In ascolto della vita.

“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore”.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

La gratitudine è una regola prima della grammatica sociale. Quando viene rispettata e praticata c’è più gioia di vivere, i legami si stringono, gli uffici e le fabbriche si umanizzano, diventiamo tutti più belli. Ma nel cuore umano non c’è soltanto il desiderio profondo di essere ringraziati, visti, riconosciuti per quello che siamo e per quanto facciamo.

Vi abita anche un altro bisogno profondissimo: quello di ringraziare. Soffriamo molto quando non riceviamo riconoscenza; ma soffriamo diversamente, e non meno, se e quando non abbiamo nessuno cui dire grazie. In questo la gratitudine assomiglia alla stima: non desideriamo soltanto essere stimati dagli altri, vogliamo anche poter stimare le persone con le quali viviamo. L’esistenza umana fiorisce quando nel corso degli anni aumentano sia la domanda sia l’offerta di gratitudine (e di stima), fino ad arrivare all’ultimo giorno quando, chiuderemo gli occhi pronunciando l’ultimo “grazie” – e sarà il più vero, il più bello…

Continua…

unacasasullaroccia.wordpress.com/2016/08/22/in-ascolto-della-vita/

Dire grazie

La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.

I fiori di zucca si aprono alla vita pieni di sole, di quel giallo luminoso che attira lo sguardo, che invita…

a raccoglierli, pregustandoli fritti al pranzo.

E così anche stamane, accompagnato dal mio gatto, raccolgo, fino a colmare la cesta.

Bisogna sempre essere attenti alle api, che già all’alba sembrano ubriache di polline ed è dunque necessario sbattere ogni fiore perché possano uscire e impollinare altri fiori.

In questa festa di Pietro e Paolo ciò che più mi emoziona è che le due colonne portanti della chiesa sono come queste api, ubriache di Dio rimanendo così fragili perché umani, tanto forti perché capaci di fare di queste fragilità la loro pietra angolare.

Sono andato a cercare il mio caro Vannucci, e queste parole mi faranno compagnia oggi.

“Noi quando ci diciamo cattolici sottolineiamo la nostra appartenenza alla chiesa di Roma, e quindi la diversità, talvolta in piena concorrenzialità con tutte le altre. Ma è questo che vuol dire essere cattolici? Niente affatto. Il senso etimologico di ‘cattolico’ è ‘universale’. Aderire alla chiesa cattolica vuol dire, nel suo significato più vero far parte di una chiesa universale, che abbraccia tutti, che è attenta a tutte le manifestazioni di Dio.

Nessuna religione può ritenersi depositaria esclusiva e assoluta dello spirito divino. Così noi cristiani non possiamo pensare che Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo, si sia rivelato solo a noi.

La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.”

Oggi tornerò alla scuola delle api, mi fermerò a guardare, a imparare, per provare anch’io a raccogliere polline.

Saprò farne buon miele per la mia vita e per quella del mondo intero?

Fra Giorgio

Guardavo il cielo ieri e incastonate nella trasparenza dell’azzurro le nuvole, così belle da incantarsi, e immaginare un artista divino che col suo pennello di vento accarezza il cielo e disegna forme bianche così leggere.

Lo guardo stamane, il vento che scompiglia la vita, solletica foglie e alberi, fa volteggiare le mie rondini che felici ringraziano il cielo, la vita.

Dio, il vento, le rondini…sono creativi, sono continuamente capaci di modellare il creato e se stessi.

Ho imparato che essere creativi è medicina, una delle migliori cure per l’intera vita.

Qualcuno scriveva che la creatività non è un sostantivo e nemmeno un verbo: è un luogo, un’unione, un raduno. Onorare la nostra creatività vuol dire osservare, risvegliarci, non essere più solo consumatori del nostro tempo, delle nostre relazioni, delle cose che abbiamo a disposizione, ma anche divenire a nostra volta partecipi, creatori di legami profondi con il mondo e con le cose. L’immaginazione è centrale in questo processo: ci desta dal torpore. Se non nutriamo la nostra immaginazione viva, la nostra anima non sente più, si addormenta, si anestetizza, si allontana dalla commozione, dallo stupore. Occorre rischiare, amare anche nel pericolo, ritrovare il coraggio, il desiderio, la passione.

Forse essere creativi è l’unico modo per vivere senza sopravvivere.

Fra Giorgio

14 uomini che il Papa ha scelto di creare Cardinali.

Antoine Mekary | Aleteia | I.Media

Pope Francis celebrates the Mass of the Centenary of the Congregation for Oriental Churches, at the Santa Maria Maggiore Basilica in Rome on October 12, 2017.

Il 28 giugno il Pontefice presiederà un concistoro in Vaticano

Il 28 giugno 2018 Papa Francesco presiederà il concistoro per la creazione di 14 nuovi cardinali nella Cappella papale della basilica vaticana.

Con le loro nomine, Francesco vuole esprimere l’universalità della Chiesa, che “continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra”.

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it.aleteia.org/2018/06/28/chi-sono-in-14-uomini-che-papa-francesco-ha-scelto-di-creare-cardinali/amp/

Papa invita a fare la professione di fede di Pietro

di Baroncia Simone

Nella festa dei santi Pietro e Paolo papa Francesco ha consegnato i palli ai 30 nuovi arcivescovi metropoliti nominati durante l’anno ed ha presieduto la celebrazione eucaristica in piazza san Pietro con i cardinali, gli arcivescovi metropoliti e con i vescovi sacerdoti. Prima della celebrazione eucaristica il papa è sceso alla tomba di Pietro sotto l’altare della Confessione insieme al delegato del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Nell’omelia il papa ha ricordato il desiderio del popolo sulla venuta del Messia: “Tutto il Vangelo vuole rispondere alla domanda che albergava nel cuore del Popolo d’Israele e che anche oggi non cessa di abitare tanti volti assetati di vita: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? ’…

Pietro, prendendo la parola, attribuisce a Gesù il titolo più grande con cui poteva chiamarlo: ‘Tu sei il Messia’, cioè l’Unto, il Consacrato di Dio. Mi piace sapere che è stato il Padre ad ispirare questa risposta a Pietro, che vedeva come Gesù ‘ungeva’ il suo popolo. Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: ‘unge’ il morto, unge il malato, unge le ferite, unge il penitente. Unge la speranza.

In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano, lì dove si trovava, ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni.

Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione”.

Per il papa la novità cristiana è una nuova visione del mondo: “L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il ‘buon nome’, le comodità, la posizione… il martirio”.

Quindi il papa ha sottolineato la reazione negativa di Pietro davanti alla realtà: “Davanti a questo annuncio così inatteso, Pietro reagisce: ‘Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai’ e si trasforma immediatamente in pietra d’inciampo sulla strada del Messia; e credendo di difendere i diritti di Dio, senza accorgersi si trasformava in suo nemico (lo chiama ‘Satana’, Gesù)”.

A questo punto il papa ha invitato i fedeli ad ‘esaminare’ la vita di Pietro: “Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione significa anche imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo.

Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei ‘sussurri’ del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione.

E dico ‘sussurri’ perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, ‘si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto’ (S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)”.

La glorificazione di Dio avviene nella crocifissione di Gesù con l’invito ai cristiani di non dividere la gloria dalla croce: “Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario.

Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca, Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri.

Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede di identificare i ‘sussurri’ del maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle ‘coperture’ personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio”.

Solo abbracciando la Croce si può seguire Gesù: “Contemplare e seguire Cristo esige di lasciare che il cuore si apra al Padre e a tutti coloro coi quali Egli stesso ha voluto identificarsi, e questo nella certezza di sapere che non abbandona il suo popolo”.

Poi durante l’Angelus il papa ha ricordato l’esperienza di fede del cristiano: “Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo.

E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi.

Questa è l’esperienza del cristiano, e non è merito suo, di noi cristiani, e non è merito nostro, ma viene da Dio, è una grazia di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutto ciò è contenuto in germe nella risposta di Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo’.

E poi, la risposta di Gesù è piena di luce: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’.

E’ la prima volta che Gesù pronuncia la parola ‘Chiesa’: e lo fa esprimendo tutto l’amore verso di essa, che definisce ‘la mia Chiesa’. E’ la nuova comunità dell’Alleanza, non più basata sulla discendenza e sulla Legge, ma sulla fede in Lui, Gesù, Volto di Dio”.

Simone Weil

Una versione del “sacro”. Simone Weil.

Post di Rosario Grillo

Immagini delle illustrazioni di Pia Valentinis, in Guia Risari, Il taccuino di Simone Weil (qui il sito).

Pia Valentinis,

Simone Weil

Difficile trovare la misura giusta per parlare di Simone Weil!

Si viene addirittura tentati di dire che lei stessa preparò  le occasioni per rendere ostica l’impresa.

Simone Weil scrisse molto, ma scartò per principio la sistematicità.

Soprattutto è vietato scindere il suo pensiero dalla vita vissuta.

Solo questa “trama“ contiene la chiave ermeneutica della sua opera, che infatti ha un titolo che spicca su tutti: i “Quaderni”, dimostrazione effettuale del pensiero-azione.

Penetrando nel suo stile, nel suo carattere, balza in primo piano l’istanza della autenticità, quasi sconfinante in una ipertrofia dell’io.

Proprio lei che osteggiò il primato del soggetto e si spese per l’affermazione dell’impersonale.

Colta questa piega, se ne evince la risicata consonanza con lo spirito del nostro presente, così tentato dall’individualismo.

Presente in tutti i cimenti significativi (e simbolici) della sua epoca, alla fine consunta dalla sua stessa sete di verità.

Non si lasciò iscrivere a nessuna confessione: pur essendo nel solco del palpitante, cristianesimo primitivo, mai volle compiere il passo, per poter condividere la sorte della diaspora ebraica.

Resta indelebile la cifra del sacro che coltivò e confermò nel segno della “verità, del bene e della bellezza”, dando corso nell’ultimo periodo, dagli anni ‘30 al ‘43 (anno della morte), ad una polemica con il “personalismo“, motivata non da stilemi astratti, da lei aborriti, ma dalla severità della sua ricerca di Dio.

In questa prospettiva prescrisse: Attenzione.

La stessa, ma moltiplicata per l’infinito, che aveva insegnato alle sue allieve, nodo della tensione intellettuale ed emotiva che immette al “pensare”.

Se si riesce ad intendere l’opzione, è questa la scelta di fondo: scartare il rituale oggettivante del sapere, di ciò che si chiude al dialogo, e discernere il palpitante in fieri del pensare.

Per la stessa ragione combatté i partiti (1) e i sindacati, addirittura la democrazia, confinando qui il suo pensiero con la stessa radice dell’anatema nietzscheano.

Pia Valentinis,

Simone Weil e l’hitlerismo

In lei amore, più che volontà di potenza!

Indefessa nel rifiuto della “forza”: quella stessa che aveva stigmatizzato nel poema di Omero (Iliade), la stessa che stava dietro al programma di “dominio del mondo” di Hitler (2), ancora quella che stazionava nelle stanze del totalitarismo stalinista.

Fortemente segnata dal tragico delle tragedie greche e dei puri cantori del vero (Shakespeare, Racine) la Parola che si fonde con il Bene, il Bello e si distingue dal linguaggio codificato.

Analogamente cade sotto la sua “mannaia” il diritto, che mai può adeguarsi alla Giustizia del Divino.

“E inimmaginabile San Francesco d’Assisi che parla di diritto” (3).

Chiudo cercando di rendere il quid misticheggiante dell’Amore, come lo intese Simone Weil. Fluente dal desiderio, elemento insospettabile a prima vista, ma che bisogna leggere come “vena di infinito”, del tutto separato da motivazioni soggettive o personali (4)

“Solo l’operazione soprannaturale della grazia fa sì che un’anima passi attraverso il proprio annientamento fino al luogo ove si accede a quel genere di attenzione che è la sola a permettere di essere attenti alla verità e alla sventura. È la medesima per i due oggetti. È un’attenzione intensa, pura, senza movente, gratuita, generosa. E questa attenzione è amore” (5)

Pia Valentinis,

Simone Weil operaia

Nota bene. Più  che in qualsiasi altro caso pesa la biografia. Da essa risaltano la precocità, la verve intellettuale, la conoscenza del mondo classico, in particolare del pensiero greco, la mente matematica (il fratello era un insigne matematico), la vocazione all’insegnamento, Quindi vennero le “prese d’esperienza diretta”: operaia, tra operai, combattente della libertà nella guerra civile spagnola, fiera combattente del regime di Vichy, instancabile ideatrice di “piani di soccorso” nella seconda guerra mondiale. Sostanzialmente morta di inedia, senza sospetto alcuno di “segreto suicidio”.

Note.

1.Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchio.

2.Le origini dello hitlerismo.

3.La persona e il sacro, p.31

4.Resta lo stigma weiliano sulla Persona concepita come maschera.

5.La persona e il sacro, p.4

gmzavattaro.blogspot.com/2018/06/una-versione-del-sacro-simone-weil.html?m=1

 “Padre, perché il creatore di tutte le cose ha permesso la morte? “Ma figlio mio, è perché senza di essa, e se mai nulla ci strappasse da questo mondo, non sapremmo quanto la vita è preziosa”.

“Quante volte anche noi ‘moriamo e rinasciamo’ in una stessa vita, quanto è prezioso constatare che tutto si trasforma continuamente per comprendere che questa vita è un cammino nel quale il peggio che ci può capitare è fermarsi.”

giro bloggando ...


La luna si è fatta quasi colma, pronta ad indicare il compimento, il passaggio, la trasformazione continua di ogni cosa.Un uomo, alla morte dell’amata moglie, canta una dolce canzone battendo il ritmo su una giara. Un amico si stupisce di non trovarlo disperato, e lui risponde che, riflettendo sull’esistenza, è giunto alla conclusione che tutto è trasformazione, compresa la morte. Le varie fasi della trasformazione sono come il cammino delle quattro stagioni, dalla primavera all’inverno. Per cui “se mi mettessi a disperarmi piangendone la fine, dimostrerei che la mia fede è ben poca cosa”.

Quante volte anche noi ‘moriamo e rinasciamo’ in una stessa vita, quanto è prezioso constatare che tutto si trasforma continuamente per comprendere che questa vita è un cammino nel quale il peggio che ci può capitare è fermarsi.

Nel romanzo di Chaim Potok, ‘il mio nome è Asher Lev’, c’è il dialogo tra il bambino e…

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Ascoltare Dio al proprio pozzo

ANGELO CASATI intervistato da Paolo Rodari, “Repubblica”, 21 giugno 2016 

Don Angelo Casati, classe 1931, poeta, scrittore, sacerdote e innamorato di Dio.

Si sente tale?

“Innamorato di Gesù, mi è arrivato il suo racconto. Ricordo che in una vecchia versione degli Atti degli Apostoli i cristiani venivano chiamati “quelli della dottrina”. Ora una traduzione più corretta li chiama “quelli della via”. La differenza è enorme? Puoi forse innamorarti di una dottrina? Io no. Di una persona sì. Puoi rincorrerla. Magari da lontano. Sono innamorato delle tracce, delle orme, che Gesù ha lasciato sulla terra”.

Nell’ultimo libro, L’alfabeto di Dio (ilSaggiatore), lei scruta le persone, le cose attorno a sé. E vi vede la presenza di Dio. È così?

“Mi ha spesso colpito e, insieme, interrogato, una strana contraddizione che si vive in non pochi dei nostri ambienti ecclesiastici. Nelle liturgie cantiamo: “Del tuo spirito, Signore, è piena la terra” e poi viviamo come presi dal risentimento verso la terra, verso il nostro tempo, denunciando una totale assenza di Dio. Teorizziamo che il vivere nel mondo ci svuota di Dio. Io mi sento debitore: le tracce di Dio le ho sorprese nelle pagine sacre della Scrittura, ma altrettanto nelle pagine, per me sacre, della storia di ogni persona, nelle cronache della vita”.

Anzitutto, chi è Dio per lei?

“Mi sento come abitato dal suo soffio, lo Spirito. Con la sensazione che se mi mancasse, ricadrei nel nulla. Mi dà la forza di agire e la grazia di vivere. E se sto in ascolto mi porta al largo, fuori dalle strettoie codificate. Quasi fossi sospinto a volte dal vento. Gesù diceva che è come il vento, non sai di dove viene e dove va. Così è di coloro che sono nati dallo Spirito. Dove c’è troppo immobilismo, troppa rigidità, dove manca la fantasia, non c’è Dio per me. Vorrei aggiungere che – per come me ne ha fatto il racconto Gesù – Dio per me è tenerezza. È il pastore che rallenta il suo passo su una pecora che va a rilento, come sono io”.

Dov’è?

“Di Francesco di Assisi si racconta che raccoglieva da terra ogni pezzetto di carta scritto. Diceva che in esso poteva esserci il nome di Dio e perciò non lo si poteva distruggere. Ma si comportava così anche con gli scritti pagani. E quando qualcuno gli faceva notare che lì sicuramente il nome di Dio non era scritto, dichiarava che vi erano pur sempre presenti le lettere, con cui si poteva comporre il nome di Dio”.

Più volte lei ha citato Etty Hillesum. Disse che occorre disseppellire il Dio che sta dentro i cuori devastati. Come si fa?

“Che devasta i cuori è la sfiducia, è la rassegnazione al piccolo cabotaggio depredato da ogni anelito di sconfinamento. Etty ne vedeva il pericolo in coloro che vivevano con lei nelle baracche del campo di concentramento. Diceva: “Esistono  persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio”. Vorrei usare un immagine. ‘Disseppellire Dio’ invitando chiunque a mettersi in ascolto dell’acqua che gorgoglia nel suo pozzo, voce sottile che l’ingombro delle pietre non riusciranno mai del tutto a soffocare. Sta in ascolto del tuo pozzo”.

A chi non ha fede come parla di Dio?

“Parlo di Gesù, che è il racconto di Dio in una lingua umana, la lingua di tutti. Ma che sia il Gesù dei vangeli! Non quello pallido delle nostre immaginette, non quello spento dei nostri documenti o di liturgie asfittiche. In lui ritrovo il volto di un Dio difensore della nostra libertà, di uno che ha pagato a caro prezzo la difesa della nostra libertà e della nostra dignità, di uno che ci chiama a difendere e a restituire a ognuno dignità e libertà. Non a parole ma con i fatti”.

Ha mai immaginato il momento della sua morte? Come lo immagina? Cosa accadrà?

“Se penso alle modalità della mia morte, confesso che non riesco a immaginarla. Anche se ci penso ogni sera quando chiudo la porta e lascio le chiavi in posizione che non si debba sfondarla per aprirla. A volte mi succede di sognare che qualcuno di coloro che mi amano mi tenga la mano, perché la morte è sorella, ma è anche lacerazione. Confesso che ringrazio Gesù per il fatto che non ha affrontato la morte con l’aria spavalda dell’eroe, ma provando tristezza e sgomento prima di abbandonarsi. Questo mi rincuora, perché mi sento un debole, un fragile”.

Cosa accadrà?

“Ho passato una vita a cercare volti e me ne sono anche innamorato. Con i salmi ho pregato: ‘Il tuo volto, Signore io cerco’. Troverò volti. E non solo quello di Dio. Anche i volti dei miei amici. Penso che la morte non sia il fine corsa ma l’introduzione. Ricordo di aver scritto: ‘E dimora / all’infinito migrare / una tenda: / ombre segrete, / parole dissepolte, / luce / che trema / sui volti’”.

Se pensa alla sua vita, qual è stata la figura che più l’ha segnata e perché?

“Faccio fatica a dare una preminenza. La domanda mi riporta ad amicizie. Alcune hanno un nome conosciuto, penso a padre David Maria Turoldo, penso al cardinale Carlo Maria Martini, penso al priore di Bose, Enzo Bianchi. Ma poi il pensiero rincorre volti meno conosciuti. Io non sarei per esempio quello che sono se non fosse per le ragazze e i ragazzi che ho incontrato al Liceo negli anni di vento del sessantotto”.

Cosa significa per lei innamorarsi?

“Come dice la parola, è un amore che ti porta fuori. Verso. Un perdersi dietro immagini di persone o di cose. Che è poi anche un ritrovarsi. Sto pensando alla sventura di una versione opaca della vita – anche della vita di fede – privata di ogni sussulto, ridotta a un ‘sopravvivere’. Tengo care le parole di un teologo grecoortodosso Christos Jannaras, che scrive: ‘Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante… Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla’. E questa esperienza, conclude Jannaras, ‘non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerta a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui'”.

Cos’è il silenzio?

“È una terra non invasa, la terra dove odi il fruscio delle presenze, un luogo dove sorprendentemente trova eco ogni cosa, è una terra dentro di noi. Quando passo giorni senza silenzio, mi sento come fuori paese, la sensazione è di spaesamento”.

I soldi sono lo sterco del demonio?

“Non li giudico tali. Penso alla parabola dei vignaioli chiamati nella vigna a diverse ore della giornata. A tutti, la sera, viene consegnato un denaro. Non è lo sterco del demonio, quel denaro è la possibilità di una vita dignitosa, la possibilità di una vita che sia vita. Sterco è l’eccesso, è vendere l’anima al denaro, la vera idolatria”.

Una parola su Milano. Che città è oggi?

“Ha le sue maledizioni e le sue benedizioni come ogni città. Ha bisogno di essere amata. Ha bisogno di bellezza. A cominciare dalle sue periferie. Vorrei usare un’immagine – evidentemente è solo un’immagine – e dire che sogno una città con piazze, dopo troppi marciapiedi luogo di passaggi frenetici e convulsi, piazze come luogo del convenire, del raccontarsi, del progettare. Luoghi – direbbe papa Francesco – che non siano un mero spazio “di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro!”.

http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2016/06/ascoltare-dio-al-proprio-pozzo.html

Medjugorje, ecco l’ultimo messaggio del 25 giugno 2018

Immagini dal web

Nel 37 Anniversario delle apparizioni di Medjugorje San Giovanni Battista 24/06/1981

“Cari figli! Questo è il giorno che mi ha dato il Signore per ringraziarLo per ciascuno di voi, per coloro che si sono convertiti e che hanno accettato i miei messaggi e si sono incamminati sulla via della conversione e della santità. Figlioli, gioite, perché Dio è misericordioso e vi ama tutti con il Suo amore immenso e vi guida verso la via della salvezza tramite la mia venuta qui. Io vi amo tutti e vi do mio Figlio affinché Lui vi doni la pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”

25.06.2018

• davide in MedjugorjeUltim’ora

Perchè la Madonna a Medjugorje è apparsa il giorno di San Giovanni Battista ?

Medjugorje (Bosnia Erzegovina) – Oggi 24 giugno 2018 sono esattamente 37 anni che la Vergine Maria “ha poggiato i suoi piedi” in questo santo e scomodo luogo dove ad oggi oltre 70 milioni di pellegrini hanno sentito la chiamata di andarla ad onorare e ad ascoltare.

Questa è la domanda che molti si pongono.E’ la domanda che molti si pongono. Perché la Madonna 37 anni fa ha scelto di apparire a Medjugorje proprio in questo giorno? E’ un mero caso o c’è una ragione?

Nella lettura tratta dagli Atti degli Apostoli di oggi, san Paolo ci ricorda la figura e soprattutto il ruolo di Giovanni il Battista – l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù che gli rese testimonianza ancora in vita – che al termine della sua missione annunciò: ”Viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. Quanta umiltà nelle sue parole, questo riconoscersi piccolo di fronte al Cristo di cui lui è solo il precursore.

Eppure Gesù lo definirà il più grande tra i nati di donna. Giovanni è stato grande perché non ha cercato la propria gloria ma solo quella del Signore. Il profeta è colui che annuncia Qualcuno di più grande che verrà, e non cerca di emergere. Giovanni questa missione l’ha centrata appieno.

Ha cercato in tutto e per tutto di diminuire sempre più con i suoi insegnamenti e col suo esempio di vita. Era un uomo austero, esigente prima di tutto con se stesso che vestiva con peli di cammello e si nutriva di cavallette e miele selvatico; un personaggio scomodo, soprattutto per i poteri forti dell’epoca perché denunciava ciò che non era lecito, e invitava ad una conversione vera, sincera della propria vita, ad un cambiamento interiore che costa fatica, rinuncia, che ci esorta a tagliare con le nostre cattive abitudini, i nostri egoismi e sentimenti di sopraffazione sugli altri, la sete di prestigio, insomma tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio.

Lo stesso appello che oggi la Madonna – la Regina dei Profeti quindi

annunciatrice del Signore – ci rivolge a Medjugorje con i suoi messaggi. Non può non saltare agli occhi questa particolare coincidenza: le apparizioni nel piccolo paese sperduto nei Balcani, hanno avuto inizio proprio il giorno della festa del Battista: il 24 giugno 1981. E sono davvero tante le analogie fra loro due.

Per cominciare Giovanni è l’unico santo di cui la Chiesa festeggia, come la Vergine Maria, sia il giorno della nascita terrena che quella in Cielo. Come Giovanni non porta a se ma a Gesù, così ’unico scopo della lunga presenza della Madonna in mezzo a noi – 37 anni –  è invitarci alla conversione del cuore, guidarci a suo Figlio e quindi alla Salvezza.

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