Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole…

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Mi ero ripromesso di non scrivere più nulla, in interlocuzione con la lobby –  molto attiva sui social – dei detrattori a spada tratta di papa Francesco. Anche perché, ormai, tutte le frecce risultano sistematicamente spuntate e sul tappeto, alla fine, resta solo polvere. Molto probabilmente, fra qualche anno, quando ci sarà un minimo di distanza storica, questa potrà essere a malapena ricordata come una delle tante, patetiche battaglie di retroguardia che, nella lunga storia della Chiesa, hanno cercato invano di ostacolare il suo cammino.Già ora l’attacco sistematico al papa appare frutto di unachiusura pregiudiziale. È umanamente impossibile per ogni essere umano, animato dalle migliori intenzioni, non riuscire a combinare nella propria vita nulla di buono: per questo, raccogliere e rilanciare notte e giorno solo giudizi negativi contro Francesco, senza mai dare conto di qualche frutto positivo, è un’operazione che si scredita da sola. Nel migliore dei casi una prevenzione ideologica, nel peggiore una strategia diffamatoria che ha qualcosa di diabolico. Basterebbe almeno riconoscere, sportivamente, l’attività caritativa diffusa che il papa promuove, senza suonare tante trombe, a favore dei poveri, recentemente descritta come “la carità nascosta di papa Francesco”. Nemmeno un cieco, d’altra parte, potrebbe negare i risultati della diplomazia vaticana, ispirata da papa Francesco: in un suo blog (peraltro più equilibrato che “schierato”), Iacopo Scaramuzzi ha scritto: “Jorge Mario Bergoglio, insomma, muove le cose. Non sono solo parole. E non è solo brillante politica estera, le mediazioni vaticane a Cuba e nel resto dell’America Latina, lo scontro con Donald Trump, il riavvicinamento a Cina, Iran, Russia, paese quest’ultimo dove il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin si recherà in visita quasi certamente nel mese di agosto”. Aggiungerei i risultati dello straordinario viaggio in Egitto, appena descritti, in modo sobrio e documentato, da Enzo Romeo, sull’ultimo numero di Dialoghi (“Francesco il tessitore: la sfida del dialogo contro il fanatismo”, Dialoghi, 2/2107). Ancora più deplorevole e quasi rivoltante l’uso del dramma di Charlie Gard, il bimbo inglese affetto da una rara sindrome da deperimento mitocondriale: mentre Francesco – discretamente e concretamente – stava attivando l’Ospedale pediatrico “Bambino Gesù”, è partito un tam tam indecente sul suo presunto “silenzio”. Evidentemente qualcuno sogna un magistero papale fatto di declami e anatemi, dietro ai quali l’inerzia più totale sarebbe un fenomeno irrilevante. Voglio però intervenire ancora una volta su questo, cercando di volgere in positivo la lettura del fenomeno, dal quale si potrebbero ricavare almeno tre insegnamenti:
1) Anzitutto, l’accanimento contro papa Francesco testimonia limpidamente, a contrario, l’altezza della sua figura e la limpidezza del suo operato; in una parola, la sua autenticità evangelica. Se infatti, dopo aver fatto le “analisi del sangue” all’intera biografia di Bergoglio, fin nelle pieghe più riposte della sua vita, si continua ad andare avanti così, cioè riciclando il nulla, possiamo stare davvero tranquilli. Per la verità, molti di noi non avevano dubbi: ma ormai ce ne viene offerta una motivazione ulteriore, ad abundantiam. Se gli unici argomenti contro il papa solo un conclave illegittimo, o il fatto che egli chiede un avvicendamento alla Congregazione per la dottrina della fede in seguito alla scadenza ordinaria di un mandato, o invocando addirittura il card. Martini (ritenuto sempre inaffidabile e ora trasformato in unaauctoritas), vuol dire che abbiamo davvero un santo papa. È stato raschiato il fondo del barile, lasciamo che i morti seppelliscano i morti.
2) In secondo luogo, gli attacchi a papa Francesco contengono in se stessi la misura della loro contraddizione e in un certo senso ci offrono un criterio per distinguere in modo inequivocabile parresiae maldicenza. Come ha scritto qualche tempo fa Andrea Grillo, quanti hanno condotto una crociata intransigente contro il moderno rischiano di diventare vittime di una “sindrome di Stoccolma”, incarnando in loro proprio quelle forme di soggettivismo relativistico e di individualismo anti-istituzionale che hanno combattuto per anni! Il rispetto della suprema autorità che i cristiani debbono riconoscere al vicario di Cristo e successore di Pietro dovrebbe suggerire altri atteggiamenti, altre parole, un’altra umiltà e, alla fine, anche il silenzio. Molti di noi, in passato, hanno avuto qualche perplessità e alcunidubia su singole prese di posizione dei pontefici precedenti e hanno scelto la via del silenzio e della preghiera, sapendo bene l’uso strumentale che sarebbe stato fatto di alcune prese di posizione. La linea che separa il silenzio dalla chiacchiera potrebbe essere anche quella che distingue un buon cristiano da un provocatore.

 3) Infine, questa marea montante di acredine c’insegna che i veri problemi della Chiesa oggi sono altri: sono le grandi sfide dell’annuncio del Vangelo, delle forme della testimonanza cristiana, della santità nella ricerca di sintesi credibili – antiche e nuove – fra Parola, liturgia e carità, fra l’altezza della Rivelazione e le fragilità della storia. Oscurare e persino occultare queste sfide, trasformando la vita ecclesiale in un derby fra bergogliani e antibergogliani, stimolando la nascita di opposte tifoserie, è un’operazione spericolata e profondamente – questa volta sì – antievangelica. Chi crede che agitare qualche rassicurante parola d’ordine garantisca un’esenzione a prescindere da ogni altra forma d’impegno, c’insegna ancora una volta, a contrario, qual è il pericolo più grande oggi per un cristiano: ridurre il cristianesimo a una grande sceneggiata mediatica, di fronte alla quale basta dichiarare da che parte si sta. Anche rimanendo in pantofole, tranquillamente sprofondati nella poltrona di casa. 

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