“Assetati di Fraternità”:

un cammino pasquale con le omelie di don Luigi Verdi 

 

assetati poster

Il cammino di Quaresima con le omelie di don Luigi Verdi: è una proposta che arriva dal Veneto, dal Centro missionario diocesano di Padova. Il centro diocesano ha raccolto gli interventi di don Gigi e li sta diffondendo alla sua rete di parrocchie, associazioni per compiere un percorso condiviso di avvicinamento ala Pasqua.“Assetati di Fraternità” è il titolo di questo cammino. “Offriamo questo e altri sussidi – spiega don Gaetano Borgo – affinché ognuno sia sollecitato a raccogliere dalla Parola quotidiana, spunti e riflessioni che portino a rinnovarci nel cuore e a vivere sinceramente il Vangelo della carità con una spinta all’annuncio, proprio come la Samaritana”.Anche noi, da Romena, entriamo volentieri nella rete intessuta dal centro missionario e aiutiamo a diffondere, settimana per settimana, questi contributi… (guarda video) 

I^domenica di Quaresima

L’episodio della “purificazione del Tempio” è un invito a guardare la nostra vita personale e sociale per riconoscere chi cerca di comprarci e chi invece vuole liberare le nostre coscienze. 

“Venditori di fumo e liberatori di coscienze”

videoconferenze, diretta streaming, vangelo, domenicale, Luca Buccheri, Parrocchia dell'Invisibile

MARTEDÌ 27 FEBBRAIO VIDEOCONFERENZA alle ORE 21 in STREAMING sul tema “Venditori di fumo e liberatori di coscienze” (Gv 2,13-25). L’episodio della “purificazione del Tempio” è un invito a guardare la nostra vita personale e sociale per riconoscere chi cerca di comprarci e chi invece vuole liberare le nostre coscienze. A cura della Parrocchia dell’Invisibile.

Gv 2,13-25 Venditori di fumo e liberatori di coscienze

Il brano musicale consigliato è “Mercanti e Servi” dei Nomadi, con l’indimenticabile voce di Augusto Daolio. A cura di Sauro Secci
Come vedere la diretta. Collegati al sito www.terradelsanto.it e clicca in alto a destra su “LIVE” dalle ore 21 alle 22 del martedì, poi clicca sulla freccia play del video e inizia a seguire la diretta. Se vuoi durante la diretta puoi iscriverti anche alla chat (sotto il video) per condividere le tue impressioni e porre le tue domande. In ogni caso potrai rivedere la videoconfenza in differita o scaricarla nei giorni successivi come audio o come testo scritto. La troverai nel box in basso a sinistra della Home page del sito.
Consigliamo di seguire la DIRETTA in piccoli gruppi per condividere insieme una serata di ascolto e riflessione sulla Parola che vuole far crescere la Vita.

Mercanti E Servi

 Nomadi con la meravigliasa voce del mito Augusto Daolio.

album :Che Film e La Vita

Gesù ci dice: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Ma secondo te esiste la perfezione?

E perché oggi Gesù ci dice: “Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Come fa a chiederci qualcosa che sembra così impossibile. Poi mi guardo attorno, e vedo il sole sorgere ogni mattina, i fiori colorare i prati, il vento pulire il mondo…e mi convinco che in natura tutto è perfetto, perché segue le sue leggi.

Sembrerebbe naturale per il fiore sbocciare, ma quanta fatica fa il seme a vincere la terra e sbucare e orientarsi al sole e tingersi e ogni mattina avere il coraggio nuovamente di aprirsi alla vita. Per raggiungere la sua perfezione il fiore suda la sua fatica.

Ci sarà dunque da qualche parte il giusto spazio perché anche la nostra perfezione sia, perché possa abitare la nostra vita. Ci viene in aiuto Gesù indicandoci l’unica via da seguire: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”

L’amore, l’unica via che porta là dove nient’altro saprebbe portare, l’unica strada da percorrere insieme per star bene, per vivere con quell’intensità che solo l’amore da, che solo l’amore fa, come canta Fossati.

Ma la strada indicata ci inoltra nella foresta sconosciuta del diverso, dei mondi distanti, addirittura dei nemici e qui oggi tocca fermarci: facciamo la nostra tenda e guardiamoci attorno e cerchiamoci di immaginarci chi sono i nostri nemici.

Sembrano essere molto più vicini di quanto immaginassi. Basta che qualcuno pensi diversamente da me, e la trappola scatta! Basta che la persona che amiamo ci faccia il muso, che un figlio ci rinfacci qualcosa e…il dado è tratto.

Non combattere il nemico, conquistalo con l’Amore”. Diceva il Mahatma Gandhi

Lascia andare il bisogno di cambiare gli altri.

Il vero amore è accettare gli altri nel modo in cui sono, senza cercare di cambiarli. Se vogliamo cambiarli, significa che non li amiamo così come sono.

Forse allora, solo per oggi, posso mettermi occhi puliti e guardare chi è ‘diverso’ da me con sguardo nuovo. Può bastare lo sguardo. Quello che arriverà in più…sarà perfetto!

Fra Giorgio

“Non combattere il nemico, conquistalo con l’Amore”

La Grande …🌻bellezza 🔆un amicizia vera🌹un abbraccio è come un cielo stellato✨

E uscimmo a rivedere le stelle.

✨Chi di noi può dire di non essere mai stato muto al cospetto della bellezza di un cielo stellato ?

✨Di essersi lasciato rapire da tanta immensità?

Ma sopratutto, chi può dire di non aver mai espresso un desiderio sotto le stelle, magari nella notte di San Lorenzo, quando le stelle cadono (“vorticano in cielo” , dipingerebbe Van Gogh) quasi a sfiorare il nostro stare in terra? Lo si fa per gioco magari, con qualche risata, a dirci che in fondo non ci crediamo tanto a queste cose. Eppure è un esigenza del cuore, quella di affidare alle stelle i nostri desideri. Perché abbiamo bisogno di permetterci di sognare, di esprimere quel che ci manca, anche solo per augurarcelo. Desiderare, in latino, indica una mancanza. De-sidus, letteralmente, vuol dure, “mancanza di stelle”.

E dalle stelle gli antichi traevano buoni auspici. Sotto il cielo stellato desideriamo, dunque, perché ci mancano stelle quaggiù in terra. Ci mancano buone notizie, ci mancano Vangeli che diano gusto al nostro vivere.

Sotto le stelle, quindi, viviamo la tensione tra due sentimenti opposti:

una bruciante speranza è una straziante ferita.

La bellezza di permetterci di sognare e il disagio di sentire che qualcosa ci manca.

Chiesa di Altavilla vicentina.

ilnestrosesansespine.blogspot.com

Frammenti di Luce…

www.youtube.com/playlist?list=PLql26gLM_dkdldNLntGfVJhxlniNKTxzP

Biografia del silenzio

squadernauti.wordpress.com/2014/12/19

“Fare un bagno nell’essere” (Pablo d’Ors)

Leggiamo ancora qualcosa tratto da Biografia del silenzio di Pablo d’Ors:

“Riconosco che passo buona parte delle mie sedute a sognare a occhi aperti; ammetto anche che questo vagheggiare mi risulta, in generale, abbastanza gradevole. Ma […] non è meditazione. […] Viviamo ebbri di idee e ideali, confondendo vita e fantasia. […]

La meditazione ama la concretezza e respinge l’astrazione. Chi abbandona la chimera dei sogni, entra nella patria della realtà. […] Il sogno sfugge sempre: è evanescente, intangibile. La realtà invece non scappa, siamo noi a scappare da lei. Meditare significa tuffarsi di testa nella realtà e fare un bagno nell’essere. […]

Non manipolare, limitarsi ad essere quel che si vede, si sente e si tocca: su questo si fonda la felicità della meditazione […].

Camminare con l’attenzione desta, per esempio, o lavarsi i denti con attenzione: percepire il flusso dell’acqua, il suo rinfrescante contatto con le mani, il modo in cui chiudo il rubinetto, il tessuto dell’asciugamano… Ogni sensazione, per minima che sembri, è degna di essere esplorata. L’illuminazione […] si nasconde nei fatti più minuscoli […]. Vivere bene implica essere sempre a contatto con se stessi […].

Non ambisco a contemplare, bensì a essere contemplativo, che equivale a esistere senza aspirazioni. […]

Più che aiutare a trovare quel che si cerca, lo sforzo tende a impacciarci. Non conviene resistere, bensì lasciarsi andare, arrendersi con dedizione. Non insistere nello sforzo, bensì vivere nell’abbandono. Sia l’arte sia la meditazione nascono sempre dalla resa, mai dallo sforzo. E lo stesso succede con l’amore. Lo sforzo mette in funzionamento la volontà e la ragione; la resa, invece, la libertà e l’intuizione. […] L’unica cosa necessaria per questa resa con dedizione è essere lì, a captare quel che appare, qualunque cosa sia. La meditazione è come un rigoroso addestramento all’abbandono e all’abnegazione.

Sicché non c’è nulla da inventare, basta ricevere […]; e poi, questo sì, darlo agli altri. I grandi maestri sono, senza eccezione, grandi recettori. […]

Lo zen educa al rispetto verso la realtà. E la realtà non verrebbe rispettata se, in ultima istanza, non fosse considerata misteriosa. La meditazione aiuta a comprendere che tutto è un mistero […]. Oggi penso che per chi medita non c’è distinzione tra sacro e profano. […]

Reagire al dolore con ostilità lo converte in sofferenza. […] Nessuno mette in dubbio che il dolore sia odioso, ma accettare il fastidio e abbandonarvisi senza resistenza è il metodo giusto per renderlo meno sgradevole. Ciò che ci fa soffrire sono le nostre resistenze alla realtà. […]

Per ottenere questa connessione con il dolore bisogna fare esattamente l’opposto di quel che ci hanno insegnato: non correre, ma fermarsi; non sforzarsi, ma abbandonarsi; non proporsi mete, ma stare semplicemente lì. […]

Il dolore è il nostro principale maestro. La lezione della realtà – che è l’unica degna di venire ascoltata – non si impara senza dolore. La meditazione non ha per me niente a che vedere con un ipotetico stato di imperturbabilità, come molti la intendono. Si tratta piuttosto di un lasciarsi lavorare dal dolore […]. La meditazione è quindi l’arte della resa. […] Se nel mondo ci viene insegnato a chiuderci al dolore, nella meditazione ci si insegna ad aprirsi a lui. La meditazione è una scuola di apertura alla realtà.

Per quel che ho appena scritto, non sembrerà strano che la meditazione in silenzio e quiete sia stata accusata di sofisticato masochismo. In effetti, si arriva a un punto in cui si desidera sedersi tutti i giorni con la propria porzione di dolore: frequentarlo, conoscerlo, addomesticarlo” (pp. 32-45).

Fonte: la meditazione come via

Fare un bagno nell’essere” (Pablo d’Ors)

Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere…?

Giusti e ingiusti si fanno la stessa domanda: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere…?

Una storia può aiutarci…

Dopo una lunga e coraggiosa vita, un valoroso samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al paradiso.

Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno.

Un angelo lo accontentò.

Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi, lividi e scheletrici da far pietà.

“Com’è possibile?” chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di Dio davanti!”

Questa fu la risposta: “Ci sono posate per mangiare, solo che sono lunghe più di un metro e devono essere rigorosamente impugnate all’estremità solo così possono portarsi il cibo alla bocca.”

Il coraggioso samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppure una briciola sotto i denti.

Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso.

Qui lo attendeva una sorpresa: il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno!

Dentro l’immenso salone c’era un’infinita tavola con gente seduta davanti ed un’identica sfilata di pietanze deliziose.

Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare all’estremità per portarsi il cibo alla bocca. C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.

“Ma com’è possibile che qui le persone sono così allegre e in forma, mentre non lo erano all’inferno dove c’era altrettanta abbondanza di cibo?”, chiese stupito l’intrepido samurai.

L’angelo sorrise: “All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché così si sono sempre comportati nella loro vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

Pare non ci sia altra possibilità che questa per ‘vivere’ nel paradiso ogni giorno: condividere quello che si è, quello che si ha.

E questa settimana celebro messa alle 18 e verrà trasmessa via radio: cerca RMF, Radio Missione Francescana.

Fra Giorgio

Il commento di Giovanni Vannucci

Il #vangelo di oggi:

– E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo-

(Mc 1, 12-15)

Il commento di Giovanni Vannucci:

– Il “deserto”, come luogo dove lo Spirito conduce Cristo perché sia tentato dal diavolo, costituisce l’ambiente del periodo quaresimale. Non è uno spazio geografico, ma una situazione concreta in cui l’uomo viene continuamente a trovarsi. Nella religiosità biblica il deserto è il luogo privilegiato da Dio per provare la fedeltà nella fede dei suoi eletti che, superata la tentazione, raggiungono la statura dell’uomo vero.

Nell’esperienza religiosa universale, il deserto è il passaggio obbligato di chiunque voglia rispondere alle sue più profonde aspirazioni verso la liberazione nell’Assoluto divino. Esso è contrassegnato dalla spoliazione di quanto è superfluo nella ricerca della pienezza della vita, ed è insieme la soglia di una vita differente, di un senso nuovo dell’esistenza. È l’esperienza di un’incolmabile assenza che rende inquieta ogni espressione di vita, e rende aperte le coscienze verso un oltre e un di più, ove le loro radicali aspirazioni trovino compimento e pacificazione –

www.romena.it

Tavernelle di Altavilla Vic. ( VI )

San Pietro alle Stinche

PANZANO (GREVE IN CHIANTI) – Immerso nel verde del bosco, visibile solo a chi vuole cercarlo, si trova l’Eremo di San Pietro alle Stinche, a Panzano in Chianti.

Qui fra Giovanni Vannucci (padre Giovanni), membro dell’Ordine religioso dei Servi di Santa Maria, decise di fondare un Eremo.

Era la fine di giugno 1967: da allora sono passati cinquanta anni, padre Giovanni dopo diciassette anni della sua presenza nell’Eremo, venne a mancare il 18 giugno 1984 all’età di settanta anni.

Da allora proseguono nell’esperienza della comunità fra Lorenzo Bonomi insieme al confratello dei Servi, fra Eliseo Grassi, mentre nel 2005 si è aggiunto il frettalo dei Servi fra Giancarlo

www.gazzettinodelchianti.it/articoli/approfondimenti/17239/notizie-su-greve-in-chianti/50-anni-eremo-san-pietro-alle-stinche.php#.W-_mdSHSLYU

La mistica dell’istante – tempo e promessa

Notte_stellata

José Tolentino Mendonça, premiato per la sezione “cultura dell’Incontro”. Sacerdote, saggista e poeta, padre Tolentino è una delle voci più autorevoli e note della cultura portoghese. Per molti anni a capo della “Pastoral da Cultura”, è attualmente vice-rettore e docente dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. Il libro vincitore del premio s’intitola La mistica dell’istante (sottotitolo: Tempo e Promessa) e si avvale della brillante traduzione dal portoghese di Marianna Scaramucci, che riesce a rendere con efficacia l’atmosfera dell’opera, basata su una delicata simbiosi tra afflato poetico e pensiero religioso.

“L’unico contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole e progressiva dell’umano è l’istante. È il fango in cui la vita si modella e si scopre. È il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa”, scrive José Tolentino Mendonça ne La mistica dell’istante. E fa seguire a questo suo pensiero un componimento di Santa Teresa di Lisieux, utilizzando il linguaggio poetico come cifra stilistica per trasmettere un messaggio di natura spirituale.

“Ci troviamo in un momento storico complesso”, ha spiegato nel suo intervento padre Tolentino. “Una fase di crisi che vede il disgregarsi di una vecchia visione del mondo, senza che un nuovo modello abbia preso forma compiuta. La nostra distanza dalla natura è diventata così grande che le nostre capacità percettive si sono ridotte: siamo diventati una sorta di ‘analfabeti emozionali’, incapaci di cogliere le espressioni fondamentali della vita. La Bibbia contiene una visione unitaria dell’uomo, Gesù Cristo ci ha insegnato che la religione è un’arte integrale dell’essere. Dobbiamo allora trovare una nuova sintesi, in grado di proporre, a partire dall’atto del credere, ma anche dell’atto di vivere, una nuova grammatica della saggezza. E in questo può aiutarci una riscoperta delle nostre percezioni sensoriali, che andrebbero coltivate e affinate. C’è un episodio del Vangelo che riveste un altissimo valore testimoniale: quando Gesù, avvertendo in mezzo alla folla una sincera invocazione di fede, esclama: Chi mi ha toccato?”.

Il libro di José Tolentino Mendonça propone, in tutta evidenza, un nuovo progetto di spiritualità. “Per una spiritualità del tempo presente” s’intitola, appunto, un capitolo dell’opera. Che costituisce un originale contributo di pensiero alla nuova evangelizzazione, “per lanciarci nell’avventura della ricerca del senso della vita”.

https://it.zenit.org/articles/per-una-spiritualita-del-tempo-presente/

 «C’è più spiritualità nel nostro corpo che non nella nostra migliore teologia».

https://youtu.be/ThebDt-DRts

È quello che ci dice Tolentino nella Mistica dell’istante, un libro poetico e frammentario, snodato in un percorso che solca spazio e tempo attraverso le parole di mistici, letterati, artisti. Il risultato è una straordinaria geografia interiore e umana che con il soccorso di poesia e cinema, letteratura e testi biblici può indicarci i modi di una mistica alla portata di tutti. Perché per Tolentino esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima e corpo, sensazioni e relazioni.

Questa mistica è la mistica dell’istante. Che riconosce come porta d’ingresso al divino nella nostra vita i cinque sensi, ossia quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza, esperienza d’altronde già ben nota alle Scritture, per le quali il corpo è immagine e somiglianza di Dio. Leggendo impariamo così che gustare, vedere, annusare, ascoltare e toccare Dio si può nell’istante che ci è dato di vivere e che ci appartiene. Perché la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva.

«Dio anche se ci troviamo nella miseria estrema, ama la nostra bellezza. Così, dentro alla tua notte, brilla immobile la luce di una stella».

QUARTA DI COPERTINA

Questo nostro tempo frettoloso ha un estremo bisogno di mistica. Una frase che sembra la regina delle contraddizioni: come può l’esercizio interiore per eccellenza, l’intimo cammino verso la contemplazione del divino che richiede l’abbandono se non la rottura dei legami con il mondo, venire in soccorso delle donne e degli uomini di oggi? Eppure José Tolentino Mendonça non ha dubbi. Esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima – certo – ma anche corpo, sensazioni, relazioni. È la ‘mistica dell’istante’, che riconosce come portali d’ingresso del divino nella nostra vita i cinque sensi, quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza. E, a pensarci, è un’esperienza ben nota alle Scritture, per le quali il corpo è immagine e somiglianza di Dio. È grammatica di Dio che si inscrive nella nostra pelle. È la lingua materna di Dio. Questo libro poetico e volutamente frammentario, aperto alla modulazione personale di ognuno, ci guida per mano per insegnarci come fare, come riconoscere in ciascuno dei sensi l’occasione di incontri che nel presente ci schiudano frammenti di infinito: un infinito che diventa semplice gesto, suono armonioso, profumo di nuovo, sapore frugale…

Con il soccorso della poesia, di certi film e libri universali, di storie di vita, di suggestioni per una lettura dei testi biblici nuova eppure così vicina alle radici originarie, Tolentino ci indica i modi di questa mistica alla portata di tutti. Impariamo così che gustare, vedere, annusare, ascoltare e toccare Dio si può nell’istante che ci è dato di vivere e che ci appartiene. Perché l’istante «è il contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole dell’umano. È il fango in cui la vita si modella e si scopre. È il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa».

BIOGRAFIA DELL’AUTORE

José Tolentino Mendonça, sacerdote e poeta, è una delle voci più autorevoli e note della cultura cattolica portoghese. Vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, è specialista di testi biblici, che affronta con rigore e creatività, aprendo agli interrogativi del presente e dialogando con le diverse espressioni culturali. La sua scrittura prende spunti e immagini da molti registri di linguaggio, in particolare da quello poetico, letterario e filosofico. Le sue poesie e i suoi saggi, molto apprezzati dal pubblico come dalla critica, gli hanno valso vari riconoscimenti e traduzioni in numerose lingue.

www.vitaepensiero.it/scheda-libro/jose-tolentino-mendonca/la-mistica-dellistante

Corpo e anima

· Teologia dei sensi nel libro di José Tolentino Mendonça

http://www.osservatoreromano.va/it

Costantemente tentato /DIGIUNO QUARESIMALE /


James Nachtwey, Sudan, 1993.

Mc  1,12-15

In quel tempo, 12lo Spirito sospinse Gesù nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
 
Il vangelo di questa prima domenica di Quaresima è breve: quattro versetti, anche se in realtà mi concentrerò quasi esclusivamente sui primi due, avendo commentato i vv. 14-15 poche domeniche fa (III domenica del tempo Ordinario). I vv. 12-13 sono molto intensi, capaci di comunicarci l’essenziale sulle tentazioni di Gesù, anche se nel nostro immaginario è impressa, dunque da noi memorizzata, la narrazione più drammatica e più precisa dei vangeli secondo Matteo e Luca (cf. Mt 4,1-11; Lc 4,1-13).
Concentriamoci dunque sul racconto di Marco. Gesù è stato battezzato nel fiume Giordano da Giovanni, il suo maestro, e nell’uscire dall’acqua ha visto i cieli aprirsi, lo Spirito di Dio scendere su di lui con la dolcezza di una colomba (cf. Mc 1,9-10) e, soprattutto, ha sentito una dichiarazione rivolta a lui solo. Dal cielo, infatti, dal luogo dimora di Dio, lo raggiunge una voce che proclama: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho messo tutta la mia gioia” (Mc 1,11; cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Is 42,1). È la voce del Padre, che gli conferma il proprio amore e la sua identità di Figlio amato; è la voce che lo abilita, con la forza dello Spirito, “compagno inseparabile di Cristo” (Basilio di Cesarea), alla missione pubblica tra i figli di Israele.
Ma appena questo è avvenuto, “subito” (euthýs) lo Spirito disceso su di lui lo spinge dove i cieli non sono aperti, bensì chiusi; lo spinge, letteralmente “lo scaccia nel deserto”, dove è presente più che mai il diavolo, Satana, colui che mette alla prova, la cui missione è dividere e separare, soprattutto da Dio. Satanâs è uno dei nomi dato a questa potenza malefica che appare fin dagli inizi della creazione (il serpente: cf. Gen 3,1) e che nei testi di Qumran è colui che guida in battaglia i “figli della tenebra” contro i “figli della luce”, colui che si oppone al Messia di Dio.
Gesù entra così in una zona d’ombra, entra nella prova, perché il deserto è terra di prova, di tentazione. Lo era stato quarant’anni per Israele, “battezzato” e uscito dalle acque del mar Rosso; lo era stato quaranta giorni per Mosè e per Elia; lo era stato per quanti erano andati nel deserto per preparare una strada al Signore (cf. Is 40,3), combattendo da “figli della luce” contro il demonio e la sua tenebra; lo era stato per Giovanni il Battista. Gesù dunque sta camminando sulle tracce lasciate dagli inviati di Dio, e in tal modo sa che deve prepararsi a quella che sarà la prova, la lotta quotidiana, fino alla morte.
In quel deserto di Giuda, accanto al mar Morto, tra quelle rocce aride, Gesù “dimora quaranta giorni, continuamente tentato da Satana”. La sua è una lotta corpo a corpo, della quale nessuno è spettatore; è una lotta interiore attraverso la quale deve imparare l’obbedienza del Figlio – “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8), legge con intelligenza l’autore della Lettera agli Ebrei – e vincere il tentatore che si oppone alla venuta del Regno nel modo in cui Dio lo vuole e che Gesù deve assumere e fare suo, fino a rivestirsene. Sono giorni di lotta in cui Gesù lega il principe dei demoni, lega colui che è “il forte” (Mc 3,27), perché – come aveva annunciato il Battista – “il più forte” (Mc 1,7) è proprio Gesù, che scaccerà i demoni liberando uomini e donne dall’alienazione demoniaca.
Marco non ci dice nulla di preciso sulle tentazioni subite da Gesù, quelle che gli altri evangelisti, in una sorta di midrash, racconteranno come lotta contro le tre libidines dell’eros, della ricchezza e del potere, insomma lotta contro una manifestazione mondana, prepotente e arrogante del Regno. Questa descrizione volutamente così generica da parte di Marco è un’indicazione a discernere quante volte durante la sua missione Gesù sarà ancora tentato. Sarà infatti sollecitato a utilizzare la sua potenza divina per imporre in modo trionfale il regno di Dio, quando gli chiederanno un segno, un miracolo eclatante dal cielo (cf. Mc 8,11); sarà poi tentato nell’ora dell’agonia al Getsemani (cf. Mc 14,32-42) e ancora lungo tutta la passione, fino alla croce (cf. Mc 15,29-32). Gesù resterà sempre fedele alla sua missione di inviato del Padre, come giusto in un mondo ingiusto, al prezzo di non rispondere mai alla violenza con la violenza e di donare fino alla fine la sua vita.
Qui l’evangelista più antico mette l’accento sul fatto che Gesù è costantemente tentato, per quaranta giorni, senza mai cedere a una visione trionfalistica della venuta del Regno. Pienamente sottomesso al Padre, creatura tra le creature non umane del deserto (rocce, pietre, arbusti, rettili, volatili, bestie selvagge), Gesù è in profonda comunione con tutta la creazione. È come collocato al centro di essa, è il vero Adamo come Dio l’ha voluto, capace di vivere riconciliato e in pace con tutte le creature e con tutta la terra. Gesù appare come l’uomo mite, armonioso, rappacificato con il cielo e la terra, così da inaugurare l’era messianica profetizzata da Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme … Il leone si ciberà di paglia come il bue, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-8). Nella creazione segnata dal regno di Dio, animali e angeli, terra e cielo, basso e alto, terrestre e sovrumano, sono riconciliati e dunque in armonia con l’umanità, con il nuovo Adamo: è un’alleanza di pace cosmica. Sì, è il Regno messianico promesso da Dio a tutta la terra, che certamente è veniente. Gesù lo inaugura nel deserto, per questo subito dopo può proclamare: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino”.
Ma occorre ricordare che questa “armonia” e questa “pace” sono a caro prezzo: il prezzo della kénosis, dello svuotamento e dell’abbassamento di colui che “era in condizione di Dio e svuotò se stesso (heautòn ekénosen)”, diventando uomo e spogliandosi delle sue prerogative divine, invece di tenerle gelosamente per se stesso e di considerarle un privilegio (cf. Fil 2,6-7). Proprio in questa profonda umiliazione, che è testimonianza della sua tentazione vera, reale (non un teatrino esemplare per noi!), Gesù fa pace tra cielo e terra, sicché le creature del cielo, gli angeli, nel deserto gli si accostano e lo servono. Lo riconoscono quale Dio nella carne di un uomo: Gesù da Nazaret, il figlio di Maria.
Gesù, amato in pienezza dell’amore del Padre dichiaratogli nell’ora del battesimo e accompagnato dallo Spirito santo, è ormai operante quale vincitore su Satana, sul male, sulla malattia, sulla morte. È il Messia veniente che porta la vita; basta dunque seguirlo, accogliendo il suo invito pressante che riassume in sé tutto il vangelo appena iniziato: “Convertitevi e credete nel Vangelo!”. Così Gesù proclama che il tempo si è compiuto e che il regno di Dio ormai si è avvicinato: è una realtà possibile, che gli uomini e le donne possono accogliere lasciando che Dio regni su di loro. Le potenze alienanti degli idoli, il cui principe è Satana, possono essere vinte perché Gesù le ha vinte nel deserto e poi lungo tutta la sua vita umana.
Di fronte al dono del regno di Dio, occorre dunque “convertirsi”, come ci chiede il tempo quaresimale: si tratta di mutare mentalità, di ri-orientare la propria vita alla luce del “Vangelo” che “è potenza di Dio” (Rm 1,16). E il cristiano, tentato come Gesù nel deserto di questo mondo, non potrà più sentirsi solo in questa battaglia. Come suggeriscono i salmi, egli potrà pregare: “Nella mia lotta sii tu a lottare” (Sal 42,1; 118,154), e con la grazia del Signore risulterà vincitore sul demonio stesso. Noi monaci non dimentichiamo che i nostri padri del IV secolo sceglievano proprio il deserto per combattere Satana. Si narra per esempio che Antonio, esausto dopo la lunga lotta contro le tentazioni, chiese: “Ma dov’eri, Signore?”. E si sentì rispondere da Gesù: “Ero accanto a te per combattere la tua battaglia!”. La tentazione, la prova ritma la nostra vita: se non ci fosse la tentazione, ci sarebbe l’indifferenza! Ma sta a noi combatterla e vincerla con l’aiuto della grazia, pregando il Padre: “Non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male” (Mt 6,13).

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LaCroceQuotidiano

Papa Francesco ci insegna il “vero” digiuno quaresimale

Parole significative quelle di Papa Francesco in occasione dell’omelia a Santa Marta riguardante il digiuno. Ma quale penitenza e quale digiuno vuole dall’uomo il Signore? Il rischio, infatti, è di «truccare» una pratica virtuosa, di essere «incoerenti». E non si tratta solo di “scelte alimentari”, ma di stili di vita per i quali si deve avere l’«umiltà» e la «coerenza» di riconoscere e correggere i propri peccati.

“Digiuno davanti a Dio, digiuno che è adorazione, digiuno sul serio, perché digiunare è uno dei compiti da fare nella Quaresima. Ma non nel senso di chi dice: Mangio soltanto i piatti della Quaresima. Infatti, ha commentato Francesco, “quei piatti fanno un banchetto! Non è cambiare dei piatti o fare il pesce in un modo, nell’altro, più saporito”. Altrimenti non si fa altro che continuare il carnevale”.

È la parola di Dio, ha sottolineato, ad ammonire che “il nostro digiuno sia vero. Vero sul serio. E se tu non puoi fare digiuno totale, quello che fa sentire la fame fino alle ossa almeno fai un digiuno umile, ma vero”.

“Nella prima lettura (Isaia, 58, 1-9) il profeta sottolinea tante incoerenze nella pratica della virtù”. E proprio «questa è una delle incoerenze». L’elenco di Isaia è dettagliato: «Voi dite che mi cercate, parlate a me. Ma non è vero», e «nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari»: ossia, mentre «digiunare è un po’ spogliarsi», ci si preoccupa di «fare dei soldi». E ancora: «Angariate tutti i vostri operai»: Ovvero mentre si dice: «Ti ringrazio Signore perché io posso digiunare», si disprezzano gli operai che oltretutto «devono digiunare perché non hanno da mangiare». L’accusa del profeta è diretta: «Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui».

È una doppia faccia inammissibile”. Ha spiegato il Pontefice: “Se tu vuoi fare penitenza, falla in pace. Ma tu non puoi da una parte parlare con Dio e dall’altra parlare con il diavolo, invitare al digiuno tutte e due; questa è una incoerenza”. E, seguendo sempre le indicazioni della Scrittura — “Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso” — Francesco ha messo in guardia dall’esibizionismo incoerente. È l’atteggiamento di chi, ad esempio, ricorda sempre: «”noi siamo cattolici, pratichiamo; io appartengo a quella associazione, noi digiuniamo sempre, facciamo penitenza”. A loro ha idealmente chiesto: “Ma, digiunate con coerenza o fate la penitenza incoerentemente come dice il Signore, con rumore, perché tutti la vedano, e dicano: Ma che persona giusta, che uomo giusto, che donna giusta?”. Questo, infatti, “è un trucco; è truccare la virtù. È truccare il comandamento. E’ una tentazione che tutti qualche volta abbiamo sentito, di truccarci invece di andare sul serio sulla virtù, su quello che il Signore ci chiede”.

“Al contrario, il Signore consiglia ai penitenti, a quelli che digiunano di truccarsi, ma sul serio: “Digiunate, ma truccati perché la gente non veda che stai facendo penitenza. Sorridi, stai contento”. “Di fronte a tanti che hanno fame e non possono sorridere, tu cerca la fame per aiutare gli altri, ma sempre con il sorriso, perché tu sei un figlio di Dio e il Signore ti ama tanto e ti ha rivelato queste cose. Ma senza incoerenze”.

“Ma quale digiuno vuole il Signore?”. La risposta giunge ancora dalla Scrittura, dove innanzitutto si legge: «Piegare come un giunco il proprio capo». Cioè: umiliarsi. E a chi chiede: «Come faccio per umiliarmi?», il Papa ha risposto: «Ma pensa ai tuoi peccati. Ognuno di noi ne ha tanti». E «vergognati», perché anche se il mondo non li conosce, Dio li conosce bene. Questo, quindi, è il digiuno che vuole il Signore: la verità, la coerenza”.

“Sciogliere le catene inique e togliere il legame del giogo» L’esame di coscienza, in questo caso punta l’obbiettivo sul rapporto con gli altri. Per farsi meglio comprendere. Io penso a tante domestiche che guadagnano il pane con il loro lavoro e che vengono spesso umiliate, disprezzate. Mai ho potuto dimenticare una volta che andai a casa di un amico da bambino. Ho visto la mamma dare uno schiaffo alla domestica. 81 anni… Non ho dimenticato quello”.

Da qui una serie di domande rivolte idealmente a chi ha delle persone a servizio: “Come li tratti? Come persone o come schiavi? Le paghi il giusto, dai loro le vacanze? È una persona o è un animale che ti aiuta casa tua?. Una richiesta di coerenza che vale anche per i religiosi, nelle nostre case, nelle nostre istituzioni: come mi comporto io con la domestica che ho in casa, con le domestiche che sono in casa?”. Qui il Pontefice ha aggiunto un’altra esperienza personale, ricordando un signore “molto colto che però sfruttava le domestiche e che, messo di fronte alla considerazione che si trattava di un peccato grave contro persone che sono immagine di Dio» obbiettava: No, Padre dobbiamo distinguere: questa è gente inferiore”.

Bisogna perciò togliere il legame del giogo, sciogliere le catene inique, rimandare libere gli oppressi, spezzare ogni giogo. E, commentando il profeta che ammonisce: “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, i senzatetto”, il Papa ha contestualizzato: “Oggi si discute se diamo il tetto o no a quelli che vengono a chiederlo…”

“Vestire uno che vedi nudo, ma senza trascurare i tuoi parenti. È il digiuno vero, quello che coinvolge la vita di ogni giorno. Dobbiamo fare penitenza, dobbiamo sentire un po’ la fame, dobbiamo pregare di più, ma se noi facciamo tanta penitenza e non viviamo così il digiuno, il germoglio che nascerà da lì sarà la superbia, quella di chi dice: Ti ringrazio, Signore, perché posso digiunare come un santo. E questo è il trucco brutto, e non quello che Gesù stesso suggerisce per non far vedere agli altri che io digiuno” (cfr. Matteo, 6, 16-18).

La domanda da porsi, ha concluso il Pontefice, è: “Come mi comporto con gli altri? Il mio digiuno arriva per aiutare gli altri?. Perché se ciò non accade, quel digiuno è finto, è incoerente e ti porta sulla strada di una doppia vita. Bisogna, perciò, chiedere umilmente la grazia della coerenza”.

A seguire, alle 12, il pontefice ha incontrato la comunità del collegio Maronita di Roma. Il popolo che vi sarà affidato, disorientato dall’instabilità che purtroppo continua a ripercuotersi sul Medio Oriente, cercherà in voi dei Pastori che lo consolino” ha detto loro il vescovo di Roma.

“Quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’approvazione del nuovo Statuto del vostro Collegio. È l’occasione, oltre che per incontrarci, anche per fare memoria della vostra storia e per approfondire le vostre radici. In realtà, questo stesso tempo che trascorrete a Roma è un tempo per rinsaldare le radici. Penso alle radici presenti nel nome stesso della vostra Chiesa, che ci riporta a san Marone – lo avete celebrato pochi giorni fa – e, con lui, al monachesimo, a quella forma di vita che non si accontenta di una fede moderata e discreta, ma avverte il bisogno di andare oltre, di amare con tutto il cuore. Vite povere agli occhi del mondo, ma preziose per Dio e per gli altri. È attingendo a queste sorgenti pure che il vostro ministero sarà acqua buona per gli assetati di oggi. Il nostro cuore, come una bussola, cerca dove orientarsi e si dirige verso ciò che ama; «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21), dice Gesù. Voi, in questi anni, aiutati dalla formazione spirituale, dallo studio, dalla vita comunitaria, avete la grazia di assestare bene il cuore, perché trovi lo slancio dei vostri grandi padri e madri nella fede.

C’è però il rischio, oggi, di venire assorbiti dalla cultura del provvisorio e dell’apparenza. Questi anni sono l’occasione per farsi gli anticorpi contro la mondanità e la mediocrità. Sono anni di esercizio nella “palestra romana”, dove con l’aiuto di Dio e di chi vi accompagna nel cammino potete rinsaldare le fondamenta: anzitutto quelle di una indispensabile disciplina spirituale, che si fonda sui pilastri della preghiera e del lavoro interiore. Una preghiera liturgica e personale a cui non bastino bei riti, ma che porti la vita davanti al Signore e il Signore dentro la vita. Un lavoro interiore paziente che, aperto al confronto, aiutato dallo studio e temprato dall’impegno, operi un discernimento che riconosca le tentazioni e smascheri le falsità, per vivere il ministero nella più grande libertà, senza doppiezze, senza infingimenti.

L’arricchimento umano, intellettuale e spirituale che ricevete in questi anni non è un premio per voi, tanto meno un bene da far fruttare per la propria carriera, ma un tesoro destinato ai fedeli che vi aspettano nelle vostre Eparchie e ai quali la vostra vita attende di essere donata. Perché non sarete chiamati a esercitare, anche bene, un incarico – non basta! – ma a vivere una missione, senza risparmio, senza tanti calcoli, senza limiti di disponibilità. Avrete voi stessi bisogno di ascoltare tanto la gente: Dio, infatti, vi confermerà anche attraverso le loro vite, attraverso molti incontri, attraverso le sue imprevedibili sorprese. E voi, come Pastori a stretto contatto col gregge, assaporerete la gioia più genuina quando vi chinerete su di loro, facendo vostre le loro gioie e le loro sofferenze, e quando, al termine della giornata, potrete raccontare al Signore l’amore che avrete ricevuto e donato.

Tutto questo siete chiamati a vivere in un tempo non privo di sofferenze e di pericoli, ma anche gravido di speranze. Il popolo che vi sarà affidato, disorientato dall’instabilità che purtroppo continua a ripercuotersi sul Medio Oriente, cercherà in voi dei Pastori che lo consolino: Pastori con la parola di Gesù sulle labbra, con le mani pronte ad asciugare le lacrime e ad accarezzare volti sofferenti; Pastori dimentichi di sé e dei propri interessi; Pastori che non si scoraggiano mai, perché traggono ogni giorno dal Pane Eucaristico la dolce forza dell’amore che sazia; Pastori che non hanno paura di “farsi mangiare” dalla gente, come pani buoni offerti ai fratelli.

Di fronte alle molteplici necessità che vi attendono, può venire la tentazione di agire alla maniera del mondo, ricercando chi è forte piuttosto che chi è debole, guardando a chi ha mezzi piuttosto che a chi ne è privo. Ma quando arriva questa tentazione, occorre tornare subito alle radici, a Gesù che rifiutò il successo, la gloria, il denaro, perché l’unico tesoro che orientava la sua vita era la volontà del Padre: annunciare la salvezza per tutti i popoli, proclamare con la vita la misericordia di Dio. Questo cambia la storia. E tutto comincia dal non perdere di vista Gesù, dal guardarlo come lo hanno guardato San Marone, San Charbel, Santa Rafqa e molti altri vostri “eroi di santità”. Sono loro i modelli da imitare per respingere le tentazioni di carrierismo, potere, clericalismo. Il corso che onora la vita cristiana non è l’ascesa verso i premi e le sicurezze appaganti del mondo, ma la discesa umile nel servizio. È la strada di Gesù, non ce n’è un’altra.

Vorrei ancora condividere con voi due desideri, pensando al vostro prezioso ministero. Il primo: la pace. Oggi la fraternità e l’integrazione rappresentano sfide urgenti, non più rimandabili, e a questo proposito il Libano non ha solo qualcosa da dire, ma una speciale vocazione di pace da compiere nel mondo. Tra i figli della vostra terra, voi, in modo particolare, sarete chiamati a servire tutti come fratelli, anzitutto sentendovi di tutti fratelli. Aiutati dalle vostre conoscenze, adoperatevi perché il Libano possa sempre corrispondere «alla sua vocazione di essere luce per i popoli della regione e segno della pace che viene da Dio» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Una speranza nuova per il Libano, 125).

Il secondo desiderio riguarda i giovani. Come Chiesa vogliamo averli sempre più a cuore, accompagnarli con fiducia e pazienza, dedicando loro tempo e ascolto. I giovani sono la promessa dell’avvenire, il più serio investimento per il vostro ministero. Papa Benedetto, incontrandoli, disse: «Giovani del Libano, siate accoglienti e aperti, come Cristo vi chiede e come il vostro Paese vi insegna» (Incontro con i giovani, 15 settembre 2012). A voi la missione di aiutarli ad aprire il cuore al bene, perché sperimentino la gioia di accogliere il Signore nella loro vita.

Cari fratelli, vi ringrazio per la vostra presenza e, mentre vi affido alla protezione di Nostra Signora del Libano e dei vostri grandi Santi, vi do la mia benedizione e vi chiedo di ricordarmi nella preghiera. Grazie!”.

17/02/2018  www.lacrocequotidiano.it

A Soul (Tv 2000) don Gigi Verdi

www.romena.it/15-news/news-da-romena/2882-domenica-a-soul-tv-2000-un-ospite-speciale-il-nostro-luigi-verdi

Su Tv 2000 ospite don Luigi Verdi

SoulUn faccia a faccia aperto, stimolante, profondo con don Gigi della Fraternità di Romena

(Andato in onda su Tv 2000, canale 28 del digitale terrestre, domenica 4 febbraio)

PER CHI SE LO E’ PERSO

#SOUL – Don Gigi Verdi ospite di Monica Mondo

Don Gigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena, una pieve antica nel verde del Casentino, in Toscana, terra antica e sacra, mèta di pellegrinaggi e romitaggi a un tempo; ristrutturata e trasformata in un luogo di bellezza e accoglienza, vi accorrono in tanti, soprattutto giovani, per ascoltare le sue catechesi. Don Gigi sa ascoltare, ha trasformato una vita difficile e tormentata in orazione e contemplazione: sa il valore del silenzio, della natura, il valore di incontri che non giudicano, e per questo riescono commuovere e far rinascere.

 

Dentro la tasca di un qualunque mattino…

www.romena.it

 

Gianmaria Testa, DENTRO LA TASCA DI UN QUALUNQUE MATTINO

Gianmaria Testa a Romena

L’inizio del concerto di Gianmaria testa alla Pieve di Romena il 21 settembre 2011 nell’ambito dell’incontro“Una fede nuda”.
 Il concerto viene introdotto dalla presentazione di don Luigi Verdi,
 responsabile della Fraternità di Romena.

leggiamolabibbia.blogspot.com

*DIPENDE DALLE MANI*

Un pallone da basket nelle mie mani vale 20 euro nelle mani di Michael Jordan vale circa 30 milioni di euro.… dipende dalle mani in cui si trova.

Una palla da baseball nelle mie mani vale 4 euro ,nelle mani di Mark McGuire vale circa 17 milioni di euro.… dipende dalle mani in cui si trova.

Una racchetta da tennis nelle mie mani è praticamente inutile nelle mani di Venus Williams è la vittoria in un torneo.… dipende dalle mani in cui si trova.

Un bastone nelle mie mani mi accompagna in montagna, un bastone nelle mani di Mosè divise il Mar Rosso.… dipende dalle mani in cui si trova.

Una fionda nelle mie mani è poco più di un giocattolo, una fionda nelle mani di Davide abbattè Goliat.… dipende dalle mani in cui si trova.

Due pesci e cinque pani nelle mie mani sono una buona merenda due pesci e cinque pani nelle mani di Dio sfamarono una moltitudine di persone.… dipende dalle mani in cui si trovano.

I chiodi nelle mie mani possono produrre solo dolore ,nelle mani di Gesù Cristo hanno prodotto salvezza per il mondo intero.… dipende dalle mani in cui si trovano.

Come vedi, tutto dipende dalle mani in cui gli oggetti si trovano.

*Allora metti i tuoi ragionamenti, le tue preoccupazioni, le tue paure, le tue speranze, i tuoi sogni, la tua famiglia e i tuoi rapporti con gli altri,tutto, nelle mani di Dio perché tutto dipende dalle mani in cui si trovano.

*SIAMO NELLE MANI DI DIO e li siamo al SICURO*

 

https://youtu.be/2LZL1P2YPJk

Immagine >>> rosadigericoblog.wordpress.com

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