Riflessioni di Natale

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COMBONIANUM - Formazione Permanente

Natal21

QUESTO E’ UN NATALE NUOVO

Sì, si è fatta troppa poesia sul Natale. Si è trasformata l’Incarnazione in un’orgia di consumo. Ma la saturazione del profano, la condanna del pretestuoso, dell’inutile sta diventando una conquista. Anche questo forse è un segno di nuovi tempi. Non è il caso di essere pessimisti. C’è tutta una gioventù cristiana che non ama più commuoversi a Natale. E il povero non si lascia più sedurre dal pacco di Natale. Provate voi a preparare il famoso pranzo per i poveri: certo, il barbone è sempre pronto ad approfittarne; ma perfino il barbone sa che deve mangiare tutto l’anno e non solo a Natale. Anche l’uomo della strada ormai conosce le cifre della vergogna. Lo sanno tutti che ogni anno nel mondo muoiono per fame milioni di uomini….
Allora? Quanti Natali nella tua vita!
Forse cinquanta, forse settanta, ottanta! Duemila Natali! Ma ai Suoi occhi mille…

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Come il volto di un angelo

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26 Dicembre. Santo Stefano protomartire

αποφθεγμα Apoftegma

La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra,

innalzò Stefano dalla terra al cielo.

La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.

Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa,

aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque.

Per mezzo della carità non cedette ai Giudei

che infierivano contro di lui;

per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano.

Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero;

con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.

Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente,

e meritò di avere compagno in cielo 

colui che ebbe in terra persecutore.

San Fulgenzio di Ruspe

 
L’ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 10,17-22


Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.  Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.

Come il volto di un angelo
Oggi, il primo giorno di vita del Signore, ci consegna il primo frutto della sua venuta nella carne: Stefano, deposto con Cristo nella mangiatoia offerta al mondo. Per questo era “diacono”, ovvero immagine compiuta del Servo di Yahwè; nella sua carne era nascosto un frammento della passione di Gesù, perché essa giungesse ai peccatori, reale, visibile, toccabile, afferrabile. Sotto la sassaiola che lo uccideva, Stefano protomartire diveniva il primo sacramento di Cristo, il “segno” offerto al mondo per salvarsi, come la notte di Natale, come la mattina di Pasqua. Stefano, il primo angelo della misericordia, dal quel martirio come un letto d’amore che lo univa a Cristo, risplendeva della luce celeste, perché un suo raggio filtrasse come un’alba di speranza nella notte della disperazione. Verità e Misericordia si abbracciavano in lui, che annunciava parole di fuoco in un volto d’angelo. Come la moltitudine immensa dei martiri che da duemila anni incarnano il Bambino sepolto in una mangiatoia.

Uno dopo l’altro, scorrono oggi i volti d’angelo dei testimoni di Cristo, come quello del beato Martín Martínez Pascual (il sacerdote martire ritratto nella foto sotto): i suoi occhi planavano direttamente dal Cielo per abbracciare gli assassini con le parole dette prima di morire fucilato, identiche a quelle di Gesù e di Stefano: “Io non voglio altro che darvi la mia benedizione affinché Dio non vi prenda in considerazione la pazzia che commettete”. Guardatelo bene anche voi quell’uomo, lasciatevi attirare nel suo sguardo di pace soprannaturale. Guardava i Cieli aperti che Cristo aveva aperto per lui; e da lì, non dal terrore per la morte, fissava gli uomini che lo stavano uccidendo. Di fronte al demonio che lo ghermiva attraverso le mani dei suoi aguzzini, si è lasciato deporre nella mangiatoia per farsi mangiare. Ha seguito le orme del suo Signore, il “Messia che, leone per vincere, si è fatto agnello per soffrire” (S. Vittorino di Pettau). Come siamo chiamati anche noi. Non c’è da “preoccuparci” se la storia ci “consegna” ogni giorno “nelle mani” del mondo. E’ per salvarlo, annunciando il Vangelo della Verità come ha fatto Stefano, e offrendo noi stessi per “dare testimonianza” a Cristo. Per farlo, dobbiamo “guardarci dagli uomini” ma non smettere di guardarli con gli occhi di Cristo perché essi, fissando i cristiani, vedano il loro volto “come quello di un angelo”, di un messaggero credibile del Cielo. Ciò significa “guardarsi” dai compromessi e i legami carnali, per essere liberi di amare nella Verità ogni uomo. E’ difficile, anzi impossibile. Ma come è accaduto in Maria, nella Chiesa, dove impariamo ad essere angeli che contemplano il Cielo per rifletterlo in terra, scende anche su di noi “lo Spirito del Padre nostro” che “parlerà” in noi: nel nostro sguardo, nelle nostre parole, nei gemiti di dolore sotto la pioggia dei peccati del mondo. E dirà: “Padre perdonali, non imputare loro questo peccato”, sono qui offrendomi con il tuo Figlio, perché coloro che mi stanno uccidendo contemplino per sempre il tuo volto. Come accade a me ora, perché è solo quando si muore a se stessi che si vede il Cielo aperto. Proprio come un neonato che metti a dormire dove vuoi, e lui tranquillo, chiude gli occhi per sprofondare in un sonno di paradiso..

La foto-agenzia EFE, riflette il volto di un sacerdote spagnolo, catturato dai miliziani repubblicani durante la guerra civile spagnola, alcuni momenti prima di essere fucilato il 18 di agosto del 1936. L’autore dell’istantanea è il fotografo tedesco Hans Gutmann. Il sacerdote dell’immagine è il beato Martín Martínez Pascual presbitero e martire, membro della Società di Sacerdoti Operai Diocesani.

QUI IL COMMENTO COMPLETO GLI APPROFONDIMENTI E UNA BELLISSIMA ICONOGRAFIA

Il cuore di Dio , nella notte Santa , si è chinato giù fin nella stalla : l’umiltà di Dio e’ il cielo . E se andiamo incontro a questa umiltà , allora tocchiamo il cielo . Allora diventa nuova anche la terra .

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papa Benedetto XVI e il Natale

Maria pose il suo bimbo neonato in una mangiatoia (cfr. Lc 2,7)

Da ciò si è dedotto con ragione che Gesù è nato in una stalla, in un ambiente poco accogliente – si sarebbe tentati di dire: indegno – che comunque offriva la necessaria riservatezza per l’evento santo……. Maria avvolse il bimbo in fasce… Senza alcun sentimentalismo, possiamo immaginare con quale amore Maria sarà andata incontro alla sua ora, avrà preparato la nascita del suo Figlio. La tradizione delle icone, in base alla teologia dei Padri, ha interpretato mangiatoia e fasce anche teologicamente. Il bimbo strettamente avvolto nelle fasce appare come un rimando anticipato all’ora della sua morte: Egli è fin dall’inizio l’Immolato, come vedremo ancora più dettagliatamente riflettendo sulla parola circa il primogenito. Così la mangiatoia veniva raffigurata come una sorta di altare.

Agostino ha interpretato il significato della mangiatoia con un pensiero che, in un primo momento, appare quasi sconveniente, ma, esaminato in modo più attento, contiene invece una profonda verità.

La mangiatoia è il luogo in cui gli animali trovano il loro nutrimento. Ora, però, giace nella mangiatoia Colui che ha indicato se stesso come il vero pane disceso dal cielo – come il vero nutrimento di cui l’uomo ha bisogno per il suo essere persona umana. È il nutrimento che dona all’uomo la vita vera, quella eterna. In questo modo, la mangiatoia diventa un rimando alla mensa di Dio a cui l’uomo è invitato, per ricevere il pane di Dio. Nella povertà della nascita di Gesù si delinea la grande realtà, in cui si attua in modo misterioso la redenzione degli uomini. La mangiatoia rimanda – come si è detto – ad animali, per i quali essa è il luogo del nutrimento. Nel Vangelo non si parla qui di animali.

Ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l’Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando ad Isaia 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende».
Joseph Ratzinger – papa Benedetto XVI

da: “L’infanzia di Gesù”, 2012

Nella notte della nascita del Salvatore gli angeli hanno annunciato ai pastori la nascita di Cristo con le parole: “Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus”.

La tradizione è da sempre convinta che gli angeli non abbiano semplicemente parlato come fanno gli uomini, ma che abbiano cantato e che fosse un canto di una bellezza celeste, il quale rivelava la bellezza del Cielo.

La tradizione è anche convinta che i cori delle voci bianche possano farci sentire una risonanza del canto angelico.

Ed è vero che nel canto della Cappella Sistina, nelle grandi liturgie, noi possiamo sentire la presenza della liturgia celeste, un po’ della bellezza nella quale il Signore ci vuole comunicare la sua gioia. In realtà, la lode di Dio esige il canto.

Perciò in tutto l’Antico Testamento – con Mosè e con Davide – fino al Nuovo Testamento – nell’Apocalisse – sentiamo di nuovo i canti della liturgia celeste, la quale offre un insegnamento per la nostra liturgia nella Chiesa di Dio.

Per questo, il vostro contributo è essenziale per la liturgia: non è un ornamento marginale, ma la liturgia come tale esige questa bellezza, esige il canto per lodare Dio e per dare gioia ai partecipanti.

– papa Benedetto XVI –

…Il Bambino che vediamo nella grotta è Dio stesso che si è fatto uomo, per mostrarci quanto ci vuole bene, quanto ci ama: Dio è diventato uno di noi, per farsi vicino a ciascuno, per vincere il male, per liberarci dal peccato, per darci speranza, per dirci che non siamo mai soli. Noi possiamo sempre rivolgerci a Lui, senza paura, chiamandolo Padre, sicuri che in ogni momento, in ogni situazione della vita, anche nelle più difficili, Egli non ci dimentica. Dobbiamo dirci più spesso: Sì, Dio si prende cura proprio di me, mi vuole bene, Gesù è nato anche per me; devo avere sempre fiducia in Lui..
– papa Benedetto XVI –

dal “Discorso del 26 dicembre 2010” –

“A Maria, Arca della Nuova ed Eterna Alleanza, affidiamo il nostro cuore, perché lo renda degno di accogliere la visita di Dio nel mistero del suo Natale”.

– papa Benedetto XVI –

23 dicembre 2012, IV Domenica di Avvento

Per gioire abbiamo bisogno non solo di cose, ma di amore e di verità: abbiamo bisogno di un Dio vicino, che riscalda il nostro cuore, e risponde alle nostre attese profonde. Questo Dio si è manifestato in Gesù, nato dalla Vergine Maria. Perciò quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore .

– papa Benedetto XVI –

“L’incarnazione del Figlio di Dio è un avvenimento che è accaduto nella storia, ma nello stesso tempo la oltrepassa. Nella notte del mondo si accende una luce nuova, che si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile di chi attende il Salvatore. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il “sì” del nostro cuore.”

– Papa Benedetto XVI –

Messaggio Urbi et Orbi, Natale 2010

Il cuore di Dio , nella notte Santa , si è chinato giù fin nella stalla : l’umiltà di Dio e’ il cielo . E se andiamo incontro a questa umiltà , allora tocchiamo il cielo . Allora diventa nuova anche la terra .

– Papa Benedetto XVI –

Buona giornata a tutti. 🙂

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L’umiliazione è la mangiatoia che, sola, può accogliere l’Opera più bella di Dio

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22 Dicembre

αποφθεγμα Apoftegma

Da dove viene tutto ciò? Dal fatto che il Signore è con te,
il Signore che dai suoi doni ha fatto  i tuoi meriti.
Per questo diciamo che tu lo magnifichi:
perché tu stessa sei magnificata in lui e per mezzo di lui.
La tua anima magnifica il Signore soltanto nel senso
che tu sei magnificata da lui.
Infatti sei il ricettacolo del Verbo,
la cantina del vino nuovo che inebria i credenti.
Sei la Madre di Dio

Adamo di Perseigne

QUI IL COMMENTO AUDIO

 

 
L’ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 1,46-55

In quel tempo, Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”.

L’umiliazione è la mangiatoia che, sola, può accogliere l’Opera più bella di Dio

 

Natale è umiltà. E’ una Donna umile ebbra di gioia. Maria, immacolata sin dalla concezione, priva del veleno che ci distrugge la vita, la superbia che tiene Dio fuori dalla porta. L’inganno che ci fa credere d’essere quel che non siamo, e dilapidare tutte le nostre energie per diventare quello che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque e sempre. Anche quando non riusciamo, e il volto s’appesantisce di pensieri depressi, nell’acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. Per questo Maria e Giuseppe per consegnare Gesù al mondo non hanno trovato se non una misera stalla. Meglio così, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. Dio “ha guardato” alla sua “umiliazione”, la semplice verità di una fanciulla vergine nella carne perché vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d’esser creatura. Maria, autentica perché semplice nella quotidianità d’una vita sciolta nella volontà del Creatore. Maria, e null’altro, perché questa è la verginità alla quale tutti siamo chiamati. Maria, una fanciulla di Nazaret, e niente di diverso desiderato. In Lei è svelata l’immagine di ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d’ogni inalazione mortifera di superbia originale. Le sue viscere materne sono la grotta povera, spoglia, semplice e umile che si addice – l’unica – al Dio che si fa uomo. La sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi: il cuore, la mente, il corpo che ci sono donati per servire e che giacciono schiavi del tiranno che ci ha insegnato l’orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l’eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. Guardando la sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il suo primo progetto, un Figlio, una Figlia, e l’abbandono totale tra le braccia dell’amore. Dio ha guardato all’umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone, come oggi fissa le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall’ovile della verità.

Sulla soglia di questo Natale, Maria ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere; specchiandoci in Lei scopriamo il vuoto che ci pervade, mentre ci aiuta a non averne paura, ad accettare quello che siamo, a lasciare ogni sogno e ogni desiderio alla volontà di Dio per noi, per schiuderci alla Grazia e allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Coraggio, di certo siamo lontanissimi da Maria, ma non temiamo! Coraggio allora, Maria ci accoglie ancora, nella Chiesa della quale è immagine. In essa possiamo essere illuminati e vedere nei fatti e nelle persone che ci umiliano, anche negli errori e nei peccati l’umiliazione di Maria che, per il peccato originale abbiamo rifiutato. Solo nella comunità cristiana incontriamo lo stesso sguardo di Dio che ha fissato la piccolezza di Maria: Lei l’aveva accolta naturalmente, essendo senza peccato; noi la possiamo accettare solo attraverso la debolezza e i peccati che ce la svelano. Ma sempre insieme a Maria, alla Chiesa nostra Madre, altrimenti l’umiliazione diventerebbe l’occasione per commettere altri peccati. Perché Maria, la nostra concreta comunità cristiana, ci coccola con la misericordia, l’unica lente con cui si può scoprire la verità senza sentirsi falliti e condannati. Anche “in noi”, infatti, “Dio ha compiuto, sta compiendo e compirà cose grandi”, proprio nella routine della semplice vita di ogni giorno, quella da cui tutti credono di dover fuggire per poter essere felici. Più piccoli ci scopriremo, più grandi contempleremo le meraviglie del suo amore. Anche oggi Maria ci accoglie perché il suo grembo, dove impariamo ad ascoltare la Parola di Dio e non indurire il cuore come fece Lei, è il luogo benedetto dove, nutrendoci dei sacramenti e contemplando l’opera di Dio nelle tante Elisabetta – i fratelli – che Dio ha messo al nostro fianco, si gesta il Magnificat, il canto di lode che professa la fede adulta. La fede infatti, non è cosa di un giorno. Neanche del giorno Natale. L’annuncio dell’angelo che ascoltiamo nella predicazione, come quello che hanno ascoltato i pastori nella notte, mette in cammino, sempre. Va accolto e curato perché cresca nelle liturgie nella preghiera e nell’esperienza reale della comunione soprannaturale con i fratelli. Maria ci accompagna in questo cammino sul quale impariamo a vivere nell’umiltà, accogliendo come Lei l’opera di Dio nella nostra storia: proprio i fatti e le persone che sembrano frustrare progetti e desideri, sono i segni dell’amore geloso del Signore che “disperde i pensieri superbi” annidati nei nostri cuori, quelli che guardano con mormorazione la storia e con diffidenza il fratello. Lui ci fa semplici “svuotando le nostre mani” piene di false ricchezze, che sono anche gli affetti morbosi che ci seccano la vita. E ci fa liberi nella verità, “rovesciandoci dai troni” del potere, dell’arroganza con cui vorremmo condurre la vita e dominare gli altri appropriandocene: al lavoro, a scuola, anche in famiglia dove non siamo capaci di fare mai un passo indietro, i nostri peccati sono lì a testimoniarci che sul trono è seduto Cristo, e non noi. Alla sua Croce, infatti, ci conduce la sapienza della Chiesa; ai suoi piedi ci attende Maria per adottarci di nuovo, ogni giorno; per abbracciarci come abbracciò Elisabetta, e così unirci alla sua lode, il “magnificat” che annuncia l’esistenza e l’amore di Dio in mezzo al mondo che non ha posto per Lui e lo bestemmia, l’esultanza crocifissa dei cristiani offerta a tutti come una tavola di salvezza nel mare in tempesta delle disillusioni e dei peccati.

QUI GLI APPROFONDIMENTI

 

 

Turoldo. Il Natale e l’infinito della poesia.

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Inedito. Una conversazione del 1986

Padre Turoldo in una foto degli anni '70 all’abbazia di Sant’Egidio a Fontanella (Paolo Magni)

Quando morì David Maria Turoldo (nel 1992, era nato nel 1916), in una commemorazione quasi notturna, la televisione italiana che lo aveva avuto ospite e collaboratore mandò in onda un documentario- intervista nel quale egli parlava di sé leggendo ciò che io avevo scritto sei anni prima in un saggio sulla sua poesia intitolato Turoldo o la consolazione della morte.

Il pieno consenso al mio intervento critico aveva aperto un canale di intelligenza spirituale tra me e l’insonne frate servo di Maria. Attraverso quel canale mi giunsero gli accenti della sua voce profetica suscitati da mie domande intorno al mistero, alle verità, all’attualità senza tempo e perciò di ogni tempo del Natale del Signore.

Strano che paia – oggi non saprei dire perché -, le tre pagine che mi inviò per posta, battute a macchina e sigillate dalla firma autografa, erano rimaste inedite. Le ho…

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“Chiunque tu sia” trasmesso su TV2000 – Beati Voi “70 volte 7”

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Gigi beativoi misericordia

Disponibile il video “Chiunque tu sia” trasmesso su TV2000

Scritto da Redazione on 18 Dicembre 2015. Postato in Romena notizie

 

È possibile rivedere l’intera puntata di Beati Voi “70 volte 7″ e il documentario “Chiunque tu sia – La fraternità di Romena” trasmesso da TV2000 lo scorso 15 dicembre che aveva come protagonista il nostro Gigi. Gran parte della puntata è statata dedicata al docu-film del regista Riccardo Cremona realizzato nella nostra fraternità. Per vederlo clicca qui