate trae guadagni ragguardevoli (la gamma è inesauribile, va dal sadomaso consolatorio delle Cinquanta sfumature fino ai supermarket del porno attivissimi nei bassifondi del web), ma anche a chi di certi argomenti preferisce non parlare, alternando nel caso eufemismi scandalizzati e generici moralismi.

Il punto, però, è che il discorso sul corpo non ammette silenzi e laddove si genera un vuoto – di significato, oltre che di esperienza – è fatale che quel vuoto venga colmato con il primo materiale a disposizione, non importa quanto scadente.

In quanto vizio, la lussuria resta condannabile: su questo non si discute. Sarebbe però più onesto smettere di imputare alla lussuria stessa ogni desiderio, ogni trasporto della sessualità. La quale, sino a prova contraria, appartiene alla struttura più intima e autentica dell’essere umano.

Non si capirebbe, altrimenti, perché Dante cada «come corpo morto cade» a sentire il racconto della sventurata passione di Paolo e Francesca. Né si apprezzerebbe l’atteggiamento che Gesù stesso tiene nei confronti di chi «ha molto amato». Il giudizio sull’adultera è più clemente di quello riservato ai persecutori della donna, la generosità della peccatrice tradizionalmente identificata nella Maddalena attira più benevolenza della parsimonia di Simone il fariseo. La lussuria può distruggere, è vero. Ma prima che la sua fiamma si consumi resta sempre qualcosa da salvare e, forse, da ammirare.

Alessandro Zaccuri, Avvenire 27 luglio 2015

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La chiesa altrove di Paolo Dall’Oglio.

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SPERARE PER TUTTI

La chiesa altrove di Paolo Dall’Oglio

Papa Francesco ha lanciato un accorato appello per la liberazione del gesuita padre Paolo Dall’Oglio, rapito due anni fa in Siria. Qui il video dell’intervista che padre Paolo ha rilasciato prima del suo rapimento al programma Rai “La Grande Storia”, nella puntata “La Chiesa altrove” di Maite Carpio.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3aeb1f61-0975-4700-bbf8-0432b4abc3e5.html?iframe

“La Grande Storia”, nella puntata “La Chiesa altrove” di Maite Carpio.

Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario

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Accanto alla zizzania per salvarla.

Inno (CFC)

Nel nuovo giorno che sorge
noi siamo innanzi a te,
lodando il tuo nome o Padre,
la nostra alba si volge
alla fonte nascosta
della tua luce.

Nel pieno giorno che splende
noi siamo innanzi a te,
o sole che ci avvogi;
l’universo ti canta
e lo spirito in noi
continua l’inno.

Se su noi l’ombra discende
noi siamo innanzi a te,
viventi al tuo silenzio;
ma in noi il canto
rinasce in risposta d’amor
alla tua presenza.

Commission Francophone Cistercienne

(da “Messa e Preghiera Quotidiana”, a cura di fratel MichaelDavide, Luglio 2015, EDB)

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Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario

 
Accanto alla zizzania per salvarla
 
 
αποφθεγμα Apoftegma
 
“Ecclesia… Sancta simul et semper purificanda, 
poenitentiam et renovationem continuo prosequitur”, 
è nello stesso tempo santa e ha bisogno, per essere santa, 
di purificazione e cammina sulla strada continua della penitenza, 
che è sempre la sua strada, 
e così trova sempre il rinnovo, sempre necessario.
La Chiesa del Signore, 
che è venuto a cercare i peccatori e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, 
non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, 
ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano.
 
Card. Joseph Ratzinger  
 

La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l’identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, dove si trovano gomito a gomito con la “zizzania”, con i “figli del maligno”. E qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente e religiosamente scorrettissimi: esistono i figli del demonio. Cioè, coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Sono assassini, e cercano di uccidere Cristo. Intorno a noi c’è il male perché esiste il demonio che, come annuncia l’Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci cioè rinunciare alla primogenitura, all’immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l’evidente ragionevolezza della lotta all’ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l’episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: “chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?”. Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?” (Mt. 26, 52-54). Gesù sapeva infatti che quella “spada” era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. Per Lui, l’unico “seme buono” che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l’unica “terra buona”. Gesù sapeva che “proprio per quello era giunto a quell’ora”, perché “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il “seme buono”: con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i “figli del Regno”, perché “completassero in loro quello che sarebbe mancato alla sua Passione” in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. Sul Golgota era scesa, violenta la “spada” che doveva colpire e purificare il mondo giunto al “colmo delle sue malvagità”. 
Ma il Golgota è preparato anche per noi, “figli del Regno” rinati dall’acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla “spada”. Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, “ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!” (1 Cor 6,4). Per questo, anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l’onore, con l’inganno ci ruberanno quello che ci appartiene; perfino quelli di casa saranno i nostri nemici, e poi gli amici, i colleghi, i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media; esattamente come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. Il mondo sceglierà ancora Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. Gli aborti si moltiplicheranno, con i divorzi, le guerre e gli abomini. La “spada” giungerà ancora sulla terra, e colpirà i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l’unico spazio che s’era aperto tra le nuvole, e cadde proprio sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E’ il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. La misericordia di Dio, infatti, ci ha “seminati nel campo” per “fiorire e fruttificare”: è un immagine profetica del battesimo, “per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza… Ma proprio perché scampati alla “spada” solo per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare e a testimoniare a tutti la stessa misericordia, prendendo su di noi i colpi della “spada”, nella consapevolezza che “la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico” che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo. Fratelli, con questa parabola il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, per vivere intimamente uniti a Cristo. Mentre il mondo sradica ciò che secondo il suo pensiero avvelenato è zizzania, la Chiesa ama, sino alla fine. Anche oggi siamo inviati a non opporre resistenza “ai figli del maligno”; sì, non andrai a sradicare tuo figlio, né tuo marito, nessuno. Ma dovremo essere profondamente uniti al nostro Sposo, ascoltando la sua voce, nutrendoci della sua stessa vita, perché è l’unico modo per “crescere” nella fede e nell’amore accanto alla zizzania che “cresce” nell’idolatria e nel male, nell’attesa della “mietitura”: “Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” ” (Benedetto XVI). Non scandalizzatevi, ma accogliete oggi questo “paradosso divino”: il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla “fine del mondo”, per dare, cioè, occasione di convertirsi ai “figli del maligno seminati dal diavolo”. Perché, sino all’ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell’amore impresso nei fratelli di Cristo. I figli del regno, infatti, sono come il miele per le api, come la dolcezza dell’amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L’amore infinito che sperimentiamo nella comunità cristiana è come miele che cola dall’arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante che ci è donato. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante.

QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI


L’ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,36-43)
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

Il Vangelo del giorno

Enzo Bianchi Nutrire il pianeta è prendersi cura di tutti.

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Nutrire il pianeta è prendersi cura di tutti.

Magritte, Il futuro, 1936.

Magritte, Il futuro, 1936

Enzo Bianchi Nutrire il pianeta è prendersi cura di tutti


Luoghi dell’infinito, 
giugno 2015
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Nel libro della Genesi, al momento di creare l’umano Dio dice:” Facciamo l’umano a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Gen 1,26).
Poi, dopo la famosa affermazione: “E Dio creò l’umano a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27), si torna a ribadire: “Dio li benedisse e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra’” (Gen 1,28). Ma di quale dominio si tratta? Subito dopo, infatti, sta scritto: “Dio disse: ‘Ecco, io vi do ogni erba che produce seme su tutta la terra e ogni albero il cui frutto produce seme: saranno il vostro cibo’” (Gen 1,29). Parallelamente, agli animali della terra e del cielo Dio “dà come cibo ogni erba verde” (cf. Gen 1,30), la verdura. L’uomo dunque sarà solo pastore, non predatore. Vegetariano, rispetterà gli animali, sui quali dovrà sì dominare, ma con dolcezza, senza essere mai per loro una minaccia, né dare loro la morte.
È la catastrofe del diluvio (cf. Gen 6,5-8,14) che segna un cambio di comportamento. Proprio perché gli esseri umani si sono mostrati violenti come Caino, che si era spinto fino all’uccisione del fratello, allora Dio, tenendo conto di tale violenza, consente a che l’uomo si nutra anche di animali, nella speranza che almeno cessi la violenza dell’uomo sull’uomo. Dio afferma: “Quanto si muove sulla terra e tutti i pesci del mare sono dati in vostro potere. Ogni essere che si muove e ha vita vi servirà di cibo” (Gen 9,2-3). Ma significativamente pone un preciso limite: “Soltanto, non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue” (Gen 9,4). È un chiaro segno della necessità di rispettare la vita: bere il sangue dell’animale è incorporare in sé la sua vita, e ciò non è possibile, è oltre il limite! Queste regole non sono meramente alimentari, ma vogliono indicare un comportamento etico dell’uomo verso i suoi simili, un cammino di pace e di convivialità, come il testo precisa con grande sapienza: “Del vostro sangue, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gen 9,5).
Dio fa dunque questo dono di creature buone e salutari, un dono che certo chiede all’uomo responsabilità, consapevolezza di ciò che mangia, rispetto per il cibo e condivisione, perché tutte le creature sono destinate a tutta l’umanità, non ad alcuni privilegiati o “rapinatori”. Tutti gli alimenti sono “salutari, portatori di salute e di salvezza” (cf. Sap 1,14), tutte le creature sono giudicate da Dio molto belle e buone (cf. Gen 1,31), tutte addirittura hanno una voce (“nihil sine voce est”: 1Cor 14,10), cioè compongono un’orchestra che canta e suona una musica che oggi non sappiamo ascoltare, ma che ascolteremo in un giorno al di là dei giorni. In virtù di tutto questo, un epigono dell’Apostolo Paolo rimprovera così i cristiani rigoristi, ascetici: “Perché … lasciarvi imporre precetti quali: ‘Non prendere, non gustare, non toccare’? Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo” (Col 2,20-23).
Allora potremmo dire che l’intenzione di Dio, il Donatore di ogni cosa bella e buona, non è stata compresa fino in fondo dagli umani: ben presto infatti hanno introdotto sul cibo le categorie del puro e dell’impuro, hanno giudicato alcuni cibi salutari e altri maledetti, finendo per innalzare muri di separazione che impedivano il pasto come azione comune, come gesto di accoglienza e di partecipazione condivisa. Così il bisogno di identità e di differenza dagli altri, all’origine motivato da un desiderio di appartenenza al Signore in risposta a un suo comandamento – “Sarete separati per me, poiché io, il Signore, sono separato e vi ho separato dagli altri popoli, perché siate miei” (Lv 20,26) – in epoca post-esilica divenne una vera e propria ossessione, quando la lettura della Torah, della Legge, finì per essere interpretata come principio di separazione all’interno dello stesso Israele (cf. Ne 13,3). L’impurità fu intesa anche a livello genealogico, al punto che non solo gli alimenti ma anche le persone furono giudicate pure (i giudei) e impure (i gojim, i samaritani…). Così l’identità dei credenti era cercata in norme sui cibi e, di conseguenza, nell’esclusione dalla propria tavola di chi non seguiva tali norme: i pagani, i peccatori pubblici, gli uomini e le donne ritenuti indegni di stare a tavola con quanti si consideravano gli unici degni di esseri definiti figli di Dio, orgogliosamente distinti da quelli che erano pubblicamente impuri, a causa della loro non osservanza della Legge. Il pasto divenne progressivamente sempre di più un luogo di esclusione, di separazione. I rabbini precisavano con crescente minuzia le prescrizioni riguardo ai pasti; i farisei, volendosi interpreti della Legge e amando la Legge più del Legislatore, erano attentissimi alle regole dietetiche e alle frequentazioni conviviali; i letteralisti, gli osservanti ascetici con il loro rigorismo e la loro predicazione intransigente mettevano in guardia i credenti da ogni mescolanza con i costumi dei gojim.
È in questa situazione culturale e religiosa che si colloca e potremmo dire “irrompe” il rabbi di Galilea, l’ebreo Gesù di Nazaret, il quale mostra ben presto un comportamento “altro” rispetto a quelli degli uomini religiosi e delle autorità giudaiche. Proprio nel suo stare a tavola, andare a tavola, accettare l’invito a tavola opera una rottura, uno strappo con l’etica religiosa dominante. Gesù giudica la separazione tra puro e impuro come una barriera che deve cadere, in vista della comunione umana, e per questo – anche correggendo la Legge, ma nell’ottica di cogliere l’intenzione più profonda e originaria del Legislatore, di Dio, cioè l’amore per l’uomo – abbatte le frontiere con l’altro, con lo straniero, con l’impuro, con il peccatore. Occorre tenere presente che quello del cibo e della commensalità era un tema bruciante per gli ebrei del tempo di Gesù, e conosciamo dagli Atti degli apostoli le resistenze opposte persino da Pietro e dagli altri Undici alle aperture di Paolo su tale argomento. La condivisione della tavola con cristiani di origine pagana, non giudei, faceva problema a Pietro, che peraltro aveva beneficiato di una visione e di una voce dal cielo che gli aveva detto di recarsi senza temere in casa di Cornelio, un centurione romano convertito alla fede, e di mangiare alla sua tavola (cf. At 10).
Sì, Gesù ha avuto un comportamento in base al quale l’evangelista Marco potrà scrivere: “Dichiarava puri tutti gli alimenti” (Mc 7,19). Egli, infatti, sapeva bene che nulla di ciò che entra nell’uomo lo rende impuro, ma lo rende impuro ciò che di malvagio esce dal suo cuore (cf. Mc 7,18-23)… Ne consegue che parlare di cibo nel Nuovo Testamento e in particolare nei Vangeli significa parlare non tanto di alimenti quanto piuttosto dello stile di Gesù nello stare a tavola, del suo modo di porsi nei confronti del pasto condiviso, sia che altri lo avessero invitato sia che fosse lui stesso a invitare i commensali, fino al segno grande posto nell’ultima cena e poi ancora al pasto preparato per i discepoli sulla riva del lago di Tiberiade dopo la risurrezione.
Ora, tra i diversi testi religiosi dell’antichità, nessuno come la Bibbia parla tanto di cibi e bevande, e nessuno come i quattro vangeli parla tanto di pasti e di banchetti. Gesù è stato totalmente uomo come noi, dunque ha praticato la tavola come ogni essere umano, ma vanno riconosciute una frequenza del suo stare a tavola e un’insistenza su questo tratto della sua persona che vogliono essere portatrici di un messaggio, ben più che semplici attestazioni. Egli, infatti, amava la tavola quale luogo di incontro con gli altri, parlava sovente di tavola e di banchetto per profetizzare la condizione di comunione con Dio e con sé nel Regno, e volle la tavola come luogo che radunasse i suoi discepoli per vivere la sua memoria dopo la sua morte-resurrezione. I vangeli ci raccontano una quindicina di pasti di Gesù – un bel numero per quattro libretti di poche pagine… – e ogni pasto ha una particolarità, è un incontro non ripetibile e un’occasione di annuncio, da parte di Gesù, del regno di Dio veniente. Da essi emergono alcuni tratti decisivi per capire in profondità l’annuncio della buona notizia del regno di Dio e lo stile con cui questo “evangelo” va proclamato.
Gesù desiderava mettersi a tavola e pranzare con le persone con cui entrava in relazione, e proprio per questo si lasciava volentieri invitare da amici e anche da nemici. La presenza di Gesù conferiva alla banalità di ogni pasto un significato più intenso: il pasto diventava un momento forte nella vita, l’accoglienza di una presenza straordinaria. A tavola egli conversava con facilità, stringeva amicizia, accettava le discussioni che vi potevano sorgere (cf. Lc 22,24). Stare a tavola per Gesù era un segno, una parabola vissuta del significato della sua stessa missione: portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori, a chi dal Regno si sentiva escluso e lontano. D’altra parte, non si dimentichi che Gesù ha osservato dei tempi di digiuno (cf. Mt 4,2; Lc 4,2), una pratica che non disprezzava; ha inoltre previsto che i discepoli l’avrebbero praticato quando lo Sposo sarebbe stato loro tolto (cf.Mc 2,20 e par.). Egli però non ha mai imposto esercizi ascetici né vantato penitenze, macerazioni, mortificazioni o sofferenze del corpo. Ha sempre vissuto e insegnato ai suoi compagni una gioiosa libertà. E quando era invitato a pranzo, Gesù restava vigilante, attento, in primis alle persone; cercava di vedere e di non lasciarsi sfuggire qualcosa che potesse esser più urgente della partecipazione a un banchetto.
Sì, con Gesù il cibo riscopre la sua dimensione originaria di “cosa buona” per l’uomo e il pasto la sua verità di luogo per eccellenza della condivisione e dell’accoglienza dell’altro. Non dimentichiamo allora che “nutrire il pianeta” significa innanzitutto prendersi cura degli altri, di tutti gli altri, a cominciare dai più poveri.
Pubblicato su: Luoghi dell’Infinito

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Romena “Dio è un bacio” 17-19 Luglio 2015

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Romena “Dio è un bacio”

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Romena “Dio è un bacio” 17-19 Luglio 2015


Venerdì 17 luglio 2015

Venerdì 17 il percorso di “Dio è un bacio” si aprirà alle 21 con un intervento introduttivo del responsabile della Fraternità di Romena Luigi Verdi cui seguirà (ore 21.30) l’incontro-concerto del chitarrista e scrittore Luca Francioso che porterà in dote le sue atmosfere musicali delicate e la sua grande sensibilità.

Sabato 18 luglio 2015
La mattina di sabato 18 la serie degli interventi sarà aperta alle 10 da Lidia Maggi, teologa e pastora battista, capace con intuizione femminile e sapienza di condurre a un incontro profondo e emozionante con la Bibbia, cui farà seguito (ore 11.30) la testimonianza di Chandra Livia Candiani poetessa di straordinaria sensibilità che ci condurrà tra i suoi versi e tra quelli scritti dai bambini, cui insegna, e ai quali trasmette l’amore per la poesia.
Nel pomeriggio di sabato 18 , alle ore 15.30, Romena incontrerà uno dei più grandi e aperti teologi europei, lo spagnolo Josè Castillo, conosciuto come il “teologo dell’umanizzazione di Dio”. Alle 17.30 toccherà all’autrice e attrice Elisabetta Salvatori che racconterà il suo rapporto con la spiritualità e metterà in scena alcuni racconti e fiabe del suo straordinario repertorio.
La giornata si chiuderà alle 21 in maniera festosa e scoppiettante grazie al concerto del Quartetto Euphoria, quartetto d’archi famoso per le sue parodie in musica (è una sorta di Banda Osiris al femminile).
Domenica 19 luglio 2015
Domenica mattina, per chi vorrà, la sveglia suonerà prestissimo. Alle 5 in punto nei prati di Romena i partecipanti a “Dio è un bacio” guarderanno verso oriente, aldilà dell’Appennino , per attendere l’alba accompagnati ancora dal Quartetto Euphoria, questa volta in versione classica: un lieve tappeto musicale che si intonerà con la musica della natura al risveglio.
Quindi, a partire dalle 9.30, ancora due grandi figure: Shahrzad Houshmand, teologa musulmana che insegna all’università di Roma, fortemente impegnata nel dialogo interreligioso, e, a seguire, Paolo Ricca, teologo e pastore valdese che ha ispirato con i suoi scritti Roberto Benigni per i suoi dieci comandamenti televisivi.
Dulcis in fundo, alle 15 di domenica l’incontro con Moni Ovadia, attore, musicista, drammaturgo, scrittore, un artista straordinario e eclettico, un testimone del presente fortemente impegnato sul terreno dei diritti.
La messa delle 17 concluderà il percorso dei tre giorni ma non il capitolo dei grandi incontri di Romena.
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Lectio della Domenica (XVII del Tempo Ordinario)

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COMBONIANUM - Formazione Permanente

Lectio della XVII Domenica del Tempo Ordinario (B)
di Silvano Fausti
Giovanni 6, 1-15

Moltiplicazione dei pani

1. Messaggio nel contesto

“Da dove compreremo pane?”, chiede Gesù a Filippo. “Da dove” indica l’origine, la natura. Si tratta di un pane che il discepolo ancora non conosce, come la samaritana non sa da dove viene l’acqua (cf. 4,11), Nicodemo da dove viene il vento (cf. 3,8) e il maestro di tavola da dove viene il vino (cf. 2,9). È un pane che, a differenza dell’altro, si mangia senza denaro e senza spesa (cf. Is 55, 1ss), che sazia e fa vivere.

Abbiamo visto che la Parola, diventata carne (c. 1), rinnova alleanza e tempio (c. 2), fa nascere dall’alto (c. 3) e offre l’acqua (c. 4) che fa camminare nella libertà del Figlio (c. 5). Ora ci rivela da dove viene e qual è il pane che mantiene quest’esistenza nuova, in cui si beve…

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