DIDACHE’

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DIDACHE’ 1

    “Ciò che è anche emerso da questo studio è che questo stesura redazionale del testo della Didachè condivide con il vangelo di Matteo non solo le massime delle fonte “Q” della tradizione di Gesù, ma anche una comune concezione teologica e strutturale. Che questi abbiano avuto origine nella medesima comunità è difficile da negare; essi respirano la stessa aria e riflettono lo stesso sviluppo storico. Quello che deve restare materia di dibattito è il problema della priorità. La nostra tesi è che la Didachè è la regola comunitaria della comunità di Matteo, regola in costante processo evolutivo. Naturalmente, se così fosse, alcune sue parti rifletteranno una situazione presupposta dal vangelo di Matteo, altre parti possono riflettere una situazione posteriore alla sua composizione. Solo un’accurata analisi redazionale può indicare in che modo vi giochi l’influenza in uno specifico caso. Tuttavia, per quanto riguarda le istruzioni per gli apostoli, sembra che il testo della Didachè costituisca la fonte del materiale in Matteo.”

Estratto e tradotto da: Novum Testamentum XXXIII, 4 (1991) – “Torah and troublesome Apostles in the Didache community” di J. A. Draper – Ed. Brill

“Nel corso della prima metà del secondo secolo d. C., abbiamo la Didachè, il più antico unico e completo ancora esistente insieme di regole per una comunità cristiana, seguita da altri testi di quel genere nei secoli terzi e quarto.”

Estratto e tradotto da: “Die griechische und lateinische Literatur der Kaiserzeit” di Albrecht Dihle – Ed. Beck

 

Traduzione, introduzione e note (qui non riportate) di Guglielmo Corti

Estratto da “I padri apostolici” – Città Nuova Editrice 1967

INTRODUZIONE

 

La Didachè ebbe una grande diffusione nei primi secoli del cristianesimo. Fu stimata da grandi maestri come Origene e Clemente Alessandrino, che la citarono — sembra — come Sacra Scrittura. Di essa parlarono Eusebio, sant’Atanasio e altri, non più come libro ispirato, ma certo di grande valore.

Fu tradotta, già allora, in varie lingue come latino, georgiano copto e poi arabo.

Tra i secoli III e V cominciò a essere assorbita in scritti disciplinari come la Costituzione della Chiesa Egiziana e le Costituzioni Apostoliche. Incorporata cosi in queste compilazioni maggiori fini per perdere la sua notorietà come opera a sé stante, cosi che nel secolo XII se ne era perduta ogni traccia.

Grande fu perciò l’entusiasmo quando nel 1873 venne di nuovo alla luce per opera di Filoteo Bryennios, metropolita di Nicomedia, che la scopri a Costantinopoli in un codice greco scritto nel 1056.

Subito il libriccino fu fatto oggetto di uno studio intenso e appassionato, attraverso una produzione letteraria imponente; e nel fervore della ricerca cominciarono a profilarsi diverse opinioni contrastanti.

Alcuni la ritennero come l’eco immediata della voce del Signore rivolta agli Apostoli; altri come unvademecum per catecumeni, una specie di primo catechismo, o una ordinanza ecclesiastica. A poco a poco i giudizi si fecero meno benevoli: si cominciò a considerarlo come frutto di una piccola comunità isolata, che nulla, dice della Chiesa universale; fu pure considerato opera di un falsario tendente a restaurare costumi sorpassati o addirittura un’opera eterodossa, in appoggio all’eresia montanista, osteggiante la gerarchia e favorevole al profetismo. Nel fissare la data di composizione, in base a queste diverse concezioni, si passò dalla metà del secolo primo alla seconda metà del secolo seguente o perfino alla prima metà del secolo terzo.

Ma gli studi più recenti (Si tratta dello studio poderoso di J. P. Audet, La Didachè instructions des Apótres, Parigi 1958. Qualche particolare sarà forse discusso, ma l’opera è fondamentale. E’ arricchita da una larghissima bibliografia e da un testo critico (pp. 226-242) che sfruttiamo nella traduzione.) mettono un po’ di luce in questo groviglio di opinioni, e rettificano le posizioni più negative che sembravano prevalere.

Sembra assodato ormai che si tratta di una raccolta di istruzioni, che un apostolo (un collaboratore dei Dodici) compilò per aiuto alla propria missione. Sfruttò uno scritto giudaico preesistente (Le due vie) e le consuetudini liturgico-organizzative di una comunità già formata.

A questo nucleo furono unite (forse in seguito) le espressioni desunte dagli scritti riferenti le parole del Signore, quando questi cominciarono a diffondersi.

La composizione della Didachè avvenne, perciò, tra il 50 e il 70, e il luogo di origine sarebbe in Oriente, forse la Siria o meglio Antiochia, ove la comunità cristiana aveva quei caratteri giudaizzanti che riscontriamo nello scritto stesso.

Questa nuova interpretazione ci assicura ancora una volta che ci troviamo davanti a un’opera antica, veneranda, scaturita dalla stessa sorgente della predicazione apostolica, testimonio palpitante della vita dei nostri primi fratelli in Gesù Cristo.

Non sono però dissolti tutti i dubbi, perché la Didachè ha delle particolarità, diverse, e forse contrastanti con gli altri scritti dell’epoca.

E’ chiara una quadruplice divisione: capitoli I – VI — Istruzioni morali

» VII –     X  = Istruzioni liturgiche

»  XI  –  XV  = Istruzioni disciplinari

» XVI           = Conclusione escatologica

 

 

 

TESTO DELLA DIDACHE’

 

  1. – Vi sono due vie, una della vita, e l’altra della morte; vi è una grande differenza fra di esse (Ger 21,8).

La via della vita è questa: in primo luogo ama Dio che ti ha creato, in secondo luogo ama il prossimo tuo come te stesso (Dt 6,5; Lv 19,18; Mt 22,37-39). Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Tb 4,15).

L’insegnamento che deriva da questo comandamento è il seguente: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici, e digiunate per i vostri persecutori. Che merito avete infatti se amate quelli che vi amano? Non fanno lo stesso anche i pagani? Ma voi amate quelli che vi odiano (Mt 5,44-46; Lc 6,27-28: 32: 35) e non abbiate nemici.

Tienti lontano dalle brame carnali.

Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, offrigli anche l’altra (Mt 5,40-41; Lc 6,29) e sarai perfetto.

Se qualcuno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, accompagnalo per due.

Se qualcuno ti prende il mantello, dagli anche la tunica (Mt 5,40-41; Lc 6,29).

Se qualcuno ti toglie ciò che è tuo, non reclamarlo, perché non puoi farlo.

Da’ a chi ti chiede, e non esigere la restituzione (Mt 5,42; Lc 6,30), perché il Padre vuole che i suoi beni vengano dati a tutti.

Beato chi dona, come ci comanda la nostra legge, perché le sue colpe non verranno punite. Ma guai a chi riceve! In verità, se riceve spinto dal bisogno, non verrà punito, ma se riceve senza averne bisogno, dovrà rendere conto del perché e dello scopo per cui ha preso. Verrà arrestato, il suo agire verrà giudicato, e non uscirà di carcere finché non avrà pagato l’ultimo centesimo (Mt 5,26). A questo proposito è stato detto: la tua elemosina si bagni di sudore nella tua mano; finché tu non abbia ponderato bene a chi dare (? Sir 12,1).

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