Zacchèo…

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«Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»

 Il Punto Di Vista Di Dio
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DOMENICA 30 ottobre 2016

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto»(dal Vangelo di Luca 19,1-10)

Il film “L’attimo fuggente” (“Dead Poets Society” del 1989, di Peter Weir) ci racconta di un insegnante dai metodi molto originali e controversi, John Keating (interpretato da Robin Williams) che ne 1959 inizia a insegnare letteratura in un collego maschile. In una delle scene più famose del film, il professore improvvisamente sale sulla cattedra, e invita successivamente gli studenti a fare a turno la stessa cosa. Accompagna questo dicendo “faccio questo per ricordarmi di guardare le cose da angolazioni diverse e il mondo appare diverso da quassù…E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva anche se vi può sembrare sciocco o assurdo ci dovete provare…… guardatevi attorno, ribellatevi… osate cambiare, cercate nuove strade”


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Zaccheo, nel racconto del Vangelo, fa un po’ come questo professore e sale sull’albero di sicomoro per vedere la scena di Gesù che arriva. E’ una prospettiva diversa dal solito quella che sceglie, abituato per l’altezza fisica (“…era piccolo di statura”) e per il lavoro che fa (“…capo dei pubblicani e ricco”) a stare in basso sia dal punto di vista concreto che nella considerazione davanti al popolo, che odiava i pubblicani (e i loro capi) e li considerava maledetti da Dio e impuri.Zaccheo in modo timido cerca di cambiare le cose e di non stare forzatamente in disparte. Il racconto non ci dice direttamente il motivo per il quale questo piccolo uomo compie quel gesto, ma forse lo si può ricavare da una consuetudine di Gesù, tanto odiata dai suoi avversari, che era quella di stare spesso in mezzo a peccatori, pubblicani e prostitute, senza paura di risultare anche lui stesso impuro davanti a Dio. Zaccheo forse si rifà a questo, e decide di salire e vedere la scena da un punto di vista diverso, superiore.Anche Gesù sceglie un punto di vista diverso per guardare agli uomini e anche lo stesso Zaccheo. Non dall’alto ma dal basso (“Gesù alzò lo sguardo”). E anche qui si manifesta un rovesciamento di prospettive abituali.Se ripensiamo la storia di Gesù con lo spunto dato dalle parole del professor Keating del film, possiamo dire che Dio stesso ha voluto scegliere di guardare l’uomo non dalla prospettiva dei cieli incontaminati e perfetti, ma proprio scendendo dall’angolazione dell’uomo. Questo è sembrato sciocco e assurdo ai religiosi del tempo, e per questo hanno condannato Gesù come bestemmiatore. Ma è proprio con questo che Dio ha cambiato le cose e ha aperto nuove strade.Gesù nel racconto finisce a tavola con Zaccheo, il piccolo impuro peccatore! E questo cambia la vita di quest’ultimo aprendola alla carità. Gesù e Zaccheo e i poveri alla fine sono sullo stesso piano, e il mondo in questo modo cambia davvero.In questi giorni ha fatto molto rumore quello che è avvenuto a Goro, un piccolo paese di Ferrara, i cui abitanti hanno eretto barricate per fermare l’arrivo di alcuni profughi assegnati dal prefetto ad una struttura del luogo. E anche se si è subito scoperto che i profughi erano tutte donne di cui una incinta, la protesta e il blocco non si sono fermati.La cosa fa pensare e non può essere liquidata come un evento piccolo e che non si ripete. E’ tutto un clima che, a mio avviso, si sta “deteriorando” nei confronti del dramma della migrazione dei popoli per povertà, guerre e ingiustizie. Accogliere non è facile e non è mai indolore, richiede sicuramente sempre più organizzazione e collaborazione tra città e tra stati. Ma la soluzione delle “porte chiuse”, dei “muri” e “barricate” non è logica e tantomeno cristiana. La società ai tempi di Gesù era piena di barriere e muri, sia dal punto di vista fisico che strettamente religioso. Gesù ha voluto abbattere tutte queste barriere che erano soprattutto dentro le persone. Gesù ci ha dato il “punto di vista di Dio” che vede in tutti, a cominciare proprio da questo Zaccheo, un “figlio di Abramo”, cioè uno come gli altri, anche lui degno di essere amato e accolto prima di tutto. Alzare barriere culturali e religiose è davvero contro quello che ci insegna il Vangelo, e come cristiani non possiamo non sentirci interpellati.Tra meno di due mesi la tradizione ci porta a celebrare il Natale, “Dio che si fa uomo”. Facciamo dunque in modo (non solo con le parole ma con i fatti) che queste celebrazioni non siano così svuotate del loro significato da farci dimenticare che Dio con Gesù nato a Betlemme, dall’alto dei cieli è sceso come ospite e pellegrino in mezzo a noi, per farsi accogliere in ogni uomo e donna della terra.Dio ha osato cambiare le regole e ha cercato nuove strade per amare ogni uomo. E non è un “attimo fuggente” ma la  storia dell’umanità.

‘Un cuore che ascolta – lev shomea’

“Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino

Vangelo: Lc 19,1-10

 
Questo brano, unitamente alla parabola del Buon samaritano (10,25-37) e a tutto il capitolo15 del Vangelo di Luca , può essere considerato un “Vangelo nel Vangelo”. In Zaccheo infatti vediamo realizzata ancora una volta quella salvezza che sembra impossibile agli occhi degli uomini, ma non agli occhi di Dio, che si attua attraverso l’amore misericordioso di Gesù. Zaccheo (” il puro ” opp. “Dio fa memoria”) è cifra di quanti sono ritenuti dalla religione persone insalvabili, senza possibilità alcuna di redenzione. Non così però per il Padre, il quale “provvede il cibo anche ai piccoli del corvo che gridano” (Sal 147,9), animali immondi per eccellenza. Zaccheo è figura di quella Gerico inespugnabile le cui mura però crollarono al suono delle trombe, simbolo della voce di Dio; allo stesso modo crollano le false sicurezze del capo dei pubblicani dopo essere stato convocato e visitato da Gesù e avere ascoltato la sua Parola. Il Signore non teme di contaminarsi, lo abbiamo già visto in tante altre occasioni, egli si ferma a casa di Zaccheo perché “deve”, perché questo è il progetto del Padre, perché “nessuno dei suoi figli vada perduto”(Gv 17,12) . “Nessun uomo infatti può ormai essere dichiarato impuro (cf. At 10,15), perché il Padre lo ha purificato con il sangue del suo Figlio “(cit.). La risposta di Zaccheo è esemplare, ci insegna cosa significa concretamente rispondere all’amore del Signore ; egli realizza realmente nella sua vita il “che cosa fare per ereditare la vita eterna”(10,25ss). In lui si attua quel radicale cambiamento di mentalità, quella “metanòia” che lo condurrà a fare giustizia, la vera Tzedaqà, a liberarsi di quella satanica zavorra che lo schiaccia così tanto in basso da impedirgli di “vedere Gesù”. 
Adesso può finalmente contemplare il volto del Signore ponendosi alla sua sequela verso Gerusalemme, proprio ora che ha conosciuto quanto grande è la misericordia del Padre verso la sua persona, può finalmente cominciare un nuovo cammino per giungere “alla misura della statura della pienezza di Cristo “(Ef 4,13).

“Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola”

di p. Ermes Ronchi – XXXI Domenica Tempo Ordinario – anno C

Quando Gesù si autoinvita alla nostra tavola
 
Commento
XXXI Domenica Tempo Ordinario (Anno C)
Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi 1,11-2,2; Luca 19,1-10
 
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. (…) 
 
Gesù passando alzò lo sguardo. Zaccheo cerca di vedere Gesù e scopre di essere guardato. Il cercatore si accorge di essere cercato: Zaccheo, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Il nome proprio, prima di tutto. La misericordia è tenerezza che chiama ognuno per nome.
Non dice: Zaccheo, scendi e cambia vita; scendi e andiamo a pregare… Se avesse detto così, non sarebbe successo nulla: quelle parole Zaccheo le aveva già sentite da tutti i pii farisei della città. Zaccheo prima incontra, poi si converte.
Da Gesù nessuna richiesta di confessare o espiare il peccato, come del resto non accade mai nel Vangelo; quello che Gesù dichiara è il suo bisogno di stare con lui: “devo venire a casa tua. Devo, lo desidero, ho bisogno di entrare nel tuo mondo. Non ti voglio portare nel mio mondo, come un qualsiasi predicatore fondamentalista; voglio entrare io nel tuo, parlare con il tuo linguaggio piano e semplice”.
E non pone nessuna condizione all’incontro, perché la misericordia fa così: previene, anticipa, precede. Non pone nessuna clausola, apre sentieri, insegna respiri e orizzonti. È lo scandalo della misericordia incondizionata.
Devo venire a casa tua. Ma poi non basta. Non solo a casa tua, ma alla tua tavola. La tavola che è il luogo dell’amicizia, dove si fa e si rifà la vita, dove ci si nutre gli uni degli altri, dove l’amicizia si rallegra di sguardi e si rafforza di intese; che stabilisce legami, unisce i commensali…
Quelle tavole attorno alle quali Gesù riunisce i peccatori sono lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Dio alla mia tavola, come un familiare, intimo come una persona cara, un Dio alla portata di tutti.
Ecco il metodo sconcertante di Gesù: cambia i peccatori mangiando con loro, cioè condividendo cibo e vita; non cala prediche dall’alto del pulpito, ma si ferma ad altezza di occhi, a millimetro di sguardi. Ammonisce senza averne l’aria, con la sorpresa dell’amicizia, che ripara le vite in frantumi.
Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando segno alla sua vita, facendo quello che il maestro non gli aveva neppure chiesto, facendo più di quello che la Legge imponeva: ecco qui, Signore, la metà dei miei beni per i poveri; e se ho rubato, restituisco quattro volte tanto.
Qual è il motore di questa trasformazione? Lo sbalordimento per la misericordia, una impensata, immeritata, non richiesta misericordia; lo stupore per l’amicizia. Gesù non ha elencato gli errori di Zaccheo, non l’ha giudicato, non ha puntato il dito. Ha offerto se stesso in amicizia, gli ha dato credito, un credito totale e immeritato.
Il peccatore si scopre amato. Amato senza meriti, senza un perché. Semplicemente amato. E allora rinasce.

#InCammino: #PANEQUOTIDIANO,

«Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»

 La Liturgia di Domenica 30 Ottobre 2016 VANGELO (Lc 19,1-10) Commento:Rev. D. Joaquim MESEGUER García (Sant Quirze del Vallès, Barcelona, Spagna)

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».Parola del Signore

«Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»Rev. D. Joaquim MESEGUER García (Sant Quirze del Vallès, Barcelona, Spagna)Oggi, la storia del Vangelo sembra come il compimento della parabola del fariseo e del pubblicano (cfr Lc 18,9-14). Umile e sincero di cuore, il pubblicano pregava: «O Dio , abbi pietà di me peccatore» (Luca 18:13), e oggi contempliamo come Gesù perdona e ristabilisce Zaccheo , il capo dei pubblicani di Gerico, un uomo ricco e influente, ma odiato e disprezzato dai suoi vicini, che si vedevano estorti da lui: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). Il perdono divino porta Zaccheo alla conversione; ecco quí una delle cose originali del Vangelo: il perdono di Dio è gratis, non tanto a causa della nostra conversione che Dio ci perdona, ma succede in senso inverso: la misericordia di Dio ci muove al ringraziamento e dare una risposta.Come in quell’occasione Gesù, nel suo cammino verso Gerusalemme, passava per Gerico. Oggi e ogni giorno, Gesù passa per la nostra vita e ci chiama per il nostro nome. Zaccheo non aveva mai visto Gesù, aveva sentito parlare di lui ed era curioso di sapere chi fosse quel celebre maestro. Gesù, però, sì conosceva Zaccheo e le miserie della sua vita. Gesù sapeva come si era arricchito e come egli era odiato e ostracizzato dai suoi vicini, per ciò passò per Gerico per tirarlo fuori dal pozzo: «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10).L’incontro del Maestro con il pubblicano cambiò radicalmente la vita di quest’ultimo. Dopo aver ascoltato il Vangelo, pensa alla possibilità di Dio ti offre oggi e che non devi sprecare: Gesù passa per la tua vita e ti chiama per il nome, perché ti ama e ti vuole salvare, in qual pozzo sei intrappolato? Così come Zaccheo salì su un albero per vedere Gesù, sali tú adesso con Gesù all’albero della croce e saprai chi è Lui, conoscerai l’immensità del suo amore, giacché «sceglie un capo dei pubblicani: chi dispererà di se stesso quando lui raggiunga la grazia?»

(S. Ambrogio).evangeli.net 

La voce di un maestro nello spiritoDiventare gli Amati significa lasciare che la verità dell’essere amati si incarni in ogni cosa che pensiamo, diciamo o facciamo.               H. NouwenPubblicato da 

Una diagnosi della parrocchia

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Parrocchia, come stai?Un libro di venti anni fa prendeva spunto da Antonio Rosmini per denunciare “le cinque piaghe della parrocchia italiana”

SPERARE PER TUTTI

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Una diagnosi della parrocchia

La seconda parte dell’incontro che ho tenuto a Castellanza venerdì 27/10.

Parrocchia, come stai?Un libro di venti anni fa prendeva spunto da Antonio Rosmini per denunciare “le cinque piaghe della parrocchia italiana” e a rileggerle possiamo riconoscerle tutte come attuali. Segno che qualcosa è rimasto fermo troppo a lungo e sarebbe ora di “riaprire il cantiere delle parrocchie”. Il testo compie una analisi coraggiosa dei problemi più urgenti della parrocchia e della sua pastorale e ne sintetizza alcuni, chiamandoli metaforicamente “piaghe”:Prima piaga: missione anemica – Si presta molta attenzione ai pochi che frequentano il tempio e si trascurano i molti che vivono nel territorio. La parrocchia, invece, è nata per essere Chiesa missionaria tra la gente.Seconda piaga: catechesi sclerotizzata – Si è molto intenti ad organizzare la catechesi mentre il popolo di Dio manca oggi di evangelizzazione. Spesso, inoltre, la catechesi è finalizzata ai sacramenti e non è in funzione della vita: in che misura il Vangelo che ascoltiamo ci abilita a vivere le diverse situazioni del nostro esistere? La parrocchia non si fa carico dell’annuncio del vangelo ai lontani e della catechesi permanente degli adulti.Terza piaga: disimpegno socio-pastorale – Si è sempre più impegnati in campo cultuale e sempre meno in quello socio-culturale. La parrocchia non si interessa alla vita del territorio, è poco attenta ai bisogni dell’uomo. Siamo molto bravi e attivi nella carità che risponde alle emergenze, che interviene con aiuti immediati, ma rischia di essere una carità “presbite” che non vede le persone al di là del loro problema e soprattutto non interviene a livello socio-politico. Questo implica anche la capacità d’interloquire e  collaborare con soggetti diversi, esterni o lontani dalla realtà ecclesiale.Quarta piaga: scollamento tra parrocchia, gruppi e movimenti – Manca nella parrocchia il dialogo tra comunità, associazioni, movimenti e gruppi, intesi come membri della stessa famiglia ecclesiale. La parrocchia spesso non è segno di un cammino pastorale armonico e unitario.Quinta piaga: clero non sempre attento alle nuove domande socio-pastoraliIl clero stenta, molte volte, ad uscire dall’”ovile” perché poco allenato al dialogo con il mondo. Il parroco non sempre possiede la formazione umana e pastorale adatta allo svolgimento del suo ministero. Spesso la tendenza diventa quella della ripetizione della conservazione dell’esistente, della ripetizione di copioni consolidati.Alle cinque piaghe individuate da chi ha scritto questa riflessione, ne aggiungerei una sesta: il clericalismo per cui ogni attività, progettualità e iniziativa fa riferimento al prete per cui il ruolo del laico si limita a esser al più esecutivo, senza realizzare una vera partecipazione e corresponsabilità. Parrocchia, dove vai?Di recente, il papa è tornato a ribadire che trovare una parrocchia, e soprattutto una chiesa, chiusa è un fatto triste. Però, ci sono anche tanti preti che magari sono soli, anziani e responsabili di più comunità che dicono: «Non ce la facciamo».Se alla chiesa manca il fiato, non ce la fa a uscire! Può sembrare una battuta, ma dietro c’è una riflessione che m’impegna da tempo e mi suscita preoccupazione.Sono profondamente convinto che la direzione indicata da papa Francesco sia quella giusta: il movimento del Dio biblico e il movimento di Gesù è quello di “uscire”, andare verso gli altri. Gesù era un maestro che “sconfinava”, dice un credente dallo sguardo limpido come don Angelo Casati. Solo così i cristiani riescono a camminare insieme agli altri uomini e donne, anche lungo le loro strade più buie. Solo così possono mettersi in sintonia con ciò che abita la loro immaginazione e il loro cuore per “farli ardere”.Il punto è che in molti casi non sembrano esserci più le forze per compiere questo passaggio. Tempo fa, sul mio blog ha avuto molte letture il messaggio di un prete tedesco, brillante e apprezzato, che ha deciso di lasciare il ministero in parrocchia e ritirarsi in monastero dopo aver constatato che la comunità cristiana è vissuta come un’agenzia di servizi religiosi, senza che le persone intraprendano veri percorsi di fede e conversione. In questo periodo, l’arcidiocesi di Chicago, come tante altre nel mondo, sta procedendo a un’operazione di accorpamento e chiusura di parrocchie come avviene in tante chiese locali.Ci sono poi i non pochi preti che vivono forme di fatica, disagio, frustrazione. Tra di loro, quelli che nella pastorale si misurano con la perdita di rilevanza del proprio ruolo e con l’indifferenza della gente, nonché con le proprie problematiche personali. Alcuni si rinserrano in uno spazio controllato e circoscritto facendo della parrocchia un piccolo feudo o fortino, un’isola chiusa che ha scarsi rapporti con il mondo esterno.Tra coloro che svolgono il loro ministero con dedizione, autentico spirito di servizio, umiltà e attenzione alle persone secondo il Vangelo, c’è chi ha doti pastorali e sa creare comunità, anima parrocchie vivaci, calde, ma si misura altresì con un limite sempre più evidente. Quando si arriva al punto di fare un passo “in uscita”, le energie e il tempo non bastano. Conosco parroci davvero validi che vorrebbero andare nelle case e nei luoghi della convivenza, intrecciare nuove relazioni con chi è “lontano” o “sulla soglia”, hanno intuizione preziose, ma non riescono a concretizzarle perché la gestione delle attività tradizionali delle nostre parrocchie assorbe completamente loro e i laici che sono disposti a impegnarsi.L’attuale tendenza ad aumentare le unità o comunità pastorali (o altre denominazioni) segue il più delle volte una logica di aggregazioni e sommatoria dettata dalla necessità di ovviare alla scarsità di preti, senza che ci sia una vera e propria progettualità sottostante.La domanda da porsi, allora, diventa: è in questa chiave di necessità imposta dall’altro che vogliamo vivere le trasformazioni delle nostre parrocchie, oppure vogliamo farne l’occasione per ripensare e rinnovare la realtà parrocchiale.Questa consapevolezza dovrebbe spingerci a operare una diagnosi seria e serena della nostra realtà parrocchiale. Che cosa la fa essere comunità secondo il Vangelo per il nostro territorio, credibile qui e ora? In che cosa vediamo invece mancare il fiato? Con quali situazioni e vissuti abbiamo bisogno di confrontarci per allargare il nostro spazio delle relazioni? E che cosa invece riconosciamo come superfluo e andrebbe abbandonato?

Christian Albini

Dio non poteva essere ovunque,è per questo che ha creato le madri.

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pensieri semplici…
by leggoerifletto
Ricominciare il Meglio di Te

Se sei stanco e la strada ti sembra lunga,

se ti accorgi che hai sbagliato strada,

…Non lasciarti portare dai giorni e dai tempi, Ricomincia.
Se la vita ti sembra troppo assurda,

Se sei deluso da troppe cose e da troppe persone

…Non cercare di capire il perché, Ricomincia.
Se hai provato ad amare ed essere utile,

Se hai conosciuto la povertà dei tuoi limiti,

…Non lasciar là un impegno assolto a metà, Ricomincia.
Se gli altri ti guardano con rimprovero,

Se sono delusi di te, irritati,

…Non ribellarti, non domandar loro nulla, Ricomincia.
Perché l’albero germoglia di nuovo dimenticando l’inverno,

Il ramo fiorisce senza domandare perché,

E l’uccello fa il suo nido senza pensare all’autunno,

Perché la vita è speranza e sempre ricomincia..


 
Tuffarsi in se stesse
 Certe volte viviamo all’esterno prese da cose da fare, liste da evadere, programmi da seguire, persone di cui occuparci, progetti da concretizzare…

fino a quando non ci accorgiamo che è giunta l’ora di fare un tuffo… un tuffo in noi stesse.

Proprio quando decidiamo che è giunto il momento tutto sembra fermarsi e noi ci immergiamo nel nostro mondo liquido e accogliente, caldo e avvolgente, un mondo dove i suoni giungono ovattati.

La realtà esterna si allontana come un paesaggio all’orizzonte mentre il pulsare del nostro cuore ci accompagna dentro noi stesse scandisce il nostro volteggiare in mondo interiore ricco di promesse.

Ad ogni respiro un frammento di noi si ricompone, un ricordo si ricongiunge, una carezza ci unisce e la nostra anima galleggia in uno spazio senza forma e senza tempo lo spazio della nostra interiorità ritrovata.
– Simona Oberhammer – 

da: “La via femminile”

Non piangerti addosso.

Ora non è il momento di pensare a quello che non hai.

Pensa a quello che puoi fare con quello che hai.

– Ernest Hemingway –

da: “Il vecchio e il mare”

 

Memorandum per il bambino fantasioso – Erma Bombeck

Durante i mesi estivi, quando i bambini sono troppo grandi per la baby-sitter e troppo piccoli per cavarsela da soli, io trovo che quello che ci vuole per mettere in chiaro che cosa ci si aspetta da loro sia il Memorandum per il Bambino Fantasioso.
Memorandum per il bambino fantasioso
– Questa è una casa. È proibito portare veicoli in casa.

– È pericoloso e illegale introdurre in questa casa più di duecento persone.

   I contravventori saranno legalmente perseguiti.

– In casa c’è un cane. Si chiama Spot. A Spot piace correre e giocare e riportare il bastoncino. Gli piace anche liberarsi l’intestino e la vescica con una certa regolarità.

Fate attenzione ai segni rivelatori, come salti più alti del soffitto, morsi alla maniglia e tentativi di strisciare sotto la porta.

– Mangiare è bello. Vedete il latte? il burro? gli affettati? Non corrono. Non camminano. Non hanno gambe. Devono essere presi e rimessi in frigorifero altrimenti diventano verdi. Il verde non è un bel colore.

– Sentite il telefono? Sta suonando. Questo significa che qualcuno vuol parlare con voi. Continua a suonare. Quando il telefono suona, sollevate la cornetta e parlateci dentro. Dite «Pronto». Dite «Arrivederci». Dite qualcosa.

– Le stanze da letto sono posti particolari. Cercate il vostro letto tutti i giorni. Provateci. A volte non vi riesce di vederlo perché è coperto di cianfrusaglie. Questo non è igienico. Le stanze ingombre sono disordinate.

I pesci muoiono nelle stanze disordinate. Le mamme non riescono a respirare nelle stanze disordinate.

Le stanze disordinate non sono adatte agli esseri umani. In questa casa ci sono anche esseri umani.

– La stanza da bagno vi vuol bene. È vostra amica. È sempre lì quando ne avete bisogno.

Ai coperchi delle tazze non piace stare alzati in continuazione. Si stancano. Agli asciugamani non piace stare sul pavimento. Non vedono niente. Ugh. 

Al sapone non piace stare a sciogliersi nell’acqua. Bah!

– Ecco la mamma che torna a casa. Ecco il papà che torna a casa. Si trascinano sulle ginocchia. Siate buoni con la mamma e con il papà. «Ehi, mamma, ascolta, Brace è uno stronzo. Glielo sto dicendo, Debbie. Non sono stato io, papà.»

Volete far impazzire la mamma?

Volete che al papà scoppi una vena del collo?

E allora datevi una regolata.
– Emma Bombeck –


Dio non poteva essere ovunque,

è per questo che ha creato le madri.
Detto ebraico


Buona giornata a tutti. 🙂

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Quando ti fidi del Signore succedono cose grosse.

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A Staggia Senese c’è un’epidemia di felicità. Non si riesce ad arginarla. E aumenta, pure. Perché continuano a nascere bambini da genitori infetti, è difficile pensare che possano guarire.
Staggia Senese, poi, c’è anche un prete che fa il prete. Davvero. Come diciamo tra amici, un prete che ci crede, uno cattolico.
Ecco, io non so quanto mettere in connessione queste due informazioni. Penso parecchio, sinceramente. Perché ho sperimentato che quando c’è qualcuno che comincia a dare la sua vita seriamente, il bene si irraggia. È diffusivo. Il Signore parte da un sì detto seriamente, con tutto il cuore – magari un cuore sgangherato, fragile, incostante, pieno di domande, ma che ha detto sì con tutto se stesso – e non si lascia certo battere in generosità. Parte da un sì totale, e fa nascere opere miracolose, gigantesche, ciclopiche. Pensiamo ai sì di Benedetto da…
 

Non abbiate paura! Aprite ,anzi, spalancate le porte a Cristo!

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By leggoerifletto
Gesù dice: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli . . .” (Mt 11, 25). 

Con l’espressione “Ti benedico”, Gesù vuol significare la gratitudine per il dono della rivelazione di Dio, poiché “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui il quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27). 

Anche la preghiera sacerdotale (che abbiamo analizzato nell’ultima catechesi), se possiede il carattere di una grande richiesta che il Figlio rivolge al Padre al termine della sua missione terrena, nello stesso tempo è pure pervasa da un profondo senso di ringraziamento. 

Si può addirittura dire che il ringraziamento costituisce l’essenziale contenuto non solo della preghiera di Cristo, ma della stessa sua esistenziale intimità con il Padre. 

Al centro di tutto ciò che Gesù fa e dice, si trova la consapevolezza del dono: tutto è dono di Dio, creatore e Padre; e una risposta adeguata al dono è la gratitudine, il ringraziamento.

– San Giovanni Paolo II, papa –

Udienza Generale

Mercoledì, 29 luglio 1987


Lettera ai bambini (1994) . Beato Giovanni Paolo II


Cari bambini!

Nasce Gesù.

Tra pochi giorni celebreremo il Natale, festa intensamente sentita da tutti i bambini in ogni famiglia. Quest’anno lo sarà ancora di più, perché è l’Anno della Famiglia. Prima che esso finisca, desidero rivolgermi a voi, bambini del mondo intero, per condividere con voi la gioia di questa suggestiva ricorrenza.

Il Natale è la festa di un Bambino, di un Neonato. È perciò la vostra festa! Voi l’attendete con impazienza e ad essa vi preparate con gioia, contando i giorni e quasi le ore che mancano alla Santa Notte di Betlemme.

Mi pare di vedervi: voi state preparando in casa, in parrocchia, in ogni angolo del mondo il presepe, ricostruendo il clima e l’ambiente in cui il Salvatore è nato. 

È vero! Nel periodo natalizio la stalla con la mangiatoia occupa nella Chiesa il posto centrale. E tutti si affrettano a recarvisi in pellegrinaggio spirituale, come i pastori nella notte della nascita di Gesù. Più tardi saranno i Magi a venire dal lontano Oriente, seguendo la stella, fino al luogo dove è stato deposto il Redentore dell’universo.

Ed anche voi, nei giorni di Natale, visitate i presepi, fermandovi a guardare il Bambino deposto sulla paglia. Fissate sua Madre, San Giuseppe, custode del Redentore. Contemplando la Santa Famiglia, pensate alla vostra famiglia, quella in cui siete venuti al mondo. Pensate alla vostra mamma, che vi ha dato alla luce e al vostro papà. Essi si prendono cura del mantenimento della famiglia e della vostra educazione. Compito dei genitori infatti non è soltanto quello di generare i figli, ma anche di educarli sin dalla loro nascita.

Cari bambini, vi scrivo pensando a quando anch’io molti anni fa ero bambino come voi. Allora anch’io vivevo l’atmosfera serena del Natale, e quando brillava la stella di Betlemme andavo in fretta al presepe insieme con i miei coetanei, per rivivere ciò che avvenne 2000 anni fa in Palestina. Noi bambini esprimevamo la nostra gioia prima di tutto col canto. 

Quanto sono belli e commoventi i canti natalizi, che nella tradizione di ogni popolo si intrecciano intorno al presepe! Quali pensieri profondi vi sono contenuti, e soprattutto quale gioia e quale tenerezza essi esprimono verso il divino Bambino venuto al mondo nella Notte Santa!

Pure i giorni che seguono la nascita di Gesù sono giorni di festa: così, otto giorni dopo, si ricorda che, come voleva la tradizione dell’Antico Testamento, al Bambino fu dato un nome: fu chiamato Gesù. 

Dopo quaranta giorni, si commemora la sua presentazione al Tempio, come avveniva per ogni figlio primogenito d’Israele. In quell’occasione ebbe luogo un incontro straordinario: alla Madonna, giunta al Tempio col Bambino, venne incontro il vecchio Simeone, che prese tra le braccia il piccolo Gesù e pronunciò queste parole profetiche: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele» (Lc 2, 29-32). Poi, rivolgendosi a Maria, sua madre, aggiunse: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. 

E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 34-35). Così dunque, già nei primi giorni della vita di Gesù, risuona l’annuncio della Passione, alla quale un giorno sarà associata anche la Mamma, Maria: il Venerdì Santo Ella starà silenziosa sotto la Croce del Figlio. Del resto, non dovrà trascorrere molto tempo dalla nascita prima che il piccolo Gesù si trovi esposto ad un grave pericolo: il crudele re Erode ordinerà di uccidere i bambini al di sotto dei due anni, e per questo egli sarà costretto a fuggire con i genitori in Egitto.

Voi conoscete certo molto bene questi eventi legati alla nascita di Gesù. 

Ve li raccontano i vostri genitori, i sacerdoti, gli insegnanti, i catechisti, ed ogni anno li rivivete spiritualmente nel periodo delle feste natalizie, insieme a tutta la Chiesa: voi quindi sapete di questi aspetti drammatici dell’infanzia di Gesù.

Cari amici! Nelle vicende del Bimbo di Betlemme potete riconoscere le sorti dei bambini di tutto il mondo. Se è vero che un bambino rappresenta la gioia non solo dei genitori, ma della Chiesa e dell’intera società, è vero pure che ai nostri tempi molti bambini, purtroppo, in varie parti del mondo soffrono e sono minacciati: patiscono la fame e la miseria, muoiono a causa delle malattie e della denutrizione, cadono vittime delle guerre, vengono abbandonati dai genitori e condannati a rimanere senza casa, privi del calore di una propria famiglia, subiscono molte forme di violenza e di prepotenza da parte degli adulti. Come è possibile rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza di tanti bambini, specialmente quando è causata in qualche modo dagli adulti?

Gesù dona la Verità.

Il Bambino, che a Natale contempliamo deposto nella mangiatoia, col passar degli anni crebbe. A dodici anni, come sapete, si recò per la prima volta, insieme a Maria e Giuseppe, da Nazaret a Gerusalemme in occasione della Festa di Pasqua. Lì, confuso tra la folla dei pellegrini, si staccò dai genitori e, insieme con altri suoi coetanei, si pose in ascolto dei dottori del Tempio, quasi per una «lezione di catechismo». Le feste in effetti erano occasioni adatte per trasmettere la fede ai ragazzi dell’età, più o meno, di Gesù. Avvenne però che, durante tale incontro, l’Adolescente straordinario, giunto da Nazaret, non solo pose delle domande assai intelligenti, ma egli stesso cominciò a dare delle risposte profonde a coloro che lo stavano ammaestrando. Le domande e più ancora le risposte sbalordirono i dottori del Tempio. Era lo stesso stupore che, in seguito, avrebbe accompagnato la predicazione pubblica di Gesù: l’episodio del Tempio di Gerusalemme non era che l’inizio e quasi il preannuncio di ciò che sarebbe avvenuto alcuni anni più tardi.

Cari ragazzi e ragazze, coetanei di Gesù dodicenne, non vi tornano alla mente, a questo punto, le lezioni di religione che si svolgono in parrocchia ed a scuola, lezioni alle quali siete invitati a prender parte? Vorrei allora porvi alcune domande: qual è il vostro atteggiamento di fronte alle lezioni di religione? Vi fate coinvolgere come Gesù dodicenne al Tempio? Siete diligenti nel frequentarle a scuola e in parrocchia? Vi aiutano in questo i vostri genitori?

Gesù dodicenne fu così preso da quella catechesi nel Tempio di Gerusalemme che, in un certo senso, dimenticò persino i propri genitori. Maria e Giuseppe, incamminati insieme ad altri pellegrini sulla strada del ritorno verso Nazaret, si resero conto ben presto della sua assenza. Lunghe furono le ricerche. Ritornarono sui loro passi e soltanto il terzo giorno riuscirono a trovarlo a Gerusalemme nel Tempio. «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2, 48). Com’è strana la risposta di Gesù e come fa riflettere! «Perché mi cercavate? – egli disse – Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Era una risposta difficile da accettare. L’evangelista Luca aggiunge semplicemente che Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore» (2, 51). In effetti, era una risposta che si sarebbe resa comprensibile solo più tardi, quando Gesù, ormai adulto, avrebbe iniziato a predicare, dichiarando che per il suo Padre celeste era disposto ad affrontare ogni sofferenza e persino la morte sulla croce.

Da Gerusalemme Gesù tornò con Maria e Giuseppe a Nazaret, ove visse loro sottomesso (cf. Lc 2, 51). Circa questo periodo, prima dell’inizio della predicazione pubblica, il Vangelo nota soltanto che Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52).

Cari ragazzi, nel Bambino che ammirate nel presepe sappiate vedere già il ragazzo dodicenne che nel Tempio di Gerusalemme dialoga con i dottori. Egli è lo stesso uomo adulto che più tardi, a trent’anni, comincerà ad annunciare la parola di Dio, si sceglierà i dodici Apostoli, sarà seguito da moltitudini assetate di verità. Egli confermerà ad ogni passo il suo straordinario insegnamento con i segni della potenza divina: restituirà la vista ai ciechi, guarirà i malati, risusciterà persino i morti. E tra i morti richiamati alla vita ci sarà la dodicenne figlia di Giairo, ci sarà il figlio della vedova di Nain, restituito vivo alla madre in pianto.

È proprio così: questo Bambino, ora appena nato, una volta diventato grande, come Maestro della Verità divina, mostrerà uno straordinario affetto per i bambini. Dirà agli Apostoli: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite», e aggiungerà: «Perché a chi è come loro appartiene il Regno di Dio» (Mc 10, 14). Un’altra volta, agli Apostoli che discutevano su chi fosse il più grande metterà davanti un bambino e dirà: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli» (Mt 18, 3). In quella occasione pronuncerà anche parole severissime di ammonimento: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18, 6).

Quanto importante è il bambino agli occhi di Gesù! Si potrebbe addirittura osservare che il Vangelo è profondamente permeato dalla verità sul bambino. Lo si potrebbe persino leggere nel suo insieme come il «Vangelo del bambino».

Che vuol dire infatti: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli»? Non pone forse Gesù il bambino come modello anche per gli adulti? Nel bambino c’è qualcosa che mai può mancare in chi vuol entrare nel Regno dei cieli. Al cielo sono destinati quanti sono semplici come i bambini, quanti come loro sono pieni di fiducioso abbandono, ricchi di bontà e puri. Questi solamente possono ritrovare in Dio un Padre, e diventare a loro volta, grazie a Gesù, altrettanti figli di Dio.

Non è questo il principale messaggio del Natale? Leggiamo in san Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (1, 14); ed ancora: «A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (1, 12). Figli di Dio! Voi, cari ragazzi, siete figli e figlie dei vostri genitori. 

Ebbene, Dio vuole che tutti siamo suoi figli adottivi mediante la grazia. 

Sta qui la vera fonte della gioia del Natale, della quale vi scrivo al termine ormai dell’Anno della Famiglia. Rallegratevi di questo «Vangelo della divina figliolanza». In questa gioia portino abbondanti frutti le prossime feste natalizie, nell’Anno della Famiglia.

Gesù dona se stesso

Cari amici, incontro indimenticabile con Gesù è senz’altro la Prima Comunione, giorno da ricordare come uno dei più belli della vita. L’Eucaristia, istituita da Cristo la vigilia della sua passione durante l’Ultima Cena, è un sacramento della Nuova Alleanza, anzi, il più grande dei sacramenti. In esso il Signore si fa cibo delle anime sotto le specie del pane e del vino. I bambini lo ricevono solennemente una prima volta – nella Prima Comunione, appunto – e sono invitati a riceverlo in seguito il più spesso possibile per rimanere in intima amicizia con Gesù.

Per accostarsi alla Santa Comunione, come sapete, occorre aver ricevuto il Battesimo: questo è il primo dei sacramenti e il più necessario per la salvezza. È un grande avvenimento il Battesimo! Nei primi secoli della Chiesa, quando a ricevere il Battesimo erano soprattutto gli adulti, il rito si concludeva con la partecipazione all’Eucaristia ed aveva la solennità che oggi accompagna la Prima Comunione. Successivamente, quando s’incominciò a dare il Battesimo soprattutto ai neonati – è il caso anche di molti fra voi, cari bambini, che infatti non ricordate il giorno del vostro Battesimo – la festa più solenne fu spostata al momento della Prima Comunione. Ogni ragazzo e ogni ragazza di famiglia cattolica conosce bene questa consuetudine: la Prima Comunione è vissuta come una grande festa di famiglia. In quel giorno, insieme con il festeggiato, in genere si accostano all’Eucaristia i genitori, i fratelli, le sorelle, i parenti, i padrini, talora anche gli insegnanti e gli educatori.

Il giorno della Prima Comunione è inoltre una grande festa nella parrocchia. Ricordo come fosse oggi quando, insieme con i miei coetanei, ricevetti per la prima volta l’Eucaristia nella chiesa parrocchiale del mio paese. Si suole fissare quest’evento nelle foto di famiglia, perché non venga dimenticato. Tali istantanee seguono in genere la persona per il resto degli anni. Col passare del tempo, si rivive, sfogliandole, l’atmosfera di quei momenti; si torna alla purezza e alla gioia sperimentate nell’incontro con Gesù, fattosi per amore Redentore dell’uomo.

Per quanti bambini nella storia della Chiesa l’Eucaristia è stata fonte di forza spirituale, a volte addirittura eroica! Come non ricordare, ad esempio, ragazzi e ragazze santi, vissuti nei primi secoli ed ancora oggi conosciuti e venerati in tutta la Chiesa? Sant’Agnese, che visse a Roma; sant’Agata, martirizzata in Sicilia; san Tarcisio, un ragazzo ben a ragione chiamato martire dell’Eucaristia, perché preferì morire piuttosto che cedere Gesù, che portava con sé sotto le specie del pane.

E così lungo i secoli, sino ai nostri tempi, non mancano bambini e ragazzi tra i santi e i beati della Chiesa. Come nel Vangelo Gesù manifesta particolare fiducia nei bambini, così la Mamma sua, Maria, non ha mancato di riservare ai piccoli, nel corso della storia, la sua materna premura. Pensate a santa Bernardetta di Lourdes, ai fanciulli di La Salette e, nel nostro secolo, a Lucia, Francesco e Giacinta di Fatima.

Vi parlavo prima del «Vangelo del bambino»: non ha avuto esso in questa nostra epoca un’espressione particolare nella spiritualità di santa Teresa di Gesù Bambino? È proprio vero: Gesù e la sua Mamma scelgono spesso i bambini per affidare loro compiti grandi per la vita della Chiesa e dell’umanità. Ne ho nominato solo alcuni universalmente conosciuti, ma quanti altri meno noti ne esistono! Il Redentore dell’umanità sembra condividere con loro la sollecitudine per gli altri: per i genitori, per i compagni e le compagne. Egli attende tanto la loro preghiera. Che potenza enorme ha la preghiera dei bambini! Essa diventa un modello per gli stessi adulti: pregare con fiducia semplice e totale vuol dire pregare come sanno pregare i bambini.

Ed arrivo ad un punto importante di questa mia Lettera: al termine ormai dell’Anno della Famiglia, è alla vostra preghiera, cari piccoli amici, che desidero affidare i problemi della vostra e di tutte le famiglie del mondo. 

E non soltanto questo: ho ancora altre intenzioni da raccomandarvi. 

Il Papa conta molto sulle vostre preghiere. Dobbiamo pregare insieme e molto, affinché l’umanità, formata da diversi miliardi di esseri umani, diventi sempre più la famiglia di Dio, e possa vivere nella pace. Ho ricordato all’inizio le indicibili sofferenze che tanti bambini hanno sperimentato in questo secolo, e quelle che molti di loro continuano a subire anche in questo momento. Quanti, anche in questi giorni, cadono vittime dell’odio che imperversa in diverse regioni della terra: nei Balcani, ad esempio, ed in alcuni paesi dell’Africa. Proprio meditando su questi fatti, che colmano di dolore i nostri cuori, ho deciso di chiedere a voi, cari bambini e ragazzi, di farvi carico della preghiera per la pace. Lo sapete bene: l’amore e la concordia costruiscono la pace, l’odio e la violenza la distruggono. 

Voi rifuggite istintivamente dall’odio e siete attratti dall’amore: per questo il Papa è certo che non respingerete la sua richiesta, ma vi unirete alla sua preghiera per la pace nel mondo con lo stesso slancio con cui pregate per la pace e la concordia nelle vostre famiglie.

Lodate il nome del Signore!

Permettete, cari ragazzi e ragazze, che al termine di questa Lettera ricordi le parole di un Salmo che mi hanno sempre commosso: Laudate pueri Dominum! Lodate, fanciulli del Signore, lodate il nome del Signore. Sia benedetto il nome del Signore, ora e sempre. Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore! (cf. Sal 112/113, 1-3). Mentre medito le parole di questo Salmo, mi passano davanti agli occhi i volti dei bambini di tutto il mondo: dall’oriente all’occidente, dal settentrione al mezzogiorno. È a voi, piccoli amici, senza differenze di lingua, di razza o nazionalità, che dico: Lodate il nome del Signore!

E poiché l’uomo deve lodare Dio prima di tutto con la vita, non dimenticatevi di ciò che Gesù dodicenne disse a sua Madre e a Giuseppe nel Tempio di Gerusalemme: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). L’uomo loda Dio seguendo la voce della propria vocazione. Dio chiama ogni uomo e la sua voce si fa sentire già nell’anima del bambino: chiama a vivere nel matrimonio oppure ad essere sacerdote; chiama alla vita consacrata o forse al lavoro nelle missioni… Chi sa? Pregate, cari ragazzi e ragazze, per scoprire qual è la vostra vocazione, per poi seguirla generosamente.

Lodate il nome del Signore! I bambini di ogni Continente, nella notte di Betlemme, guardano con fede al neonato Bambino e vivono la grande gioia del Natale. Cantando nelle loro lingue, lodano il nome del Signore. Così per tutta la terra si diffondono le suggestive melodie del Natale. Sono parole tenere, commoventi che risuonano in tutte le lingue umane; è come un festoso canto elevato da tutta la terra, che s’unisce a quello degli Angeli, messaggeri della gloria di Dio, sopra la stalla di Betlemme: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). Il Figlio prediletto di Dio si presenta tra noi come un neonato; intorno a Lui i bambini di ogni Nazione della terra sentono su di sé lo sguardo colmo d’amore del Padre celeste e gioiscono perché Dio li ama. L’uomo non può vivere senza amore. Egli è chiamato ad amare Dio e il prossimo, ma per amare veramente deve avere la certezza che Dio gli vuole bene.

Dio vi ama, cari ragazzi! Questo voglio dirvi al termine dell’Anno della Famiglia e in occasione di queste feste natalizie che sono in modo particolare le vostre feste.

Vi auguro che esse siano gioiose e serene; vi auguro di fare in esse una più intensa esperienza dell’amore dei vostri genitori, dei fratelli, delle sorelle e degli altri membri della vostra famiglia. Quest’amore poi si estenda all’intera vostra comunità, anzi a tutto il mondo, grazie proprio a voi, cari ragazzi e bambini. L’amore allora raggiungerà quanti ne hanno particolare bisogno, specialmente i sofferenti e gli abbandonati. Quale gioia è più grande di quella portata dall’amore? Quale gioia è più grande di quella che tu, Gesù, porti a Natale nell’animo degli uomini, e particolarmente dei bambini?

Alza la tua manina, divino Bambino,
e benedici questi tuoi piccoli amici,
benedici i bambini di tutta la terra!

Beato Giovanni Paolo II

Dal Vaticano, 13 dicembre 1994

Nell’ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te – San Giovanni Paolo II, papa

Nell’ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te.

Dacci, o Signore della vita, di prenderne lucida coscienza e di assaporare come un dono, ricco di ulteriori promesse, ogni stagione della nostra vita.

Fa’ che accogliamo con amore la tua volontà, ponendoci ogni giorno nelle tue mani misericordiose.

E quando verrà il momento del definitivo “passaggio”, concedici di affrontarlo con animo sereno, senza nulla rimpiangere di quanto lasceremo.

Incontrando Te, dopo averti a lungo cercato, ritroveremo infatti ogni valore autentico sperimentato qui sulla terra, insieme con quanti ci hanno preceduto nel segno della fede e della speranza.

E tu, Maria, Madre dell’umanità pellegrina, prega per noi “adesso e nell’ora della nostra morte”.

Tienici sempre stretti a Gesù, Figlio tuo diletto e nostro fratello, Signore della vita e della gloria.

Amen!

– San Giovanni Paolo II, papa –




Il peccato è un prodotto della libertà umana.

Eppure, radicati all’interno della sua realtà umana,

sono in atto fattori che lo compongono al di là del

puramente umano,

 in quella soglia dove la coscienza,

la volontà e la sensibilità umane sono in contatto con

le forze oscure che, come dice san Paolo, sono attive

nel mondo quasi al punto di dominarlo.

– San Giovanni Paolo II, papa –


fonte: Il Perdono, pensieri d’amore e di misericordia, Sonzogno Editore

Poiché vi è solidarietà tra tutti i fedeli all’interno

della comunità cristiana,

non vi può essere un peccato

che non abbia effetto sull’intera comunità.

– San Giovanni Paolo II, papa –


fonte: Il Perdono, pensieri d’amore e di misericordia, Sonzogno Editore


A Te, Signore Gesù Cristo, unico Pastore della Chiesa, offro i frutti di questi venticinque anni di ministero al servizio del popolo che mi hai affidato.

Perdona il male compiuto e moltiplica il bene: tutto è opera tua e a Te solo è dovuta la gloria.

Con piena fiducia nella tua misericordia, Ti ripresento, oggi ancora, coloro che anni fa hai affidato alle mie cure pastorali.

Conservali nell’amore, radunali nel tuo ovile.

Prendi sulle tue spalle i deboli, fascia i feriti, abbi cura dei forti.

Sii Tu il loro Pastore, affinché non si disperdano.

Proteggi la diletta Chiesa che è in Roma e le Chiese del mondo intero.

Pervadi con la luce e la potenza del tuo Spirito quanti hai posto a capo del tuo gregge: adempiano con slancio la loro missione di guide, maestri e santificatori, nell’attesa del tuo ritorno glorioso.

Ti rinnovo, per le mani di Maria, Madre amata, il dono di me stesso, del presente e del futuro: tutto si compia secondo la tua volontà.

Pastore Supremo, resta in mezzo a noi, perché possiamo con Te procedere sicuri, verso la casa del Padre.  

 Amen!

– San Giovanni Paolo II, papa –

L’inverno della malattia non è l’ultima stagione della vita: c’è la primavera della Resurrezione – Papa Giovanni Paolo II

…gli anni passano in fretta; il dono della vita, nonostante la fatica e il dolore che la segnano, è troppo bello e prezioso perché ce ne possiamo stancare.

Anziano anch’io, ho sentito il desiderio di mettermi in dialogo con voi.
E lo faccio anzitutto rendendo grazie a Dio per i doni e le opportunità che mi ha elargito con abbondanza sino ad oggi.

Lo Spirito agisce come e dove vuole, servendosi non di rado di vie umane che agli occhi del mondo appaiono di poco conto. 
Quanti trovano comprensione e conforto in persone anziane, sole o ammalate, ma capaci di infondere coraggio mediante il consiglio amorevole, la silenziosa preghiera, la testimonianza della sofferenza accolta con paziente abbandono! 
Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza.

Carissimi anziani, che vi trovate in precarie condizioni per la salute o per altro, vi sono vicino con affetto. 
Quando Dio permette la nostra sofferenza a causa della malattia, della solitudine o per altre ragioni connesse con l’età avanzata, ci dà sempre la grazia e la forza perché ci uniamo con più amore al sacrificio del Figlio e partecipiamo con più intensità al suo progetto salvifico. 
Siamone persuasi: Egli è Padre, un Padre ricco di amore e di misericordia!

La fede illumina così il mistero della morte e infonde serenità alla vecchiaia, non più considerata e vissuta come attesa passiva di un evento distruttivo, ma come promettente approccio al traguardo della maturità piena.

Sono anni da vivere con un senso di fiducioso abbandono nelle mani di Dio, Padre provvidente e misericordioso; un periodo da utilizzare in modo creativo in vista di un approfondimento della vita spirituale, mediante l’intensificazione della preghiera e l’impegno di dedizione ai fratelli nella carità.

È bello potersi spendere fino alla fine per la causa del Regno di Dio.

Al tempo stesso, trovo una grande pace nel pensare al momento in cui il Signore mi chiamerà: di vita in vita! Per questo mi sale spesso alle labbra, senza alcuna vena di tristezza, una preghiera che il sacerdote recita dopo la celebrazione eucaristica:

– In hora mortis meae voca me, et iube me venire ad te –

– nell’ora della morte chiamami, e comanda che io venga a te –

E’ la preghiera della speranza cristiana, che nulla toglie alla letizia dell’ora presente, mentre consegna il futuro alla custodia della divina bontà.

– san Giovanni Paolo II, papa – 

dalla “Lettera agli anziani”, ottobre 1999

 

 In questa tarda età risorge in me un bisogno provato da bambino. E cerco una mano che stringa la mia, un volto e una voce: sì, ho bisogno di mia madre.

Vergine Maria, madre della mia sera, a te affido i miei ultimi giorni: è una nascita nuova, un figlio ancora da partorire e condurre per mano nell’eternità beata. 

Papa Giovanni Paolo II°

Strappiamoci un sorriso J e buona giornata a tutti

www.leggoerifletto.it

Essere uomini, essere vivi, essere realisti ed essere cristiani

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il blog di Costanza Miriano

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di Giulia Tanel

«Posso chiederle una cosa? È una domanda che mi frulla in testa dal primo momento che l’ho incontrata…», Malthus si voltò verso il suo compare, guardandolo dritto in faccia. «Dite, dite pure», acconsentì Pecherton.
«Perché diavolo sorride sempre? Cioè, è una malattia, la vostra? O siete semplicemente toccato?».
«In effetti sì, lo è. Si tratta di una malattia piuttosto grave, una malattia che, una volta che ti ha preso, non ti abbandona mai».
«Ma… è contagiosa?», chiese Malthus preoccupato.
«Oh, cielo, contagiosa come nessun’altra!», esclamò il presunto malato, destando in entrambi gli uomini all’interno dell’auto un certo disagio, tanto da indurlo ad aggiungere in fretta: «Ma è una malattia che chiunque vorrebbe contrarre, non temete».
«Chi mai vorrebbe contrarre una qualunque malattia?», chiese perplesso l’esattore.
«Chiunque voglia essere un uomo vivo».
«Ma di che male si tratta, insomma?».
«Visto che ci tenete a saperlo, questo male così tremendo si chiama realismo».


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