«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».

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Resta qui con noi si fa sera.
RnS 2013 – Il canto del tuo popolo
José A. Pagola
Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana,] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

(Luca 24,13-35)

By antoniobortoloso.blogspot.it

Omelia del 30 aprile 2017
III Domenica di Pasqua
Resta con noi, Signore, si fa sera

Stando al racconto del Vangelo, siamo sempre nella giornata della domenica di Resurrezione, come a ricordarci che quel giorno non ha più fine anche per noi.Ovunque, quel giorno, si parlava di Gesù, a diritto e a rovescio, come del resto si fa oggi.Non si riesce a comprendere come tanti non credano nella resurrezione di Gesù e nella propria.Vivono nella convinzione che la vita sia un breve passaggio su questa terra… senza un domani…senza una ragione che giustifichi gioie e tante sofferenze!Ma domandiamoci: se non ci fosse la certezza che anche noi un giorno risorgeremo, sperando nella Gloria del Cielo, che senso avrebbe nascere e vivere? Un poco come affaticarsi a fare una squadra che ad un certo punto finisce e si dissolve senza alcuna possibilità di continuità.Che senso avrebbe soffrire o lottare?È nella nostra natura – o così dovrebbe essere – sapere che non stiamo percorrendo la vita senza un traguardo, ma – anche se non crediamo – parliamo, lavoriamo, soffriamo, gioiamo sempre con l’occhio teso al domani. Quale domani?Ci aiuta in questa riflessione il racconto del due discepoli di Emmaus, che stavano allontanandosi da Gerusalemme, delusi, dopo la morte del Maestro, che avevano amato, seguito, in cui avevano creduto. “Due discepoli – racconta l’evangelista Luca – … conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.”È quello che capita a tanti di noi, quando siamo in difficoltà, emotivamente turbati, sentendoci tremendamente soli: quella solitudine che è il più grande dolore che noi uomini possiamo provare.Non la solitudine, piena di Presenza di Gesù, capace di infondere un’incredibile serenità, o di chi vive con lo sguardo al futuro, che è nella vita eterna con Dio, trovando la forza, sempre, di dare una ragione alle sue azioni, alle sue fatiche ed alle sue sofferenze, ma una solitudine che è isolamento, senso di abbandono, incomunicabilitàE Gesù disse loro: ‘Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?’.Si fermarono con il volto triste e uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: ‘Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?’.Domandò: ‘Che cosa?’. Gli risposero: ‘Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, profeta potente in parole ed opere, davanti a Dio e a tutto il popolo: come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele. Con tutto ciò sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne delle nostre ci hanno sconvolti. Recandosi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di avere avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma Lui non l’hanno visto’..Sono due discepoli smarriti, come spesso siamo noi, ma a cui sono giunte voci di qualcosa da loro ritenuto impossibile: la resurrezione, un Evento divino, inconcepibile per il nostro ‘buonsenso’, ma che, se fosse vero – ed è vero! – darebbe alla loro e nostra vita la gioia piena, di chi sa che la vita va oltre il ‘qui’ ed ‘ora’. In questa ridda di emozioni sospese, Gesù si manifesta, conducendoli per mano nella conoscenza delle Scritture.E Gesù disse: ‘Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti. Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze, per entrare nella gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro le Scritture, in ciò che si riferiva a Lui…”La Parola di Gesù ascoltata e accolta, ieri come oggi, può aprire i cuori e illuminare le menti!Il racconto è commovente, perche ha parole che sono tante volte sulle nostre bocche, espressione della nostra necessità di essere certi che Lui è con noi, il Vivente.Quante volte questa preghiera sale spontanea alle nostre labbra, quando ci sentiamo soli o smarriti!“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero:‘Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino’.Ma la gioia può essere piena solo con la rivelazione di Chi Lui è per noi, con cui il Vangelo chiude questo incontro: “Gesù entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese del pane, diede la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: ‘Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando spiegava le Scritture?’ (Lc. 24, 13-35)E’ davvero commovente la delicatezza con cui Gesù ci mostra quanto ci sia vicino!Questa è la vera Pasqua di ogni giorno, per noi che tante volte camminiamo nella vita con la delusione dei due che ritornavano ad Emmaus. Ha detto Papa Francesco che “la vita a volte ci ferisce e noi ce ne andiamo tristi, verso la nostra ‘Emmaus’, voltando le spalle al disegno di Dio. Ma Gesù ci spiega le Scritture e riaccende nei nostri cuori il calore della fede e della speranza”.Con lui preghiamo per noi e per i nostri fratelli di riscoprire “la grazia dell’incontro trasformante con il Signore risorto. C’è sempre una Parola di Dio che ci dà l’orientamento dopo i nostri sbandamenti; e attraverso le nostre stanchezze e delusioni c’è sempre un Pane spezzato che ci fa andare avanti nel nostro cammino”.Ed è il mio augurio … per noi, che, troppo spesso, per la nostra poca fede, tanto somigliamo ai due discepoli di Emmaus ‘tristi’, ma poi capaci di’andare’, dopo aver incontrato davvero il nostro Signore!

Antonio Riboldi – Vescovo 

>>> Resta con noi: si fa sera

Gianfranco Ravasi

13 cose che potrebbero accadervi quando incontrate Gesù risorto

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Chiunque incontri Gesù risorto cambia. I racconti del Nuovo Testamento mostrano le tante emozioni e risposte diverse delle persone quando hanno visto Gesù vivo dopo che avevano assistito alla sua morte sulla croce e alla sua sepoltura appena tre giorni prima. Riuscite a immaginare cosa devono aver provato?

La buona notizia è che possiamo fare di più che immaginare. Possiamo sperimentare Gesù risorto nella nostra vita. Non è una cosa del passato. Come cattolici, la maggior parte di noi è stata battezzata in Cristo da piccola, ma è molto probabile che possiate ricordare un momento della vostra vita in cui Gesù è diventato “vivo” per voi. Forse è stato durante un ritiro o in occasione del sacramento della Confermazione, ma il momento e il luogo non contano tanto quanto il cambiamento che ha portato nella vostra vita.
Come ai tempi biblici, quando le persone della nostra generazione sperimentano Cristo ne derivano emozioni e risposte diverse. Nessuna di queste reazioni è “giusta” o più corretta di un’altra. Quali delle 13 cose seguenti avete sperimentato conoscendo Gesù?

13 cose che potrebbero succedervi quando incontrate Gesù risorto (secondo le Scritture):
1. Grande gioia e stupore
Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli (Matteo 28, 8)
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?” (Luca 24, 41)
2. Obbedienza alla Parola di Dio
Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato (Matteo 28, 16)
3. Paura
Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (Marco 16, 8)
4. Desiderio di adorare e lodare Dio
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano (Matteo 28, 17)
E stavano sempre nel tempio lodando Dio (Luca 24, 53)
5. Disponibilità a sembrare pazzi per il bene del messaggio evangelico
Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse (Luca 24, 11)
6. Dubbio
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano (Matteo 28, 17)
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!” (Giovanni 20, 24-29)
7. Può ardere il cuore
Ed essi si dissero l’un l’altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Luca 24, 32)
8. Si può sentire il bisogno di aggrapparsi a Gesù
Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Giovanni 20, 17)
9. Una nuova comprensione della Bibbia
Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse… (Luca 24, 45)
10. La necessità di parlare agli altri dell’amore, del potere e della grazia salvifica di Cristo
Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Marco 16, 15-18)
Ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (Atti 1, 8)
11. Il desiderio di trascorrere molto tempo in chiesa con Dio
E stavano sempre nel tempio lodando Dio (Luca 24, 53)
12. Una devozione più profonda nei confronti della preghiera
Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui (Atti 1, 14)
13. Convinzione, fede e speranza in Gesù
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Giovanni 20, 31)
Lasciate un commento e fateci sapere cosa aggiungereste a questa lista!
[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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San Giovanni-Maria Vianney (Curato d’Ars)

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Pensieri del Santo curato d’Ars

leggoerifletto 

Dio contempla con amore un’anima pura, le concede tutto quello che essa chiede. E come potrebbe resistere ad un’anima che vive soltanto per Lui, per mezzo di Lui e in Lui? Essa lo cerca e Dio si mostra a lei; Lo chiama e Dio viene; è tutt’uno con Lui. Essa incatena la sua volontà.
Non si può capire il potere che un’anima pura ha sul buon Dio. Non è lei che fa la volontà di Dio, è Dio che fa la sua.
Un’anima pura ? come una bella perla. Finché è nascosta in una conchiglia in fondo al mare, nessuno pensa ad ammirarla, ma se la mostrate al sole, essa risplende e attira gli sguardi: cosí è dell’anima pura, nascosta adesso agli occhi del mondo, risplenderà un giorno dinanzi agli angeli, nel sole dell’eternità.
Quanto piú i giusti sono nell’innocenza, tanto piú riconoscono la loro povera miseria e praticano l’umiltà senza la quale non si può andare in cielo.
L’umiltà è come la catena del rosario; se la catena si rompe, i granelli se ne vanno; se cessa l’umiltà, tutte le virtú spariscono.
L’umiltà è come una bilancia: quanto piú ci si abbassa da un lato, tanto piú si è innalzati dall’altro.
Fu chiesto ad un santo qual era la prima virtú: «È l’umiltà», rispose – E la seconda? – «L’umiltà» – E la terza? – «L’umiltà».
L’umiltà disarma la giustizia di Dio.
Un’anima pura súscita l’ammirazione delle tre Persone della Santissima Trinità. Il Padre contempla la sua opera: «Ecco dunque la mia creatura…». Il Figlio, il prezzo del suo Sangue: si conosce la bellezza di un oggetto dal prezzo che è costato … Lo Spirito Santo vi abita come in un tempio.
Quanto piú ci si rende poveri per l’amore di Dio, tanto piú si è ricchi in realtà!
Non tutti coloro che si avvicinano [ai Sacramenti] sono santi, però i santi saranno sempre scelti tra coloro che li ricevono spesso.
I santi sono come tanti piccoli specchi nei quali Gesú Cristo si contempla.
Nei suoi apostoli [Gesú] contempla il suo zelo e il suo amore per la salvezza delle anime; nei martiri, contempla la sua pazienza, le sue sofferenze e la sua morte dolorosa; nei solitari, egli vede la sua vita oscura e nascosta; nelle vergini, ammira la sua purezza senza macchia, e in tutti i santi, la sua carità senza limiti, di modo che, ammirando le virtú dei santi, non facciamo altro che ammirare le virtú di Gesú Cristo.
Sí, con una preghiera fatta bene, possiamo comandare al cielo e alla terra; tutto ci obbedirà.
Se siete nell’impossibilità di pregare, nascondetevi dietro al vostro angelo, e incaricatelo di pregare al posto vostro.
Non dovremmo perdere la presenza di Dio, piú di quanto non perdiamo la respirazione.
La preghiera è per la nostra anima ciò che la pioggia è per la terra. Concimate una terra quanto volete, se manca la pioggia, tutto quello che farete non servirà a nulla.
Non c’è bisogno di pregare tanto per pregare bene. Si sa che il buon Dio è lí, nel santo Tabernacolo; gli si apre il cuore, ci si compiace della sua presenza. Questa è la migliore preghiera.
Quando prego, mi figuro Gesú mentre prega il Padre suo.
Il buon Dio ama essere importunato.
Bisogna pregare molto semplicemente e dire: Mio Dio, ecco un’anima ben povera che non ha niente, che non può nulla, fammi la grazia di amarti, di servirti e di conoscere che non so nulla.
Il buon Dio non ha bisogno di noi: se ci comanda di pregare, è perché Egli vuole la nostra felicità, e perché la nostra felicità può trovarsi soltanto là.
Quando siamo dinanzi al Santo Sacramento, invece di guardare attorno a noi, chiudiamo i nostri occhi e la nostra bocca, apriamo il nostro cuore, il buon Dio aprirà il suo, andremo a Lui, Egli verrà a noi, l’uno per chiedere e l’altro per ricevere; sarà come un soffio dall’uno all’altro.
Venite alla comunione, venite a Gesú, venite a vivere di Lui, al fine di vivere per Lui.
Tutti gli esseri della creazione hanno bisogno di nutrirsi per vivere; per questo il buon Dio ha fatto crescere gli alberi e le piante; è una bella tavola ben servita dove tutti gli animali vengono a prendere ognuno il cibo che gli conviene. Ma anche l’anima deve nutrirsi… Quando Dio volle dare un nutrimento alla nostra anima, per sostenerla nel pellegrinaggio della vita, Egli pose il suo sguardo sulla creazione e non trovò nulla che fosse degna di lei. Allora si ripiegò su sé stesso e decise di dare sé stesso… O anima mia, quanto sei grande, dal momento che soltanto Dio può appagarti.
«Tutto quello che chiederete al Padre nel nome mio, Egli ve lo concederà».  Mai avremmo pensato di chiedere a Dio il suo proprio Figlio. Ma ciò che l’uomo non può dire o concepire, e che non avrebbe mai osato desiderare, Dio, nel suo amore, l’ha detto, l’ha concepito e l’ha adempiuto.
(CURATO D’ARS, Scritti scelti, a cura di Gérard Rossé, Città Nuova Editrice)
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MEDITAZIONI

 

San Giovanni-Maria Vianney (Curato d’Ars)

 – Biografia, preghiere

Chi è più soggetto alla tentazione – San Giovanni Maria Vianney (curato d’Ars) “Chi sono dunque coloro che subiscono di più la tentazione? Sono senza dubbio gli ubriachi, i mormoratori o gli spudorati che si gettano alla cieca nelle lordure, o l’avaro, che pensa solo ad arricchirsi in ogni modo, direte voi. No, non sono affatto costoro; al contrario, il demonio li disprezza, o meglio, li protegge perché possano fare il male per il maggior tempo possibile, dal momento che più a lungo essi vivranno, più i loro cattivi esempi trascineranno le anime all’inferno. Infatti, se il demonio avesse incalzato troppo fortemente questo vecchio impudico, egli, per i suoi vizi, avrebbe accorciato i suoi giorni di quindici o vent’anni e quindi avrebbe avuto meno tempo per indurre a peccare questa vergine, della quale ha violato il fiore della verginità; o questa giovane che ha gettato nel più infame pantano dei peccati contro la purezza. Non avrebbe avuto il tempo di iniziare al male quel giovane, che forse vi resterà avviluppato fino alla morte. Se il demonio avesse indotto quel ladro a rubare in modo sfrenato, già da tempo sarebbe incorso nel patibolo, e non avrebbe avuto l’opportunità di trascinare qualche altro nel suo vizio. Se il demonio avesse sollecitato quest’ubriaco a riempirsi di vino fino all’orlo, già da tempo sarebbe morto nella crapula; invece, prolungando i suoi giorni, riuscirà a trascinare molti altri col suo cattivo esempio. Se il demonio avesse tolto la vita a questo musicista o a questo maestro di ballo o a questo cabarettista, quanta gente in loro assenza avrebbe scampato il pericolo, mentre se quelli restano in vita, si dannerà per loro. Sant’Agostino ci insegna che il demonio non tormenta troppo queste persone, ma, al contrario, li disprezza e sputa loro addosso. Ma, mi dirai, chi sono dunque quelli che il demonio preferisce tentare? Ascolta attentamente, amico mio. Sono proprio coloro che si mostrano più pronti, con l’aiuto di Dio, a sacrificare ogni cosa per la salvezza della loro povera anima; che sanno rinunciare a tutto ciò che, sulla terra, gli altri ricercano con ansia e con ardore. E non è solo un demonio che li tenta, ma sono milioni quelli che gli piombano addosso, per farli cadere nei loro lacci. Eccovi un esempio. La storia racconta che San Francesco d’Assisi era riunito un giorno con tutti i suoi religiosi, in un grande campo dove erano state costruite delle piccole capanne di giunchi. San Francesco, vedendo che facevano penitenze così straordinarie, ordinò che gli fossero portati tutti gli strumenti di penitenza, e li ammassò come si fa con la paglia. C’era lì un giovane a cui il buon Dio aveva fatto la grazia di vedere il suo angelo custode. Egli vedeva, da una parte, questi buoni religiosi che non potevano saziarsi mai di fare penitenza, e dall’altra, il suo buon angelo custode, gli fece vedere una assemblea di diciottomila demoni, che tenevano consiglio per trovare il modo di travolgere questi religiosi con la tentazione. Ci fu un demonio che disse: “Voi non capite niente; questi religiosi sono troppo umili, (ah! bella virtù!), troppo distaccati da se stessi, troppo attaccati a Dio. Essi hanno un superiore che li guida così bene, che è impossibile poterli vincere. Aspettiamo che il superiore muoia, e allora tenteremo di introdurre in mezzo a loro, dei giovani che non hanno una vera vocazione, e che li spingeranno a rilassarsi, e in tal modo saranno nostri”. Qualche tempo dopo, entrando in città, vide un demonio tutto solo, seduto alla porta della città, per tentare tutti quelli che vi abitavano. Il santo giovane chiese al suo angelo custode, perché, per tentare quei religiosi occorrevano tante migliaia di demoni, mentre per una intera città ce n’era solo uno e anche seduto oziosamente. Il suo buon angelo gli rispose che la gente del mondo non ha affatto bisogno di tentazioni, perché ci pensa da sola a trascinarsi verso il male, mentre i religiosi si comportano bene, nonostante tutte le trappole e le battaglie che il demonio procura loro.”
(S. Giovanni M. Vianney)

 

Gli spiriti cattivi si manifestano in tutt’altro modo che gli Angeli: irradiano una luce torbida, come un riflesso, sono pigri, stanchi, sognanti, malinconici, arrabbiati, selvaggi, rigidi e passivi, oppure leggermente mobili e passionali. Ho notato che questi spiriti sprigionano gli stessi colori che avvolgono gli uomini durante le sensazioni dolorose, provenienti da situazioni di sofferenze estreme e travagli dell’anima. Sono gli stessi colori che avvolgono i martiri durante la trasfigurazione della gloria del martirio. Gli spiriti cattivi hanno visi affilati, violenti e penetranti, si insinuano nell’animo umano come fanno gli insetti quando sono attratti da determinati odori, sulle piante o sui corpi. Questi spiriti penetrano dunque negli animi risvegliando negli esseri ogni genere di passione e pensieri materiali. Il loro scopo è di separare l’uomo dall’influsso divino gettandolo nelle tenebre spirituali.
beata-anna-katharina-emmerick 
Buona giornata a tutti. 🙂
www.leggoerifletto.it www.leggoerifletto.com

Adriano Stagnaro, l’uomo che si è preparo alla morte amando la vita fino all’ultimo secondo

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il blog di Costanza Miriano

di Costanza Miriano

Per poche, pochissime persone che hanno chiesto di essere uccise, ce ne sono migliaia solo in Italia che chiedono di essere aiutate a vivere con dignità, di essere assistite, ci sono migliaia di famiglie lasciate sole a portare un carico enorme, e che mai se ne vorrebbero liberare. Queste famiglie avrebbero diritto di essere aiutate, insieme ai loro malati. Per loro, però, non si perde tempo in Parlamento.

Ma di fronte al dolore, alla carne sofferente che alcuni usano per affermare i loro deliri di autodeterminazione, invece che litigare sui principi io oggi vorrei parlare di un eroe. Senza polemica con chi non ce l’ha fatta, vorrei raccontare di un vero lottatore. Di un uomo grande, grandissimo. Di un modo virile ed eroico di vivere il dolore senza scappare. Ne ho sentito parlare da Padre Maurizio Botta, ai Cinque Passi. Adriano Stagnaro era nato nel 1970. Quando…

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Lectio della II Domenica di Pasqua (A)

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COMBONIANUM - Formazione Permanente

II Domenica di Pasqua (A)
o della Divina Misericordia 

Giovanni 20,19-31

seconda domenica di Pasqua1

Otto giorni dopo venne Gesù (Gv 20,19-31) 

Questo brano di vangelo chiude il vangelo di Giovanni ed è considerato la “prima conclusione” del quarto evangelo. Il vangelo di Giovanni si chiude quindi con la figura di Tommaso. A questa figura, dunque, viene dedicato tempo, spazio, importanza. Ma dove sta la grandezza di Tommaso? La grandezza di Tommaso sta in ciò che chiede di vedere. C’è una fede che Tommaso sa di dover chiedere, ma questa fede nasce dal vedere e toccare i segni dei chiodi, i segni della passione del Signore, i segni della continuità tra la croce e la Risurrezione.

Questi sono i segni che Tommaso chiede di vedere! Se qualcuno chiede di mostrargli in qualche modo la possibilità di credere in Dio, lo portiamo là dove si mettono le mani nelle piaghe, nei luoghi della fede rappresentati dai…

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Rahamìm: il grande utero

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salmo 139, 17-18
Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio!
 Se volessi contarli, sono più della sabbia.

TRE SONO I VOCABOLI EBRAICI

che stanno dietro all’espressione Amore misericordioso:                                 Hesed, rahamin, emet.

A. Il primo, hesed, indica bontà originaria e costitutiva, l’amore sorgivo, puro e gratuito. E’ l’amore paterno nel senso che “Dio è amore” (1Gv 4,8.16), ci ama “per primo” (1Gv 4,19). Un amore che continuamente si riversa su di noi. Si esprime nell’alleanza con Israele e soprattutto nella nuova alleanza che è definitiva. “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano; … ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”. (Os 11,4; cf anche Is 63,15s; 64,7).

B. Il termine emet dice fedeltà assoluta anche nel caso dell’infedeltà del partner. Unito alla hesed specifica che l’amore paterno di Dio è fedele anche dinanzi alla risposta negativa dell’uomo. Dio continua ad amarlo settanta volte sette (cf Mt 18,22), cioè perdona sempre, è misericordioso. “Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nel secoli perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; e la tua fedeltà è fondata nei cieli” (Sal 89,2s). “Ti ho amato di amore eterno, per questo di conservo ancora pietà” (Ger 31,3).

B. Infine rahamim suggerisce l’amore viscerale della madre (rehem = seno materno) e quindi misericordia. Dal profondo legame della madre col bambino, scaturisce un particolarissimo rapporto di tenerezza e comprensione. Il bambino lascia una traccia indelebile nel grembo della madre, inclinandola alla misericordia.
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (tatuato) sulle palme delle mie mani” (Is 49,15s). “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,10).

La parola usata per misericordia, infatti, è Hesedr che in ebraico,
 significa viscere e deriva dalla parola Rahamin che significa utero. 

leggiamolabibbia.blogspot.it

Rahamìm: il grande utero

il blog di Costanza Miriano

universo1

di Gerardo Ferrara

In ebraico e in altre lingue semitiche, come l’arabo e l’aramaico, la misericordia di Dio si esprime con la radice r-h-m, da cui il termine ebraico rahamim, plurale o accrescitivo di rehem, utero, seno materno. Sempre in questa lingua, quindi, misericordia ha il significato di “uteri”, al plurale, o meglio ancora di “grande utero”, un’unione infinita di tanti seni materni.

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Comunità come luogo di rivelazione dei limiti personali.

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La Comunità luogo del perdono e della festa.

Comunità come luogo di rivelazione dei limiti
personali.

Quando chi ha conosciuto l’isolamento di una grande città, o un mondo di aggressione e di rifiuto, entra in comunità, trova un calore e un amore molto vivificanti. Inizia a togliersi la maschera, a lasciar cadere le sue barriere e a diventare più vulnerabile. Vive un tempo di comunione e di gioia profonda.
Ma togliendosi la maschera e diventando vulnerabile, scopre anche che la comunità è un luogo terribile perché è un luogo di relazioni, perché rivela la nostra affettività ferita e rivela quanto può essere difficile vivere con altri, specialmente con certe persone.

È molto più facile vivere con libri, oggetti, con la televisione, la musica …è tanto più facile vivere da soli e stare con gli altri quando se ne ha voglia.

Quando si è in relazione sempre con le stesse persone, quando ormai ci si conosce, emergono tutte le gelosie, la paura degli altri, il bisogno di dominare, di scappare o di nascondersi che abbiamo vissuto nella nostra infanzia. Tanta miserie che abbiamo dentro di noi e di cui non sempre siamo coscienti sembrano risalire alla superficie della nostra coscienza. Si è angosciati dalla vicinanza di certe persone che si aggrappano a noi, che ci chiedono troppo oppure la cui presenza ci ricorda i nostri genitori.
La comunità è il luogo nel quale sono rivelati i limiti, le paure e l’egoismo di una persona. Si scopre la propria povertà e le proprie debolezze, l’incapacità ad intendersi con alcuni, i propri blocchi, la propria affettività turbata, i desideri che
sembrano insaziabili, le frustrazioni e le gelosie, gli odi e la voglia di distruggere. Finché si era soli si poteva credere di amare tutti e di andare d’accordo con tutti.
Quando i rapporti sono ravvicinati, quando si trascorrono alcuni giorni insieme a tempo pieno, quando i rapporti diventano stabili, forse addirittura quotidiani, allora ci si rende conto di quanto si è incapaci di amare, di quanto si rifiutino gli altri, di quanto si è chiusi su di sé. E se si è incapaci di amare, che resta di buono? Non c’è più che disperazione, angoscia e bisogno di distruggere. Allora l’amore sembra un’illusione.
La vita comunitaria è la rivelazione penosa dei limiti, delle debolezze, delle tenebre di ogni essere; è la rivelazione, spesso inattesa, dei mostri nascosti dentro di noi. È difficile accettare questa rivelazione. Si cerca di allontanare rapidamente questi mostri, o di nasconderli di nuovo, di illudersi che non esistano; oppure si fuggono la vita comunitaria e le relazioni con gli altri; o ancora si pretende che quei mostri siano negli altri e non in noi. I colpevoli sono sempre e solo gli altri …
Ma la ferita che tutti portiamo in noi e che cerchiamo di non vedere e di fuggire, può diventare il luogo dell’incontro con Dio e con i nostri fratelli e sorelle; può diventare il luogo in cui impariamo ad amare, ad avere compassione degli altri.

(Jean Vanier, La comunità: luogo del perdono e della festa, Jaca Book, Milano 2000, pp. 44-45.47).

Monastero di Bose – Comunità come luogo di rivelazione dei limiti personali

 “Annunciare il Vangelo: una comunità in cui traspare la misericordia del Padre”


di Luciano Manicardi 

Una comunità in cui traspare la misericordia del Padre

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La Comunità e l’Eucarestia – Jean Vanier

*Un altro nutrimento che crea il legame tra il nutrimento comunitario e quello personale, perché è l’uno e l’altro insieme, è l’Eucaristia.* *L’Eucaristia è la celebrazione, la festa comunitaria per eccellenza, perché ci fa rivivere il mistero di Gesù che dà la sua vita per noi. Ci fa rivivere, in modo sacramentale, il suo sacrificio della Croce che ha aperto agli uomini una nuova strada di vita, che ha liberato i cuori dalla paura perché possano amare ed essere di Dio e perché possano vivere la comunità. * *L’Eucaristia è il luogo dell’azione di grazia di tutta la: comunità. * …

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Approfondimento:
Jean Vanier  La comunità: luogo del perdono e della festa, Appunti sparsi