Don Mazzi, in discoteca o per strada tutti figli del perdono

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«Il perdono – afferma quasi con impeto – ci è essenziale come l’aria. È un modo autenticamente umano di relazionarsi. Dove c’è perdono c’è ascolto, c’é rispetto, ci sono risposte… Noi siamo figli del perdono, non solo come cristiani. Pane e perdono: senza non viviamo. Pane e perdono come nel Padre Nostro».

Don Mazzi, in discoteca o per strada tutti figli del perdono  Avvenire

di Roberto I. Zanini
A vedere e a sentire parlare di perdono don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, viene voglia di abbracciarlo e dopo di lui abbracciare chiunque sia nelle vicinanze. «Il perdono – afferma quasi con impeto – ci è essenziale come l’aria. È un modo autenticamente umano di relazionarsi. Dove c’è perdono c’è ascolto, c’é rispetto, ci sono risposte… Noi siamo figli del perdono, non solo come cristiani. Pane e perdono: senza non viviamo. Pane e perdono come nel Padre Nostro».

Cosa intende per figli del perdono?
«Quanto più i ragazzi che seguo sono violenti o incapaci di entrare in dialogo con la società, tanto più hanno avuto i genitori e le persone con le quali sono cresciuti che non li hanno amati, non hanno asciugato le loro lacrime, li hanno sfruttati… Riusciamo a essere pienamente umani solo se da piccoli siamo stati amati e perdonati e ci hanno insegnato ad amare e perdonare. Per questo, dico che siamo figli del perdono, nel bene e nel male».

Lo insegna il Vangelo…
«Il Signore ci ha insegnato che si perdona di più a chi ha sbagliato di più. Diversamente di quanto accade nel mondo, il cristiano deve perdonare. Non giudicare e perdonare: questo è quello che mi lascia sereno. Solo accogliendo tutti sono in grado di svolgere il mio ruolo di prete delle pecorelle smarrite, di padre».

Ricorda qualcuno in particolare?
«Marco Donat Cattin. Nel 1980 era stato arrestato come militante di Prima linea. Dopo qualche tempo aveva iniziato un difficile percorso in cui l’ho aiutato e per cui sono stato persino minacciato di morte. A un certo punto sentiva forte il desiderio di essere perdonato. Per questo voleva incontrare la vedova del giudice Alessandrini al cui assassinio aveva partecipato nel 1979. Erano iniziati anche i contatti, ma non ha fatto in tempo. È morto nel 1988 investito da una macchina mentre cercava di aiutare un’anziana donna che aveva avuto un incidente… Penso sempre che davanti a Dio un uomo come lui che muore per un gesto così…».

Cosa vuol dire sentirsi perdonati da Dio?
«Ho cominciato a essere credente davvero quando ho capito (ero già prete) che la bontà di Dio è più grande di ogni cosa. Mi sono reso conto che è davvero mio Padre e mi è cambiata la vita: con tutti ho voluto fare il padre che accoglie. Non sarei stato capace di seguire così tanta gente che aveva fatto cose terribili se non avessi capito che io per primo ho bisogno di perdono: e Dio Padre mi perdona. Questo mondo resta travolto dal male perché non vuole il perdono, lo considera un incidente, un optional».

Questo vale anche per fatti come quelli di Parigi?
«Tutti quei giovani che uccidono… e in quel modo. Bisogna capire prima di giudicare. Forse il loro grande errore è che adorano il Dio della Giustizia e diventano giustizieri. Quando capiranno che Dio è il Dio della Misericordia allora qualcosa cambierà anche per loro: del resto il secondo e il terzo appellativo di Allah sono il Misericordioso e il Compassionevole».

La confessione è un sacramento dimenticato?
«La mia esperienza dice di no. Spesso mi capita di confessare nelle discoteche, nella metropolitana, per la strada. L’altra domenica ero a Viterbo e a un certo punto una persona mi ha fermato in piazza e mi ha chiesto di confessarla…».

Allora perché nelle nostre parrocchie ci si confessa poco?
«Perché noi preti dobbiamo chiederci che preti siamo. Credo che se Francesco, anche senza l’abito da Papa, andasse per strada, tanta gente gli chiederebbe la confessione».

E i giovani?
«Forse non frequentano la parrocchia alla domenica, ma tanti vanno a confessarsi in luoghi meno ufficiali. Hanno un modo diverso di vivere la fede. Si pongono le grandi domande e hanno bisogno meno di formule e più di testimonianze vere. Il bisogno di perdono è dentro ognuno di noi, non si può cancellare e io sono ottimista per i giovani».

Hanno ancora il senso del peccato?
«Tradimento, amore, giustizia, violenza, illegalità… Non è vero che i giovani di oggi queste cose non le sentono: non sono peggiori di quelli di ieri. Noi venivano da una società dei precetti, loro vengono da una società che trasgredisce in tutto…».

E quando confessa un giovane che viene da una storia difficile?
«Anziché chiedere quali comandamenti ha trasgredito, chiedo: fino a che punto vuoi bene a tua madre? Alla tua ragazza? Perché le fai piangere? Ecco, bisogna prenderli partendo dalle storie di vita, dalle loro tristi esperienze. Solo così possiamo aiutarli e far loro capire che la violenza e l’odio non sono la giusta risposta all’amore che non hanno ricevuto. La nostra fatica più grossa in comunità è aiutare i ragazzi che vengono da famiglie spezzate, disastrate. È lì che dobbiamo esercitare fino in fondo il nostro essere credenti».

In che modo?
«Ogni caso è a se stante. Abbiamo un ragazzo che ha tentato il suicidio per tre volte: cosa puoi fare con lui se non fargli sentire che è importante? Una volta un ragazzo è venuto da me e mi ha detto in maniera brusca: “Senti, dammi la benedizione che vado a suicidarmi sotto la metropolitana”. Gli ho chiesto perché e mi ha elencato tutti i motivi. L’ho ascoltato. Ho cercato alcune parole per lui. L’ho abbracciato forte, gli ho dato la benedizione che mi chiedeva. A quel punto non potevo più trattenerlo. È andato via e non si è suicidato».

E se si fosse ucciso?
«Sarebbe stato terribile, ma credo che sarei stato sereno perché in quel momento avevo fatto tutto il possibile per lui. Anche a lui ho cercato di insegnare, come a tutti i ragazzi qui da noi, che c’è una vita migliore da vivere perché siamo figli di un Padre che ci ama e ci perdona sempre. Che senso ha non drogarmi più, non giocare più d’azzardo, non essere più anoressico se non ho motivi forti per vivere con gioia. Per questo spero tanto in questo Giubileo della Misericordia».

E il dietro le quinte della tv che lei ha spesso frequentato?
«Ho confessato, ho detto messe, ho fatto battesimi anche di adulti. Tanti sono venuti per chiedere consigli, per cercare il perdono… Questo è il Dio della strada. Non avete idea di cosa significhi una parola giusta detta per strada, al bar, in discoteca. Ognuno dovrebbe farlo con i propri figli. Allora capisci perché il padre del figliol prodigo ha fatto festa. Diceva il cardinale Martini che per essere cristiani bisogna essere un po’ folli, perché si va sempre contro la mentalità corrente. E io dico sempre che non ci si deve mai fermare al primo tempo, perché il primo lo può vincere anche Caino, ma poi il secondo lo vince Abele. Ora siamo nella confusione, ma dobbiamo credere nel secondo tempo. Questa è la fiducia nel Vangelo».
Avvenire

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