Le ultime ore di Gesù. Con gli occhi di Pietro

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I racconti della Passione. Meditazioni «La Passione di Gesù educa Pietro alla conoscenza di sé e del Signore»

L’Osservatore Romano

I racconti della Passione. Viene ripubblicato in questi giorni — la prima edizione è del 1994 per i tipi della Morcelliana di Brescia — I racconti della Passione. Meditazioni (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 231, euro 17). Il volume raccoglie alcune riflessioni che il gesuita biblista, divenuto arcivescovo di Milano e cardinale (1927-2012), tenne in vari corsi di esercizi spirituali. Sono testi, quelli di Martini, che vanno al cuore del messaggio del Nuovo Testamento e che pongono chi legge di fronte agli eventi evangelici. Pubblichiamo ampi stralci del capitolo intitolato «La Passione di Gesù educa Pietro alla conoscenza di sé e del Signore».
(Carlo Maria Martini) Penso a un aeroplano che, dopo aver rullato lungo la pista, si accorge, alla fine, di non avere i motori abbastanza forti e la corsa abbastanza ampia per salire. Così ci sentiamo di fronte alle meditazioni sulla Passione. Diverso è guardare al Signore, soprattutto ricavandone “conoscenza di noi stessi”. Quando si tratta invece di guardare a lui per ricavare “conoscenza di lui” (e questo non si può fare senza entrare nel mistero trinitario del Padre che ci dona il Figlio, e soprattutto nel mistero della morte di Dio), ci troviamo del tutto impreparati.
Hans Urs von Balthasar è uno dei pochi teologi che ha trattato a fondo il tema della croce. Egli paragona l’entrare nella meditazione della Passione, della morte di Dio e di ciò che significa per il destino umano, a quanto Isaia descrive nella piccola apocalisse: l’entrare in un paese di morte. Von Balthasar incomincia la sua riflessione con un interrogativo fondamentale riprendendo un’espressione di Gregorio di Nazianzo: «Perché questo sangue è stato versato?». La Passione e la morte del Figlio di Dio erano veramente necessarie dopo l’Incarnazione? Su questo punto i teologi sono divisi. La Passione non è forse, come dicevano gli scotisti, subordinata allo scopo principale, l’Incarnazione, che è la glorificazione del Padre attraverso il Figlio Gesù? La Passione non è forse qualche cosa di accidentale, di aggiunto?
Poiché è difficile entrare nella meditazione sulla Croce, ci lasciamo guidare da qualcuno che ci aiuta a esplorare alcuni aspetti del mistero. Vi propongo di contemplare come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù o come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù. Non è ancora la contemplazione diretta del mistero, ma è un modo di arrivarci per gradi, attraverso le difficoltà che Pietro stesso ha vissuto. Chiediamogli di farci percorrere il suo cammino, di cogliere la sua esperienza drammatica.
Partendo dalle parole del Vangelo, cercheremo di ricostruire nella preghiera il suo atteggiamento. In fondo Pietro è ciascuno di noi, è l’uomo che per la prima volta viene abbagliato dal fatto inconcepibile della Passione e ne viene colpito nella carne, perché si accorge che si riflette su di lui. Leggeremo da Matteo, 14, 28 (Pietro sulle acque) a Matteo, 26, 75 (il pianto finale): dalla prima presunzione, cambiatasi in paura e presto risanata, allo scoppiare in pianto di Pietro, che rivela il venire meno, di fronte al Cristo sofferente, di tutte le sue sicurezze, di tutto ciò che egli aveva pensato di sé e di Gesù.
Cominciamo da Matteo, 14, 28. Vedendo Gesù che, come un fantasma, viene incontro alla barca sul mare e dice: «Coraggio, non abbiate paura!», Pietro risponde: «Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque». È una parola forte, perché “camminare sulle acque” è proprio di Yhwh, è una caratteristica di Dio nell’Antico testamento. Pietro è molto ardito: chiedere di fare ciò che fa Gesù, è partecipare alla forza di Dio. Ciò tuttavia corrisponde al sogno di Pietro: seguendo Gesù siamo stati investiti della sua forza; non ci ha forse comunicato i suoi poteri di cacciare i demoni e guarire i malati? Dunque entriamo in questa comunicazione di potenza con fede, con amore, con generosità; partecipiamo alla forza di Dio. Gesù acconsente. «E Gesù disse: “Vieni”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e cominciando ad affondare gridò: “Signore, salvami!” Subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”».
Pietro vuol partecipare alla potenza di Gesù, però non si conosce e non sa che questa partecipazione significa anche “condividere le prove” di Gesù, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Non aveva pensato a tanto, immaginava un gioco più facile e allora, sconvolto, grida.
Il grido rivela il fatto che Pietro “non conosceva se stesso”, presumeva di sé, si riteneva ormai capace di qualunque cosa. E “non conosceva Gesù”, perché a un certo punto non si è più fidato di lui, non ha capito che è il Salvatore e che in mezzo alla potenza dell’uragano, là dove la sua debolezza si manifestava, Gesù era lì per salvarlo. Questa è per Pietro la prima esperienza della Passione; un’esperienza non riuscita, chiusa, appena iniziale, dalla quale, come accade anche a noi, non impara molto.
Veniamo ora alle ultime battute del dramma di Pietro che abbiamo visto così poco preparato. Mentre Gesù si avvia con gli apostoli verso il Monte degli ulivi, esclama: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge». È un’indicazione che fa capire tutta la debolezza degli apostoli: siete come pecore; se non c’è il pastore, non potete fare nulla.
«“Ma dopo la mia risurrezione vi precederò in Galilea”. E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Gli disse Gesù: “In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli». Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel “con te” è essenziale nella vita cristiana.
Si direbbe che Pietro abbia ormai capito il senso dell’unica moneta per due: sono con te, Signore, nella vita e nella morte. Quante volte anche noi l’abbiamo ripetuto. Pietro pronuncia una parola esattissima, sincera, però Gesù non ha detto «mi rinnegherete» ma «vi scandalizzerete»; secondo l’espressione biblica: «troverete una pietra imprevista». Lo scandalo è un ostacolo imprevisto che fa da trappola.
Per i discepoli sarà l’“imprevisto scarto” tra l’idea che avevano di Dio e quella che si rivelerà nella notte. Il Dio di Israele, il grande, il potente, il vincitore dei nemici, il Dio che non abbandonerà mai Gesù, è l’idea di Dio che hanno imparato dall’Antico testamento. Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.
Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».
Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno, come i maccabei, come gli eroi dell’Antico testamento; morire gridando contro i nemici la verità di Dio, e l’ingiustizia e la vergogna di chi ha tentato di assalire il suo popolo. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.
Leggiamo dal brano seguente (Matteo, 26, 37-56): «Gesù lo prese con sé con i due figli di Zebedeo e cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E avanzatosi un poco, si prostrava e pregava: “Padre mio, se è possibile passi questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Poi tornò dai discepoli che dormivano e disse a Pietro “Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?”».
Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni. Nessuno di noi si abbandona al sonno in tali occasioni; piuttosto siamo presi dal nervosismo e non riusciamo a dormire.
Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il “disgusto psicologico” di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico; invece Gesù ha paura e fa lo sbaglio di rivelarsi, di mostrare la sua verità che gli altri non sono preparati a ricevere. Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.
È bastato a Pietro che Gesù si rivelasse “vero” e non fosse una volta tanto il Maestro a cui si appoggiavano, quello che aveva sempre la parola giusta, bensì un uomo come gli altri, un amico da consolare, per cominciare a scandalizzarsi e non capire; «gli occhi appesantiti», dice il Vangelo: l’espressione richiama uno stato di accecamento interiore, di confusione mentale che grava nello spirito e lo rende pesante, torbido, offuscato.
Gesù deve pregare da solo e ogni volta che risveglia i discepoli provoca uno choc. Vedono la faccia di lui spaventata e angosciata, e comincia ad affiorare il dubbio: è veramente il Messia? Come può Dio manifestarsi in un uomo così povero? Gesù che si umilia, che diventa uno straccio, che cammina barcollando, li sconvolge sempre di più, sgretola il loro castello di forze mentali, la loro idea di come Dio si deve manifestare e deve salvare un uomo che gli è fedele, che è il suo Cristo.
Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. Gesù non reagisce, dice soltanto: «Amico, per questo sei qui!». Poi viene arrestato: «Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco uno di quelli che erano con Gesù, messa la mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio». Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe. Di fronte alla moltitudine della gente il suo è indubbiamente un atto disperato, però coraggioso. L’ultimo colpo alla sua troppo meschina sicurezza, che ha cercato ancora una rivincita, è la parola di Gesù: «Metti la spada nel fodero». Gesù “sconfessa pubblicamente Pietro” che non capisce più niente e si domanda perché il Signore li ha chiamati a seguirlo, se proprio voleva morire.
Pietro è confuso anche “nella sua identità”: non sa più chi è, cosa deve fare, qual è il suo compito nel Regno, non sa chi è questo Gesù che viene abbandonato da Dio. Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo, «lo segue da lontano». Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.
È un “uomo diviso”, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere; seguirlo “da lontano” è il “compromesso”, che diventa palese per tutti nella scena del triplice rinnegamento, testimonianza pubblica dello smarrimento di Pietro. Non sapendo “chi è lui” e “chi è Gesù” Pietro dà delle risposte che paradossalmente sono vere. «Una serva gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù il Galileo”. Egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa tu voglia dire”».
Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale. Alla seconda domanda: «“Costui era con Gesù il Nazareno”, negò: “Non conosco quell’uomo”». L’evangelista sembra giocare sul sottinteso: veramente non conosco più chi sia, è un enigma anche per me. «Subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E uscito all’aperto, pianse amaramente».
L’evangelista è estremamente sobrio. Il canto del gallo sembra cogliere un uomo ancora confuso, poi il ricordo delle parole di Gesù e quindi, gradualmente, la percezione: «Gesù aveva voluto veramente questi fatti e, se corrispondono al suo piano, corrispondono anche al piano di Dio. Allora non ho colto nulla del piano di Dio, sono stato un cieco per tutta la vita, ho vissuto con un uomo per tanto tempo senza capirlo».
Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22, 61). Nasce la conoscenza di Gesù e di sé, finalmente si spezza il velo e Pietro comincia a intravedere tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui e che per lui va a morire. Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto. Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio.
L’Osservatore Romano, 25 marzo 2016.
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