I GIOVANI DEL GIAPPONE ALLA GMG DI CRACOVIA. ABBIAMO BISOGNO DI VOI….

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Il Vangelo del giorno

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Carissimi fratelli, vi scrivo oggi per chiedervi, semplicemente e nel nome del Signore Gesù, un aiuto per i ragazzi che dal Giappone desiderano partecipare alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Cracovia alla fine di Luglio.

Quest’anno abbiamo in programma uno scalo di alcuni giorni a Mosca e nel cosiddetto “Golden Ring”, una zona ricca di monasteri della Chiesa Ortodossa che circonda la capitale russa.  I giovani faranno missione nelle strade e nelle piazze, e, oltre a visitare gli splendidi monasteri, avranno l’irripetibile possibilità di conoscere i fratelli ortodossi e sperimentare un pochino cosa sia l’autentico ecumenismo. Una volta in Polonia visiteranno il campo di concentramento di Auschwitz per poi recarsi in pellegrinaggio all’incontro con Papa Francesco.

Come molti sanno si tratta fondamentalmente di un pellegrinaggio vocazionale, durante il quale ogni giovane potrà riflettere sulla chiamata del Signore. Catechesi, liturgia, missione, vita in comune con altri ragazzi, insieme all’incontro…

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Carmen è viva…

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W Carmen…

La traduzione della lettera di Kiko è:

“Da Porto san Giorgio, il 19 giugno 2016.


Cari fratelli,

La Pace del Signore Gesù risorto sia con tutti voi.


Prima di tutto voglio dirvi che Carmen sta molto meglio, ringraziamo Dio che ha una infinita misericordia verso di noi e sa che abbiamo ancora bisogno di lei.

Per favore non fate caso a tante notizie false che circolano.


Pregate per me, per Carmen e per il P. Mario


Kiko Arguello”

Preghiere a Sant’Antonio da Padova per la Famiglia e d’intercessione…

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Sant’Antonio da Padova …

bY leggoerifletto

Preghiere a Sant’Antonio da Padova per la Famiglia e d’intercessione

Glorioso Sant’Antonio

Invitto propugnatore delle verità cattoliche 
e della fede di Gesù Cristo,
tesoriere e distributore di grazie e di portenti,
con tutta umiltà e fiducia
vengo ad implorare il tuo patrocinio in vantaggio 

della mia famiglia.
Io la metto oggi nelle tua mani, accanto a Gesù Bambino.
Tu assistila nelle sue temporali necessità;
Tu tieni lungi da essa il calice dei dolori e delle amarezze.
Che se non le potesse sempre e del tutto evitare,
almeno ottienile il merito della pazienza 

e della rassegnazione cristiana.
Soprattutto poi, salvala dall’errore e dal peccato!
Tu sai, o caro Santo, che i tempi che corrono
Sono avvelenati dall’indifferenza e dalla incredulità,
che gli scandali e le bestemmie insolentiscono per ogni dove;
deh! che non ne resti contaminata la mia famiglia;
ma vivendo sempre fedele alla legge di Gesù Cristo,
e ai dettami della Chiesa Cattolica,
meriti un giorno di ritrovarsi tutta riunita
a godere il premio dei giusti in Paradiso.
Così sia!

Riflessione spirituale di S. Antonio da Padova: «La predica è efficace quando parlano le opere»

«Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. 

La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere.

Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge, dice Gregorio, si imponga al predicatore: metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina. […]

Parliamo quindi secondo quanto ci è dato dallo Spirito Santo, e supplichiamolo umilmente che ci infonda la sua grazia per realizzare di nuovo il giorno di Pentecoste nella perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo. Preghiamolo che ci ricolmi di un potente spirito di contrizione e che accenda in noi le lingue di fuoco per la professione della fede, perché, ardenti e illuminati negli splendori dei santi, meritiamo di vedere Dio uno e trino.»

Dai «Discorsi» di sant’Antonio di Padova, sacerdote (I, 226)

Cantarini Simone, il Pesarese. “Sant’Antonio da Padova e San Francesco di Paola”, c. 1640. Pinacoteca Nazionale, Bologna.

 “La carità è l’anima della fede, la rende viva; senza l’amore, la fede muore” (Sermones Dominicales et Festivi II, Messaggero, Padova 1979, p. 37)

Preghiera a Sant’Antonio da Padova

Indegno per le colpe commesse di comparire davanti a Dio
Vengo ai tuoi piedi, amorosissimo Sant’Antonio,
per implorare la tua intercessione nella necessità in cui verso.
Siimi propizio del tuo possente patrocinio,
liberami da ogni male, specie dal peccato,
e impetrami la grazia di (chiedere la grazia)
Caro Santo, sono anch’io nel numero dei tribolati
che Dio ha commesso alle tue cure, 

e alla tua provvidente bontà.
Sono certo che anche io per mezzo tuo avrò quanto chiedo
e così vedrò calmati i miei dolori, confortate le mie angustie,
asciugate le mie lacrime, ritornato alla calma 

il mio povero cuore.
Consolatore dei tribolati
non negarmi il conforto della tua intercessione presso Dio.
Così sia!

Buona giornata a tutti. 🙂

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Cardinale Francesco Montenegro: “Continuerà a girare la diocesi con la Vespa blu?”

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 …gira ancora sulla sua vespa blu.

Padre Franco: cardinale dal “cuore grande” 

La rivista “Credere” lo aveva intervistato un anno fa, poco dopo la sua nomina ad Arcivescovo di Agrigento e una delle domande al cardinale Francesco Montenegro riguardava proprio una sua singolare abitudine: “Continuerà a girare la diocesi con la Vespa blu?” le aveva chiesto la giornalista Vittoria Prisciandaro. La risposta di mons. Montenegro è stata: «Fino a quando ce la fa a portarmi… La stazza è quella che è. Non so perché dovrei cambiare stile di vita: ho sempre fatto le cose senza volere apparire, quindi non so perché non posso utilizzare ancora la Vespa.E il casco l’ho sempre usato».
Come testimonia questa fotografia, scattata nella splendida Valle dei Templi in occasione del centenario degli Scout, l’Arcivescovo ha mantenuto la sua promessa! Persino papa Francesco, di recente, ha chiesto se girasse ancora in Vespa…


Dopo quest’articolo pubblicato su Famiglia Cristiana (8/06/2016) riteniamo opportuno riproporne altri per conoscere meglio padre Franco…

«Quella cardinalizia è certamente una dignità, ma non è onorifica. Lo dice già il nome – “cardinale” – che evoca il “cardine”; dunque non qualcosa di accessorio, di decorativo, che faccia pensare a una onorificenza, ma un perno, un punto di appoggio e di movimento essenziale per la vita della comunità. Voi siete “cardini” e siete incardinati nella Chiesa di Roma, che «presiede alla comunione universale della carità»…

Con queste parole il Santo Padre ha accolto i nuovi cardinali, tra i quali anche il nostro arcivescovo mons. Francesco Montenegro, dopo la loro creazione: 20 nuovi “principi” della Chiesa ai quali Papa Francesco ha chiesto di esercitare e vivere nella carità questo nuovo percorso della loro vita…
 


“Ho invitato i poveri, un regalo per lei” Card. Montenegro a Papa Francesco


Guarda il video


Alle visite ‘di calore’ in Aula Paolo VI il gruppo venuto a rendergli omaggio era probabilmente il più numeroso: 1500 fedeli circa sono partiti da Agrigento e da ogni parte della Sicilia per venire a Roma e salutare il caro “don Franco”, ovvero il cardinale Francesco Montenegro, tra i 20 nuovi porporati creati nel Concistoro di oggi da Papa Francesco.
Che sia un vescovo molto amato sembra evidente; ma oltre alle sue doti umane, all’attenzione particolare per i giovani e per le fasce sociali meno abbienti, il tratto caratteristico del neo porporato è l’impegno per gli immigrati. 
Il “vescovo dei migranti” viene chiamato infatti Montenegro. Ma non solo per il suo incarico di presidente della commissione Cei per le migrazioni, o quello di presidente della fondazione “Migrantes”, o ancora per la responsabilità pastorale nel territorio di Lampedusa: per il cardinale siciliano il servizio a favore di questa povera gente è una vera vocazione che nasce da dentro.
E proprio la voce di questi rifugiati porterà ora nel Collegio Cardinalizio. “Perché non dovrei farlo?”, dice a ZENIT che lo ha incontrato fresco di porpora, “solo perché ora sono cardinale il mio impegno verrà meno? Assolutamente no, anzi…”…

… A fronte di un flusso stimato tra i 230 e i 240 milioni di migranti in tutto il mondo (un “sesto continente”, lo definisce il cardinale Montenegro) ed un Mediterraneo che è diventato una “tomba liquida”, con i suoi 25mila morti accertati (ma la cifra è probabilmente doppia), le autorità nazionali e internazionali purtroppo continuano a dare “segni di chiusura di occhi e anche chiusura di cuore”…

 
Impegnarsi per i poveri, tra cui i migranti, significa oggi, per i cristiani, vivere “una seconda edizione della Bibbia, perché quando i popoli si spostano sta cambiando la storia. Essere misericordiosi non significa essere compassionevoli: non è importante l’elemosina o la lacrimuccia ma il gesto, perché la fede e l’amore non possono essere vissuti senza sbracciarsi e prendere posizione”. Lo ha ribadito oggi a Roma il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento (nel cui territorio diocesano ricade Lampedusa) e presidente di Caritas italiana e della Commissione Cei per il servizio della carità e la salute, nella sua relazione alla giornata di studio su “Misericordia dalle periferie. Un Giubileo in uscita”, organizzata dall’Istituto superiore di catechesi e spiritualità missionaria, in collaborazione con la Facoltà di Missiologia della Pontificia Università Urbaniana. “La misericordia ci rigenera, fa saltare gli ingranaggi iniqui – ha affermato -. Se la Chiesa è continuazione di Cristo oggi, la Chiesa non può non essere misericordiosa. Deve essere accogliente, estroversa, pronta ad uscire di notte, compagna di strada, capace di accogliere tutti. Questa Chiesa dobbiamo realizzare. Non è più possibile far finta di niente e passare oltre; non solo perché lo dice Papa Francesco ma perché la storia ce lo rinfaccia”…
 
Non una Chiesa dei riti senza vita, che sta alla finestra, ma una Chiesa che scende sulle strade e si piega su chi è ferito, questa Chiesa è fedele al Vangelo di Gesù: è quanto ha detto il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas Italiana, durante un incontro a Roma sul tema delle periferie organizzato dall’Istituto superiore di catechesi e spiritualità missionaria insieme alla Pontificia Università Urbaniana. La sua testimonianza è strettamente legata ai flussi migratori che la sua terra tocca con mano ogni giorno. Papa Francesco ha detto che la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Da Lampedusa, che è porta d’Europa, come si vede la realtà? Ascoltiamo il cardinale Francesco Montenegro..
 
Vedi il nostro post precedente (all’interno link ad altri post):
Vedi anche il nostro video:

PIETRE VIVE

Chi è Gesù diNazareth?

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“Indagine su Gesù”

By leggoerifletto
Da: “Indagine su Gesù” – Antonio Socci

Chi è Gesù diNazareth?

Il più bello fra i figli dell’uomo

Salmo 44,3


Nietzsche, che fu il suo nemico giurato, un giorno confessò: “(Gesù) ha volato più alto di chiunque altro”. 

Ed Ernest Renan, che pure sferrò un attacco terribile al cristianesimo e alla Chiesa, definì Gesù “una persona eccezionale”.
Scrisse: “Gesù è l’individuo che ha fatto fare alla sua specie il più grande passo verso il divino”, “Gesù è la più eccelsa di quelle colonne che indicano all’uomo donde venga e dove debba andare. In lui si è condensato tutto ciò che vi è di buono e di elevato nella nostra natura… 

Quali che possano essere i fenomeni imprevisti dell’avvenire, Gesù non sarà mai superato. 

Il suo culto ringiovanirà continuamente, la sua leggenda strapperà interminabili lacrime; le sue sofferenze commuoveranno i migliori cuori: tutti i secoli proclameranno che tra i figli dell’uomo non è mai nato uno più grande di Gesù”.
Ma chi è precisamente questo enigmatico Gesù che da duemila anni affascina tutti, perfino i nemici?
Chi è questo giovane rabbì ebreo, che doveva essere cancellato dalla faccia della terra 2000 anni fa con una feroce esecuzione capitale da schiavo, da maledetto, se oggi, dopo 20 secoli, quel suo supplizio è ricordato in ogni angolo del mondo?
Infatti, come scriveva Giovanni Papini, “la sua memoria è dappertutto. Sui muri delle chiese e delle scuole, sulle cime dei campanili, dei tabernacoli e dei monti, a capo dei letti e sopra le tombe… milioni di croci rammentano la morte del Crocifisso”.
Un ateo militante come Paul Louis Couchoud – mentre cercava di sferrare il suo attacco finale al cristianesimo – doveva ammettere: “Nella mente degli uomini, nel mondo ideale che esiste sotto i crani, Gesù è incommensurabile. 

Le sue proporzioni sono fuori di paragone, il suo ordine di grandezza è appena concepibile. La storia di Occidente, dall’impero romano in poi, si ordina intorno a un fatto centrale, a un evento generatore: la rappresentazione collettiva di Gesù e della sua morte. 

Il resto è uscito di là o si è adattato a ciò. Tutto ciò che si è fatto in Occidente durante tanti secoli si è fatto all’ombra gigantesca della croce”.
Interroghiamo Jean Jacques Rousseau, che fu un nemico filosofico della Chiesa ed essendo stato un faro sia dei rivoluzionari francesi che dei romantici è un autore pressoché universale. Ecco quali pensieri e sentimenti rivela, parlando di Gesù, in un libro peraltro condannato sia nella Parigi cattolica che nella Ginevra calvinista:

“Vi confesso che la santità del Vangelo parla al mio cuore. Osservate i libri dei filosofi, con tutta la loro pompa! Come sono piccoli in confronto a quello… Può darsi che Colui di cui fa la storia sia egli stesso un uomo? 

E’ questo il tono di un invasato o di un settario ambizioso? 

Che dolcezza, che purità nei suoi costumi! Quale grazia toccante nei suoi insegnamenti, quale elevatezza nelle sue massime, quale saggezza nei suoi discorsi, quale presenza di spirito, quale finezza, quale esattezza nelle sue risposte! Quale dominio delle passioni! Dove è l’uomo, dove è il saggio che sa agire, soffrire e morire senza debolezza e senza ostentazione? Quando Platone descrive il suo giusto immaginario coperto da tutto l’obbrobrio del delitto e degno di tutti i premi delle virtù, dipinge tratto per tratto Gesù Cristo; la somiglianza è così sorprendente che tutti i Padri l’hanno sentita e che non è possibile ingannarsi (…). Ma dove aveva Gesù preso i suoi precetti, presa questa morale elevata e pura, di cui Egli solo ha dato gli insegnamenti e gli esempi? (…) La morte di Socrate che filosofeggia tranquillamente coi suoi amici, è la più dolce che si possa desiderare; quella di Gesù che spira fra i tormenti, ingiuriato, canzonato, maledetto da tutto un popolo, è la più orribile che si possa temere. Socrate che prende la coppa avvelenata benedice colui che gliela offre e che piange; Gesù, nello spaventoso supplizio, prega per i suoi accaniti carnefici. Sì, se la vita e la morte di Socrate sono quelle di un saggio, la vita e la morte di Gesù sono di un Dio”.

Ed ancora:

“Questo libro divino (il Vangelo, nda), il solo che sia necessario a un cristiano, il più utile di tutti anche a chi non lo sia, non deve che essere meditato per portare nell’anima l’amore del suo autore e la volontà di obbedire ai suoi precetti. La virtù non ha mai parlato un linguaggio così dolce; mai la saggezza più profonda si è espressa con tanta energia e tanta semplicità. Non si abbandona la sua lettura senza sentirsi meglio di prima”..

Stupisce anche lo sguardo su Gesù del giovanissimo Karl Marx (prima di immergersi nell’hegelismo e nell’ideologia dove si sarebbe perduto).
Egli infatti scrisse che “l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che solo può conoscere un animo schietto, infantile, unito a Cristo e attraverso di Lui a Dio, una letizia che innalza e più bella rende la vita”.
Indagando, interrogando, Gesù emerge sempre come l’uomo più sconvolgente di tutti i tempi (com’è noto il tempo stesso, in buona parte del mondo, da secoli, si computa a partire dalla sua nascita). Non c’è nessun individuo che gli si possa paragonare per l’importanza, la vastità e la durata della sua influenza.
Nessuno scatena amore e odio come lui. E’ anche il più rappresentato e cantato dall’arte di tutti i tempi. Anche la letteratura moderna ne è testimone.
“Sembra che molti autori” scrive Luigi Pozzoli “pur non riconoscendo il Cristo della fede, siano pronti a condividere le parole e i sentimenti che Dostoevskij ha confidato un giorno a una persona amica”.
Ecco le parole dello scrittore russo: “Non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo” e “non solo non c’è, ma non può esserci”.
A tal punto che “se mi si dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità”. Certo in Dostoevskij l’incontenibile ammirazione per Gesù arriva al paradosso, ma la sua osservazione esprime davvero il sentimento di molti:
“Quest’uomo fu il più eccelso sulla terra, la ragione per cui la terra esiste. Tutto il nostro pianeta, con tutto ciò che contiene, sarebbe una follia senza quest’uomo. Non c’è stato e non ci sarà mai nulla che gli sia paragonabile. E’ qui il grande miracolo”.
In effetti l’attrazione che la personalità di Gesù continua ad esercitare, attraverso i secoli, sorprende anche per come tocca i non credenti.
Dice Alfredo Oriani: “Creduli o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa”.
Perfino il simbolo del laicismo italiano, Gaetano Salvemini, rimase folgorato dall’altezza sublime della sua figura e del suo insegnamento.
Raccontò, in “Empirici e Teologi”, di essersi trovato in una stagione della vita come “sperduto nel buio e fu una impressione disperata”. Si sentì illuminato allora da una pagina di Pascal in cui una vecchietta dice: “io non so dimostrare a me stessa che c’è un Dio. Ma mi regolo come se ci fosse”.
Salvemini spiega: “quella vecchierella mi insegnò la via da seguire. Debbo aggiungere che nel seguire quella via, ho trovato un’altra guida e mi sono trovato bene a lasciarmene guidare. E questa guida è stato Gesù Cristo che ha lasciato il più perfetto codice morale che l’umanità abbia mai conosciuto. Io non so se Gesù Cristo sia stato davvero figlio di Dio o no. Su problemi di questo genere sono cieco nato. Ma sulla necessità di seguire la moralità insegnata da Gesù Cristo non ho nessun dubbio”.
Sfogliando il diario del turbolento e inquieto autore di “On the road”, Jack Kerouac, ci si può imbattere in questa annotazione: “so che soltanto Gesù conosce la risposta definitiva”. 

Nell’itinerario tormentato di Giovanni Testori perfino la “bestemmia” è segno dell’impossibilità di dimenticarlo e proprio perché non si può sradicare dal cuore è spada che lacera. 

Nel tempo della sua lontananza dalla Chiesa il poeta lombardo scriveva:

T’ho amato con pietà
Con furia T’ho adorato.
T’ho violato, sconciato,
bestemmiato.
Tutto puoi dire di me
Tranne che T’ho evitato

Sembra che sia rimasta nel mondo – per chi non è cristiano – una nostalgia incolmabile di lui. Con altrettanta drammaticità infatti Pier Paolo Pasolini grida al vuoto divorante della sua assenza:

“Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto
in ogni mio intuire. Ed è volgare,
questo non essere completo, è volgare,
mai fui così volgare come in questa ansia,
questo ‘non avere Cristo’ ….”.

Resta diffuso e inestirpabile, a quanto pare, il desiderio di sentirsi guardati dagli occhi di lui, da cui furono guardati i diversi personaggi dei Vangeli.
Il poeta libanese Gibran, in “Gesù Figlio dell’uomo”, mette in scena varie voci che, tutte, parlano di Gesù. 

Le parole della Maddalena: “Amico mio, io ero morta, sappilo (…). Ma quando i suoi occhi d’aurora guardarono i miei occhi, tutte le stelle della mia notte si dileguarono”.
Jorge L. Borges, da non credente, ritiene che tutti vorrebbero essere come colui che poté vedere quel suo volto:
“Gli uomini hanno perduto un volto, un volto irrecuperabile e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (…) che a Roma vede il sudario della Veronica e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era dunque la tua faccia? (…) Abbiamo perduto quei lineamenti come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli”.
Lo scrittore argentino confessa di “non vedere” personalmente il volto di Cristo nella sua vita, tuttavia “insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra”.
Il fascino di Gesù però raggiunge tutti, non solo gli artisti. Pur rifuggendo dalla retorica un famoso giornalista dei nostri anni come Enzo Biagi, solitamente ironico e disincantato, di fronte al gigante che riempie le pagine dei Vangeli non nasconde il suo stupore: “Gesù (…) ha detto cose che a tutt’oggi sono insuperabili. E credo che nessuno abbia conosciuto l’uomo come lui. Gesù è una figura misteriosa, difficile da spiegare solo con l’umano. Regge da 2002 anni. Non vedo paragoni in giro”.
Tutti parlano di lui come di un uomo sublime, di tale statura, bellezza e nobiltà, che neanche la fantasia avrebbe potuto pensarlo.
Secondo un intellettuale laico come Umberto Eco, quand’anche Gesù fosse – per assurdo – un personaggio inventato dagli uomini, il fatto che “abbia potuto essere immaginato” da noi “bipedi implumi”, di per sé, “sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede”.
Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato dall’amico Janouch con una domanda inattesa: “E Cristo?”, dette la sensazione di una scossa all’anima: “chinò il capo. ‘E’ un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi’ ”. Anche il laico Albert Camus accusa il colpo: “Io non credo nella risurrezione però non posso nascondere l’emozione che sento di fronte a Cristo e al suo insegnamento. Di fronte a lui e di fronte alla sua storia non provo che rispetto e venerazione”.
Umberto Saba, poeta triestino, ebreo, confidandosi in alcune sue lettere con l’amico monsignor Giovanni Fallani, dichiarava di non avere la fede, ma scriveva anche: “io amo Gesù come l’uomo che più si è avvicinato al divino o, almeno, a quello che i poveri uomini immaginano essere il divino. Sì, amo infinitamente Gesù, ma (se così oso dire) lo amo come un ponte fra l’uomo e il Divino. Lo amo come un ‘fratello’; infinitamente grande, infinitamente buono e amabile. Ho bisogno di credere, di appoggiare, in ogni caso, la mia disperazione a Gesù”.
E in un’altra lettera, raccontando del suo calvario nell’assistere la moglie malata:
“Quando mia moglie era ancora a casa e, almeno a tratti, in sé, le ho parlato un giorno di Gesù (…). Si era a tavola e pareva molto commossa, tanto che, appena l’aiutai a mettersi a letto, le dissi: Lina mia, vuoi che ci baciamo in Gesù? La povera vecchia mi rispose: Magari! Abbiamo provato entrambi momenti di grande dolcezza. Ci siamo baciati e abbiamo pianto”.
E’ sorprendente che un uomo – a distanza di duemila anni – possa commuovere a tal punto da medicare le ferite della vita di un uomo e una donna del XX secolo, come una carezza buona che arriva fin nel profondo dell’anima. Non è mai accaduto nella storia.
Oltretutto nel caso di Gesù – lo stiamo considerando al momento come un semplice uomo – è inspiegabile questa capacità di attraversare e invadere i secoli e i cuori.

– Antonio Socci – 

Fonte:  “Indagine su Gesù” di Socci, 2008, Rizzoli Editore




«Don Camillo guardò in su verso il Cristo dell’altar maggiore e disse: “Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano”.

“Non mi pare”, rispose il Cristo. “Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano.»

– Giovanni Guareschi – 


Nel deserto della storia è nato un giorno un fiore che è umanamente inspiegabile. Nulla di simile si è mai visto, né mai si vedrà. 
Per questo il fascino umano di Gesù da sempre stupisce e attrae tutti, perfino i suoi nemici.
Tanto che J. Malegue ha scritto: “Oggi il difficile non è l’accettare che Cristo sia Dio; il difficile sarebbe accettare Dio se non fosse Cristo”.


– Antonio Socci – 

Buona giornata a tutti. 🙂

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umilt@’ “Puro, discreto, sottile, lembo umano, nostra fertile riva tra pietra e torrente”…

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Prendi il largo

Don Luigi Verdi, “Ecco dove incontro l’umiltà”

gigi prende appunti

Il primo tratto della nostra Via della Resurrezione, quello dedicato alla parola “Umiltà”  è sul punto di essere completato. Domenica prossima cominceremo il cammino verso la seconda tappa, la fiducia. E’ il momento di cominciare a tirare le conclusioni di questo percorso. Nell’intervento di domenica scorsa, al termine del corso di Antonietta Potente, il nostro don Luigi ha cominciato a spremere i primi frutti del raccolto di questi due mesi. Prossimamente scriverà  una sintesi di ciò che Romena vuol vivere e vuol essere in relazione all’umiltà. Ma intanto possiamo leggere, o ascoltare, la riflessione conclusiva di domenica…

Studenti_Romena_004Sette modi di dire umiltà
di don Luigi Verdi
L’umiltà di Savonarola

Quello che abbiamo più o meno capito che l’umiltà è humus, terra. Ma non tutti pensano che la terra è viva. Quando si pensa a uno umile si pensa a una persone che non dà noia, che non si ribella. Non è così perché la terra è viva, ha un profumo, la terra grida.

Ho trovato questo passaggio di Girolamo Savonarola. Sapete la sua storia. Lui semplicemente diceva le cose come stavano in maniera molto netta ma il Papa lo riprende dicendogli che non è umile, che il suo non obbedire era segno di poca umiltà. E Savonarola risponde così: “Vi dico che per esser prete vi è ben altro che candele e stole e paramenti. Per essere prete bisogna imparare ben altro che cantar latino e pronunciar litanie. Bisogna aver imparato a vivere, bisogna aver dentro il fuoco, fiamme vere. Il cristiano, se è cristiano vero, è parecchio scomodo. Dà noia, dà fastidio, si vorrebbe stesse zitto. E non è vero forse che fare il prete si stima cosa da donnetta, da faccia triste, da timorati occhietti smunti? Tu sì, tu pretino che te ne vai in giro tutto pulito e lindo, con la bella divisa tra i capelli, la barba rasata perfetta liscia, tu che porti le belle camicie nere, le tonache stirate, sarai tu un difensore dei deboli? Sarai uno di quelli di Cristo, Cristo che cacciava a pedate i mercanti dal tempio. O non sarai proprio tu a farceli entrare i mercanti nel tempio? E poi sei tiepido, pretino, sei spento, sei tristo, dove sta in te la fiamma di Cristo? Dove brucia in te la forza dello spirito, dove?”
Io credo che l’umiltà non è subire, non è starsene buoni, ma essere autentici.
L’umiltà dei contadini
Ricordate cosa dice Gesù ai pescatori che non hanno preso nulla per tutta la notte? Gli dice: tornate a pescare. I contadini rimasti qui fanno questo da sempre: ogni anno riattivano la vita senza l’assillo di doverla conservare. Amano ciò che la natura dà, si fidano di ciò che la natura dà. Pietro, “il  Moro”, il contadino che abita qui vicino, che vive da sempre a Romena, a 82 anni continua a piantare gli ulivi. Ma chi te lo fa fare? Vien da dirgli, ci vorranno ancora 5 anni perché possano crescere. Ma il Moro sa che la vita non finisce con lui, e quello che fa è per quelli che verranno dopo. Ha ragione Antonietta Potente quando dice che le nostre ricerche sono egocentriche, che sono puntate su noi. Il Moro pensa invece che la terra è esistita prima di lui e che continuerà dopo di lui. Per questo continua, con umiltà, a piantare gli ulivi.
L’umiltà di non fermare il vento
La bellezza del vento è che ci fa uscire dal nostro baricentro, che  ci fa dondolare, inquieti, rispetto a quello che abbiamo realizzato. Diceva padre Turoldo che “Lo spirito è il vento che non lascia dormire la polvere”. La bellezza del vento è che se te hai messo polvere sulla tua vita, il vento la porta via. “Voi – canta Fabrizio De Andrè – non potete fermare il vento, gli potete solo far perdere tempo”. 
E noi della chiesa quante volte abbiamo fatto perdere tempo allo spirito… 
Umiltà è fidarsi del vento che ci fa andare oltre ciò che abbiamo realizzato, che scuote la polvere su cui rischiamo di adagiarci.
L’umiltà di imparare
Ho seguito una mamma che poi è morta di leucemia. Aveva una bambina piccola e il babbo, dopo la scomparsa della moglie, ha cercato di prendersi cura di lei da solo. Così ha provato a preparare e darle da mangiare col biberon. Ma mentre cercava di porgerle il biberon la bambina ha allungato le manine, gli ha preso il biberon e ha cominciato a girarlo come faceva la mamma, per scaldare il latte…Quel ricordo di mamma le si era già impresso dentro…
Si può imparare anche da un neonato. Umiltà è la capacità di imparare da tutti. 
A me nella vita ha insegnato soprattutto le persone più semplici, più umili, perché sono le più creative, perché nel fare cose apparentemente semplici, dimostrano lo stesso ingegno di chi fa un’opera d’arte.
L’umiltà dell’imperfezione
Mi viene in mente mia mamma che cucina benissimo, con tanta cura, ma, quando prepara un bel pranzo, si perde nei passaggi finali, quando si tratta di apparecchiare, di offrire il frutto della sua cura. Mi piace questa imperfezione, è come se dicesse, “io ho fatto quello che potevo, ora pensateci voi”. E’ una grande umiltà accettare di essere imperfetti.
L’umiltà di Cenerentola
Mi piace da morire questa immagine della storia di Cenerentola.
Il padre di Cenerentola parte per un lungo viaggio. Le sorellastre gli chiedono come dono gioielli e bei vestiti. Cenerentola invece chiede il primo rametto che il padre urterà tornando a casa. Sarà un ramo di nocciolo. Lei prende questo rametto lo pianta nella tomba della mamma e va tre volte al giorno con le lacrime a bagnarlo. E arriva questo uccellino bianco che si posa sul nocciolo.
Questa lezione ci fa capire perché Cenerentola non reagisce mai alle sorellastre: non per un senso di umiltà vissuta come sottomissione, ma perché punta oltre, perché vede oltre. Chi è umile ha uno sguardo che sa andare oltre.
La fertile riva dell’umiltà
Per concludere vi consegno una definizione di umiltà che ho trovato nelle Elegie duinesi del grande Rainer Maria Rilke.
Il poeta descrive l’umiltà così. “Puro, discreto, sottile, lembo umano, nostra fertile riva tra pietra e torrente”. Così penso sia l’umiltà.
 don Luigi Verdi – conclusione su Umiltà – 29 maggio 2016