La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.

I fiori di zucca si aprono alla vita pieni di sole, di quel giallo luminoso che attira lo sguardo, che invita…

a raccoglierli, pregustandoli fritti al pranzo.

E così anche stamane, accompagnato dal mio gatto, raccolgo, fino a colmare la cesta.

Bisogna sempre essere attenti alle api, che già all’alba sembrano ubriache di polline ed è dunque necessario sbattere ogni fiore perché possano uscire e impollinare altri fiori.

In questa festa di Pietro e Paolo ciò che più mi emoziona è che le due colonne portanti della chiesa sono come queste api, ubriache di Dio rimanendo così fragili perché umani, tanto forti perché capaci di fare di queste fragilità la loro pietra angolare.

Sono andato a cercare il mio caro Vannucci, e queste parole mi faranno compagnia oggi.

“Noi quando ci diciamo cattolici sottolineiamo la nostra appartenenza alla chiesa di Roma, e quindi la diversità, talvolta in piena concorrenzialità con tutte le altre. Ma è questo che vuol dire essere cattolici? Niente affatto. Il senso etimologico di ‘cattolico’ è ‘universale’. Aderire alla chiesa cattolica vuol dire, nel suo significato più vero far parte di una chiesa universale, che abbraccia tutti, che è attenta a tutte le manifestazioni di Dio.

Nessuna religione può ritenersi depositaria esclusiva e assoluta dello spirito divino. Così noi cristiani non possiamo pensare che Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo, si sia rivelato solo a noi.

La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.”

Oggi tornerò alla scuola delle api, mi fermerò a guardare, a imparare, per provare anch’io a raccogliere polline.

Saprò farne buon miele per la mia vita e per quella del mondo intero?

Fra Giorgio

Guardavo il cielo ieri e incastonate nella trasparenza dell’azzurro le nuvole, così belle da incantarsi, e immaginare un artista divino che col suo pennello di vento accarezza il cielo e disegna forme bianche così leggere.

Lo guardo stamane, il vento che scompiglia la vita, solletica foglie e alberi, fa volteggiare le mie rondini che felici ringraziano il cielo, la vita.

Dio, il vento, le rondini…sono creativi, sono continuamente capaci di modellare il creato e se stessi.

Ho imparato che essere creativi è medicina, una delle migliori cure per l’intera vita.

Qualcuno scriveva che la creatività non è un sostantivo e nemmeno un verbo: è un luogo, un’unione, un raduno. Onorare la nostra creatività vuol dire osservare, risvegliarci, non essere più solo consumatori del nostro tempo, delle nostre relazioni, delle cose che abbiamo a disposizione, ma anche divenire a nostra volta partecipi, creatori di legami profondi con il mondo e con le cose. L’immaginazione è centrale in questo processo: ci desta dal torpore. Se non nutriamo la nostra immaginazione viva, la nostra anima non sente più, si addormenta, si anestetizza, si allontana dalla commozione, dallo stupore. Occorre rischiare, amare anche nel pericolo, ritrovare il coraggio, il desiderio, la passione.

Forse essere creativi è l’unico modo per vivere senza sopravvivere.

Fra Giorgio

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