Nemici…

Papa Francesco continua a farsi nemici

Più passano gli anni e più aumenta lo scontro con i conservatori all’interno della Chiesa, con toni sempre più accesi

La popolarità di Papa Francesco è inversamente proporzionale alla fama di cui gode in Vaticano. Il Papa è una persona popolare e riformatrice – nello stile, nel linguaggio e nei fatti – inserita in un contesto conservatore, oscuro e gerarchico: è normale che non ci si prenda. Per qualcuno però l’ostilità di questi anni va al di là del “normale” dibattito interno alla Chiesa: qualche tempo fa il vaticanista Gianni Valente ha scritto che l’opposizione a Papa Francesco «non ha precedenti nella storia degli ultimi secoli».

Nonostante le voci sempre più insistenti sui suoi problemi di salute, sempre smentite dal Vaticano, il Papa non ha rallentato, e nemmeno i suoi nemici. Qualche settimana fa il Papa ha incontrato in Cile alcune vittime di abusi sessuali da parte di membri della Chiesa: a uno di loro ha detto «non importa che tu sia gay», prendendo una posizione molto più aperta, sull’omosessualità, rispetto ai suoi predecessori e agli alti dirigenti della Chiesa (già nel 2013, in una delle sue uscite più famose sul tema, disse ad alcuni giornalisti: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?»).

Durante lo stesso viaggio in Cile ha raccontato ad alcuni suoi confratelli gesuiti – la compagnia religiosa di cui il Papa fa parte dal 1958 – di subire forti pressioni dall’ala conservatrice della Chiesa: «Mi definiscono un eretico», ha detto. L’accusa di “eresia” è molto pesante nel mondo cattolico, e indica qualcuno che rifiuta la dottrina della Chiesa nonostante si dichiari cattolico. Quella del Papa non è un’esagerazione: a settembre dell’anno scorso 62 sacerdoti, ex funzionari e professori universitari, tutti più o meno riconducibili alla corrente conservatrice, lo hanno accusato di eresia in una lunga lettera aperta.

Nella lettera i firmatari attribuivano al Papa sette «proposizioni false ed eretiche» contenute «in modo diretto o indiretto» nell’ultima esortazione apostolica, intitolata Amoris Laetitia pubblicata ad aprile del 2016. Nel documento Papa Francesco non aveva proposto grandi cambiamenti ma solo promosso un atteggiamento genericamente più aperto nei confronti dei divorziati che si risposano o vanno a convivere – per la Chiesa il matrimonio cattolico è inscindibile – e degli omosessuali.

Fra i firmatari della lettera c’era anche l’ex presidente dello IOR (la cosiddetta “banca vaticana”) Ettore Gotti Tedeschi, che parlando con l’ANSA ha motivato così la sua firma: «Sia chiaro: io non accuso il Papa, io gli voglio bene. Io sono per la Chiesa e per il Papa e non mi distaccherò mai né dalla Chiesa né dal Papa». Molti dei nemici “istituzionali” di Papa Francesco usano questo argomento: le loro critiche al Papa non sono un attacco alla sua persona, ma una critica costruttiva per il bene della Chiesa.

È lo stesso argomento che usa per esempio Raymond Burke, un cardinale statunitense ex arcivescovo piuttosto conservatore – critico sull’Islam, morbido con Vladimir Putin – e vicino a Benedetto XVI, che gli aveva assegnato diversi importanti incarichi a Roma e dentro la Curia. Fra la sorpresa degli analisti vaticani, Burke non aveva firmato la lettera di settembre e anzi aveva detto di non considerare Papa Francesco un eretico. Nel frattempo però ha continuato ad attaccarlo. Durante una conferenza sui limiti dell’autorità del Papa tenuta ad aprile a Roma, scrive Politico, Burke ha spiegato che i poteri del Papa non sono “magici” e che è lecito disobbedirgli, se si riconosce che abbia violato la dottrina.

Del resto anche il Papa, più di recente, ha alzato i toni dello scontro. Solo la scorsa settimana, parlando all’assemblea generale dei vescovi italiani, li ha velatamente accusati di avere allontanato i fedeli con uno stile di vita poco consono alla dottrina cattolica.

«In realtà, chi crede non può parlare di povertà e vivere come un faraone. A volte si vedono queste cose: è una contro-testimonianza parlare di povertà e condurre una vita di lusso; ed è molto scandaloso trattare il denaro senza trasparenza o gestire i beni della Chiesa come fossero beni personali. Voi conoscete gli scandali finanziari che ci sono stati in alcune diocesi»

71esima Assemblea generale della Cei, discorso di Papa Francesco

Oltre a quelli che lo attaccano per le sue posizioni, il Papa deve anche sostenere l’opposizione dei funzionari del Vaticano che criticano la sua gestione della “macchina” burocratica della Chiesa. Non sappiamo moltissimo di cosa comporti materialmente questa opposizione, se cioè il potere del Papa sia effettivamente limitato da queste resistenze: possiamo però farci un’idea del perché esiste.

Diversi vaticanisti sostengono che in futuro Papa Francesco verrà ricordato sia per il suo stile di comunicazione sia per il modo in cui ha riformato alcune strutture interne alla Chiesa, modificando procedure secolari o tagliando Commissioni o posti di altissimo prestigio all’interno della Curia. Fra le diverse riforme di questi anni, il Papa ha istituito un “super-ministero” con compiti di vigilanza finanziaria, semplificato le procedure per richiedere l’annullamento del matrimonio e l’assoluzione per il peccato dell’aborto, unito in un unico dipartimento gli organi stampa vaticani, sostituito diversi cardinali “occidentali” – usciti per questioni di età dal collegio che elegge il Papa – con colleghi da aree più remote del mondo, e più in generale ha consigliato ai suoi funzionari di moderare le loro ambizioni di carriera. «È stato molto duro con la Curia, a dire il vero troppo duro», ha spiegato di recente a Politico un ex consulente vaticano: «molte delle persone che ci lavorano sono colte e stanno cercando di fare le cose per bene, e ci sono rimaste male».

Presto o tardi, il Papa dovrà anche pensare a come proteggere la sua eredità. Il modo più immediato di cui dispone è la nomina dei cardinali che avranno diritto di voto nel concistoro, cioè l’assemblea che eleggerà il suo successore: finora il Papa ne ha nominati 49 su 125, e a giugno sono previste altre 14 nomine. A quel punto, più della metà dei cardinali che sceglieranno il nuovo Papa saranno stati scelti da Papa Francesco, e molti di loro potrebbero finire per votare per una persona che porti avanti le sue stesse battaglie.

www.ilpost.it/2018/05/31/papa-francesco-nemici/

Comunità monastica degli Eremiti di Cerreto a Venosa provincia di Potenza

VENOSA, MONACI EREMITI CHE SI ISPIRANO A CELESTINO V

di Redazione online

www.sanfrancescopatronoditalia.it

Credit Foto – Famiglia Cristiana

«Chi arriva da noi ha sete di vita, di Dio ed è alla ricerca di senso e prima di tutto ci chiede di sperimentare un’esistenza che non sia segnata dalla fretta, dall’utile, dal tornaconto, dalla logica mercantile propria della società moderna. Nel monastero le persone riscoprono la gratuità e una qualità della vita, che riacquista pienezza grazie alla necessità di scandire il tempo, attraverso il lavoro, la preghiera, la ricerca di Dio e di se stessi». Va subito al cuore del discorso padre Cesare Locatelli, priore della comunità monastica degli Eremiti di Cerreto, accogliendoci al nostro arrivo a Venosa, in provincia di Potenza. Nella quiete della collina di Montalbo e nel verde tipico della Basilicata, incontriamo questa giovane comunità monastica nata nel 1991 a Isernia, nella zona di Cerreto Colli al Volturno, e poi trasferitasi in Basilicata, a Venosa, 12 anni fa, mantenendo, come è avvenuto per altri e più noti ordini monastici, il nome che deriva dal luogo di nascita della comunità. Dal punto di vista canonico la comunità è una associazione pubblica di fedeli e chierici che ha ottenuto il riconoscimento diocesano nel 1996.

L’iniziatore della comunità è lo stesso padre Cesare, originario di Milano, cui si sono poi aggiunti gli altri membri: padre Antonio Leva, fra Antonio Grassotto e sorella Adele D’Errico. «La nostra però non è una comunità mista», chiarisce padre Cesare: «Al momento è più sviluppato il ramo maschile e dunque per cause di forza maggiore ospitiamo una nostra sorella, ma auspichiamo la crescita dell’ordine, con un priore e una priora, maestro e maestra delle novizie».

LA VOCAZIONE MONASTICA

I monaci ci aprono le porte e ci accompagnano nella visita dell’eremo, mentre padre Cesare ci parla della loro spiritualità. «Siamo convinti che il monachesimo possa ancora offrire una dimensione bella, uno spazio sacro dove la persona possa ritrovare stabilità nel vortice del mondo e attraverso familiarità, amicizia ed esperienza della comunità possa fiorire per ciò che è, ognuno nella propria vocazione di monaco, madre, padre, sposi. La nostra regola si inserisce nella tradizione monastica d’Occidente e si basa su preghiera e lavoro. Il nostro sentimento religioso si identifica nello specifico con un personaggio chiave, san Pietro Celestino o Pietro da Morrone», che nel 1294 fu Papa per pochi mesi con il nome di Celestino V e che, destando all’epoca grande clamore, rinunciò al pontificato per tornare alla vita da eremita. «Il nostro obiettivo», chiarisce padre Cesare, «è riportare nella Chiesa quella freschezza e quella lucentezza delle origini, rispolverando anche qualche tradizione accantonata, come l’uso del gregoriano in alcune celebrazioni».

APERTI ALL’OSPITALITÀ

La piccola comunità ha sede in una struttura ultramoderna, Casa Sancta Maria, nata alla fine degli anni Novanta con i fondi del Giubileo come centro polivalente e di aggregazione giovanile per volere di don Luca Garripoli, e poi trasformata in casa monastica con gli ambienti tipici di ogni monastero: la sala del capitolo, la biblioteca, il refettorio, la cappella per la celebrazione della Messa, gli spazi dedicati al dialogo e all’ascolto degli ospiti. Gli eremiti di Cerreto vivono qui dal 2006, conducendo un’esistenza semplice, aperta all’accoglienza del pellegrino e del forestiero. È sempre possibile fermarsi in Casa Sancta Maria per un periodo di ritiro, silenzio, meditazione o riposo; le attività dei monaci includono giornate o settimane a tema, con partecipazione residenziale e non. Dice padre Locatelli: «Condividiamo tutta la nostra vita e i nostri spazi con gli ospiti. Abbiamo accolto anche non credenti e non cristiani per i quali il momento della preghiera era semplicemente silenzio e interiorità e per loro abbiamo preparato riflessioni con un diverso linguaggio. Partiamo dalle nostre competenze: padre Antonio propone settimane sulle Sacre Scritture, sulla conoscenza della Bibbia e sulla musica; io, invece, su aspetti più gnoseologici, introspettivi e filosofici». Inoltre gli eremiti svolgono attività di supporto in alcune parrocchie dei paesi vicini, nella diocesi di appartenenza di Melfi–Rapolla–Venosa.

L’eremo di Cerreto è sempre più proiettato verso la completa autosufficienza sostenuta dall’orto e da coltivazione di erbe aromatiche; i monaci per il prossimo futuro sono intenzionati, poi, a realizzare le attività tipiche di un monastero con la produzione di erbe medicinali, lenitive e curative. Attualmente, i pellegrini che giungono all’eremo possono partecipare a laboratori di potatura degli alberi e di confezionamento della lavanda.

Sono molteplici le proposte degli eremiti: si va dalle giornate di Boscomonte, ovvero riflessioni sullo svolgere del tempo annuale in corrispondenza con i momenti topici dell’anno come il cambio delle stagioni e i solstizi, per riscoprire il legame con ciò che di più autenticamente umano caratterizza la fede, alla Lectio divina settimanale, ai sentieri biblici, fino ad arrivare ai dialoghi con il silenzio per fare esperienza della solitudine e della spiritualità nella natura di Montalbo, e alla contemplazione.

(Famiglia Cristiana – Flavia Squarcio – Foto di Francesco Fiorellini).

http://m.famigliacristiana.it/articolo/venosa-potenza-i-monaci-eremiti-che-si-ispirano-a-celestino-v.htm

Comunità monastica degli Eremiti di Cerreto a Venosa provincia di Potenza

VENOSA, MONACI EREMITI CHE SI ISPIRANO A CELESTINO V

di Redazione online

Credit Foto – Famiglia Cristiana

«Chi arriva da noi ha sete di vita, di Dio ed è alla ricerca di senso e prima di tutto ci chiede di sperimentare un’esistenza che non sia segnata dalla fretta, dall’utile, dal tornaconto, dalla logica mercantile propria della società moderna. Nel monastero le persone riscoprono la gratuità e una qualità della vita, che riacquista pienezza grazie alla necessità di scandire il tempo, attraverso il lavoro, la preghiera, la ricerca di Dio e di se stessi». Va subito al cuore del discorso padre Cesare Locatelli, priore della comunità monastica degli Eremiti di Cerreto, accogliendoci al nostro arrivo a Venosa, in provincia di Potenza. Nella quiete della collina di Montalbo e nel verde tipico della Basilicata, incontriamo questa giovane comunità monastica nata nel 1991 a Isernia, nella zona di Cerreto Colli al Volturno, e poi trasferitasi in Basilicata, a Venosa, 12 anni fa, mantenendo, come è avvenuto per altri e più noti ordini monastici, il nome che deriva dal luogo di nascita della comunità. Dal punto di vista canonico la comunità è una associazione pubblica di fedeli e chierici che ha ottenuto il riconoscimento diocesano nel 1996.

L’iniziatore della comunità è lo stesso padre Cesare, originario di Milano, cui si sono poi aggiunti gli altri membri: padre Antonio Leva, fra Antonio Grassotto e sorella Adele D’Errico. «La nostra però non è una comunità mista», chiarisce padre Cesare: «Al momento è più sviluppato il ramo maschile e dunque per cause di forza maggiore ospitiamo una nostra sorella, ma auspichiamo la crescita dell’ordine, con un priore e una priora, maestro e maestra delle novizie».

LA VOCAZIONE MONASTICA

I monaci ci aprono le porte e ci accompagnano nella visita dell’eremo, mentre padre Cesare ci parla della loro spiritualità. «Siamo convinti che il monachesimo possa ancora offrire una dimensione bella, uno spazio sacro dove la persona possa ritrovare stabilità nel vortice del mondo e attraverso familiarità, amicizia ed esperienza della comunità possa fiorire per ciò che è, ognuno nella propria vocazione di monaco, madre, padre, sposi. La nostra regola si inserisce nella tradizione monastica d’Occidente e si basa su preghiera e lavoro. Il nostro sentimento religioso si identifica nello specifico con un personaggio chiave, san Pietro Celestino o Pietro da Morrone», che nel 1294 fu Papa per pochi mesi con il nome di Celestino V e che, destando all’epoca grande clamore, rinunciò al pontificato per tornare alla vita da eremita. «Il nostro obiettivo», chiarisce padre Cesare, «è riportare nella Chiesa quella freschezza e quella lucentezza delle origini, rispolverando anche qualche tradizione accantonata, come l’uso del gregoriano in alcune celebrazioni».

APERTI ALL’OSPITALITÀ

La piccola comunità ha sede in una struttura ultramoderna, Casa Sancta Maria, nata alla fine degli anni Novanta con i fondi del Giubileo come centro polivalente e di aggregazione giovanile per volere di don Luca Garripoli, e poi trasformata in casa monastica con gli ambienti tipici di ogni monastero: la sala del capitolo, la biblioteca, il refettorio, la cappella per la celebrazione della Messa, gli spazi dedicati al dialogo e all’ascolto degli ospiti. Gli eremiti di Cerreto vivono qui dal 2006, conducendo un’esistenza semplice, aperta all’accoglienza del pellegrino e del forestiero. È sempre possibile fermarsi in Casa Sancta Maria per un periodo di ritiro, silenzio, meditazione o riposo; le attività dei monaci includono giornate o settimane a tema, con partecipazione residenziale e non. Dice padre Locatelli: «Condividiamo tutta la nostra vita e i nostri spazi con gli ospiti. Abbiamo accolto anche non credenti e non cristiani per i quali il momento della preghiera era semplicemente silenzio e interiorità e per loro abbiamo preparato riflessioni con un diverso linguaggio. Partiamo dalle nostre competenze: padre Antonio propone settimane sulle Sacre Scritture, sulla conoscenza della Bibbia e sulla musica; io, invece, su aspetti più gnoseologici, introspettivi e filosofici». Inoltre gli eremiti svolgono attività di supporto in alcune parrocchie dei paesi vicini, nella diocesi di appartenenza di Melfi–Rapolla–Venosa.

L’eremo di Cerreto è sempre più proiettato verso la completa autosufficienza sostenuta dall’orto e da coltivazione di erbe aromatiche; i monaci per il prossimo futuro sono intenzionati, poi, a realizzare le attività tipiche di un monastero con la produzione di erbe medicinali, lenitive e curative. Attualmente, i pellegrini che giungono all’eremo possono partecipare a laboratori di potatura degli alberi e di confezionamento della lavanda.

Sono molteplici le proposte degli eremiti: si va dalle giornate di Boscomonte, ovvero riflessioni sullo svolgere del tempo annuale in corrispondenza con i momenti topici dell’anno come il cambio delle stagioni e i solstizi, per riscoprire il legame con ciò che di più autenticamente umano caratterizza la fede, alla Lectio divina settimanale, ai sentieri biblici, fino ad arrivare ai dialoghi con il silenzio per fare esperienza della solitudine e della spiritualità nella natura di Montalbo, e alla contemplazione.

(Famiglia Cristiana – Flavia Squarcio – Foto di Francesco Fiorellini).

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HARMONIA

non c'è rosa senza spine By GiuMa

logo_festival_biblico18

HARMONIA

Film di Ori Sivan

cinema Araceli

Città:

VicenzaTipologia Evento:cinema

Proiezione del film

harmonia poster.png

Poster del Film HARMONIA

di Ori Sivan

introduce don Alessio Graziani

Adattamento della storia biblica di Abramo, Sara, Agar, Isacco e Ismaele: Harmonia ne traspone le vicende, metaforicamente alle radici del conflitto tra arabi ed ebrei, nel mondo dell’orchestra filarmonica di Gerusalemme. Evento a pagamento biglietto 4 euro / proiezione in versione originale con sottotitoli.

HARMONIA

regista:
Ori Sivan
nazione:
Israele
anno:
2016
categoria:
film
durata:
98′
edizione festival:
2017
Sara, arpista della Filarmonica di Gerusalemme, è sposata con Abramo, l’onnipotente direttore d’orchestra. Non hanno figli. All’arrivo di Agar, giovane suonatrice di corno di Gerusalemme Est, tra le due donne cresce un’amicizia speciale, tanto che Agar offrirà a Sara di avere un bambino per lei. La ben nota storia biblica dei due figli di Abramo, che metaforicamente rappresenta le radici del conflitto tra arabi ed…

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Ernst Sieber pastore dei diseredati…

Zurigo piange #ErnstSieber il pastore dei diseredati. È morto sabato all’età di 91 anni. Aveva cominciato la sua battaglia a favore degli emarginati oltre cinquant’anni fa. Un’istituzione nella città sulla Limmat. La sua Fondazione aiuta migliaia di persone, a Zurigo e nella Svizzera tedesca

http://voceevangelica.ch/voceevangelica/home/2018/05/Ernst-Sieber-morto.html

Ernst Sieber pastore dei diseredati>>>voceevangelica.ch/voceevangelica/home/2018/05/Ernst-Sieber-morto.html

DISTRATTI ❗️🙈🙉🙊

VANGELO DI MARCO 9,30-37

In quel tempo, Gesù, e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?» Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

DISTRATTI

Letteralmente al versetto 32 è scritto:
Ma essi non comprendevano la parola, e avevano paura di interrogarlo[…]
Gli uni con gli altri avevano discusso nella via chi fosse il maggiore. Il testo dice che i discepoli da una parte non comprendevano la Parola di Gesù e dall’altra avevano paura solo al pensiero di interrogarlo, per capirne qualcosa.
La mente dei discepoli è da una parte immersa nell’ignoranza e dall’altra nella paura.
Perché i discepoli sono incatenati tra l’incapacità di comprendere, l’ignoranza e la paura?
Il testo evangelico lo spiega subito dopo, quando dice:
Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. I discepoli vivono nell’ignoranza e nella paura perché sono distratti,
distratti dalla distrazione somma,
dalla distrazione suprema,
l’ambizione.
Ignoranza e paura sono le due catene che i poteri forti del mondo usano per tenere incatenati, sottomessi e schiavi i popoli.
Ma in che modo si può tenere l’umanità incatenata all’ignoranza e alla paura, senza che l’uomo cerchi di liberarsi da queste catene? Semplice.
Basta mantenere l’uomo perennemente distratto con la regina delle distrazioni,
l’ambizione.
L’ambizione è capace di tenere distratto un uomo per tutta la vita,
in tutti gli istanti della vita,
perché l’ambizione è purissima coltivazione dell’ego.
Fino a che l’uomo coltiverà il suo ego,
sarà sempre preda dell’ignoranza e della paura e, di conseguenza, immediatamente soggiogabile, controllabile, manipolabile.
La coltivazione dell’ego attraverso l’ambizione funziona perfettamente nella mente dei ricchi e dei potenti come in quella dei poveri e dei deboli, e tiene stabilmente occupato e distratto l’uomo, impedendogli qualsiasi forma di consapevolezza, comprensione
e l’utilizzo dell’intelligenza.
I discepoli di Gesù non comprendono le parole di Gesù perché sono distratti,
terribilmente distratti

dalla coltivazione del loro ego,

sono distratti dal fare tra loro le misurazioni del prestigio e del potere,

a fare la bilancia tra chi pesa di più e chi meno,

tra chi è più importante e chi è meno importante.

I discepoli di Gesù
non possono assolutamente comprendere la Parola di Gesù,
non possono comprendere quello che Gesù vuole rivelare loro, perché sono completamente distratti dai discorsi della loro mente,
sono tutti concentrati a discutere,
calcolare
e a dividersi
tra loro.
Il verbo usato dal testo greco per descrivere questa discussione dei discepoli è dialoghìzomai,
cioè “penso, ragiono, converso, discuto”,
più letteralmente “calcolo, faccio i conti” da cui “rifletto, discuto”. La preposizione dià, che compone il verbo, indica sempre divisione:
si tratta di un dialogo di divisione,
di opposizione, di separazione.
L’ambizione distrae l’uomo dal suo centro divino,
dal suo asse intellettuale e spirituale,
lo immerge nell’ignoranza e nella paura,
ma soprattutto lo spinge alla separazione, lo spinge a vivere nello stato continuativo della separazione.
L’ambizione è la prigione in cui il potere umano, al servizio e alle dipendenze di Satana, tiene in scacco l’intera umanità, perché l’ambizione mantiene l’uomo nell’ignoranza, nella paura e nella separazione.
La proposta di Gesù, perché l’uomo possa svincolarsi dall’ambizione e dalla coltivazione dell’ego, è:

se uno vuole essere il primo,
sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti.

La proposta di Gesù è semplice, due semplici procedure.

Primo, essere ultimo. Nella terminologia evangelica, essere ultimo è vivere in modo tale da non fare nulla, assolutamente nulla nella vita,
per la gloria degli uomini, per la gloria del proprio nome,
per essere i primi in qualcosa,
per avanzare di grado, per solleticare l’approvazione altrui,
per corrispondere alle aspettative altrui,
per espandere la propria reputazione,
il proprio prestigio
e dominio.

Secondo, essere servi. Nella terminologia evangelica,
essere servi non significa essere schiavi, sottomessi,
ma essere al servizio dell’umanità,
essere servitori utili ed efficaci dell’uomo,
avere le competenze indispensabili per realizzare il vero benessere dell’umanità e metterle in pratica gratuitamente e umilmente per il bene di tutti.
🙏🏻🙏🏻🙏🏻
d. Paolo Spoladore

https://youtu.be/sId-LK37J9A

Mi piace “La chiesa di Auvers” di Van Gogh. Così piegata al vento, obliqua, insicura, come la nostra preghiera malferma. Questa chiesa scossa come un terremoto dalle preghiere nate dagli abissi, da dove giunge il grande grido.

Mi piace pensare che l’essenziale è quel grido che nasce dal profondo e quel cielo aperto sopra ogni chiesa piegata al vento.

LuigiVerdi

https://youtu.be/8kefCGy4_z8

“La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade…🔥 Spirito 🔥Santo, Tu che porti avanti la Chiesa, scendi ancora su di noi, insegnaci l’unità, rinnova i nostri cuori e aiutaci ad amare come Gesù ci ha insegnato. 🔥

Spirito Santo scendi su di noi 🙏🏻🌈Veglia di Pentecoste all’Oasi San Giacomo Vago di Lavagno Vr.🔆

Spirito Santo, Tu che porti avanti la Chiesa, scendi ancora su di noi, insegnaci l’unità, rinnova i nostri cuori e aiutaci ad amare come Gesù ci ha insegnato.

Papa Francesco

Il #Vangelo di oggi:

“Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà… “

(da Gv 15, 26-27; 16, 12-15)

Il commento di Ermes Ronchi:

“La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d’oro» (G. Vannucci).

Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d’improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite.

Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l’invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza.

Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l’opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l’abbiamo noi, che ha l’umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero”.

www.smariadelcengio.it/category/fra-ermes-ronchi-comunica/

La Pentecoste la guardiamo negli occhi di Maria, la ascoltiamo nelle sue parole, la viviamo nel suo cuore.

Le giornate si sono allungate, e le prime messi si offrono e si fanno raccogliere.

La festa del ringraziamento ha richiamato in città gente di ogni regione. Al mercato si sentono parlare infinite lingue.

I bordi delle strade si sono colorate di fuoco, un fuoco così leggero: i papaveri. Mi chiedo quale artista possa averli disegnati, così belli e così fragili, così intensi e così delicati.

Conto i giorni. Sono già cinquanta da quella mattina di Pasqua, dalla primavera del cuore. Con i tuoi amici più cari proviamo a vivere pienamente, e tutti i giorni saliamo al tempio per lodare la vita, per ringraziare Dio, per aprirci al nuovo giorno, sempre attenti a tutto quello che c’è, quello che accade.

Poi a sera il nostro appuntamento è lì, nel cenacolo, il nostro nido. E’ lì che un pezzo di pane e un bicchiere di vino non mancano mai. Ci basta mangiarne un boccone e sorseggiarne un dito insieme ed ogni volta è come se tu, Gesù mio, fossi ancora tra noi. E così ognuno racconta. Racconta di te, di se, di noi.

E’ questo che sognavi vero? Che si vivesse semplicemente condividendo quello che si ha, quello che si è.

Questa sera ho sentito fremere la carne come quel giorno dell’annuncio, dell’abbraccio con Elisabetta, della tua nascita e della tua morte. Questa sera ho sentito fremere lo Spirito: all’imbrunire di pentecoste è venuto come un terremoto, un fragore assordante, e tutti ci siamo guardati spaventati. Senza avere il tempo di capire che stava succedendo, un vento, che non sai di dove viene e dove va, lo stesso che disperde il polline a primavera e che genera vita, soffia in tutta la stanza e poi si ferma sui nostri volti, e li accarezza dolcemente. E’ bastata quella tenerezza a tranquillizzarci tutti, e all’unisono abbiamo sentito che qualcosa di incredibile e stupefacente stava per accadere, qualcosa di meraviglioso, di straordinario.

Un tepore, come un bacio sulla guancia, si è posato su di noi. Come un fuoco, leggero come un papavero, che scalda il cuore, lo rasserena, lo colma delicatamente.

In quegli istanti mi è venuto alla mente Elia, il profeta del fuoco e del vento. Anche lui, dopo tanto vagare, fermandosi in una grotta, incontrò il suo Dio non nel vento gagliardo, non nel terremoto, non nel fuoco violento, ma in una carezza di vento.

Tutto solo in una carezza, nulla più. Bastò. Per sempre!

Fra Giorgio Bonati

Buona Pentecoste amici con le parole di Giovanni Vannucci.

“Passi il tuo Spirito, o Signore,

come brezza primaverile

che fa fiorire la vita e schiude l’amore.

Passi il tuo Spirito, come l’uragano

che scatena una forza sconosciuta

e solleva le energie addormentate.

Passi il tuo Spirito

nel nostro sguardo

per portarlo verso orizzonti

più lontani e più vasti.

Passi il tuo Spirito

sui nostri volti rattristati

per farvi riapparire il sorriso”.

Credo che i santi francescani profumino di rosa…

Credo che i santi francescani profumino di rosa, perché in questo mese di maggio ne festeggiamo diversi: oggi ricordiamo san Felice da Cantalice, ieri festeggiavamo san Pasquale Baylon e l’altro ieri santa Margherita da Cortona. Nomi poco conosciuti, entrati nella storia da porte secondarie, ma capaci di essere fino in fondo se stessi, abbracciando Dio, ogni giorno, in chi la provvidenza gli faceva incontrare.

Felice passò quarant’anni tra le vie della Roma del cinquecento, assistendo gli ultimi e gli emarginati, facendo la questua per i più poveri col cuore sempre sereno: ‘frate deo gratias’ lo chiamarono, perché nel suo intercalare non mancava mai di ringraziare Dio. Amico di san Filippo Neri, condividevano la stessa passione per la gioia, la gioia del donarsi.

Pasquale invece visse gran parte della sua vocazione tra le mura dei conventi nella Spagna del cinquecento facendo il portinaio, accogliendo i disperati che bussavano, gli scoraggiati che avevano bisogno di un abbraccio, di una parola.

Margherita è donna del duecento, che va a convivere con un nobile che non la sposa neanche quando ha un figlio; quando l’uomo muore si trasferisce a Cortona e si prende cura dei più poveri e con alcune volontarie promuove l’assistenza gratuita a domicilio per gli ammalati.

Una costante, avrete notato anche voi, accomuna questi tre santi: scegliere di sporcarsi le mani con gli ultimi, i dimenticati, gli emarginati, senza giudicare chi avevano dinnanzi, ma provando ad essere volto di Dio per ognuno. A sera le loro mani profumavano di rosa, ne sono convinto.

Mi capiterà oggi di incontrare qualche bisognoso. Non farò finta di essere impegnato. E stasera le nostre mani profumeranno di buono.

Fra Giorgio B.