Mi son messo gli occhi di Maria e ho raccontato la Pentecoste dal suo cuore.

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Le giornate si sono allungate, e le prime messi si fanno raccogliere, si offrono. 
Le strade si sono colorate di fuoco, un fuoco così leggero: i papaveri. Mi chiedo quale artista possa averli disegnati, così belli e così fragili, così scarlatti e così delicati. La festa del ringraziamento ha richiamato in città gente di ogni regione. Al mercato si sentono parlare infinite lingue.

Conto i giorni. Sono già cinquanta da quella mattina di Pasqua, dalla primavera del cuore. Con i tuoi amici più cari proviamo a vivere pienamente, e tutti i giorni saliamo al tempio per lodare la vita, per ringraziare Dio, per aprirci al nuovo giorno, sempre attenti a tutto quello che c’è, quello che accade.

Poi a sera saliamo al piano superiore, sempre lì, nel cenacolo, il nostro nido. E’ lì che un pezzo di pane e un bicchiere di vino non mancano mai. Ci basta mangiarne un boccone e sorseggiarne un dito insieme ed ogni volta è come se tu, Gesù mio, fossi ancora tra noi. E così ognuno racconta. Racconta di te, di se, di noi. E’ questo che sognavi vero? Che si vivesse semplicemente condividendo quello che si ha, quello che si è.

Questa sera ho sentito fremere la carne come quel giorno dell’annuncio, ho sentito fremere lo Spirito: all’imbrunire di pentecoste è venuto come un terremoto, un fragore assordante, e tutti ci siamo guardati spaventati. Senza avere il tempo di capire che stava succedendo, un vento, che non sai di dove viene e dove va, lo stesso che disperde il polline a primavera e che genera vita, soffia in tutta la stanza e poi si ferma sui nostri volti, e li accarezza dolcemente. E’ bastata quella tenerezza a tranquillizzarci tutti, e all’unisono abbiamo sentito che qualcosa di irripetibile e stupefacente stava per accadere, qualcosa di meraviglioso, di straordinario. 

Un tepore, come un bacio sulla guancia, si è posato su di noi. Come un fuoco, leggero come un papavero, che scalda il cuore, lo rasserena, lo colma delicatamente. 

In quegli istanti mi è venuto alla mente Elia, il profeta del fuoco e del vento. Anche lui, dopo tanto vagare, fermandosi in una grotta, incontrò il suo Dio non nel vento gagliardo, non nel terremoto, non nel fuoco violento, ma in una carezza di vento. Tutto era solo in una carezza, nulla più. Bastò. Per sempre!

Fra Giorgio

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