Gianmaria Testa, un poeta che cantava

Ieri l’ascoltavamo … domani lo leggeremo!
Ciao Gianmaria

http://leggiamolabibbia.blogspot.it/2016/03/gianmaria-testa-un-poeta-che-cantava.html

La poesia e lo spirito

testa FOTO
di Guido Michelone

Ci volevano i francesi, circa vent’anni fa, per scoprire il talento di un nuovo protagonista della canzone d’autore italiana, non più giovanissimo: Gianmaria Testa, cuneese di Cavallermaggiore (dove nasce il 17 ottobre 1958 da una famiglia contadina), vive nel tipico borgo collinare tra Savigliano e Racconigi, ma muore ad Alba, ormai sua città adottiva, il 30 marzo 2016, dopo una dolorosa malattia.

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Riconciliazione…

Otto consigli sulla confessione …

By leggoerifletto:

Otto consigli sulla confessione offerti da san Francesco di Sales

Prima di realizzare una confessione, bisogna essere consapevoli di quello che diremo.

Come sappiamo, la confessione è il sacramento della Riconciliazione. 

Prima di confessarci, dobbiamo essere consapevoli di ciò che diremo, ovvero dobbiamo compiere uno sforzo per ricordare tutti i peccati commessi, sia volontariamente che involontariamente, nella nostra vita (esame di coscienza).

Occorre come ripercorrere la nostra vita alla luce della Parola di Dio, dei comandamenti dell’Amore di Dio, e non solo le cose avvenute dopo l’ultima confessione, ma anche quelle che non abbiamo detto per omissione o dimenticanza.

Ecco 8 buoni consigli lasciatici da un grande santo di Dio: san Francesco di Sales. Speriamo che siano di vostro aiuto.

1.- Confessati devotamente e umilmente ogni otto giorni e, se puoi, ogni volta fai la Comunione, anche se non avverti nella coscienza il rimorso di alcun peccato mortale. In tal caso, con la confessione, non soltanto riceverai l’assoluzione dei peccati veniali confessati, ma anche una grande forza per evitarli in avvenire, una grande chiarezza per distinguerli…

2.- Abbi sempre un sincero dispiacere dei peccati che confessi, per piccoli che siano, e prendi una ferma decisione di correggerti. Molti si confessano dei peccati veniali per abitudine, quasi meccanicamente, senza pensare minimamente ad eliminarli; e così per tutta la vita ne saranno dominati e perderanno molti beni e frutti spirituali.

3.- Non fare accuse generiche, come fanno molti, in modo meccanico, tipo queste: Non ho amato Dio come era mio dovere; Non ho ricevuto i Sacramenti con il rispetto dovuto, e simili. 

Ti spiego meglio il perché: dicendo questo tu non offri alcuna indicazione particolare che possa dare al confessore un’idea dello stato della tua coscienza; tutti i santi del Paradiso e tutti gli uomini della terra potrebbero dire tranquillamente la stessa cosa. 

Cerca qual è la ragione specifica dell’accusa, una volta trovata, accusati della mancanza commessa con semplicità e naturalezza. Se, per esempio, ti accusi di non avere amato il prossimo come avresti dovuto, può darsi che si sia trattato di un povero veramente bisognoso che tu non hai aiutato come avresti potuto o per negligenza, o per durezza di cuore, o per disprezzo; cerca di capire bene il motivo!

4.- Non accontentarti di raccontare i tuoi peccati veniali solo come fatto; accusati anche del motivo che ti ha spinto a commetterli.

5.- Non dimenticarti, per esempio, di dire che hai mentito senza coinvolgere nessuno; ma chiarisci, se è stato per vanità, se era per vantarti o scusarti, o per gioco, o per cocciutaggine.

6.- Se hai peccato nel gioco, specifica se è stato per soldi, o per il piacere della conversazione, e così via. Dì se sei caduto molte volte in questa mancanza, perché la durata aumenta il peccato, perché c’è grande differenza tra una vanità passeggera e quella che si è stabilita nel nostro cuore da qualche tempo. Dì anche se sei rimasto per lungo tempo nel tuo male, perché, in genere, il tempo aggrava il peccato. C’è molta differenza tra la vanità di un momento, che ha occupato il nostro spirito sì e no per un quarto d’ora, e quella nella quale il nostro cuore è rimasto immerso per uno, due o tre giorni!

7.- Bisogna esporre il fatto, il motivo e la durata dei nostri peccati; perché, anche se comunemente non siamo obbligati ad essere così esatti nel dichiarare i nostri peccati veniali, anzi non siamo nemmeno obbligati a confessarli, è pur sempre vero che coloro che vogliono pulire per bene l’anima per raggiungere più speditamente la santa devozione, devono avere molta cura di descrivere al medico spirituale il male, per piccolo che sia, se vogliono guarire.

8.- Non cambiare facilmente di confessore, ma scegline uno e rendigli conto della tua coscienza nei giorni che avrai stabilito; e digli con naturalezza e franchezza i peccati commessi; di tanto in tanto, ogni mese o ogni due mesi, digli anche a che punto sei con le inclinazioni, benché in quelle non ci sia peccato; digli se sei afflitta dalla tristezza, dal rimpianto, se sei invece portata alla gioia, al desiderio di acquisire ricchezze, e simili inclinazioni.

“La contrizione e la confessione sono così belle e così profumate, che cancellano la bruttezza e distruggono il lezzo del peccato” 

– San Francesco di Sales – 

(1608). Introduzione alla vita devota. La santa confessione (capitolo XIX)

Cercate di fare bene oggi senza pensare al giorno seguente, poi, il giorno seguente, cercate di fare lo stesso. 


– San Francesco di Sales – 


La tradizione vostra dei cappuccini è una tradizione di perdono”, ha esordito il Papa. E richiamando i Promessi Sposi di Manzoni, ha aggiunto: “Oggi ci sono tanti bravi confessori ed è perché si sentono peccatori come il nostro fra’ Cristoforo: sanno che sono grandi peccatori. Davanti alla grandezza di Dio chiedono: ascolta e perdona. Perché sanno pregare, così sanno perdonare”….

“Io – ha detto Francesco a braccio – vi parlo come fratello e in voi vorrei parlare a tutti i confessori in quest’anno della misericordia: il confessionale è per perdonare e se tu non puoi dare l’assoluzione per favore non bastonare”. La gente, infatti, “viene a cercare pace per la sua anima”, perciò è necessario “che trovi un padre che dia pace, e gli dica: Dio ti vuole bene…”.

– papa Francesco ai frati cappuccini –
Messa in Basilica Vaticana, 9 febbraio 2016

 Nei Vangeli si parla più di misericordia che di peccato e bisogna ritrovare l’idea che l’incontro sacramentale tra il presbitero e il penitente non è come quello che si attua in tribunale, ma ha un carattere intimo e raro come gli incontri di tenerezza e di amore.  

-fratel Michael Davide –
da: “Vivere il perdono”

Buona giornata a tutti. 🙂

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Omelia Pasqua 2016 don Luigi Verdi

LeggiAmo

Romena, Veglia Pasquale 2016 – Omelia di don Luigi Verdi

foto di Fraternità di Romena Onlus.
Fraternità di Romena Onlus
Per chi non c’era e vuole ascoltarla
Per chi c’era e desidera riascoltarla
ecco l’omelia di don Gigi della Veglia Pasquale
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Omelia Pasqua 2016

verdi_luigi
Romena, Veglia Pasquale 2016 – 
Omelia di don Luigi Verdi
L’omelia:

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La preghiera finale di Don Luigi alla fine della veglia


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OGNI LACRIMA VERSATA NASCONDE IL DESIDERIO DELLO SPOSO

Discernere

MARTEDI’ IN ALBIS

Gesù ci viene incontro anche oggi attraverso i suoi angeli vestiti di risurrezione, immagine degli apostoli che con la predicazione raggiungono il fondo più oscuro dei nostri cuori. Essi si trovano infatti nel luogo esatto dove era stato deposto il Signore, quasi a descrivere il perimetro della sua esistenza terrena ormai trasformata; seduti laddove erano la testa e i piedi di quel corpo non più preda della morte, sulla soglia dell’abisso che ci sta per risucchiare nella disperazione, gli angeli ci scuotono per ridestarci: “donna, perché piangi?”. Donna, che è come dire anima, “prendi in mano la tua vita di oggi, così com’è, e guardala bene e cerca la sorgente delle tue lacrime!”. Ella amava il Signore, eccome, ma il suo amore, come ogni amore umano, era destinato a divenire lacrime, dolore struggente di un cuore che non può andare oltre quella pietra. La resurrezione che strappa alla…

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Sabato Santo, il giorno più femminile dell’anno.

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Sabato Santo, il giorno dell’attesa.

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Il Sabato Santo è il giorno più femminile dell’anno, perché è il giorno dell’attesa. Solo la donna sa cosa vuol dire attendere, perché porta in grembo la vita per nove mesi e la si dice per questo in dolce attesa. Attesa e attenzione hanno la stessa radice, per questo le donne sono attente ai dettagli sino a rischiare di perdersi in essi, perché ogni talento ha la sua ombra. Solo la donna sa cosa vuol dire tessere la vita, prendersene cura e donarla al mondo. Solo la donna conosce questo accadere in lei e ne stupisce nel corpo e nell’anima. Il Sabato Santo è infatti il giorno delle donne. Alle donne è affidato il compito di prendersi cura, cioè di ‘attendere’ al corpo di Cristo, prima che inizi il sabato ebraico: con i profumi e le essenze ne preparano la sepoltura provvisoria, in tutta fretta, in…

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MUTI DINANZI A UNA TOMBA

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SABATO SANTO

Una morte atroce e poi un rantolo della terra nel rantolo delle carni, segni sconvolgenti, e poi più nulla, il silenzio, e un corpo deposto in una tomba. E’ qui che oggi desideriamo fermarci, nell’ultimo capitolo della Passione di Gesù. Ora tutto tace. Gesù è disteso sul marmo gelido del sepolcro, riposa nell’oscurità, non vede nessuno, nessuno lo vede; una pietra lo separa dalla vita, da questa vita nostra, dai sogni e dalle speranze, dai pensieri, dalle famiglie, dal lavoro, anche dai nostri mal di denti. Sino a qualche istante prima si era appassionato per le vicende della nostra storia, e tutti noi, come seguendo il filo di un racconto incalzante, ci eravamo appassionati a Lui, afferrati da quell’amore così sconvolgente; sino a un istante fa ci eravamo sentiti amati, avevamo provato dolore per Lui e per i nostri peccati, la sua lancia aveva dilaniato anche le nostre…

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OGGI LO SPOSO SCRIVE E FIRMA CON IL SUO SANGUE IL DOCUMENTO CON CUI UNISCE A SE’ LA SUA SPOSA

Discernere

VENERDI’ SANTO

L’angoscia di Gesù che si innalza al Padre come una preghiera sulla quale cola il sangue che solo l’amore autentico può versare. Gesù, lo Sposo che ama la sposa sino alla fine, e la sposa addormentata, incapace di sostenere il peso che suppone l’amore. Tutta la Passione del Signore si compie nel Getsemani, dove la sua natura umana è consegnata alla volontà del Padre. Prostrato sulla terra della quale tutti siamo fatti Gesù firma anche oggi la sua Ketubah con cui, accogliendo la volontà del Padre che ci ha creati per Lui, si impegna a fare di noi la sua sposa.

Nel matrimonio ebraico la Ketubah era infatti un documento (Ketab – scritto) nel quale erano riportate le condizioni fondamentali imposte al marito dalla Torah. Esse erano parte integrante del matrimonio perché, accettandole, il marito si impegnava a proteggere la sua sposa. Come il “mohar” biblico, la Ketubah…

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Le ultime ore di Gesù. Con gli occhi di Pietro

I racconti della Passione. Meditazioni «La Passione di Gesù educa Pietro alla conoscenza di sé e del Signore»

L’Osservatore Romano

I racconti della Passione. Viene ripubblicato in questi giorni — la prima edizione è del 1994 per i tipi della Morcelliana di Brescia — I racconti della Passione. Meditazioni (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 231, euro 17). Il volume raccoglie alcune riflessioni che il gesuita biblista, divenuto arcivescovo di Milano e cardinale (1927-2012), tenne in vari corsi di esercizi spirituali. Sono testi, quelli di Martini, che vanno al cuore del messaggio del Nuovo Testamento e che pongono chi legge di fronte agli eventi evangelici. Pubblichiamo ampi stralci del capitolo intitolato «La Passione di Gesù educa Pietro alla conoscenza di sé e del Signore».
(Carlo Maria Martini) Penso a un aeroplano che, dopo aver rullato lungo la pista, si accorge, alla fine, di non avere i motori abbastanza forti e la corsa abbastanza ampia per salire. Così ci sentiamo di fronte alle meditazioni sulla Passione. Diverso è guardare al Signore, soprattutto ricavandone “conoscenza di noi stessi”. Quando si tratta invece di guardare a lui per ricavare “conoscenza di lui” (e questo non si può fare senza entrare nel mistero trinitario del Padre che ci dona il Figlio, e soprattutto nel mistero della morte di Dio), ci troviamo del tutto impreparati.
Hans Urs von Balthasar è uno dei pochi teologi che ha trattato a fondo il tema della croce. Egli paragona l’entrare nella meditazione della Passione, della morte di Dio e di ciò che significa per il destino umano, a quanto Isaia descrive nella piccola apocalisse: l’entrare in un paese di morte. Von Balthasar incomincia la sua riflessione con un interrogativo fondamentale riprendendo un’espressione di Gregorio di Nazianzo: «Perché questo sangue è stato versato?». La Passione e la morte del Figlio di Dio erano veramente necessarie dopo l’Incarnazione? Su questo punto i teologi sono divisi. La Passione non è forse, come dicevano gli scotisti, subordinata allo scopo principale, l’Incarnazione, che è la glorificazione del Padre attraverso il Figlio Gesù? La Passione non è forse qualche cosa di accidentale, di aggiunto?
Poiché è difficile entrare nella meditazione sulla Croce, ci lasciamo guidare da qualcuno che ci aiuta a esplorare alcuni aspetti del mistero. Vi propongo di contemplare come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù o come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù. Non è ancora la contemplazione diretta del mistero, ma è un modo di arrivarci per gradi, attraverso le difficoltà che Pietro stesso ha vissuto. Chiediamogli di farci percorrere il suo cammino, di cogliere la sua esperienza drammatica.
Partendo dalle parole del Vangelo, cercheremo di ricostruire nella preghiera il suo atteggiamento. In fondo Pietro è ciascuno di noi, è l’uomo che per la prima volta viene abbagliato dal fatto inconcepibile della Passione e ne viene colpito nella carne, perché si accorge che si riflette su di lui. Leggeremo da Matteo, 14, 28 (Pietro sulle acque) a Matteo, 26, 75 (il pianto finale): dalla prima presunzione, cambiatasi in paura e presto risanata, allo scoppiare in pianto di Pietro, che rivela il venire meno, di fronte al Cristo sofferente, di tutte le sue sicurezze, di tutto ciò che egli aveva pensato di sé e di Gesù.
Cominciamo da Matteo, 14, 28. Vedendo Gesù che, come un fantasma, viene incontro alla barca sul mare e dice: «Coraggio, non abbiate paura!», Pietro risponde: «Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque». È una parola forte, perché “camminare sulle acque” è proprio di Yhwh, è una caratteristica di Dio nell’Antico testamento. Pietro è molto ardito: chiedere di fare ciò che fa Gesù, è partecipare alla forza di Dio. Ciò tuttavia corrisponde al sogno di Pietro: seguendo Gesù siamo stati investiti della sua forza; non ci ha forse comunicato i suoi poteri di cacciare i demoni e guarire i malati? Dunque entriamo in questa comunicazione di potenza con fede, con amore, con generosità; partecipiamo alla forza di Dio. Gesù acconsente. «E Gesù disse: “Vieni”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e cominciando ad affondare gridò: “Signore, salvami!” Subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”».
Pietro vuol partecipare alla potenza di Gesù, però non si conosce e non sa che questa partecipazione significa anche “condividere le prove” di Gesù, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Non aveva pensato a tanto, immaginava un gioco più facile e allora, sconvolto, grida.
Il grido rivela il fatto che Pietro “non conosceva se stesso”, presumeva di sé, si riteneva ormai capace di qualunque cosa. E “non conosceva Gesù”, perché a un certo punto non si è più fidato di lui, non ha capito che è il Salvatore e che in mezzo alla potenza dell’uragano, là dove la sua debolezza si manifestava, Gesù era lì per salvarlo. Questa è per Pietro la prima esperienza della Passione; un’esperienza non riuscita, chiusa, appena iniziale, dalla quale, come accade anche a noi, non impara molto.
Veniamo ora alle ultime battute del dramma di Pietro che abbiamo visto così poco preparato. Mentre Gesù si avvia con gli apostoli verso il Monte degli ulivi, esclama: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge». È un’indicazione che fa capire tutta la debolezza degli apostoli: siete come pecore; se non c’è il pastore, non potete fare nulla.
«“Ma dopo la mia risurrezione vi precederò in Galilea”. E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Gli disse Gesù: “In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli». Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel “con te” è essenziale nella vita cristiana.
Si direbbe che Pietro abbia ormai capito il senso dell’unica moneta per due: sono con te, Signore, nella vita e nella morte. Quante volte anche noi l’abbiamo ripetuto. Pietro pronuncia una parola esattissima, sincera, però Gesù non ha detto «mi rinnegherete» ma «vi scandalizzerete»; secondo l’espressione biblica: «troverete una pietra imprevista». Lo scandalo è un ostacolo imprevisto che fa da trappola.
Per i discepoli sarà l’“imprevisto scarto” tra l’idea che avevano di Dio e quella che si rivelerà nella notte. Il Dio di Israele, il grande, il potente, il vincitore dei nemici, il Dio che non abbandonerà mai Gesù, è l’idea di Dio che hanno imparato dall’Antico testamento. Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.
Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».
Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno, come i maccabei, come gli eroi dell’Antico testamento; morire gridando contro i nemici la verità di Dio, e l’ingiustizia e la vergogna di chi ha tentato di assalire il suo popolo. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.
Leggiamo dal brano seguente (Matteo, 26, 37-56): «Gesù lo prese con sé con i due figli di Zebedeo e cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E avanzatosi un poco, si prostrava e pregava: “Padre mio, se è possibile passi questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Poi tornò dai discepoli che dormivano e disse a Pietro “Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?”».
Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni. Nessuno di noi si abbandona al sonno in tali occasioni; piuttosto siamo presi dal nervosismo e non riusciamo a dormire.
Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il “disgusto psicologico” di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico; invece Gesù ha paura e fa lo sbaglio di rivelarsi, di mostrare la sua verità che gli altri non sono preparati a ricevere. Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.
È bastato a Pietro che Gesù si rivelasse “vero” e non fosse una volta tanto il Maestro a cui si appoggiavano, quello che aveva sempre la parola giusta, bensì un uomo come gli altri, un amico da consolare, per cominciare a scandalizzarsi e non capire; «gli occhi appesantiti», dice il Vangelo: l’espressione richiama uno stato di accecamento interiore, di confusione mentale che grava nello spirito e lo rende pesante, torbido, offuscato.
Gesù deve pregare da solo e ogni volta che risveglia i discepoli provoca uno choc. Vedono la faccia di lui spaventata e angosciata, e comincia ad affiorare il dubbio: è veramente il Messia? Come può Dio manifestarsi in un uomo così povero? Gesù che si umilia, che diventa uno straccio, che cammina barcollando, li sconvolge sempre di più, sgretola il loro castello di forze mentali, la loro idea di come Dio si deve manifestare e deve salvare un uomo che gli è fedele, che è il suo Cristo.
Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. Gesù non reagisce, dice soltanto: «Amico, per questo sei qui!». Poi viene arrestato: «Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco uno di quelli che erano con Gesù, messa la mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio». Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe. Di fronte alla moltitudine della gente il suo è indubbiamente un atto disperato, però coraggioso. L’ultimo colpo alla sua troppo meschina sicurezza, che ha cercato ancora una rivincita, è la parola di Gesù: «Metti la spada nel fodero». Gesù “sconfessa pubblicamente Pietro” che non capisce più niente e si domanda perché il Signore li ha chiamati a seguirlo, se proprio voleva morire.
Pietro è confuso anche “nella sua identità”: non sa più chi è, cosa deve fare, qual è il suo compito nel Regno, non sa chi è questo Gesù che viene abbandonato da Dio. Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo, «lo segue da lontano». Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.
È un “uomo diviso”, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere; seguirlo “da lontano” è il “compromesso”, che diventa palese per tutti nella scena del triplice rinnegamento, testimonianza pubblica dello smarrimento di Pietro. Non sapendo “chi è lui” e “chi è Gesù” Pietro dà delle risposte che paradossalmente sono vere. «Una serva gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù il Galileo”. Egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa tu voglia dire”».
Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale. Alla seconda domanda: «“Costui era con Gesù il Nazareno”, negò: “Non conosco quell’uomo”». L’evangelista sembra giocare sul sottinteso: veramente non conosco più chi sia, è un enigma anche per me. «Subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E uscito all’aperto, pianse amaramente».
L’evangelista è estremamente sobrio. Il canto del gallo sembra cogliere un uomo ancora confuso, poi il ricordo delle parole di Gesù e quindi, gradualmente, la percezione: «Gesù aveva voluto veramente questi fatti e, se corrispondono al suo piano, corrispondono anche al piano di Dio. Allora non ho colto nulla del piano di Dio, sono stato un cieco per tutta la vita, ho vissuto con un uomo per tanto tempo senza capirlo».
Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22, 61). Nasce la conoscenza di Gesù e di sé, finalmente si spezza il velo e Pietro comincia a intravedere tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui e che per lui va a morire. Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto. Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio.
L’Osservatore Romano, 25 marzo 2016.

Omelia di Papa Francesco nella Santa Messa del Crisma, 24 marzo 2016

Cosa resta del giorno

Papa Francesco nell’omelia della Santa Messa del Crisma, presieduta oggi, 24 marzo 2016, nella Basilica Vaticana, descrivendo la Misericordia incondizionata e infinita del Padre ha esortato a non aver paura, a nostra volta, di eccedere anche noi, specialmente in due ambiti: quello dell’incontro e del suo perdono che ci fa vergognare e ci dà dignità. La misericordia restaura tutto e restituisce le persone alla loro dignità originaria – ha sottolineato il Santo Padre – e dunque la risposta più giusta è quella del ringraziamento effusivo; “Dopo essermi confessato, festeggio?” – ha chiesto il Papa, aggiungendo: “quando faccio l’elemosina, dò tempo a chi la riceve di esprimere il suo ringraziamento, festeggio il suo sorriso e quelle benedizioni che ci danno i poveri, o proseguo in fretta con le mie cose dopo “aver lasciato cadere la moneta”?”. E poi l’ambito del perdono di Dio: appena Pietro confessa a Gesù il suo peccato…

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