IV Domenica di Pasqua (Anno A) (07/05/2017)

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LA MIA VOCAZIONE È UNA SOMMA DI RISPOSTE-SENZA-CHIAMATA 

Il pastore che conduce verso la vita senza confini

antoniobortoloso.blogspot.it

La mia vocazione è una somma di risposte-senza-chiamata
don Marco Pozza  


IV Domenica di Pasqua (Anno A) (07/05/2017)
Vangelo: Gv 10,1-10 

Quella volta capitò più o meno così, parola-più, parola-meno. Adocchiò Simone accartocciato sulla battigia del lago e s’intristì di quella dannata routine: “Simone, per davvero vuoi passare tutta la vita a battere il lago? Perché non tenti l’avventura con me? Sarà difficile, t’avviso. Però io sarò con te. Tu, che fai: ci stai?” Simone mandò gambe all’aria il suo vecchio mestiere, buttò giù dalla torre gli arnesi, Gli andò dietro. Quelle parole così avventuriere erano esche luminose: lui pesce, Cristo pescatore. Aprivano strade, quietavano burrasche, facevano cadere le vecchie mura di Cafarnao. Capitò a Simone ciò che capiterà a milioni di uomini e donne dopo di Lui: quando non s’aspetteranno più nulla da nessuno, sarà proprio allora che comincia la partita: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi, credete al Vangelo» (Mc 1,15). Poco meno di centocinquanta caratteri: tra i granelli fitti di così scarne parole, sta nascosta la rivelazione della più grande vita possibile. Della freschezza più cara: «Duemila anni dopo aver attraversato le sue labbra, la sua parola aveva mantenuto tutta la sua freschezza» (Ch. Bobin). Parole pratiche, dunque di vita-eterna.Parole-agricole: «Io sono la porta delle pecore». Parole-amanti: “L’altro è un farabutto, un millantatore rubacuori”. Ancora l’Amore e Lucifero, in coppia, a disposizione: non ci sarà mai gioia senza libertà, anche d’affidare il patrimonio dell’anima nostra allo smargiasso di Satana. È sempre la solita storia, dai tempi delle piramidi. Erano gli anni del faraone paranoico quando Dio acciuffò Israele per i capelli e lo portò a spasso nel deserto: all’orizzonte si stagliava la Terra-Promessa. Israele mica capì che stava viaggiando su ali d’aquila, in carrozze di prima classe: sbraitò contro Dio, mise con le spalle al muro quel povero-cristo di Mosè, rinfacciò al Cielo l’amarcord delle pentole piene di cipolle che gli davano in Egitto. Israele, pur trattato con guanti di velluto, mica capì che la schiavitù è una sicurezza, la libertà è il più grosso rischio. Ciò che Dio, invece, capì fu che era giunto solo a metà dell’opera: aveva tirato-via Israele dall’Egitto, non Gli era riuscito di strappare via l’Egitto dal cuore di Israele. Annate dopo, sotto mentite spoglie, riprenderà la faccenda, per non lasciare nulla incompiuto: Sono io, non quell’altro imbecille, il vostro Buon-Pastore. A bordo-strada, mi farò riconoscere: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». Che un pastore chiami le pecore è poca cosa, assai nota: che il pastore chiami ciascuna pecora per nome, pare addirittura eccessivo, una delle troppe esagerazioni di Cristo. Eppure la chiamata – la strana faccenda che gli uomini trattano come vocazione – è questo: sentirsi dare del tu, sapersi chiamati per nome, essere nel mirino di Cristo prima ancora d’accorgersi della sua presenza.La mia, di vocazione, sta tutta qui. È poca-roba: «Credo non perché vedo ma perché sono stato visto» (E. De Luca). Più che fede, la mia è una somma di risposte-senza-chiamata: Iddio mi risponde, io manco lo chiamo. Son fortunato: sono braccato da qualunque parte mi volti, pare impossibile – pur col massimo impegno – scappar fuori da questo recinto. Mi conduce fuori Lui, mai nessuna prigionia tra noi. Alla galera accetta di rischiare la fedeltà, quella mia a Lui: «Le conduce fuori». Le indicazioni, però, le detta Lui, che stiano chiare: «Cammina davanti ad esse». Prima il Pastore, poi la pecora. Ho tentato – in materia di fede vivo a corrente alternata – il contrario: sono andato fuori-strada. Il Vangelo non mente: a ricordarmelo, ci son ferite sulla pelle. Nell’anima, al cuore della nostra storia d’amore. Nei giorni di bel tempo – Lui davanti, io dietro – seguirlo è una danza. Nei giorni di foschia – io davanti, Lui dietro – capisco il suo amore per me: in quei giorni, Dio pare simile a quei bambini che si aggrappano alle gonne della mamma, ficcano le mani dentro il tessuto, si lasciano trascinare ovunque senza che sia possibile sganciarli prima che abbiano ottenuto ciò che vogliono. Impossibile, per me, sganciarLo prima che Lui abbia ottenuto ciò che vuole: che io vada dietro Lui. Che sia tutto suo, lasciandomi però il potere di negarlo.


Fonte:  www.sullastradadiemmaus.it

 
 
Commento  p. Ermes Ronchi
IV Domenica di Pasqua – Anno A

Letture: Atti 2,14.36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10

 

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. […]

Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi più solari di tutto il Vangelo. Anzi, è la frase della mia fede, quella che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono qui per la vita piena, abbondante, potente. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, uno scialo, uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio.Così è Dio: manna non per un giorno ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari. «Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l’anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).Il Vangelo contiene la risposta alla fame di vita che tutti ci portiamo dentro e che ci incalza.Il primo gesto che caratterizza il pastore vero, datore di vita, è quello di entrare nel recinto delle pecore, chiamare ciascuna per nome (Gesù usa qui una metafora eccessiva, illogica, impossibile per un pastore “normale”, ma il gesto sottolinea il di più, l’amore esagerato del Signore) e poi di condurle fuori. Gesù porta le sue pecore fuori dal recinto, un luogo che dà sicurezza ma che al tempo stesso toglie libertà. Non le porta da un recinto ad un altro, dalle istituzioni del vecchio Israele a nuovi schemi migliori. No, egli è il pastore degli spazi aperti, quello che lui avvia è un processo di liberazione interminabile, una immensa migrazione verso la vita. Per due volte assicura: «io sono la porta», la soglia sempre spalancata, che nessuno richiuderà più, più forte di tutte le prigioni (entrerà e uscirà e troverà…), accesso a una terra dove scorrono latte e miele, latte di giustizia e innocenza, miele di libertà. Più vita.La seconda caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, pastore di futuro che mi assicura: tu, con me appartieni ad un sistema aperto e creativo, non a un vecchio recinto finito, bloccato, dove soltanto obbedire. Vivere è appartenere al futuro: lo tiene aperto lui, il pastore innamorato, «il solo pastore che per i cieli ci fa camminare» (D. M. Turoldo).

pietrevive.blogspot.it

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