Un catechismo per i bambini

Standard

il blog di Costanza Miriano

grandi domande

di padre Maurizio Botta

Ho la gioia sincera di  annunciarvi che a fine agosto sarà pubblicato dall’editrice ITACAil primo volume del Catechismo Le domande grandi dei bambini, di don Andrea Lonardo e padre Maurizio Botta, pensato per i bambini dell’eta delle Prime Comunioni.

Non sarà un catechismo ufficiale della diocesi di Roma, né dell’Ufficio Catechistico, perché è bene che ognuno sia libero di utilizzare i testi che ritiene più adatti. Ma abbiamo voluto scriverne uno Don Andrea Lonardo e io perché sentivamo che era importante farlo.

View original post 162 more words

Conosci la preghiera del cuore?

Standard

«Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»?
bY leggoerifletto

Conosci la preghiera del cuore? – Padre Andrea Gasparino

Il cristiano vale quanto prega.
“Signore Gesù Cristo figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore.”

Conosci la preghiera del cuore?
Sai che cos’è? Vuoi sperimentarla?
Chi la scopre, sperimenta una strada di preghiera che trasforma la vita.
Anzitutto…
Prima di tutto riconosci che la preghiera è dono e che hai sempre bisogno di imparare a pregare.
Ti sei già posto con realismo il problema?
Quando preghi se sei sincero, ti accorgi che è più il tempo che passi nelle distrazioni, del tempo che stai con il Signore.
Se sei sincero, capirai che la tua preghiera è parolaia, e non ti mette a contatto con Dio.
Se sei sincero, capirai che c’è tanta poca preghiera nella tua preghiera.
Certi rosari che la gente recita sono mucchi di foglie secche. Prova un po’ dopo un rosario a farti la domanda: ma ho parlato con la Madonna? Che cosa le ho detto? Il Papa raccomanda il rosario ogni giorno, ma non intende certo il rosario parolaio che non lascia spazio alla riflessione e al contatto con la Vergine Santa.
Ti sei già accorto?
Hai già notato che quando preghi sei abituato a dare consigli a Dio, sei abituato a imporre la tua volontà a Dio e sei abituato a chiedere, chiedere, chiedere, sempre chiedere.
Questo è proprio preghiera? Hai già notato che ringrazi tanto poco? Sei immerso nei doni di Dio dal mattino alla sera e sei capace a passare anche un giorno intero senza mai dire un grazie sincero a Dio. Ti comporti con Dio come certi bambini maleducati che prendono e pretendono e non dicono mai grazie.
Sei anche capace a stare giorni e settimane senza un grazie sincero a Dio.
La preghiera parolaia scade facilmente nell’ipocrisia, perché chi vi è abituato si illude di pregare, invece non prega affatto.
L’abitudine alla preghiera parolaia è un male terribile che addormenta la coscienza e illude. L’abitudine alla preghiera parolaia si potrebbe chiamare il cancro della preghiera.
Dire basta!
E’ urgente dire basta! E’ urgente interrogarti: “ma io so pregare?” Se è parlare con Dio ed è ascoltare Dio, dopo la preghiera dovrei avere la sensazione di aver parlato con Lui, di aver comunicato con Lui. S. Agostino ha detto:
“Come può Dio ascoltarti se quando hai pregato non sai cosa gli hai detto?”
Una domanda
Ecco ora una domanda chiave, una domanda inquietante. Da tanti anni preghi, ma che cosa è cambiato nella tua vita?
La tua preghiera, sin qui, che cosa ti ha dato? Li conosci i tuoi difetti? Lavori intorno ai tuoi difetti? E’ migliorata la tua vita spirituale? Sei cresciuto?
Se la preghiera è separata dalla vita è la prova che è una preghiera da poco, forse non è neppure preghiera, forse devi ricominciare tutto da capo…
Prova a farti alcune domande essenziali:
– Che cos’è pregare?
– Qual è l’anima della preghiera?
– Cosa posso fare per cominciare a pregare veramente?
Devi cioè introdurti nella preghiera vera, che noi chiamiamo preghiera del cuore.
Non pensare a niente di sentimentale, la preghiera del cuore è un cammino spirituale serio, ma che ti aprirà le porte della vita spirituale profonda, se tu avrai l’umiltà e il desiderio concreto di imparare…
La preghiera del cuore si potrebbe anche chiamare: preghiera di silenzio o preghiera contemplativa.
Ma insomma, cos’è la preghiera del cuore?
Per rispondere in modo adeguato vorrei spiegarti prima qual è la vetta della preghiera del cuore, ma naturalmente per arrivare alla vetta bisogna prendere delle abitudini nuove nella preghiera.
La vetta
Dunque la vetta della preghiera del cuore è la preghiera sanguinante del Getzemani:
“Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta”
Crediamo che non ci sia una preghiera più grande di questa.
Ma per arrivare alla vetta bisogna camminare decisi nella preghiera del cuore e prendere abitudini nuove.
Abituati ogni giorno a dedicarvi un quarto d’ora (faresti bene a controllare il tempo con l’orologio) e impegnati:
– a rilassarti, sta seduto o sta in ginocchio, ma ben rilassato
– chiudi gli occhi
– concentra il tuo pensiero sulla presenza di Dio in te. Gesù ha detto: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22).
– concentrati per esempio sulla presenza in te dello Spirito Santo, e scegli una parola da ripetere incessantemente come:
“Spirito Santo, aprimi all’amore”oppure “Spirito Santo, io ti amo” o semplicemente “Spirito Santo!”
Oppure, concentrati sulla presenza di Gesù in te e prega ripetendo, se credi:
“Gesù Salvatore, salvami” oppure “Gesù, io ti amo” o semplicemente “Gesù!”
Oppure concentrati sulla presenza del Padre in te e prega ripetendo, se credi:
“Padre mio, mi abbandono a te”
oppure “Padre, io ti amo” o semplicemente “Padre!”
– al termine del quarto d’ora di intimità con Dio, fatti questa domanda:
Signore, qual è la gioia che posso dare oggi a chi vive accanto a me?
Signore, qual è la tua volontà su di me, oggi?
Ecco, questo è l’allenamento alla preghiera del cuore.
La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascolto.
E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La preghiera del cuore è il momento culminante dell’ascolto. Ogni giorno prega il Vangelo della Liturgia del giorno collegandolo sempre alla tua vita concreta.
Da quel Vangelo trova una parola/messaggio che utilizzi per fare la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te.
Sii costante e toccherai con mano la potenza della preghiera del cuore sulla tua vita.

– Padre Andrea Gasparino –
Movim. Contempl. Mission. “P. De Foucauld”- Cuneo
 
 
 
Che cosa diremo di questa preghiera divina, l’invocazione del Salvatore: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»?
È una preghiera, un voto, una confessione di fede la quale ci conferisce lo Spirito Santo e i doni divini, purifica il cuore e scaccia i demoni; è la dimora di Gesù Cristo in noi, una sorgente di riflessioni spirituali e di pensieri divini; è la remissione dei peccati, la guarigione dell’anima e del corpo, lo splendore …della luce divina; è una fonte di misericordia celeste che effonde sugli umili la rivelazione e l’iniziazione ai misteri di Dio. È la nostra unica salvezza perché contiene il Nome salvifico del nostro Dio, il solo Nome sul quale possiamo contare, il Nome di Gesù Cristo, il Figlio di Dio: « Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale possiamo essere salvati », come ricorda Pietro (At 4,12).
Per questo tutti i credenti devono continuamente confessare questo Nome: sia per proclamare la nostra fede e testimoniare il nostro amore per il Signore Gesù Cristo, dal quale nulla deve mai separarci, sia inoltre a causa della grazia che ci viene dal suo nome, a motivo della remissione dei peccati, della guarigione, della santificazione, dell’illuminazione, e soprattutto a causa della salvezza che ci ottiene. Il santo Vangelo dice: « Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio ». Questa è la fede! E il Vangelo aggiunge: «e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome» (Gv 20,31). Questa è la salvezza e la vita!

– San Simeone di Tessalonica –
 
“Gesù non ha detto che il Padre dà lo Spirito a chi lo merita; ha detto che dà lo Spirito a chi lo chiede. Allora bisogna chiederlo con fede e con costanza”
 
 – padre Andrea Gasparino –
 
Buona giornata a tutti. 🙂
 

Madrid, Addio a Carmen Hernández funerali nella cattedrale dell’Almudena.

Standard

Carmen è partita per il cielo. La co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale è scomparsa oggi (ieri) pomeriggio a 85 anni

 

Carnen Hernández

Madrid, funerali di Carmen Hernandez nella cattedrale dell’Almudena – 21 luglio 2016
Addio a Carmen Hernández, instancabile evangelizzatrice 



innamorata di Cristo


RETRANSMISIÓN TV FUNERAL CARMEN HERNÁNDEZ. Mañana Jueves, a partir de las 18H, 13TV retransmite el funeral de Carmen Hernández, iniciadora del Camino Neocatecumenal. Podrá seguirse también en

La co-iniziatrice del Cammino Neocatecumenale è scomparsa oggi pomeriggio a 85 anni

Carmen Hernández

© Camino Neocatecumenal
Era uno spirito libero Carmen Hernández, co-iniziatrice insieme a Kiko Argüello del Cammino Neocatecumenale. Di quella libertà che vivono solo le persone che hanno incontrato Gesù Cristo nella loro vita e hanno capito che tutto il resto passa in secondo piano. 
Alle 16.45 di oggi è morta a 85 anni, nella sua casa paterna di Madrid, dopo una lunga malattia che l’aveva costretta a stare a riposo per un anno e mezzo. Lei che nella sua vita non si era mai fermata, che insieme a Kiko aveva girato il mondo per annunciare il kerygma, la Buona notizia, a cominciare da quelle baracche alla periferia di Madrid dove vi si era trasferita sul finire degli anni ‘60 per portare la Parola in mezzo agli zingari, ai reietti, ai criminali.
Una strada che aveva scelto Dio per lei, come amava ripetere, visto che i suoi progetti e quelli della sua facoltosa famiglia erano ben altri. Avviata agli studi scientifici con il padre alle spalle che la spingeva ad un futuro imprenditoriale, Carmen nel suo percorso di studi volle raggiungere solo un traguardo: la licenciatura in chimica (una sorta di laurea di primo livello). 
Carmen HernándezPoi decise di assecondare quel sacro fuoco missionario che bruciava nel suo cuore da quando era bambina e a Tudela, sulla riva
dell’Ebro, vedeva passare missionari gesuiti, domenicani e salesiani provenienti da ogni angolo del globo. A 15 anni espresse il desiderio di recarsi in India, creando non pochi scombussolamenti nella sua famiglia; il proposito si concretizzò qualche anno più tardi con la maggiore età quando decise di diventare missionaria cattolica e si ritirò per otto anni nell’Istituto Misioneras de Cristo Jesús, a Barcellona.
Erano gli anni ’60 e mentre i giovani della sua età sognavano la rivoluzione, lei ambiva a formare èquipe missionarie in Bolivia. Una di queste riuscì a partire e a lavorare tra gli Indios. Lei, intanto, continuava a stare in Spagna a cercare giovani che sposassero il progetto. All’epoca studiava teologia e intensificava il suo impegno religioso, ma decise di rimanere allo stato laicale. Per sostenersi lavorava in fabbrica o come donna delle pulizie.
È in quegli stessi anni, durante i quali sulla Chiesa soffiava lo Spirito del Concilio Vaticano II, che tramite sua sorella Pilàr, all’epoca volontaria in un’associazione di riabilitazione delle prostitute, viene a conoscenza di un tale Kiko Argüello, giovane pittore anch’egli di buona famiglia che aveva rinunciato ad una promettente carriera per andare con una Bibbia, una chitarra e i fioretti di San Francesco tra i poveri di Palomeras Altas.
Una follia, che tuttavia a Carmen sembrò molto più concreta come servizio alla Chiesa di tanti suoi progetti. Decise allora di seguire questo strano uomo con la barba e andò ad abitare in una baracca a mezzo chilometro da lui pensando, in fondo in fondo, di aver trovato un elemento valido per la sua missione in Bolivia. Ma quando Carmen conobbe la comunità di Palomeras – raccontava lei stessa – ebbe una grande sorpresa: scoprì, cioè, che la Chiesa non era composta da gente scelta ma da poveri e deboli, perché era lì che Gesù Cristo si rendeva presente. 
Camino NeocatecumenalIl resto è storia conosciuta da tutti: le prime comunità formate dagli zingari, il trasferimento a Roma nel Borghetto latino, l’evangelizzazione nelle parrocchie di tutto il mondo, la formulazione di quelle catechesi iniziali a cui lei diede il contributo maggiore grazie ai suoi studi teologici e che, anche per la sua tenacia, furono approvate dopo tanto tempo dalla Santa Sede. Catechesi che negli anni hanno avvicinato milioni di persone alla Chiesa attraverso quello che lei non voleva che venisse definito “movimento”, tantomeno associazione o congregazione, ma una realtà ecclesiale frutto del rinnovamento del Concilio.
Il Cammino, si sa, conta oggi grandi numeri tra circa 30mila comunità in 125 paesi, migliaia di vocazioni e un centinaio di seminari, ma Carmen non amava sentirlo dire. Si è sempre distaccata da trionfalismi e vanaglorie o da riconoscimenti pubblici come il dottorato in teologia honoris causa che la Catholic University of America di Washington aveva concesso a lei e Kiko il 16 maggio del 2015. 
Ciò che cercava Carmen era il bene delle persone, e questo implicava anche un modo schietto di dire la verità così com’era, nuda e cruda. A cominciare da Kiko. Non si dimenticano infatti i suoi rimbrotti divenuti una scena imperdibile degli incontri vocazionali, quando dopo catechesi appassionate di Argüello, di fronte a folle oceaniche, si alzava in piedi e con l’inconfondibile accento madrileño diceva: “Io dico sempre a Kiko che l’inferno è pieno di predicatori come lui!”. O quando, durante le celebrazioni nel 2009 per i 40 anni del Cammino Neocatecumenale nella Basilica di San Pietro, durante un discorso interminabile, a Kiko che cercava di farla abbreviare urlò in spagnolo: “Fai silenzio, parlo al Papa!”, strappando un sorriso anche a Benedetto XVI. 
Come dimenticare, poi, i suoi incoraggiamenti alle vocazioni femminili o le parole sull’importanza del ruolo della donna “fabbrica della vita” per la Chiesa, per la famiglia e per la società. “Per questo – ripeteva continuamente – dalla prima pagina della Genesi fino al finale dell’Apocalisse il demonio perseguita sempre una donna”. 
Di lei Kiko fa un ricordo commosso: “Carmen, che enorme aiuto al Cammino! Non mi ha mai adulato, ha pensato sempre al bene della Chiesa. Che donna forte!”, scrive in una lettera. “Spero di morire presto e di ricongiungermi a lei. Carmen è stata per me un evento meraviglioso” con “il suo genio grande, il suo carisma, il suo amore al Papa e soprattutto il suo amore alla Chiesa”. “È stato commovente – prosegue Kiko – che ha aspettato che io arrivassi, l’ho baciata e le ho detto: Animo! Coraggio! E dopo averle dato un besito è morta”. 
I funerali si terranno giovedì 21 luglio nella Cattedrale di Madrid, presieduti dall’arcivescovo Carlos Osoro Sierra, alla presenza di numerosi vescovi e cardinali vicini alla realtà neocatecumenale e agli itineranti di tutta Europa. Intanto le comunità di tutto il mondo si sono riunite in preghiera in segno di riconoscimento per questa donna che, con la sua passione e il suo dare la vita, ha trasmesso loro l’amore per Cristo e per la Chiesa.
Lettera Kiko Carmen

preghiera

Standard


www.romena.it

La preghiera…

Una lampada ai nostri passi – Teofane il Recluso

Impara a praticare la preghiera della mente nel cuore. 

La Preghiera di Gesù infatti è una lampada ai nostri passi e una stella che ci guida sulla via del cielo, come insegnano i santi Padri nella Filocalia. 

La Preghiera di Gesù, quando brilla incessantemente nella mente e nel cuore, è una spada contro la debolezza della carne e i desideri malvagi di gola e di lussuria. Dopo le parole iniziali: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio », puoi continuare così: « per l’intercessione della Madre di Dio, abbi pietà di me, peccatore ».

La preghiera esteriore da sola non è sufficiente, Dio presta attenzione alla mente: perciò quei monaci che non conciliano la preghiera interiore con quella esteriore non sono monaci, sono simili a legna bruciata. 

Il monaco che non conosce o che ha dimenticato la pratica della Preghiera di Gesù non porta il sigillo di Cristo. I libri non possono insegnarci la preghiera interiore, possono solo farci vedere alcuni metodi tecnici per praticarla. 

È necessario invece recitarla con perseveranza.
– Teofane il Recluso – 

La pratica della Preghiera di Gesù è semplice. 

Rimani alla presenza del Signore con l’attenzione nel cuore e invocalo: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me!» 

L’essenziale non sta nelle parole, ma nella fede, nella contrizione e nella sottomissione al Signore. Con questi sentimenti si può stare davanti a Dio anche senza parole ed essere ugualmente in preghiera.
– Teofane il Recluso – 

 Van Gogh, giardino dell’asilo, aprile 1890
A me sembra
che la nostra principale certezza della bontà divina
poggi proprio sui fiori. 

Tutto il resto, 

le nostre facoltà, i nostri desideri, il nostro cibo,

è strettamente necessario per la nostra esistenza, 

mai fiori rappresentano un extra. 

Il loro profumo e il loro colore 

sono un abbellimento della vita…
– Sir Arthur Conan Doyle – 
Lavora recitando la Preghiera di Gesù: “Dio ti benedica!” 

All’uso di recitare oralmente questa preghiera unisci però il ricordo del Signore, accompagnato dal timore e dalla devozione. 

La cosa più importante è che tu cammini alla presenza di Dio, sotto il suo sguardo, cosciente che Dio ti sta osservando, sta cercando la tua anima e il tuo cuore, sta vedendo tutto ciò che succede in essi. 

Questa coscienza è la leva più potente del meccanismo della vita spirituale.

– Teofane il Recluso – 
Buona giornata a tutti. 🙂

www.leggoerifletto.it

Standard

Lectio Gv 8,21-30Giovanni Nicolini

a llectio

Famiglia della visitazione 
Martedì 12 luglio 2016 
21 Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22 Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?». 23 E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24 Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». 25 Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. 26 Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». 27 Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28 Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. 29 Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30 A queste sue parole, molti credettero in lui. 

COMMENTO DI GIOVANNI 

Per cogliere bene queste Parole di Gesù, che suonano così severe e polemiche, è bene collocarsi in quello che la tradizione ebraica chiama “il linguaggio profetico”, dove ci si esprime in termini radicali e quasi violenti per mettere in evidenza lo spessore divino degli eventi. 

Qui il Signore vuole farci capire che l’essere cristiani è proprio una “vita nuova”! Forse ricordate le Parole del dialogo con Nicodemo! E’ proprio la nuova nascita di una vita assolutamente nuova. 

La Prima Alleanza della Legge e dei profeti è una grande preparazione, ma non si può pensare di mettere l’evento di Gesù “in continuità” con quello che l’ha preceduto! 

Dunque è dono di Dio e dono di una condizione assolutamente nuova. Questo mi sembra il significato da attribuire ad espressioni come “Dove vado io, voi non potete venire (ver.22) …voi siete di quaggiù, io sono di lassù (ver.23) … “morirete nei vostri peccati (ver.24) “: tutto è per dire che il dono di Dio nella Persona, nella Parola e nell’opera di Gesù è appunto la pienezza della storia dell’umanità e della stessa creazione! 

Il ver.25 è complesso perché anche il testo è complesso. A me piace renderlo con una versione letterale che propongo così: ”Gesù disse loro: “Il principio che anche parlo a voi”. Mi piace che alla domanda che gli pongono : “Tu, chi sei?” Egli risponda con quell’espressione “il Principio”, che è anche la prima Parola della Bibbia, in Genesi 1,1, ed è la Prima Parola del Vangelo secondo Giovanni. 

Perchè Gesù è veramente fin da principio, e veramente il Principio! E la meraviglia è che dica che “parla a voi”! Dunque è veramente il Principio di tutto, e adesso parla a noi! 
Tutto questo si compie in Gesù, che è il Figlio del Padre Dio, pienezza della rivelazione e pienezza della comunione d’Amore. 
Al ver.28 egli parla della sua Pasqua con l’espressione importantissima nel Vangelo di Giovanni: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo….”, che è riferimento alla Croce, che sarà però anche la pienezza della rivelazione e della gloria, perché il suo sacrificio d’Amore è pienezza della rivelazione e del dono di Dio-Amore! Tutto questo è opera e frutto della piena comunione d’Amore tra il Padre e il Figlio. 
Il ver.30 dice che queste Parole hanno portato molti alla fede! 

Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni

famigliedellavisitazione.it

LE UMILIAZIONI SONO LA PORTA SULLA QUALE ACCOGLIERE IL VANGELO

Standard
αποφθεγμα Apoftegma
 
Il Signore ci avverte del pericolo in cui noi stessi siamo.
Ci mostra la serietà del peccato e la serietà del giudizio.
Non siamo forse, nonostante tutte le nostre parole
di sgomento di fronte al male e alle sofferenze degli innocenti,
troppo inclini a banalizzare il mistero del male?
Ma guardando alle sofferenze del Figlio
vediamo tutta la serietà del peccato,
vediamo come debba essere espiato fino alla fine per poter essere superato.
Il male non può continuare a essere banalizzato
di fronte all’immagine del Signore che soffre.
 
Card. J. Ratzinger
 
QUI IL FILE MP3 AUDIO DA SCARICARE 



L’ANNUNCIO




Dal Vangelo secondo Matteo 11, 20-24

In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perché non si erano convertite:
«Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida. Perché, se a Tiro e a Sidóne fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidóne nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra.
E tu, Cafàrnao, “sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!”.  Perché, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!».

LE UMILIAZIONI SONO LA PORTA SULLA QUALE ACCOGLIERE IL VANGELO

Il peccato di Sodoma e Gomorra non è innanzitutto, come di solito si pensa, quello di una sessualità pervertita, la sodomia per intenderci. La tradizione giudaica insiste invece sull’unica regola di Sodoma: il rifiuto dell’ospitalità, che è sempre la madre di ogni disordine, anche di quello sessuale. La trasgressione di questa legge da parte di Lot fece scoprire i due angeli che furono a visitarlo (Gen. 19, 1-4). I nomi di Sodoma e Gomorra in ebraico sono rispettivamente “il campo” e “i covoni”. Nomi legati alla fecondità, alla prosperità, che evocano semi e seminagione, immagine e profezia del Messia e dell’amore. Fecondo è solo chi accoglie l’amore, chi lascia che il seme penetri e dia inizio alla vita; chi si chiude in se stesso e nel proprio egoismo cercherà nell’altro soddisfazione e gratificazione, sempre infeconde, come accade nei rapporti contro natura. Nella Scrittura appaiono molti episodi e molte profezie al riguardo. Il Cantico dei Cantici descrive in modo sublime il Signore come uno Sposo che scende nel suo giardino alla ricerca della sua amata. La parabola del seminatore ne trasmette gli echi. Non a caso, proprio tra i campi e i covoni, prima Davide e i suoi prodi, e poi Cristo con i suoi discepoli, compiendo in modo autentico e impensabile la Legge, cercano il nutrimento riservato ai sacerdoti. Laddove è stato gettato il seme della Parola attraverso l’annuncio del Vangelo, il Signore, unico e vero mediatore e sacerdote tra l’uomo e il Padre, cerca il suo frutto. Quei campi e quei covoni sono opera sua, il frutto del suo mistero pasquale annunciato dalla Chiesa. Ciascun uomo sulla terra, covoni del grande campo di Dio, è sua proprietà. Non accogliere Cristo è non accogliere se stessi, rifiutando la propria identità e l’unico senso della propria vita. “Precipitare” è allora la naturale conseguenza di una scelta, non un castigo ingiusto di un Dio ingiusto: o apriamo la porta a Cristo per accoglierlo, o spalanchiamo le finestre per buttarci giù e suicidarci, non ci sono alternative. Sì, chi non accoglie Cristo si suicida in una eutanasia dell’anima che le sottrae l’unico alimento che la fa vivere ed essere feconda. “Sodoma” e “Gomorra” richiamano a una storia d’amore tradita per superbia e autosufficienza, gli stessi peccati delle altezzose “Cafarnao e Corazin”, delle emancipate “Tiro e Sidone”, della ricca “Betsaida”. Non c’è posto per la Grazia in chi si presume giusto. Contro questo veleno che ci fa rifiutare Cristo, l’unico antidoto è la costante memoria del suo amore. Insegniamo ai nostri figli a fare memoria delle opere di Dio in mezzo alla confusione nella quale vivono? Gli sposi fanno ogni giorno memoria delle opere di Dio in loro, per resistere ai terremoti della vita matrimoniale? Un sacerdote sa guardare alla sua storia e farne un memoriale di misericordia e gratuità nella messa che celebra ogni giorno, per guidare il popolo a lui affidato a contemplare, anche nelle traversie della vita, la fedeltà buona e giusta di Dio? Quel lembo di Galilea è la geografia della storia di ciascun uomo: giunge lo Sposo, l’Atteso, il nuovo Mosè, il Messia. E’ Lui il Pane disceso dal cielo, la sua carne e il suo sangue sono l’unica vita. Ma questo discorso “è duro”, e molti, proprio lì, nella sinagoga di Cafarnao, anche tra i suoi amici e parenti, hanno cominciato ad abbandonarlo. Gesù non è una rosetta, magari la migliore, in mezzo ad altri filoni e ciriole. Gesù è un pane speciale, unico, al punto che senza di Lui non si può vivere, perché senza di Lui la vita è morte. Che pretesa! Cafarnao, Betsaida, Corazin, non lo hanno potuto accettare: troppo ricche, troppo radical e liberali, in quella Galilea al confine tra Israele e la terra pagana, così incline ad assorbirne le idolatrie e a diluirvi dentro la propria fede. 

Rovine di Corazin
Cafarnao, Betsaida, Corazin, sono i nostri nomi, perché siamo superbi. La predicazione, i miracoli, quante volte ci hanno scaldato, emozionato, per poi essere dimenticati, strozzati dal nostro ego smisurato dato in sposo all’idolatria? E siamo “precipitati”, proprio come si può constatare oggi nel sito di Cafarnao, di cui non resistono che poche vestigia archeologiche perché sprofondata nel Lago di Tiberiade. Sodoma e Gomorra non potevano accogliere lo straniero perché turbava i loro standard, che erano quelli del peccato. Forse non giungiamo a chissà quali nefandezze, ma il principio è lo stesso: difendiamo quello che desideriamo fare, inzuppandolo nella melassa della libertà. Magari le ferite sanguinassero davvero dilaniandoci dal dolore! Spalancheremmo le porte al medico capace di curarci. L’arroganza, l’assolutezza nei giudizi, l’incapacità di amare e accogliere il prossimo così com’è, sono figli perversi della chiusura alla Grazia, l’unica capace di cambiare radicalmente il nostro cuore. Sono frutto di un’affezione subdola al male che desideriamo compiere. Per questo banalizziamo gli aspetti importanti e decisivi, chiudendo cuore e mente al perdono: “Dell’immagine di Dio e di Gesù, alla fine, non ammettiamo forse soltanto l’aspetto dolce e amorevole, mentre abbiamo tranquillamente cancellato l’aspetto del giudizio? Come potrà Dio fare un dramma della nostra debolezza? – pensiamo. Siamo pur sempre solo degli uomini! Ma guardando alle sofferenze del Figlio vediamo tutta la serietà del peccato, vediamo come debba essere espiato fino alla fine per poter essere superato. Il male non può continuare a essere banalizzato di fronte all’immagine del Signore che soffre” (Card. J. Ratzinger). Che fare? “Pentirsi”, “convertirsi”. Accogliere, oggi, di nuovo, l’amore e il perdono, la misericordia infinita di chi vuole ridonarci la verginità perduta, del Signore che ancora una volta, oggi, vuol ricrearci per una nuova fecondità. “Tua sorella Sodoma e le città dipendenti torneranno al loro stato di prima” (Ez. 16, 55): il Capitolo 16 di Ezechiele descrive magistralmente la parabola di Israele, di Sodoma e delle sue sorelle, immagini della nostra vita. Amata e riscattata mille volte, e altrettante perduta in adulteri e idolatrie, figlie della superbia antica. Ma l’ultima parola è la misericordia, la vita nuova in Cristo: “Dopo le irrimediabili minacce, il Signore lascia risplendere l’amore. Bisogna ascoltare, ascoltare fino in fondo per arrivare all’ultima parola, il Nome del Signore! Egli è giustizia e tenerezza. Il suo essere sorprende ogni logica e ogni attesa. Come se l’attesa offerta al Santo, Benedetto Egli Sia, meritasse all’uomo il segreto del Signore, o come se il Signore desiderasse riservare a coloro che accettano di andare fino in fondo a se stessi il Suo nome di pazienza dove risplende il Perdono” (M. Vidal). “Ma il perdono è legato all’umiltà: “Anche io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te nella tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne resterai confusa….tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto” (Ez. 16, 60.63). Come Giobbe, anche noi possiamo riconoscere la nostra stoltezza, e abbandonarci, umili e silenziosi, alla misericordia di Dio, ma “serve una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono” (Benedetto XVI). Serve quest’oggi che si apre dove sciogliere umilmente un cuore contrito e umiliato nelle viscere misericordiose di Gesù. Basta solo aprire una fessura, anche di qualche millimetro, che lasci filtrare un piccolissimo fascio di luce. Il bagliore della Pasqua ha il potere di sbriciolare l’orgoglio, proprio illuminando la stoltezza della presunzione. Stringiamoci allora all’alleanza nuova ed eterna che anche oggi, nel corpo e sangue del Signore, ci viene offerta gratuitamente. Tanti miracoli sono stati compiuti nella nostra vita, il primo è questo respiro che ci tiene in vita in questo istante. Chiediamo a Dio la Grazia di non abituarci mai al suo amore: che cosa abbiamo fatto per meritare tutto quello che abbiamo? Nulla, se non credere alla menzogna con la quale il demonio ha ridipinto e stravolto i segni dell’amore di Dio, inducendoci a pensare che fossero i graffi della sua ingiustizia. Imploriamo allora il dono dello stupore quotidiano di fronte alla visita beneficante del Signore, gratuita perché immeritata: “senza meraviglia l’uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un’esistenza veramente personale” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 4).

QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI

San Benedetto

Standard
AUGURI BENEDETTO…

Benedetto XVI

11 Luglio. San Benedetto da Norcia Abate

αποφθεγμα Apoftegma
 
Prima di tutto amare il Signore Dio
con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze;
poi il prossimo come se stesso.
Rinnegare completamente se stesso per seguire Cristo;
rendersi estraneo alla mentalità del mondo;
non anteporre nulla all’amore di Cristo,
pregare per i nemici nell’amore di Cristo.San Benedetto


L’ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8. 
«Io sono la vera vite e il Padre mio e’ il vignaiolo.
Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perche’ porti più frutto.
Voi siete gia’ mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non puo’ far frutto da se stesso se non rimane nella vite, cosi’ anche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perche’ senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sara’ dato.
In questo e’ glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
 

COME TRALCI UNITI ALLA VITE NULLA ANTEPORRE ALL’AMORE DI CRISTO NOSTRA LINFA DI VITA

“Senza” Gesù siamo uno zero assoluto. Ma con Lui la nostra vita, semplice o complicata, afflitta da malattie, da paure, ferita dalle debolezze, questa vita è stupenda, un’avventura irripetibile donataci per disseminare di “frutti” squisiti i nostri giorni, capaci di mostrare Dio e il Cielo a ogni uomo. Basta “rimanere in Lui”, dimorare in Cristo, come sperimentò San Benedetto. Lasciarci amare, alzare bandiera bianca, gettare via da noi il pensiero “aiutati che Dio t’aiuta” che troppo spesso ci accompagna, aggrappati a Lui, alle sue braccia distese per amore, come la vite al tralcio. “Rimanere in Lui” non significa inventarsi chissà che cosa, è, semplicemente, essere crocifissi con LuiE’ rimanere lì dove Lui ci conduce, nella storia concreta dell’unico oggi che ci appartiene, quello reale che siamo chiamati a vivere. Nell’obbedienza perché, come scriveva San Benedetto, era “il segno più evidente dell’umiltà è la prontezza nell’obbedienza. Questa è caratteristica dei monaci che non hanno niente più caro di Cristo”. Il Signore non dice che, sforzandoci, impegnandoci, anche senza di Lui potremmo cominciare a metterci del nostro, qualcosa, che so? buone intenzioni o progetti o altro, qualcosa a cui Lui, poi, darebbe compimento. No, il Signore ci dice che senza di Lui nulla possiamo. Detto in altro modo: senza di Lui anche quello che facciamo è nulla, fumo che il vento porta via, perché senza la linfa del suo Spirito non vi è fecondità. Fratelli, proprio dal non accettarlo provengono tante sofferenze: dal tentare e ritentare di farcela da soli, liberi dal giogo della Croce, staccati dalla vite che sola può trasmetterci la vita e dare pienezza a ogni cosa. E così vediamo “seccarsi” i rapporti, e dobbiamo “gettare” nel “fuoco che brucia” quelli che sembravano eterni. Pensiamo al nostro matrimonio, al fidanzamento, allo studio, al lavoro, all’amicizia. Pensiamo a una passeggiata tra i boschi, a una visita al museo, alla spesa del sabato, a una cena in pizzeria con la fidanzata, come a una dolorosa degenza in ospedale, una notte di studio alla vigilia di un esame, una discussione con la figlia che non si riesce proprio a capire, pensiamo a qualunque momento della nostra vita, pensiamolo vissuto in Cristo, alla sua presenza, illuminato dalla sua Parola, sostenuto dalla sua forza; e pensiamolo chiuso in noi stessi, schiacciato sulle nostre forze, preda dei nostri impulsi e delle nostre ispirazioni. In Cristo tutto ha un sapore, una forza, un’autenticità impensabili. In Lui anche una semplice passeggiata è tutta un’altra cosa. Anche un viaggio, anche una partita allo stadio. In Cristo ogni parola, ogni pensiero, ogni gesto “porta un frutto che rimane”, bello, buono, consistente. Per questo se stai sperimentando difficoltà e fallimenti, non mormorare. E’ il Vignaiolo che sta “potando” i rami seccati dall’orgoglio, perché abbandoniamo finalmente l’inganno di ritenerci importanti e indispensabili.

Coraggio allora, lasciamoci “potare” anche attraverso le cure della Chiesa, perché la nostra vita, libera e adulta nella fede, renda Gloria a Dio. Essa, infatti, brilla nel “frutto” squisito di un fidanzamento nel quale, “uniti a Lui come i tralci alla vite”, due ragazzi possono lottare per custodire la castità: un fidanzamento “potato”, tagliato nei rami secchi della concupiscenza e dell’egoismo impaziente, che cresce rispettoso, prudente, avvolto di santo timore, protetto dal pudore. Nel “frutto” di un matrimonio santo, aperto alla vita e nel dono libero e totale di sé, “potato” nei rami secchi dell’infedeltà quotidiana all’unica sposa e all’unico sposo che difende i propri criteri. Il “frutto” di un lavoro “potato” attraverso le difficoltà e le ingiustizie e, per questo, che diviene un’occupazione nella quale offrirsi per i colleghi, per i superiori e gli inferiori, rintracciando in ogni mansione il momento favorevole per aprirsi agli altri e far gustare il proprio sapore unico e inconfondibile dell’amore di Cristo. Il “frutto” dello studio “potato” della pigrizia e dell’idolatria di voti e risultati che lo fa offrire a se stessi, nel quale apprendere a non fare la propria volontà, a soffrire per compiere quella di Dio, la libertà di chi non è più schiavo del dover fare sempre e solo quello che piace, consola e costruisce se stessi; lo studio che prepara a un futuro di amore autentico, al lavoro e alla famiglia. Vivere nella Chiesa come San Benedetto ha scoperto e poi stabilito come fondamento per i monasteri: “ora et labora”, prega, ascolta e fai la volontà di Dio. Che in ogni aspetto della nostra vita Dio ci doni di “diventare discepoli” che “orando” seguono il Signore; che, ascoltando e “osservando” umilmente le “sue parole” che ci “purificano” dall’idolatria, possiamo “lavorare” nella sua vigna “rimanendo” nel torchio della storia: stretti alla Croce di ogni giorno, pigiati completamente dalle difficoltà, dalle sofferenze e dagli imprevisti che, proprio perché ci spremono, costituiscono l’occasione perché il succo di vita che Cristo depone in noi possa scaturire come da una sorgente alla quale chi ci è accanto possa dissetarsi. Per questo, “tutto ciò che chiederemo”, ovvero la salvezza di tuo figlio e di tua zia, l’incontro con Cristo per ogni uomo, “ci sarà donato”, perché la volontà di Dio fluisce come linfa da Cristo a noi e al mondo attraverso il legno della Croce.