accetta che Gesù Risorto entri nella tua vita… non sarai deluso.

www.lasaletteroma.it/parrocchia/nostra-parrocchia/item/297-

Aspettando la Pasqua di Nostro Signore….

Leggo il Vangelo e cerco un Dio della fragilità,

un Dio non da adorare nell’alto dei cieli,

ma che rida e giochi con i suo figli

nei caldi giochi del mare dell’estate;

il mio Dio è Gesù che conosce la passione e la paura,

il dolore del rifiuto, la gioia dell’abbraccio,

il brivido per la carezza dei capelli

intrisi di nardo della sua amica.

Un Dio che mi concede il diritto di essere debole,

di essere canna incrinata,

fragile come un uomo e non duro come un eroe;

e non mi condanna se sono lucignolo fumigante,

ma prende questo mio filo di fumo,

presagio che il fuoco è ancora possibile e vicino,

e lo lavora e lo protegge,

fino a che fa sgorgare di nuovo la fiamma”.

Ermes Ronchi

Cari fratelli e sorelle!

1. Nel Vangelo di questa Notte luminosa della Vigilia Pasquale incontriamo per prime le donne che si recano al sepolcro di Gesù con gli aromi per ungere il suo corpo (cfr Lc 24,1-3). Vanno per compiere un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta, come ne facciamo anche noi. Avevano seguito Gesù, l’avevano ascoltato, si erano sentite comprese nella loro dignità e lo avevano accompagnato fino alla fine, sul Calvario, e al momento della deposizione dalla croce. Possiamo immaginare i loro sentimenti mentre vanno alla tomba: una certa tristezza, il dolore perché Gesù le aveva lasciate, era morto, la sua vicenda era terminata. Ora si ritornava alla vita di prima. Però nelle donne continuava l’amore, ed è l’amore verso Gesù che le aveva spinte a recarsi al sepolcro. Ma a questo punto avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di nuovo, che sconvolge il loro cuore e i loro programmi e sconvolgerà la loro vita: vedono la pietra rimossa dal sepolcro, si avvicinano, e non trovano il corpo del Signore. E’ un fatto che le lascia perplesse, dubbiose, piene di domande: “Che cosa succede?”, “Che senso ha tutto questo?” (cfr Lc 24,4)

Dalla… VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Sabato Santo, 30 marzo 2013

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>>>continua

accetta che Gesù Risorto entri nella tua vita.

 

Al di là della pietra ci attende un’alba intrisa di inizi e nuovi orizzonti…🌈Buona Veglia 🕊e Santa Pasqua🙏🏻

promemoria:

Venerdì Santo nella fraternità di Romena.

Le catechesi di don Gigi Verdi e Emanuela Imbrogno (parte 1)

https://www.dropbox.com/s/k5bfzi1y8fynzk9/20180330%20Venerdi%20Santo%20a%20Romena.m4a?dl=0

 

Liturgia della Croce con i quattro interventi (parte 2)

https://www.dropbox.com/s/cq5klxcge7shmfr/20180330%20Liturgia%20della%20Croce.m4a?dl=0

Giovedì Santo nella fraternità di Romena.

Le catechesi di don Gigi Verdi, Vittoria di San Pancrazio e don Luca Buccheri.

20180329 Giovedì Santo a Romena.m4a

Franco Battiato – L’Ombra della Luce

( in arabo ) sottotitoli in italiano

Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione, prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca…

Accolti dal sole e dal vento, dal mare e dalla luna, gli abbracci sono solo il coronamento più bello dei doni della natura.

Marcellino e la sua fraternità è quel bel miscuglio di vita e di ferite portate insieme, dove le donne sono maestre.

La Delbrel così scrive: “Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione, prenderei proprio quel catino colmo d’acqua sporca.

Girare il mondo con quel recipiente e ad ogni piede cingermi dell’asciugatoio e curvarmi giù in basso, non alzando mai la testa oltre il polpaccio per non distinguere i nemici dagli amici, e lavare i piedi del vagabondo, dell’ateo, del drogato, del carcerato, dell’omicida,

di chi non mi saluta più, di quel compagno per cui non prego mai, in silenzio finché tutti abbiano capito nel mio il tuo amore.”

Ieri sera l’acqua dei catini non finiva mai, abbondanza d’amore da condividere ha toccato mani e piedi in dismisura.

Chi conosce la passione d’amore è soprattutto il cuore di donna, e la Pasqua invita la nostra chiesa ad acquistare nuovi sapori: il gusto femminile della fragilità forte, il profumo soave della loro gentilezza, l’odore vigoroso dell’amore racchiuso nel cuore fatto per amare.

Sono le donne le protagoniste indiscusse della Pasqua: il venerdì abitano pressoché sole il perimetro sotto la croce: mamma Maria, Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome, Maria di Cleofa. E’ loro il girotondo attorno alla croce, è la capacità di esserci, di stare, anche a scapito di un cuore stracciato e di lacrime traboccanti.

Mettiamoci alla scuola dell’amore femminile per dimenticare il nostro dolore e ad andare incontro al dolore altrui!

Saranno ancora loro che il mattino di Pasqua si alzano e vanno: Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome, Giovanna e le altre con i loro olii e unguenti, pronte a versarli sul corpo dell’amato. Saranno loro ad obbligare il risorto a pronunciare la sua prima parola dal sapore eterno: “Donna”.

Fra Giorgio

Giovedì Santo_Assetati di fraternità_CMD

Commento di don Luigi Verdi (Fraternità di Romena) ai Vangeli del Triduo Pasquale

Vieni, vieni chiunque tu sia, sognatore, devoto, vagabondo, poco importa. Vieni anche se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante tutto, vieni.”

www.romena.it/accoglienza/un-porto-di-terra

Stasera si inizia, e spero che la primavera nella terra dei fuochi sia sbocciata visto che qui stenta e i bocciolini sono ancora chiusi, sembra abbiano paura a fidarsi.

Ma bisogna fidarsi dell’invito di Gesù: vieni a cena con me.

Sul cartoncino d’invito stanno bene le parole del mistico Rumi: “Vieni, vieni chiunque tu sia, sognatore, devoto, vagabondo, poco importa. Vieni anche se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante tutto, vieni.”

C’è un posto per te, nessuno escluso, attorno ad una tavola imbandita. Per esser sicuro di incontrarlo, devi semplicemente accettare l’invito, poi pensa lui a tutto. Gesù è abituato a sedere con santi e peccatori, prostituire e amici e traditori, per cui l’unica richiesta è non scandalizzarti della combriccola che ti potrà capitare.

Il segreto che vorrà condividere è di saper guardare oltre l’apparenza per intravvedere il cuore. Ogni cuore può esser ferito o sporco ma i suoi occhi sanno andare oltre, sanno guardare la bellezza che hai, la tua divinità, quel tuo esser impastato di terra e di un soffio di cielo.

E la sorpresa più bella sarà incontrare un Dio che si china a lavarci i piedi e si fa pane buono. E’ un Dio umile e fragile, fragile come il pane che si spezza per gli altri. Francesco d’Assisi giunse a chiamare l’eucaristia “l’umiltà di Dio”, e a un Dio umile non ci si abitua mai!

Da don Marcellino celebrerò io e mi toccherà farmi umile quando mi spoglierò delle vesti sacerdotali e mi cingerò di un asciugamani, l’unico paramento sacro nei vangeli. Prometto di non togliermelo più. E di continuare la celebrazione con quell’unico paramento.

E’ il primo passo verso la resurrezione, la mia resurrezione.

Fra Giorgio

La nostalgia della verità assoluta

LeggiAmoLa

il blog di Costanza Miriano

dalla Lettera  Enciclica VERITATIS SPLENDOR 
del Sommo Pontefice  GIOVANNI PAOLO II 

Chiamati alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, «luce vera che illumina ogni uomo», gli uomini diventano «luce nel Signore» e «figli della luce» e si santificano con «l’obbedienza alla verità».

Questa obbedienza non è sempre facile. In seguito a quel misterioso peccato d’origine, commesso per istigazione di Satana, che è «menzognero e padre della menzogna», l’uomo è permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per volgerlo agli idoli, cambiando «la verità di Dio con la menzogna» ; viene allora offuscata anche la sua capacità di conoscere la verità e indebolita la sua volontà di sottomettersi ad essa. E così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo, egli va alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità.

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Non abbiate paura! Gesù è risorto!

«Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»»

>>> kairosterzomillennio.blogspot.it/2018/03/non-abbiate-paura-gesu-e-risorto


Sole sulla città di Matera

1 aprile 2018
Domenica di Pasqua
di ENZO BIANCHI

Mc  16,1-8

1 Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto»». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.


Da tre giorni seguiamo Gesù nella sua passione, morte e sepoltura, e ora siamo posti davanti all’indicibile, all’umanamente impossibile, a un evento che appare incredibile al mondo. Un evento davanti al quale ciascuno di noi nella santa notte di Pasqua sente il cuore oscillare tra adesione al racconto ascoltato e dubbio, tra fede e incredulità. Ma questa nostra condizione non è diversa da quella dei discepoli e delle discepole in quel terzo giorno dopo la morte di Gesù. Perché la morte è la morte, è la fine concreta della vita, delle relazioni, degli sguardi, degli affetti: quando uno muore, muore interamente e tutto muore con lui…
Il vangelo secondo Marco, più degli altri, ci mette davanti la morte di Gesù come morte fallimentare, enigma che anche per Gesù è diventato faticosamente mistero. La morte di Gesù è apparsa la smentita di tutto quello che egli aveva detto e fatto. Predicava la venuta del regno di Dio: e ora dov’era questo regno, dov’era apparso? Aveva guarito e liberato alcune persone: ma ora malati, prigionieri, disgraziati continuavano a esserlo come prima. Aveva amato degli uomini e delle donne, li aveva resi una comunità: e ora se n’erano tutti fuggiti, e quella baracca di comunità appariva caduta a pezzi…
Il giorno successivo al sabato è stato per quegli uomini e per quelle donne un’aporia, un vuoto, uno spazio in cui non si trovavano più i fili del senso e del significato di ciò che avevano vissuto. E per alcuni di loro – Pietro, il discepolo amato, Maria di Magdala – era avvenuta la fine di una vicenda di adesione, di convivenza piena di amore. Quel sabato, che noi chiamiamo sabato santo, appariva per loro un inferno nel quale la potenza del male, del daimónion e del diábolossembrava regnare ancora, anzi sembrava essere stata capace di spegnere ogni speranza. È stato un sabato di silenzio estremo. Nulla da dire, per l’evangelista nulla da raccontare: quell’evento della morte e sepoltura di Gesù faceva terminare una vita? No, la vita autentica che avevano vissuto, tra fatiche, contraddizioni e inadempienze, era stata una vita condivisa con Gesù, piena di senso: una vita in cui l’amore vissuto non poteva spegnersi!
Quando quel sabato è passato, nelle ore dopo il tramonto Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome, alcune donne discepole, vanno a comprare oli, balsamo, profumi per ungere il corpo cadavere di Gesù deposto nella tomba. Maria di Magdala aveva accompagnato il corpo morto di Gesù dalla croce alla tomba e aveva osservato bene quell’antro. Ora, al mattino presto, le donne discepole tornano alla tomba quando il sole si è alzato. Quale sole si è alzato? Il sole che era spuntato dall’alto e aveva visitato il suo popolo (cf. Lc 1,78)? È “il sole di giustizia” (Ml 3,20) che si è già alzato? I pensieri di queste donne vanno alla pietra, la grande pietra messa come porta, come custodia all’antro, ma ormai vicino alla tomba vedono la pietra già rotolata via. La tomba dunque è aperta! Come? Da chi? Ed ecco, le donne “videro un giovane, seduto alla destra, vestito d’una veste bianca, e furono colte da stupore” (Mc 16,5).
Pensavano di vedere il cadavere, e invece vedono un giovane.
Pensavano di vedere un lenzuolo che avvolgeva il morto, e invece vedono un vivente vestito di bianco.
Pensavano di vedere un morto disteso a terra, e invece vedono un uomo seduto alla destra: alla destra di chi? Qualcuno ha posto questo giovane alla sua destra, dicendogli: “Siedi alla mia destra” (Sal 110,1).
Le donne sono sorprese, alla lettera “sono colte da stupore” (exethambéthesan). Marco conosce un ricco vocabolario per parlare dello spavento: in pochi versetti usa almeno quattro termini per descriverlo. Qui, per l’appunto, registra spavento-stupore. Subito dopo il giovane parla alle donne ripetendo lo stesso verbo: “Non siate spaventate, stupite!”. Poi continua: “Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui!” (Mc 16,6). Ecco la voce dell’interprete apparso, la voce del messaggero di Dio, la voce di colui che legge a voce alta ciò che le donne vedono senza saper esprimere. È una voce che viene da Dio, è la voce del Signore seduto alla destra di Dio, è la voce di chi ormai è stato tolto, come in un’ascensione verso il cielo, dalla mano di Dio che l’ha preso con sé e l’ha reso vivente per sempre.
La voce invita innanzitutto a non spaventarsi, a non avere paura. Noi abbiamo paura, anzi siamo tentati dalla paura: infatti, la maggior parte delle paure ce le inventiamo e nascono dalla nostra immaginazione, nutrita da noi stessi. È significativo che il primo nostro sentimento, testimoniato e confessato dalla Bibbia nell’in-principio, sia la paura di Dio. Alla domanda di Dio: “Adamo, dove sei?”, l’uomo risponde: “Ho ascoltato il tuo passo e ho avuto paura!” (cf. Gen 3,9-10). Paura di Dio, e pensate quanti sforzi per predicare un Dio che incutesse paura; quante azioni, anche da parte della chiesa, per imporre un Dio che facesse paura agli uomini e alle donne…
Vi è poi la paura gli uni degli altri, a cominciare dalla vita familiare, nella quale, appaiono, nascono e poi crescono, innestandosi per sempre, delle paure: a volte motivate, a volte create da noi stessi per giustificare le nostre vigliaccherie, le nostre incapacità di essere responsabili. Non dimentichiamolo: la paura è sempre contro la responsabilità e nasce dalla mancanza dell’esercizio della coscienza, della vita interiore. E così paura della vita, del futuro, della terra… Si ricordi, al riguardo, un passo decisivo della Lettera agli Ebrei, quello in cui l’autore dice che “per paura della morte, noi uomini e donne siamo alienati, soggetti a schiavitù per tutta la vita” (cf. Eb 2,15), dunque indotti al male, al peccato. E sovente queste paure portano all’arroganza che cerca solo di nasconderle. Ecco perché la voce dell’interprete della tomba vuota dice alle donne: “Non abbiate paura!”. È la condizione necessaria per vivere, per vivere con gli altri discepoli e discepole; e così, vivendo insieme, poter credere e sperare.
Poter credere l’indicibile: il crocifisso nella vergogna e nell’infamia, è alla destra del Padre, è vivente è stato rialzato dalla morte! Ne dà testimonianza il luogo della deposizione, che ormai è un non-luogo. Proprio Maria di Magdala, che il venerdì sera “stava a guardare dove Gesù veniva deposto” (cf. Mc 15,47), ora vede il vuoto. Sì, è venuta l’ora in cui lo Sposo è stato tolto (cf. Mc 2,20), come aveva detto Gesù. È venuta l’ora in cui il Nazareno, il Crocifisso, è stato rialzato dalla tomba, è stato risuscitato da Dio e ormai vive in Dio come risorto da morte. È venuta l’ora, per Maria e le altre donne, di andare dai discepoli, specialmente da Pietro, per dire loro che Gesù li precede in Galilea: là lo vedranno tutti, le discepole e i discepoli, come Gesù aveva promesso (cf. Mc 16,7). Tutti devono andare semplicemente dietro a Gesù (opíso mouMc 1,17; 8,33.34), tutti devono seguire Gesù (cf. Mc 1,18; 2,14-15, ecc.), perché egli cammina davanti, apre la strada. Basta stargli dietro: fino alla croce, ma anche fino alla destra del Padre!
Ed ecco la conclusione del vangelo secondo Marco: un finale deludente, tanto che forse in seguito si è pensato di aggiungervi almeno tre finali diversi, in tre diversi manoscritti (cf. Mc 16,9-20). Ma la conclusione originaria è la seguente: le donne “uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano tremanti e fuori di sé. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura (ephoboûnto gár)” (Mc 16,8). Paura, tremore, ékstasis, stupore! Difficile spiegare questo finale e constatare la paura? Sì, possiamo dire poco…
Ma questo versetto è più per noi che per le donne discepole: noi abbiamo paura della resurrezione di Gesù? Ne siamo stupiti? Abbiamo timore, il santo timore di Dio, nell’annunciarla? Se abbiamo questo timore, certo non cadiamo nell’arroganza di chi supplisce alla propria debolezza di fede gridando la resurrezione di Gesù… Pensiamo a noi, alla nostra chiesa: c’è chi ha talmente paura da non dirsi ciò che è, un discepolo di Gesù; e c’è chi è arrogante e vorrebbe imporre agli altri una fede che egli non sa portare. Interroghiamoci dunque sulla nostra fede nella resurrezione di Gesù e accogliamo la parola: “Non temete, non abbiate paura! Gesù il Nazareno, il Crocifisso, è risorto!.

Finale aperto…

 

MARTEDÌ 27 MARZO VIDEOCONFERENZA PASQUALE alle ORE 21 in STREAMING sul tema “Finale aperto” (Mc 16,1-8). La resurrezione non è una dottrina da credere ma un nuovo inizio da vivere. A cura della Parrocchia dell’Invisibile.

Il brano musicale consigliato è il testamento spirituale di Ivan Graziani, intitolato “Vita“. A cura di Sauro Secci.  

Ivan Graziani – Vita

Ivan Graziani – 

Come vedere la diretta. Collegati al sito www.terradelsanto.it e clicca in alto a destra su “LIVE” dalle ore 21 alle 22 del martedì, poi clicca sulla freccia play del video e inizia a seguire la diretta. Se vuoi durante la diretta puoi iscriverti anche alla chat (sotto il video) per condividere le tue impressioni e porre le tue domande. In ogni caso potrai rivedere la videoconfenza in differita o scaricarla nei giorni successivi come audio o come testo scritto. La troverai nel box in basso a sinistra della Home page del sito.

Consigliamo di seguire la DIRETTA in piccoli gruppi per condividere insieme una serata di ascolto e riflessione sulla Parola che vuole far crescere la Vita

www.terradelsanto.it

Mc 16,1-8 FINALE APERTA

«E tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo»

La settimana santa di don Angelo

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C’è un modo speciale di scandire i giorni della settimana santa, di entrare nel grande mistero della cristianità, di assaporarne in maniera aperta e poetica tutti i momenti: è farsi accompagnare da donAngelo Casati e dal libro che ha pensato per noi
I giorni della tenerezza“. Don Angelo ci conduce con il suo stile poetico e profondo nei giorni cruciali della vicenda di Gesù, nel luogo decisivo di ogni incontro con Lui. Le sue meditazioni accendono una luce delicata e poetica sui giorni della settimana santa. La sua Via Crucis scandisce i principali momenti della Passione di Gesù per trasformarli in orizzonti di libertà. “Don Angelo – ha scritto di lui Erri de Luca – rianima la parola antica, ci soffia sopra e quella torna a sprigionare fiamma“. E’ un dono speciale avere questo prete speciale come amico. Leggere le sue pagine è sentirsi un compagno di viaggio accanto che non conduce, che non accentra su di sè l’attenzione, ma che ci aiuta a tenere aperte porte di amore, di fiducia e di libertà.

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I GIORNI DELLA TENEREZZA
Angelo Casati

Capitolo
“La cena del profumo”

all’aprirsi della Settimana Santa
vai alla scheda del libro

 «E tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo» (Gv 12,3)

A introdurci in una meditazione, lungo i giorni della Settimana detta santa, il racconto di una cena, la cena di Betania. Introduzione dovuta, si potrebbe pensare, se si vuole accompagnare il Signore Gesù, in questo suo estremo passaggio, secondo la cadenza dei giorni: “sei giorni prima della pasqua” scrive l’evangelista Giovanni.

Introduzione affascinante se si pensa come questa cena sveli i pensieri del cuore, sveli la qualità delle relazioni. La cena di Betania sembra dirci una cosa importante: che una Pasqua avvenga o al contrario faccia naufragio, al di là della cadenza cronologica, dipende dalla relazione, dalla fede, dalla qualità della relazione che ci lega a Gesù.

L’episodio di Betania vede un incrociarsi di relazioni, le più diverse, in quella sala del banchetto. La curiosità dei molti, poco fuori la sala, vogliosi di vedere il Rabbì che ha chiamato l’amico dalla tomba, la pervicacia spietata dei capi religiosi che lo stanno braccando, il silenzio sorprendente di Lazzaro, l’attivismo frenetico di Marta, la mentalità mercantile dei discepoli e il gesto tenero di Maria, che unge i piedi di Gesù con un olio costosissimo, da capogiro, e li asciuga con i suoi capelli. Enorme distanza, siderale distanza, da un lato i personaggi dentro e fuori la sala, dall’altro la donna del profumo. Una cosa accomuna, pur con gradazioni diversissime, tutte le relazioni, all’infuori di quella di Maria: non vanno al cuore, non vanno al cuore del mistero, del mistero di Gesù.

E ci verrebbe da dire: passi, lo potremmo anche capire, che al cuore di Gesù non arrivino i suoi nemici, esautorati da quel Rabbì sovversivo, potremmo anche capire che estranei rimangano i curiosi della folla in ricerca pruriginosa di segni eccezionali. Ma il problema si fa più angosciante, più triste, quando lontani dal cuore del mistero di Gesù, alla periferia, appaiono i suoi amici. Perché quella di Betania era una casa di amici, e lui andrà, quasi ogni sera, in quella casa. Andrà a prendere un po’ di fiato, un briciolo di vicinanza, un sorso di coraggio nei giorni precedenti la Passione. E che bello che Gesù sia così, come uno di noi in cerca di amici!

Casa di amici e a far contrasto il silenzio di Lazzaro, e le mille cose di Marta, come assenti là dove è in questione il cuore. Ecco perché questa cena alla soglia della Settimana santa insegna. Ci interpella su come noi ci introduciamo in questa settimana che chiamiamo santa. Noi vi entriamo, come nella sala del banchetto di Betania, ma potremmo esserci rimanendo alla periferia, senza entrare in una relazione, muti come Lazzaro o lontani nelle mille cose come Marta.

Fa problema l’atteggiamento di Lazzaro e di Marta, ma fa problema, è inquietante, è alla periferia del mistero anche l’atteggiamento dei discepoli. Parlo al plurale, perché a qualcuno viene spontaneo pensare che l’evangelista Giovanni un poco ce l’abbia con Giuda, attribuendo solo a lui quella critica sul costo dell’unguento profumato, che altri evangelisti registrano al plurale, come critica di tutti. Ne fanno una questione di soldi e di poveri: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Ma dov’è il loro cuore? Ma lo vedono il dramma che segna il volto di quel loro Maestro? Ma dove sono? Usano belle parole, che sembrano eticamente generose, ma desiderano soltanto dare spettacolo di sé.

«Anche oggi» scrive un commentatore attento «assistiamo allo spettacolo di parole cristiane in libertà. Perdono, amore del prossimo, rispetto della religione. Vengono adoperate da persone a cui non interessa niente né del prossimo, né della religione, né dei poveri, né di niente. Rito perfettamente omogeneo alla volgarità dello spettacolo che va in scena ogni giorno. Funziona sempre e tutti abboccano» (Pierangelo Sequeri, L’ombra di Pietro, pp. 38-39). Con questi atteggiamenti rimaniamo alla periferia, anche se siamo, anche se saremo tra pochi giorni nella sala del banchetto.

E c’è Maria, l’unica che si avvicina al mistero di quel suo amico, va al cuore delle cose, al cuore della fede, che è relazione vera. Relazione che è fatta di cuore. Per questo qualcuno distingue tra religione e fede, e dice che le religioni non salveranno l’umanità, perché le religioni si possono svuotare di cuore, di cuore e di fede. La fede non è fede senza che dentro vibri il cuore, senza che dentro vibri almeno una briciola della tenerezza di Maria. Una religione, appiattita sui calcoli umani, sta nella sala e non capisce, non è sfiorata dal mistero.

Voi mi capite, c’è qualcosa da rompere. C’è da rompere il vaso che trattiene il profumo. C’è da rompere qualcosa anche nella nostra vita, se vogliamo fare pasqua, se vogliamo che nella sala, nella sala della chiesa e nella sala dell’umanità, ci sia profumo: «e la casa» è scritto «si riempì di profumo». C’è da rompere questa mentalità mercantile che ci sta inquinando. Se non la rompiamo, udremo parole religiose, ma sarà solo spettacolo, volgare spettacolo.

Solo chi ha la tenerezza che va al cuore, al problema dell’altro, solo chi ha il coraggio di rompere il vaso che trattiene il profumo potrà sostare questa settimana sotto una croce. A contemplare il Signore della croce. A odorare il profumo, profumo di vita, che viene dal vaso squarciato di quel cuore, il profumo che viene da quell’amore incondizionato. Profumo per noi e profumo per tutta la terra.

«Tenete fisso lo sguardo su Gesù»: invita la lettera agli Ebrei e sembra di cogliere un appello per i giorni che ci attendono. Lo faremo, io ne sono certo! Ci ritaglieremo in questi giorni un tempo per tenere fisso lo sguardo. E gli occhi, lasciatemelo dire, siano gli occhi di Maria di Betania, il suo sguardo per l’amico. Ci sia dato, ce lo auguriamo, di avere occhi capaci, dopo anni, di stupirci e di sostare, ancora una volta, al mistero, il mistero dell’eccedenza. Qui qualcosa eccede. Chiamati dunque anche noi ad assistere a un eccesso, l’eccesso evocato dal profumo costosissimo di Maria.

È come se la donna avesse inventato con quel suo profumo una parabola, quasi volesse raccontare con quel profumo, che le era costato un patrimonio, a quelli che erano nella casa e oggi a tutti noi, il mistero della dismisura, dell’eccedenza. Fuori dai canoni e da ogni misura, l’amore del suo amico e maestro! Come fuori dai canoni e da ogni misura era quel profumo con cui gli cospargeva i piedi, fuori dai canoni e da ogni misura i suoi capelli con cui glieli asciugava teneramente.

Anche noi sosteremo alla dismisura della donazione di Gesù. E chi di noi avrà capito non potrà nella vita non avere gesti che raccontano l’eccedenza, lo spreco dell’amore, la dismisura.

E dove succede questo e quando succede questo, dove si esce e quando si esce dalla mentalità del calcolo, allora c’è profumo: «e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo». C’è profumo dentro di te, c’è profumo nella casa, c’è profumo nella società, c’è profumo nella chiesa, c’è profumo nella vita. In gesti, vorrei aggiungere, silenziosi. Non c’è nel racconto una parola che è una di Maria. Ma c’è profumo. Forse anche per questo oggi c’è così poco profumo, siamo invasi da parole e spesso parole che sbandierano il bene comune mentre sottendono nascosti interessi. E dove c’è calcolo, dove il calcolo viene ammantato di bene comune, come succede a Giuda, c’è odore di morte, di morte di noi stessi, della società, della chiesa. Non è forse scritto nella prima lettera di Giovanni: «Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14)? Porta nella vita un’aria di morte, anche se cerca di incantare.

Sono due mondi e noi possiamo, quasi senza avvedercene, passare dall’uno all’altro. Sono due mondi che intersecano la storia. All’inizio del racconto e alla fine del racconto il cattivo odore della morte: Giovanni annota che lo vogliono togliere di mezzo. Volti spenti, immobili nei loro riti interessati, senza eccessi e senz’anima. Non è lì il profumo di una umanità autentica.

A fugare questa coreografia buia, ci rimanga quasi miracolo il ricordo di Gesù e della sua amica. Lì c’è profumo. C’è la sapienza del vivere, la sapienza di un unguento, che profuma proprio nell’atto di schiudersi e di darsi e non nell’atto di chiudersi e di tenersi. È la sapienza su cui fissare lo sguardo, contro le predicazioni del calcolo, dell’interesse, della chiusura. Fuori è la stoltezza da cui ci mette in guardia il Cantico dei Cantici, quando ci ricorda che vendere l’amore per quattro soldi o per un barlume della propria immagine, vendere l’amore per qualcos’altro è operazione di inimmaginabile insipienza: «Se uno» scrive il Cantico «desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore non ne avrebbe che disprezzo» (Ct 8,7).

I passi ci conducano alla Pasqua. Là troveremo scritta, a caratteri di sangue e di fuoco, la sapienza nuova. Che profuma la casa e la terra.