Sant’Andrea Apostolo

Il Vangelo del giorno

30 Novembre. Sant’Andrea Apostolo

αποφθεγμα Apoftegma

Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo
e divenuta adorna delle sue membra,
come fossero perle preziose.
Prima che il Signore salisse su di te,
tu incutevi un timore terreno.
Ora invece, dotata di un amore celeste,
sei ricevuta come un dono.
I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi,
quanti regali tu tieni preparati.
Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te,
perché anche tu mi riceva esultante
come discepolo di colui che fu sospeso a te
O Croce beata, che ricevesti la maestà
e la bellezza delle membra del Signore!
Prendimi e portami lontano dagli uomini
e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo
mi riceva chi per te mi ha redento.
Salve, o Croce; sì, salve davvero!

Passione di Sant’Andrea

 



 
L’ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Mt 4,18-22

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedeo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono.

Liberati dalla rete per gettare la vita come una rete

Sono tante le “reti” con le quali ogni giorno cerchiamo di guadagnarci da vivere. Le gettiamo sperando di pescare un branco di amici, di quelli che ci potrebbero saziare d’affetto, stima e comprensione. Ma troppo spesso ne restiamo impigliati. La rete, non si chiama così quel pozzo senza fondo che, attraverso lo schermo di un computer, ci afferra nell’illusione d’essere in contatto col mondo intero e di farci un mondo di amici che ci seguano? Internet, la rete, una piroetta virtuale che sfiora la realtà senza viverla, anche se dicono che ci fanno le rivoluzioni. Social networks, chat, video e notizie, sono le maglie di una rete che rapisce il cuore, sottrae il tempo, evapora i profili, scolora le relazioni in una menzogna travestita di vuota pienezza. Giovani e meno giovani come pesci indifesi, pescati e sottratti all’acqua autentica della volontà divina. Sempre connessi, è il mantra ripetuto ovunque, perché la rete ci insegue con il wifi che si insinua nei computer di casa, nei portatili, nei tablet e negli smartphone, sempre più piccoli, sempre più veloci, sempre con noi. Sempre connessi per dimenticare d’essere disconnessi dal vero, dal bello e dal buono, l’essenziale che ci fa vivi, felici e realizzati. Sempre connessi eppure profondamente soli, con il cuore che naviga lontano da Cristo, scappando dalla Croce, l’unico Link autentico che connette alla vita piena che non si corrompe, come tralci staccati dalla vite. Viviamo, soprattutto i più giovani, definiti ormai come i “nativi digitali”, nell’illusione che basti un click per parlare, relazionarsi, amare; un secondo e i desideri sembrano realizzarsi, e tutto il mondo, cose e persone, giungono a portata di mano; immagini e parole prese nella rete, spesso con la violenza della curiosità e della concupiscenza, senza renderci conto d’essere stati “pescati” noi per primi per consumare sempre di più, sempre peggio, accendendo nella carne una compulsione insaziabile che confonde la realtà con il sogno, ed esige da essa l’impossibile. Tutto in un click, dimenticando la fatica e il sudore dell’amore autentico, il sacrificio del donarsi, i chiodi che trafiggono il link eterno, l’amore che non può essere che crocifisso. Il mondo di internet  è, come il mare di Galilea con le sue barche e le sue reti, la metafora della nostra vita affondata nella spirale che ci irretisce mentre ci sforziamo di irretire, come quando buttiamo ore ed energie a sporcare occhi, cuore e mente davanti a un tablet, uno smartphone o un PC. Non a caso i siti in assoluto più visitati sono quelli pornografici… 

Ma, nel fondo di tutto questo “gettare reti e riassettarle”, si cela un unico desiderio, il grido strozzato in gola al termine di giornate avare di pesce e di gioia. Non può nulla neanche nostro “padre”; come quello di Andrea, è sempre lì, accanto a noi, a ricordarci la nostra storia, il passato che, spesso, è un peso che ci distrugge. Ma Gesù “cammina” anche oggi sulle rive del “mare” nel quale cerchiamo vita e felicità: sul corridoio di casa, in ascensore mentre giungiamo in ufficio, sulla metropolitana e in ambulatorio, al supermercato e in classe. Gesù passa e la sua voce mette a tacere ogni altra voce, il suo sguardo fulmina lo schermo del computer, e il suo amore ci attira irresistibilmente a seguirlo, strappandoci dalle maglie della rete. Come accadde ad Andrea, spinto da quelle parole che erano calamite, a “lasciare barca, reti e padre” per “seguire” senza indugio il Signore. Lasciare e seguire, perché è Lui che il cuore di ogni uomo desidera ardentemente, magari cercandolo maldestramente su Google; solo nelle sue parole, infatti, c’è una forza così dirompente da cambiare la vita nello spazio di un istante. Proprio ora, che stiamo rincorrendo sogni e utopie, piaceri virtuali che vorremmo esigere da chi ci è accanto. Passa Gesù a sgonfiare la menzogna che sovrappone illusione alla realtà e ci fa vivere sempre lontano dalla storia, dai pensieri e criteri del coniuge, dalla debolezza dei figli, dai peccati dei colleghi. Da noi stessi. Gesù passa e ci chiama e la sua voce percuote e perfora la pietra del nostro cuore, impegnato in giudizi e mormorazioni, incapace di aprirsi alla verità che ci attende nella realtà. Gesù “vede” Andrea, Giacomo, Simone, Giovanni, tu ed io, e li riconosce: sono i suoi “fratelli”, “chiamati” ad essere “pescatori di uomini” come Lui, che avrebbe gettato  la propria vita come una “rete” nel mare della morte. L’incontro con il Signore e la sua sequela, infatti, portano a compimento la vita di ciascuno. Andrea e gli altri “erano pescatori” e per questo “gettavano le reti in mare”; chiamandoli a seguirlo, Gesù li ha riportati alla vocazione originaria, trasfigurando ogni aspetto della loro esistenza: hanno continuato ad essere pescatori ma nella libertà di chi, pescando, “getta” non più una rete per saziare i propri appetiti, seguendo sogni e chimere servendosi degli altri, ma la sua stessa vita per la salvezza degli “uomini”. Il Signore “chiama” anche noi oggi per trasfigurarci, e volgere all’amore la nostra vita; non dovremo lasciare d’essere quello che siamo, solo accogliere la Parola di Gesù che trasforma quello che siamo in un dono per chiunque. Avvocati, operai, medici e infermieri, professori e studenti, casalinghe e pensionati, mamme e papà, tutti siamo chiamati a vivere quello che facciamo perché siamo amati, istante dopo istante. Chiamati a a seguirlo per imparare ad amare in tutto; a offrire tutto quello che abbiamo messo al servizio della carne, nell’amore che cerca la felicità dell’altro, “lasciando” le reti sulla barca, come un computer abbandonato e disconnesso.

QUI IL COMMENTO COMPLETO
QUI GLI APPROFONDIMENTI

COME UNA GOCCIA DI MIELE
Breve meditazione sul Vangelo del giorno 

[https://www.youtube.com/watch?v=uR4k5K77pq4]


Ma si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, 

vedendolo, guardandolo parlare – chi è che parlava così? 

Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? 

Mai sentite! Mai visto uno così! 

–, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: 

«Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, 

neanche ai miei occhi».

Ma era stato così ovvio nella eccezionalità dell’annuncio, 

che loro hanno portato via quella affermazione
come se fosse una cosa semplice 

– era una cosa semplice! –, 

come se fosse una cosa facile da capire. 

Mons. Luigi Giussani

Una diversa “radicalità” di vita per sconfiggere Daesh

il blog di Costanza Miriano

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di don Andrea Lonardo

Per definizione ciò che è “moderato” non è appassionante.

Noi stiamo dimenticando che i giovani non chiedono semplicemente di essere “moderati” – sia nel senso di avere un controllo che li moderi, sia nel senso dell’essere tali –, ma chiedono piuttosto un motivo valido per dare la vita. Per offrirla per un ideale, così come per donarla ad una nuova creatura, ad un figlio. Meglio ancora a tanti figli. La denatalità è il sintomo evidente di una “moderazione” mortifera. I giovani chiedono di essere “radicali”. Per questo un Islam “moderato” non potrà molto. Non potrà fare molto un Islam che si limiti a dire “not in my name” e non si getti animo e corpo a rimuovere le profonde ingiustizie di tanti paesi musulmani, a partire dall’Arabia Saudita che mortifica le più elementari prospettive di una vita libera. Non andrà molto lontano un Islam moderato che non…

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XI Pellegrinaggio internazionale di Papa Francesco. I viaggi del Pontefice: quattro continenti e 18 Paesi.

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

AFRICA_distanze

(a cura Redazione “Il sismografo”)(Luis Badilla – Francesco Gagliano) Domani, mercoledì 25 novembre, alle ore 7.45, dall’Aeroporto “Leonardo Da Vinci”, il velivolo Alitalia A330 decollerà verso la capitale keniota, Nairobi, e così comincerà l’XI Pellegrinaggio internazionale di Papa Francesco. Sarà  il quarto continente visitato dal Santo Padre e con le tre tappe previste tra il 25 e il 30 del mese – appunto, Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana – i Paesi visitati in questi quasi tre anno di pontificato saranno 18: Brasile, Giordania, Israele, Palestina, Corea del Sud, Albania, Tuchia, Sri Lanka, Filippine, Bosnia Erzegvina, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Cuba, Stati Uniti e Strasburgo (Parlamento Europeo e Consiglio d’Europa).

A Fiumicino il Papa sarà congedato da mons. Gino Reali, vescovo della diocesi in cui si trova l’aerostazione e da altri presuli e autorità civili e militari. Dopo 7 ore e 15 minuti di volo, tempo durante il quale sarà sorvolato…

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Commento al Vangelo della settimana.

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

profeta daniele

Lunedì 23 Novembre >
(Feria – Verde)
Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Dn 1,1-6.8-20   Salmo da Dn 3   Lc 21,1-4:
Vide una vedova povera, che gettava due monetine.
Martedì 24 Novembre >
(Rosso)
Memoria – Santi Andrea Dung-Lac e compagni
Dn 2,31-45   Dn 3   Lc 21,5-11:
Non sarà lasciata pietra su pietra.
Mercoledì 25 Novembre >
(Feria – Verde)
Mercoledì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Dn 5,1-6.13-14.16-17.23-28   Dn 3   Lc 21,12-19:
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Giovedì 26 Novembre >
(Feria – Verde)
Giovedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) Dn 6,12-28   Dn 3   Lc 21,20-28:
Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Venerdì 27 Novembre >
(Feria – Verde)
Venerdì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Dn 7,2-14   Dn 3   Lc 21,29-33:

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se DIO è TUTTO quello che TI E’ RIMASTO allora hai TUTTO quello di cui HAI BISOGNO

non c'è rosa senza spine By GiuMa

leggoerifletto

“…l’uomo, più che di altro, spesso si annoia di Dio.” 

– cardinale Giacomo Biffi

“Quando le gambe gli furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sè e a correre per la stanza; finchè infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare. “

Appena è in grado di reggersi e di camminare, il burattino chiamato a essere figlio cerca di uscire di casa.
Il primo gesto autonomo dell’uomo è quello di allontanarsi dal Padre. 

Gli pesa così tanto l’amore di chi gli ha dato la vita, che il giorno in cui riesce a sottrarvisi, gli può apparire il giorno della raggiunta maturità. Essere adulti significa ai suoi occhi poter far senza finalmente di Dio.
C’è chi ritiene la Chiesa il grande ostacolo alla religione dell’uomo; c’è chi pensa che siano le scelte politiche della Chiesa. 

O i ministri della Chiesa o il mancato adattamento degli…

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Don Mazzi, in discoteca o per strada tutti figli del perdono

«Il perdono – afferma quasi con impeto – ci è essenziale come l’aria. È un modo autenticamente umano di relazionarsi. Dove c’è perdono c’è ascolto, c’é rispetto, ci sono risposte… Noi siamo figli del perdono, non solo come cristiani. Pane e perdono: senza non viviamo. Pane e perdono come nel Padre Nostro».

Don Mazzi, in discoteca o per strada tutti figli del perdono  Avvenire

di Roberto I. Zanini
A vedere e a sentire parlare di perdono don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, viene voglia di abbracciarlo e dopo di lui abbracciare chiunque sia nelle vicinanze. «Il perdono – afferma quasi con impeto – ci è essenziale come l’aria. È un modo autenticamente umano di relazionarsi. Dove c’è perdono c’è ascolto, c’é rispetto, ci sono risposte… Noi siamo figli del perdono, non solo come cristiani. Pane e perdono: senza non viviamo. Pane e perdono come nel Padre Nostro».

Cosa intende per figli del perdono?
«Quanto più i ragazzi che seguo sono violenti o incapaci di entrare in dialogo con la società, tanto più hanno avuto i genitori e le persone con le quali sono cresciuti che non li hanno amati, non hanno asciugato le loro lacrime, li hanno sfruttati… Riusciamo a essere pienamente umani solo se da piccoli siamo stati amati e perdonati e ci hanno insegnato ad amare e perdonare. Per questo, dico che siamo figli del perdono, nel bene e nel male».

Lo insegna il Vangelo…
«Il Signore ci ha insegnato che si perdona di più a chi ha sbagliato di più. Diversamente di quanto accade nel mondo, il cristiano deve perdonare. Non giudicare e perdonare: questo è quello che mi lascia sereno. Solo accogliendo tutti sono in grado di svolgere il mio ruolo di prete delle pecorelle smarrite, di padre».

Ricorda qualcuno in particolare?
«Marco Donat Cattin. Nel 1980 era stato arrestato come militante di Prima linea. Dopo qualche tempo aveva iniziato un difficile percorso in cui l’ho aiutato e per cui sono stato persino minacciato di morte. A un certo punto sentiva forte il desiderio di essere perdonato. Per questo voleva incontrare la vedova del giudice Alessandrini al cui assassinio aveva partecipato nel 1979. Erano iniziati anche i contatti, ma non ha fatto in tempo. È morto nel 1988 investito da una macchina mentre cercava di aiutare un’anziana donna che aveva avuto un incidente… Penso sempre che davanti a Dio un uomo come lui che muore per un gesto così…».

Cosa vuol dire sentirsi perdonati da Dio?
«Ho cominciato a essere credente davvero quando ho capito (ero già prete) che la bontà di Dio è più grande di ogni cosa. Mi sono reso conto che è davvero mio Padre e mi è cambiata la vita: con tutti ho voluto fare il padre che accoglie. Non sarei stato capace di seguire così tanta gente che aveva fatto cose terribili se non avessi capito che io per primo ho bisogno di perdono: e Dio Padre mi perdona. Questo mondo resta travolto dal male perché non vuole il perdono, lo considera un incidente, un optional».

Questo vale anche per fatti come quelli di Parigi?
«Tutti quei giovani che uccidono… e in quel modo. Bisogna capire prima di giudicare. Forse il loro grande errore è che adorano il Dio della Giustizia e diventano giustizieri. Quando capiranno che Dio è il Dio della Misericordia allora qualcosa cambierà anche per loro: del resto il secondo e il terzo appellativo di Allah sono il Misericordioso e il Compassionevole».

La confessione è un sacramento dimenticato?
«La mia esperienza dice di no. Spesso mi capita di confessare nelle discoteche, nella metropolitana, per la strada. L’altra domenica ero a Viterbo e a un certo punto una persona mi ha fermato in piazza e mi ha chiesto di confessarla…».

Allora perché nelle nostre parrocchie ci si confessa poco?
«Perché noi preti dobbiamo chiederci che preti siamo. Credo che se Francesco, anche senza l’abito da Papa, andasse per strada, tanta gente gli chiederebbe la confessione».

E i giovani?
«Forse non frequentano la parrocchia alla domenica, ma tanti vanno a confessarsi in luoghi meno ufficiali. Hanno un modo diverso di vivere la fede. Si pongono le grandi domande e hanno bisogno meno di formule e più di testimonianze vere. Il bisogno di perdono è dentro ognuno di noi, non si può cancellare e io sono ottimista per i giovani».

Hanno ancora il senso del peccato?
«Tradimento, amore, giustizia, violenza, illegalità… Non è vero che i giovani di oggi queste cose non le sentono: non sono peggiori di quelli di ieri. Noi venivano da una società dei precetti, loro vengono da una società che trasgredisce in tutto…».

E quando confessa un giovane che viene da una storia difficile?
«Anziché chiedere quali comandamenti ha trasgredito, chiedo: fino a che punto vuoi bene a tua madre? Alla tua ragazza? Perché le fai piangere? Ecco, bisogna prenderli partendo dalle storie di vita, dalle loro tristi esperienze. Solo così possiamo aiutarli e far loro capire che la violenza e l’odio non sono la giusta risposta all’amore che non hanno ricevuto. La nostra fatica più grossa in comunità è aiutare i ragazzi che vengono da famiglie spezzate, disastrate. È lì che dobbiamo esercitare fino in fondo il nostro essere credenti».

In che modo?
«Ogni caso è a se stante. Abbiamo un ragazzo che ha tentato il suicidio per tre volte: cosa puoi fare con lui se non fargli sentire che è importante? Una volta un ragazzo è venuto da me e mi ha detto in maniera brusca: “Senti, dammi la benedizione che vado a suicidarmi sotto la metropolitana”. Gli ho chiesto perché e mi ha elencato tutti i motivi. L’ho ascoltato. Ho cercato alcune parole per lui. L’ho abbracciato forte, gli ho dato la benedizione che mi chiedeva. A quel punto non potevo più trattenerlo. È andato via e non si è suicidato».

E se si fosse ucciso?
«Sarebbe stato terribile, ma credo che sarei stato sereno perché in quel momento avevo fatto tutto il possibile per lui. Anche a lui ho cercato di insegnare, come a tutti i ragazzi qui da noi, che c’è una vita migliore da vivere perché siamo figli di un Padre che ci ama e ci perdona sempre. Che senso ha non drogarmi più, non giocare più d’azzardo, non essere più anoressico se non ho motivi forti per vivere con gioia. Per questo spero tanto in questo Giubileo della Misericordia».

E il dietro le quinte della tv che lei ha spesso frequentato?
«Ho confessato, ho detto messe, ho fatto battesimi anche di adulti. Tanti sono venuti per chiedere consigli, per cercare il perdono… Questo è il Dio della strada. Non avete idea di cosa significhi una parola giusta detta per strada, al bar, in discoteca. Ognuno dovrebbe farlo con i propri figli. Allora capisci perché il padre del figliol prodigo ha fatto festa. Diceva il cardinale Martini che per essere cristiani bisogna essere un po’ folli, perché si va sempre contro la mentalità corrente. E io dico sempre che non ci si deve mai fermare al primo tempo, perché il primo lo può vincere anche Caino, ma poi il secondo lo vince Abele. Ora siamo nella confusione, ma dobbiamo credere nel secondo tempo. Questa è la fiducia nel Vangelo».
Avvenire

Dio? Dio!

l'ombra esiste solo dove c'è la luce

dio1

Riprendo un appunto che ho pubblicato qualche giorno fa, il 14 novembre, giorno successivo all’attentato di Parigi.

Come si fa a credere in Dio?

Difficile pensare che esista, se permette che vengano effettuate tante atrocità.
Dicono che sia uno, quindi  che il suo nome sia Dio, Jahve,  Allah o qualsiasi altro non ha importanza. 

Dicono che le responsabilità siano solo umane  e che noi  siamo  dotati di libero arbitrio, quindi  liberi di scegliere tra bene e male. Siamo perciò responsabili delle nostre azioni.

Ma che colpa hanno quelle persone che sono oggetto della malvagità di altre persone? Loro non hanno avuto la possibilità di scegliere, hanno solo dovuto subire.


Come fa un Essere perfettissimo a permettere che bimbe che dovrebbero solo pensare ai giochi ed alla scuola vengano  rapite e stuprate, che innocenti debbano subire una morte orrenda per mano di altri “umani” (?), che genitori uccidano i figli e…

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Il fuoco che non si consuma

Il fuoco che non si consuma

Il Vangelo del giorno. 

Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Luca 20, 27-40). Commento audio

Io sono esistito prima che il mondo fosse creato,

e sono esistito dopo che il mondo è stato creato.

Sono colui che è stato tuo aiuto nell’esilio in Egitto,

e sono io che sarò ancora tuo aiuto in ogni generazione.

Targum Neophiti su Gen 3,14-15

αποφθεγμα Apoftegma

Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose,

come nel roveto ardente di Mosè,

è il fuoco dell’amore divino

e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.

San Massimo il Confessore

 

 
L’ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 20,27-40. 

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.

 

Il fuoco che non si consuma

 
Abramo, Isacco, Giacobbe

La risurrezione è certa perché esiste un “altro mondo” che si rivela in coloro che “ne sono giudicati degni”: la vita soprannaturale che in loro si manifesta ne è la garanzia. Un uomo il cui corpo non è più schiavo della concupiscenza, ad esempio, è come una primizia della resurrezione: quel corpo ha già conosciuto qui sulla terra una forza capace di strapparlo alla corruzione, che è sempre figlia dell’inganno demoniaco che mette in discussione l’esistenza amorevole di Dio. Per questo, Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, immagine di tutti quelli che negano la risurrezione, “parlando bene” del “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”; essi sono “vivi” nella storia di salvezza e amore che Dio ha inaugurato con loro e nella quale si è affacciato divenendo l”Emmanuele”, il Dio vivo con loro, sino a farsi carne in suo Figlio. Così Gesù, per annunciare la resurrezione, insegna storia, perché è in essa che Dio si rivela e depone i semi della risurrezione. Al solo nominare i Patriarchi accanto a Dio, Egli ricorda i memoriali legati a ciascuno di loro, le tappe che un ebreo conosceva bene essendo parte della propria storia. Sino a ricondurre i sadducei all’alba della Pasqua, profezia di quella che Lui avrebbe vissuto nella sua morte e risurrezione. Chi poteva avere tanto potere da liberare gli Ebrei, quel manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del Faraone, più potente dei re della terra? La risposta è identica: Io sono colui che sono ha il potere di liberare gli schiavi del Faraone e quelli sottoposti agli angusti confini della carne. Così risale all’alba della Pasqua, al mistero del roveto ardente, immagine della sua vita che non ha subito la corruzione nelle fiamme degli inferi. E qui vi trova la risposta per i sadducei, perché “non osino più” interrogare surrettiziamente per mettere in dubbio il destino di resurrezione che attende ogni uomo. La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; è la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. Come Gesù, che è stato “giudicato degno dell’altro mondo” per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E’ “Signore”, il Kyrios, perché ha amato sino alla fine.

 
Tobia e Sara

I figli di Dio, tu ed io, siamo chiamati a divenire “figli della risurrezione” nel Figlio che ha vinto la morte. I cristiani nei quali la fede ha raggiunto la statura adulta, partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono, già in questo tempo e in questo mondo, “giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti”: sono cittadini della Gerusalemme celeste, della quale spargono nel mondo i segni credibili che chiamino gli uomini alla fede. Nella Chiesa possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo “uguali agli angeli”, già oggi, nella debolezza della carne,  ma non ancora in pienezza: “hanno moglie come se non l’avessero… possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno”. Per questo Gesù dice che “non prendono moglie né marito”: nei peccati abbiamo visto già “passare la scena di questo mondo”, e sappiamo che “il tempo si è fatto breve” come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. Occorre riempirlo di opere che testimonino al mondo la vita eterna, inducendo chi ci è accanto a desiderare di vivere come i cristiani. Essi, infatti, in famiglia come a scuola e al lavoro, nel dolore  e perfino affrontando un cancro, “non possono più morire”; per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano e si impadroniscono voracemente di cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell’illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il “Dio dei vivi” che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come “la donna data in sposa a sette mariti” posta ad esempio dai sadducei. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall’eternità. Egli ha inaugurato per noi l’”ottavo” giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l’esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio.

 

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