Restiamo umani… Per amare la realtà ci vogliono “occhi puri e cuore spazioso”

AMA L’IMPERFETTO TUO PROSSIMO CON L’IMPERFETTO TUO CUORE.

non c'è rosa senza spine By GiuMa

#Siamo tornati da qualche settimana ma il 💗cuore è rimasto a Romena🙏🏻

🌈parlarne é come ritornare la 💗

#RESTIAMOUMANI

la nuova rubrica sul sito di

romena.it

In questo spazio racconteremo storie, personaggi, pensieri, idee che possano aiutarci a non smarrire la bussola dell’umanità.

Leggi gli articoli pubblicati:

goo.gl/M84UXW

www.romena.it/la-fraternita/restiamo-umani

Il viaggio di Adama

Adama Danso era un ragazzo di 22 anni che veniva da Sotokoi, villaggio del Gambia, il più piccolo dei paesi del Continente Africano che fa da sottile sponda all’omonimo fiume. Era in Italia per richiedere protezione da tutto ciò che aveva subìto durante la sua vita, per sfuggire all’incertezza del domani, per costruirsi una vita migliore…

Era ospitato in una delle strutture dell’Associazione Tahomà dedicate all’accoglienza dei richiedenti asilo. Un sogno, non diverso da quello di tanti suoi coetanei e connazionali, che ha costretto Adama al più pericoloso dei viaggi per raggiungerlo: la traversata del…

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La gioia semplice…

“Ricominciare dall’umiltà”, l’intervento di don Luigi

Un mattino di sole. Lo sfondo della Verna. L’abbraccio di un centinaio di collaboratori di Romena. E’ cominciato così il cammino di questo anno speciale di Romena. Don Luigi, accanto alla prima icona della via della resurrezione, ha aperto il cammino con un intervento sulla prima delle otto parole della via: umiltà.

Un intervento che inizia il percorso che si svilupperà fino a fine maggio, per penetrare e dilatare questa parola, e capire come possa entrare in maniera profonda, viva, dentro la nostra vita. E come possa essere vissuta a Romena. Di seguito potete leggere la trascrizione del suo intervento….

>>>romenablog.wordpress.com/2016/04/15

#BuongiornoRomena con le parole di Luigino Bruni:

– L’umiltà, come altre parole grandi della vita, rende più forti e resistenti mentre ci rende più vulnerabili –

C’è gioia anche nel poco

Don Luigi Verdi l’uomo che ridona il sorriso ai più sfortunati

di Gianfranco Micali – IL TIRRENO, 5 gennaio 2010

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Oggi c’è un punto sul quale tutti concordano: viviamo un’epoca confusa, e per tanti, per troppi, anche molto infelice. Cosi parlare di “ricerca della felicità” può apparire, in certi casi, persino stridente. Ma forse è stato cosi in ogni periodo storico, specie nei momenti più bui e difficili. Un cammino che proveremo perciò a intraprendere con alcune guide del nostro tempo, uomini e donne che in mezzo al frastuono contemporaneo e allo “choc” del futur hanno trovato il modo di riflettere con l’aiuto dei grandi pensieri del passato. Uomini e donne che ci parleranno poco della loro felicità e moltissimo di quella degli altri.

Don Luigi Verdi è l’uomo che a prima vista può sembrare il meno indicato a parlare di felicità.Da lui accorrono le persone più infelici della terra: i genitori che hanno perso un figlio. Il luogo più gelido e remoto dal quale cominciare il nostro cammino. Eppure alla Pieve di Romena, sede della sua comunità nel Casentino, incontri persone segnate dalla vita e volti nei quali la speranza ha ripreso a fiorire. Un miracolo persino più grande che conquistare la felicità.

«lo non sono un guru e la mia non è una comunità che protegga o faccia da mamma», spiega Don Luigi. «Io penso che la saggezza spinga a rendere le persone babbi e mamme. di se stessi. L’aiuto che si può dare alle persone è accogliere il dolore,-accogliere la fatica di vivere. L’accoglienza è il primo punto: il secondo è disarmare il meccanismo che distrugge la persona, perché quando sei depresso, distrutto, i tuoi occhi vedono soltanto il negativo, non riescono a scorgere una possibilità nuova. Terzo ridare lo zaino e continuare a farli camminare. Di più sarebbe ingannevole, se vuoi farlo al posto loro.

Non deve essere facile nella realtà questo per corso per chi è disperato e non ha più futuro, nulla in cui credere…

«Il nulla non esiste. Esiste che sei giù e sei sfinito quando tutti i punti di riferimento della tua vita sono crollati. Ma qualcosa ti rimane, qualcosa che è magari la tua dignità di persona, le tue due o tre cose: un angelo accanto, un pezzo di pane,un po’ d’acqua. La definizione più bella di cristianesimo è “portare avanti la vita”.. Un babbo e una mamma disperati, all’inizio non riescono neppure a piangere, infuriati con il mondo, con Dio, con la vita e poi… Che fai? Li accogli, li calmi, fai riaprire gli occhi, e magari cominciano a piangere… La prima fase del pianto, dolcissimo, con lacrime che si asciugano subito da sole. C’è una seconda fase in cui cominciano ad asciugarsi le lacrime, velocemente, per non farsi vedere… Piano piano crei un momento di fiducia, di apertura, di calore, scorrono le lacrime e loro non le asciugano, più. Ecco questo passaggio che è sempre un passaggio di liberazione, dalla disperazione non all’orgoglio ma alla speranza. E la speranza non è mai una certezza, è solo un passo in più, come a dire: guarda, intanto colgo un fiore, apro gli occhi, ricomincio per esempio a sorridere, una cosa che non si permettevano più. Non è un passaggio dalla disperazione all’orgoglio. Anche nel vangelo quando Gesù dice: “Coraggio alzati”, non è l’alzarsi di colpo. Noi siamo troppo prepotenti, per cui siamo disperati e allora combattiamo con la vita. No, calma, io l’intendo come quando uno si sveglia alla mattina, e si distende, è qualcosa di lento,un momento in cui riacquisti un po’ di energie, di pace.

Che cosa pensa della felicità, lei che vede così spesso il suo esatto contrario?

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sabato 10 novembre 2012

L’Amore di don Luigi Verdi

lucianadal.blogspot.com

L’amore ha bisogno di tempo per maturare, come una pianta deve saper resistere con pazienza nelle piogge d’autunno e stare serena nelle tempeste di primavera. Come una pianta, il tempo renderà l’amore umiltà e dolcezza.

Non dipende solo dalla pigrizia se le relazioni umane si ripetono così monotone e senza novità, ma dalla paura del nuovo e dell’imprevedibile che l’amore richiede, dal non lasciare uno spazio aperto che divenga un luogo non solo per accogliere l’altro, ma per la relazione con lui. Uno spazio dov’è consentito deporre le armi, rilassarsi e incontrarsi.

L’amore oltre le parole ha bisogno di gesti e sincerità. I gesti dell’amore sono fatti di piccole attenzioni quotidiane, della sorpresa del cuore quando i passi di chi ami si avvicinano, di sguardi che allontanano le tenebre e proteggono l’amore. Sono fatti di dettagli che nascono dal vicendevole servirsi, dall’intimità, dal respiro e dal parlare della pelle.

La sincerità dell’amore deve essere tanto umile da lasciarsi guardare nella verità e tanto misericordiosa da vedere senza condannare, perché l’amore deve essere sincero più che perfetto.

Non sopporto l’amore che si gonfia di orgoglio o si consuma in una generosità invadente. L’amore vero è discreto e delicato, rispettoso delle ferite e delle emozioni di ogni uomo. Mi piace chi ama una persona senza chiedersi da dove viene e verso dove va, sentendo che solo con spirito puro e libero può camminare con lui.

L’amore non lega, ma libera. L’altro non è la tua metà, né complementare a te, è un’identità che si realizza solo nel rispetto della diversità, nel permettere all’altro di restare di carne, vivo e senza trasformarlo in quel che tu vorresti.

La gelosia, l’ansia e l’intransigenza che nascono nell’amore sono figlie di una paura che non sa vedere l’altro nella sua essenzialità e verità, nella sua luce ed ombra.

Nascono dal non sapere scrutare i segreti del cuore, da un amore che non ha la forza di aiutarci a vivere, a morire, e soprattutto a rinascere di nuovo.

lamore-di-don-luigi-verdi

Momenti di gloria.

Momenti di gioia

Immagini dal web

Agostino d’Ippona: dubitare per credere!

“ Era un angelo del Cielo.”

OpinioniWeb-XYZ

800px-Alessandro_magnasco,_sant'agostino_e_il_bambino,_genova_03Sant’Agostino e il bambino

Sant’Agostino morì ad Ippona il 28 Agosto 430. Ripubblico sotto un post che era stato ispirato dalle sue posizioni teologiche e dall’esperienza della sua conversione. Mi riferisco in particolare alla “razionalità della fede”: per Agostino la fede è un gradino della conoscenza, essa dona “i semi della verità” e quando si tratta di” verità supreme essa purifica il cuore e lo rende capace di accogliere e sostenere la luce della ragione”.

Dubitare per credere

“Sant’Agostino stava scrivendo il suo trattato sulla Trinità e si sforzava di approfondire il grande mistero. Ad un tratto s’accorse che a breve distanza da lui v’era un bimbo, che con una conchiglia attingeva dal mare e la trasportava in una piccola buca, che aveva scavata nella sabbia.
Che fai bimbo? – domandò Sant’Agostino.
Voglio svuotare il mare e metterlo in questa buca, – rispose il bambino.
Ma non vedi che è…

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Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste

www.ponteallegrazie.it/scheda

Per mille anni, a partire dalla «rivoluzione papale» di Gregorio VII, i papi tranne eccezioni si sono rivolti al mondo dicendo: «Lei non sa chi sono io», intendendo dominare «su re e regni», dettare i pensieri dei cuori e determinare le scelte anche più segrete degli uomini e dei fedeli, neanche fossero Dio. Ora c’è la rivoluzione papale di papa Francesco che dice: «Chi sono io?», chi sono io per giudicare, per condannare, per escludere dalla comunione sostituendomi a Dio? E perciò, come san Francesco si spoglia degli abiti del dominio e degli orpelli del potere, apre le porte, va a cercare gli esclusi, sconfessa i violenti, vuole che il denaro non sia signore ma servo e annuncia un mondo dove, dopo una giornata di tormenti, «Buonasera» vuol dire davvero buona sera. E così facendo svela il vero desiderio di Dio. Questo libro racconta questa novità vista da vicino, da Roma, dove dopo due anni di pontificato si è appena agli inizi, mentre grandi forze già scendono in campo per contrastare il nuovo corso della Chiesa.

 UN BRANO

«La cosa più bella è proprio questa: che possiamo tornare ad attaendere. Ad un’Europa stanca e senile, a un mondo che, significato al denaro globale, non si aspetta più niente, papa Francesco ha restituito l’attesa.»

  L’AUTORE

Raniero La Valle

Raniero La Valle è una firma particolarmente autorevole del giornalismo italiano e ha interpretato nel dopo Concilio la sensibilità di molti cattolici più attenti ai temi della libertà, della pace e della giustizia internazionale. Dopo aver iniziato la propria carriera giornalistica nei quotidiani “Il Popolo” e “L’Avvenire”, ha lavorato successivamente per la RAI e per “La Stampa”. Attualmente è direttore di Vasti – scuola di critica delle antropologie e presidente del Comitato per la democrazia internazionale. Continuando inoltre il suo impegno politico e la sua attività giornalistica sulla rivista Rocca, è richiesto conferenziere e apprezzato scrittore

🍀LeggiAmo >>>

www.c3dem.it/wp-content/uploads/2015/05/chi-sono-io-francesco…-la-possibilit%c3%a0-di-tornare-alle-sorgenti-bertani-ore-undici-4.pdf

Nutrire la vita

Noi viviamo ripiegati sulle occupazioni più infime, prigionieri di una ristretta quotidianità utilitarista, dove la vita smarrisce il suo respiro profondo. Se perdiamo la capacità di aprire gli occhi e di estasiarci davanti al meraviglioso spettacolo del creato, perderemo l’entusiasmo per la lode. Esiste una leggerezza che ci è necessario apprendere, una trasparenza che dilati l’anima. E che è, in fondo, ciò che ci permette di attraversare la notte, le avversità e le contraddizioni, con gli occhi fissi sulla piccola fiamma della speranza.”

Così scrive Josè Tolentino Mendonça, scrittore, poeta, teologo portoghese. E come non sentire un’eco del nostro cammino in queste parole? come non incuriosirsi e cercare di conoscerlo e farlo venire a Romena? Ci avevamo provato per il convegno di luglio, ma impegni urgenti e improrogabili non gli avevano consentito di venire. Lo avremo invece con noi al convegno “Nutrire la vita” il 15-16 settembre prossimi, fresco della nomina ad Arcivescovo di Suava da parte di papa Francesco.

Forse alcuni lo conoscono attraverso i suoi editoriali su L’Avvenire, piccole perle di profondità, spiragli di luce che aprono a nuove intuizioni, a semplici e più profonde percezioni. Ma sarà per tutti un piacere ospitarlo ed ascoltarlo a Romena, sarà un altro brivido da cui lasciarsi percorrere: un brivido che correrà lungo nostre schiene, come una benedizione.
Le iscrizioni al convegno sono aperte…

Info e iscrizioni: Tel. 339 7055339

(Lun-Mer-Ven orario 15,30-18,30)

convegni@romena.it 

#NUTRIRELAVITA

Quali sono gli ‘alimenti’ naturali, umani, spiritali che sostengono la nostra vita? Cosa ci serve per nutrire il nostro quotidiano? Il prossimo convegno di Romena apre nuovi, importanti interrogativi su ciò che davvero ci serve per star bene al mondo.

“Nutrire la vita” è infatti l’appuntamento in programma sabato 15 e domenica 16 settembre

Tra gli ospiti JOSÈ TOLENTINO MENDONÇA

Sacerdote e poeta, è una delle voci più autorevoli e note della cultura portoghese. La sua scrittura prende spunti e immagini da molti registri di linguaggio, in particolare da quello poetico, letterario e filosofico. Le sue poesie e i suoi saggi gli hanno valso vari riconoscimenti e traduzioni in numerose lingue. Nel 2014, non a caso, ha rappresentato il Portogallo nella Giornata Mondiale della Poesia. Attualmente è Vice-Rettore e Docente dell’Università Cattolica di Lisbona. E’ stato lui quest’anno a guidare gli esercizi spirituali di Quaresima davanti a Papa Francesco.

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Soul: JOSÈ TOLENTINO MENDONÇA

SU CIÒ CHE È PURO O IMPURO……

ocarm.org/it

ORDINE DEI CARMELITANI, LECTIO

Lectio:  Domenica, 2 Settembre, 2018
Su ciò che è puro o impuro
Gesù realizza il grande disegno del popolo: 
stare in pace con Dio
Marco 7,1-8.14-15.21-23

1. Orazione iniziale

Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

2. Lettura

a) Chiave di lettura:

● Il Vangelo di questa 22ª Domenica del Tempo Ordinario descrive i costumi religiosi dell’epoca di Gesù, parla dei farisei che insegnavano al popolo questi usi e costumi, e delle istruzioni di Gesù riguardo a questo tema. Molti di questi usi e costumi avevano già perso il loro significato e rendevano difficile la vita della gente. I farisei vedevano il peccato in tutto e minacciavano con il castigo dell’inferno! Per esempio, mangiare senza lavarsi le mani era considerato un peccato. Ma questi usi e costumi continuavano ad essere trasmessi ed insegnati o per paura o per superstizione. Tu conosci qualche usanza religiosa attuale che ha perso il suo significato, ma che continua ad essere insegnata? Nel corso della lettura del testo cercheremo di fare attenzione all’atteggiamento di Gesù, a ciò che lui dice riguardo ai farisei ed a ciò che insegna riguardo alle usanze religiose insegnate dai farisei.

● Il testo della liturgia di questa domenica fa una selezione ed omette alcuni versi per rendere il testo meno lungo e più comprensibile. A continuazione, riportiamo il testo integralmente ed offriamo un commento anche sui versi omessi dalla liturgia. Le parti omesse dalla liturgia sono in corsivo.

b) Una divisione del testo per aiutarne la lettura:

Marco 7,1-2: Attacco dei farisei e libertà dei discepoli
Marco 7,3-4: Spiegazione di Marco sulla Tradizione degli Anziani
Marco 7,5: Scribi e farisei criticano il comportamento dei discepoli di Gesù
Marco 7,6-8: Risposta dura di Gesù sull’incoerenza dei farisei
Marco 7,9-13: Esempio concreto di come i farisei svuotano di significato il comandamento di Dio
Marco 7,14-16: Chiarimento di Gesù alla gente: un nuovo cammino per giungere a Dio
Marco 7,17-23: Chiarimento di Gesù ai discepoli

c) Il testo:

Marco 7,1-8.14-15.21-231Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate – 3i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, 4e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame – 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?». 6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7 Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

9E aggiungeva: «Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. 11Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, 12non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, 13annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: 15non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo».

16 Chi ha orecchie per udire, intenda! 17Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. 18E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 20Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo.

21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, 22adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo».

3. Momento di silenzio orante

perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

4. Alcune domande

per aiutarci nella meditazione e nella orazione.

a) Qual’è il punto del testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
b) Secondo il testo, quali sono le usanze che i farisei insegnavano alla gente? Quale critica emette Gesù nei confronti dei farisei?
c) Nel testo, qual’è il nuovo cammino che Gesù segnala alla gente per arrivare a Dio?
d) In nome della “tradizione degli antichi” non osservano il Comandamento di Dio. Ciò succede anche oggi? Dove e quando?
e) I farisei erano giudei praticanti, ma la loro fede era separata dalla vita della gente. Per questo Gesù li critica. Ed oggi Gesù ci criticherebbe? In cosa?

5. Per coloro che desiderano approfondire il tema

a) Contesto di allora e di oggi:

i) Durante questa lectio guardiamo da vicino l’atteggiamento di Gesù nei riguardi della questione della purezza. Marco aveva già affrontato questo tema. In Mc 1,23-28, Gesù scaccia un demonio impuro. In Mc 1,40-45, guarisce un lebbroso. In Mc 5,25-34, guarisce una donna considerata impura. In diversi altri momenti, Gesù tocca i malati fisici senza paura a diventare impuro. Ora, qui nel capitolo 7º, Gesù aiuta la gente ed i discepoli ad approfondire il concetto di purezza e le leggi della purezza.

ii) Da secoli ai giudei, per non contrarre impurità, era proibito di entrare in contatto con i pagani e di mangiare con loro. Negli anni ’70, epoca in cui Marco scrive il suo Vangelo, alcuni giudei convertiti dicevano: “Ora che siamo cristiani dobbiamo abbandonare le antiche usanze che ci separano dai pagani convertiti!” Ma gli altri giudei convertiti pensavano che dovevano continuare ad osservare le leggi relative alla purezza. L’atteggiamento di Gesù, descritto nel Vangelo di oggi, aiuta a superare questo problema.

b) Commento del testo:

Marco 7,1-2: Controllo dei farisei e libertà dei discepoli
I farisei ed alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, osservavano che i discepoli di Gesù mangiavano il pane con mani impure. Ecco tre punti che meritano di essere segnalati: (i) Gli scribi sono di Gerusalemme, della capitale! Ciò significa che erano venuti per osservare e controllare i passi di Gesù. (ii) I discepoli non si lavano le mani prima di mangiare! Significa che la convivenza con Gesù li spinge ad avere il coraggio di trasgredire le norme imposte dalla tradizione, ma che non avevano senso per la vita. (iii) L’usanza di lavarsi le mani che continua ad essere fino ad oggi un’importante norma di igiene, aveva assunto per loro un significato religioso che serviva per controllare e discriminare le persone.

Marco 7,3-4: Spiegazione di Marco sulla tradizione degli antichi
“La tradizione degli antichi” trasmetteva le norme che dovevano essere osservate dalla gente per poter ottenere la purezza voluta dalla legge. L’osservanza della purezza era un tema molto serio. Pensavano che una persona impura non potesse ricevere la benedizione promessa da Dio ad Abramo. Le norme di purezza erano insegnate in modo che le persone, osservandole, potessero aprirsi un cammino verso Dio, fonte di pace. In realtà, invece di essere una fonte di pace, erano una prigione, una schiavitù. Per i poveri, era praticamente impossibile osservarle. Si trattava di centinaia e centinaia di norme e di leggi! Per questo, i poveri erano disprezzati e considerati persone ignoranti e maledette che non conoscevano la legge (Gv 7,49).

Marco 7,5: Scribi e farisei criticano il comportamento dei discepoli di Gesù
Gli scribi ed i farisei chiedono a Gesù: Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi e mangiano il pane con mani impure? Loro fingono di essere interessati a conoscere il perché del comportamento dei discepoli. In realtà, criticano Gesù per permettere ai discepoli di trasgredire le norme della purezza. Gli scribi ed i dottori della legge erano gli incaricati della dottrina. Dedicavano la loro vita allo studio della Legge di Dio ed insegnavano alla gente come fare per osservare in tutto la Legge di Dio, soprattutto le norme relative alla purezza. I farisei formavano una specie di confraternita, la cui preoccupazione principale era quella di osservare tutte le leggi relative alla purezza. La parola fariseo significa separato. Loro lottavano in modo che, attraverso l’osservanza perfetta delle leggi della purezza, la gente riuscisse ad essere pura, separata e santa come lo esigevano la Legge e la Tradizione! Grazie alla testimonianza esemplare della loro vita che seguiva le norme dell’epoca, loro avevano molta autorità nei villaggi della Galilea.

Marco 7,6-8: Risposta dura di Gesù dinanzi alla mancanza di coerenza dei farisei
Gesù risponde citando Isaia: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini. (Is 29,13) Perché i farisei, insistendo nelle norme della purezza, svuotavano di consistenza i comandamenti della legge di Dio. Gesù presenta subito un esempio concreto di come rendono insignificante il comandamento di Dio.

Marco 7,9-13: Esempio concreto di come i farisei rendono inconsistente il comandamento di Dio
La “tradizione degli antichi” insegnava: il figlio che consacra i suoi beni al Tempio, non potrà usare questi beni per aiutare i genitori bisognosi. E così, a nome della tradizione, loro rendevano inconsistente il quarto comandamento che comanda di amare il padre e la madre. Fino ad oggi ci sono persone così. Sembrano molto osservanti, ma lo sono solo esternamente. Internamente, il loro cuore è lontano da Dio! Come dice il nostro canto: “Il suo nome è Gesù Cristo e patisce la fame, vive sul ciglio della strada. E quando la gente lo vede va avanti, per arrivare presto in chiesa!” Al tempo di Gesù, la gente, nella sua saggezza, non era d’accordo con tutto ciò che si insegnava. Sperava che un giorno il messia venisse ad indicare un altro cammino per essere puri. In Gesù questa speranza si realizza.

Marco 7,14-16: Chiarimento di Gesù alla gente: un nuovo cammino per arrivare fino a Dio
Gesù dice alla folla: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo!” (Mc 7,15). Gesù inverte le cose: ciò che è impuro non viene da fuori a dentro, come insegnavano i dottori della legge, ma da dentro a fuori. E così, nessuno più ha bisogno di chiedersi se questo cibo o quella bevanda sono puri o meno. Gesù colloca ciò che puro ed impuro su un altro livello, sul livello del comportamento etico. Apre un cammino per giungere fino a Dio e, così, compie il disegno più profondo della folla. E Gesù termina il suo chiarimento con un’espressione che a lui piace usare: Chi ha orecchie per udire, intenda! Ossia: “E’ questo! Voi avete udito! Ora cercate di capire!” Detto con altre parole, usate la testa ed il buon senso, e analizzate le cose partendo dall’esperienza che avete della vita.

Marco 7,17-23: Chiarimento di Gesù ai discepoli
I discepoli non capivano ciò che Gesù voleva dire con quella affermazione. Quando giunsero a casa chiesero una spiegazione. Questa richiesta meravigliò Gesù. Pensava che loro avessero capito. Nella spiegazione va fino in fondo alla questione della purezza. Dichiara puri tutti i cibi! Ossia, nessun cibo che da fuori entra nell’essere umano potrà renderlo impuro, perché non va fino al cuore, bensì allo stomaco e finisce nella fogna. Ciò che rende impuri, dice Gesù, è ciò che dal di dentro, dal cuore esce per avvelenare il rapporto umano. Ed enumera: “fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Così, in molti modi, per mezzo della parola, del gesto o della convivenza, Gesù aiutava le persone ad essere pure. Per mezzo della parola, purificava i lebbrosi (Mc 1,40-44), scacciava gli spiriti immondi (Mc 1,26.39; 3,15.22 ecc) e vinceva la morte, fonte di tutte le impurità. Per mezzo del gesto, la donna esclusa considerata impura viene guarita (Mc 5,25-34). Per mezzo della convivenza con Gesù, i discepoli hanno il coraggio di imitare Gesù che, senza paura della contaminazione, mangiava con le persone considerate impure (Mc 2,15-17).

c) Ampliando le informazioni:

Le leggi della purezza e dell’impurità al tempo di Gesù

La gente di quell’epoca aveva una grande preoccupazione con la purezza. Le norme sulla purezza indicavano le condizioni necessarie per poter mettersi in presenza di Dio e sentirsi a posto davanti a lui. Non si poteva andare davanti a Dio in qualsiasi modo. Poiché Dio è Santo. La Legge diceva: “Siate santi, perché Dio è Santo!” (Lv 19,2). Chi non era puro non poteva mettersi davanti a Dio per ricevere da lui la benedizione promessa ad Abramo.
Per capire la serietà e la gravità di queste leggi sulla purezza conviene ricordare ciò che succedeva nella nostra Chiesa cinquant’anni or sono. Prima del Concilio Vaticano II, per poter fare la comunione al mattino bisognava essere a digiuno dalla mezzanotte. Chi andava a fare la comunione senza aver digiunato commetteva peccato mortale chiamato sacrilegio. Pensavamo che un po’ di cibo o qualcosa da bere ci rendesse impuri per ricevere l’ostia consacrata.
Anche nel tempo di Gesù c’erano molte cose ed attività che rendevano impura una persona, impossibilitata a mettersi davanti a Dio: toccare un lebbroso, mangiare con un pubblicano, mangiare senza lavarsi le mani, toccare il sangue o un cadavere, e tante altre cose. Tutto ciò rendeva impura la persona, e qualsiasi contatto con questa persona contaminava gli altri. Per questo le persone “impure” dovevano essere evitate. La gente viveva in disparte, sempre minacciata dalle tante cose impure che minacciavano la sua vita. Tutti vivevano impauriti, timorosi di tutto e di tutti.
Ora, con la venuta di Gesù, improvvisamente, tutto cambia! Per la fede in Gesù, era possibile ottenere la purezza e sentirsi bene davanti a Dio senza che fosse necessario osservare tutte quelle leggi e norme della “tradizione degli antichi”. Fu una vera e propria liberazione! La Buona Novella annunciata da Gesù fece uscire il popolo dalla difensiva, e gli restituì la voglia di vivere, l’allegria di essere figlio e figlia di Dio, senza paura di essere felici!

6. Preghiera del Salmo 24 (23)

Chi può salire la montagna di Dio!

Del Signore è la terra e quanto contiene,
l’universo e i suoi abitanti.
E’ lui che l’ha fondata sui mari,
e sui fiumi l’ha stabilita.

Chi salirà il monte del Signore,
chi starà nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non pronunzia menzogna,
chi non giura a danno del suo prossimo.
Otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Sollevate, porte, i vostri frontali,
alzatevi, porte antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e potente,
il Signore potente in battaglia.
Sollevate, porte, i vostri frontali,
alzatevi, porte antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria.

7. Orazione Finale

Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Fonte:http://ocarm.org/

fratel Carlo di Sant’Andrea

Padre Carlo di Sant’Andrea, operatore di miracoli per la gente di Dublino

Padre Carlo in una foto risalente ai suoi sessant’anni
Chi è?
 
Joannes Andreas Houben nacque l’11 dicembre 1821 a Munstergeleen, villaggio dei Paesi Bassi. Durante il servizio militare, quando aveva circa vent’anni, sentì parlare della Congregazione della Passione, fondata in Italia nel XVI secolo da san Paolo della Croce, da poco approdata nel suo Paese.
Ottenuto il congedo, fu ammesso per il noviziato nel convento di Ere, in Belgio, dove assunse il nome di fratel Carlo di Sant’Andrea. Ordinato sacerdote il 21 dicembre 1850, fu inviato in Inghilterra, dove si adoperò per gli immigrati cattolici irlandesi e per l’unità tra i cristiani.
Sette anni più tardi venne mandato al convento di Mount Argus, presso Dublino. La sua fama di uomo virtuoso, dedito al bene delle anime, lo seguì anche in quella destinazione: molti, specie malati, andavano da lui per un consiglio, per confessarsi o per ricevere la sua benedizione, che otteneva guarigioni singolari.
Padre Carlo non lasciò quel convento che per un breve periodo: morì in quel luogo, dopo dodici anni di malattia, il 5 gennaio 1893.
Famoso già in vita come “il santo di Mount Argus”, è stato beatificato il 16 ottobre 1988 da san Giovanni Paolo II e canonizzato il 3 giugno 2007 da Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa di San Paolo della Croce, annessa all’omonimo monastero passionista, a Dublino.
Cosa c’entra con me?

Più o meno in questi giorni, un anno fa, sono andata nella libreria Paoline di Napoli, come faccio ogni volta che vado a trovare i miei parenti. Da quando sono diventata assidua frequentatrice delle librerie cattoliche della città in cui vivo, ammetto che è venuta un po’ meno la magia di trovare qualche articolo particolare, ma spero sempre di trovare qualcosa che altrimenti sarebbe difficilmente reperibile.
Quella volta, nel cestone dei libri in offerta speciale, ho visto la biografia di padre Carlo, che però è fuori catalogo. Non conoscevo affatto il suo protagonista, quindi mi sentivo incentivata a comprarla. A maggior ragione, ho notato che la sua scheda su santiebeati era molto esigua e piena di errori di sintassi: come mi è stato insegnato, le fonti online vanno bene, ma è meglio avere sottomano una buona biografia cartacea. Come spesso mi accade, però, il libro è rimasto a lungo negli scaffali della mia biblioteca. Altre questioni e altre storie da raccontare mi sembravano più urgenti e attuali.
Ho ripreso il libro solo pochi giorni prima di partire per Roma, per il viaggio musicale che ho già documentato, anche perché volevo occuparmi di lui a ridosso dell’Incontro Mondiale delle Famiglie, che si è svolto in questi giorni proprio a Dublino.
Dopo un’iniziale aridità, ho finito con l’appassionarmi anche alla vicenda di padre Carlo. In particolare, ho riconosciuto come i mezzi che lo avevano reso famoso fossero alla portata di tutti, anche se solo i sacerdoti possono adoperare quelli più strettamente sacramentali.
Già in altri casi ho letto di ministri sacri dotati di speciali facoltà, o di altri che, con la loro benedizione, restituivano la salute fisica e la pace interiore. Per restare in Irlanda, penso al Beato John Sullivan, gesuita. Come lui e altri, il nostro Passionista era consapevole del proprio ruolo di tramite tra Dio e gli uomini, riconducendo a Lui i meriti che questi ultimi attribuivano alla sua persona.
Un altro elemento che mi ha attratta in lui è stata la serenità con cui ha affrontato le difficoltà che caratterizzavano l’epoca storica in cui visse e la comunità dove ha trascorso la maggior parte del suo ministero. L’Irlanda di fine Ottocento erano segnate dalla “grande carestia”, che spinse molti a emigrare negli Stati Uniti o nella più vicina Inghilterra. Quelli che restavano erano bisognosi di una guida che li aiutasse a sperare nell’attesa di tempi migliori.
Quanto alla comunità di Mount Argus, aveva varie questioni aperte: soprattutto, l’ampliamento del convento e della chiesa aveva portato i confratelli ad allontanarsi per la questua. Di conseguenza, anche il loro spirito di preghiera e l’osservanza della Regola erano diventate fin troppo rilassate. Padre Carlo, invece, rimase fedele a ciò a cui era tenuto, suscitando la meraviglia dello stesso Superiore generale, padre Bernardo Maria di Gesù (al secolo Cesare Silvestrelli, beatificato proprio insieme a padre Carlo) in visita alla Provincia anglo-irlandese.
Anche il suo atteggiamento autoironico mi ha dato molto da pensare. “Il povero vecchio Carletto” (“Poor old Charlie”) era il soprannome che lui stesso si era affibbiato, riferendosi alle malattie che l’avevano colpito negli ultimi dodici anni della sua esistenza. L’ironia gli permetteva anche di avere il giusto distacco dai fenomeni eccezionali che gli capitavano, come quando, senza scomporsi, ribatté a un confratello che lo prendeva in giro a riguardo: lo stesso Dio aveva creato entrambi, affermò senza distogliere lo sguardo dal proprio caffè.
Il suo Vangelo
 
La Buona Notizia incarnata da padre Carlo è basata sulla disponibilità estrema all’ascolto verso chiunque avesse bisogno di lui. Sentiva di essere, come dicevo prima, un tramite tra l’uomo e Dio e doveva agire di conseguenza.
Ovviamente, non poteva aiutare tutti sollevandoli dai loro mali fisici, ma almeno cercava di consigliarli su quale strada prendere. A un uomo che domandò di poter guarire, ad esempio, scrisse:
Dobbiamo ricordare che la sofferenza è spesso il segno del favore di Dio. Dobbiamo tutti portare le nostre croci; Dio non ha risparmiato neppure la sua Beata Madre dalla sofferenza.
Magari la prima parte non è esattamente condivisibile, secondo un’ottica odierna, ma la seconda è vera eccome. Padre Carlo ha insegnato a tantissimi come portare la propria croce: sono sicura che lo fa ancora oggi, per quella che continua a essere la sua gente.
Su Internet
 
Sito a lui dedicato (in olandese)
Pagina a lui dedicata del sito istituzionale della Congregazione della Passione

chi è il «santo bevitore

Matt Talbot

A Dublino. Ecco chi è il «santo bevitore» a cui papa Francesco renderà omaggio

Stefania Falasca Avvenire

Sabato prossimo, durante il tragitto che lo porterà nella Cattedrale di Dublino per l’incontro con le famiglie, papa Francesco si fermerà a venerare le reliquie di una figura di santità che sembra uscire dritta dalle pagine de La leggenda del santo bevitore di Joseph Roth.

È quella di Matt Talbot, un operaio di Dublino, ex alcolista morto negli anni Venti del ’900. Matt era nato nel 1856 ed era stato uno scolaro molto indisciplinato, tanto che a dodici anni fu messo a lavorare come garzone in un deposito di vino e birra. A tredici anni tornò a casa ubriaco di birra forte. Gli venne trovato un altro lavoro alla banchine del porto: tornava a casa ubriaco di whisky. A diciassette anni vendette anche le scarpe e le calze che aveva indosso per comprarsi da bere. A ventisette anni nessuno voleva più pagargli da bere, lui stesso si beveva tutti i magri guadagni e non era mai in grado di offrire nulla.

Colpito nel vivo da questa umiliazione fece un giorno voto di non bere per tre mesi, ma la sofferenza era tale che giurò a sua madre che lo avrebbe rotto non appena superati i tre mesi. Ma quel voto fu l’inizio della conversione. Cominciò ad andare a Messa ogni giorno, alle cinque del mattino, e a comunicarsi.

Non ruppe mai il voto e insieme al vizio di bere se ne andò anche quello del turpiloquio. Da allora in poi volle dormire su due assi e pregò e digiunò molto. Trovò lavoro in un deposito di legnami. Nel momento in cui decise di dare addio all’alcol, Matt aveva ventotto anni. Ne trascorrerà altri quarantuno nell’abbandono crescente all’amore del prossimo e di Dio, con il quale viene a vivere un’unione così forte da far pensare a lui, irlandese dalla testa ai piedi, come ad un anacoreta della primitiva Chiesa gaelica, trapiantato dalla Provvidenza tra le cataste di legname della ditta Martin di Dublino.

Di temperamento era allegro, piuttosto rozzo nei modi, e finì col dominare per la forza del suo carattere l’ambiente che lo circondava. Non rimproverava mai nessuno. Tuttavia lì dove lavorava i furti cessarono, il turpiloquio non si udì più. Durante i gravi disordini del 1913-1914 si mise al fianco dei lavoratori suoi compagni, offesi da crudeli ingiustizie, tuttavia si rifiutò di partecipare a manifestazioni e piantonamenti.

Si ritirava alle dieci e mezzo di sera, si alzava alle alle due per pregare, alle quattro si vestiva, verso le sei era a Messa, alle otto al lavoro. Lavorava intensamente e gli venivano affidati incarichi di sempre crescente responsabilità. Durante ogni intervallo pregava. Quando la madre con la quale divideva un misero alloggio in una casa popolare morì, si può dire che la sua preghiera si fece continua.

Ci rimangono le sue sgrammaticate annotazioni di carattere spirituale. Era quasi analfabeta, ma piano piano, chiedendo aiuto allo Spirito Santo, aveva acquistato una non comune conoscenza delle cose divine. Non sapeva scrivere senza fare errori, anche elementari, ma sapeva parlare con Dio. La sua lettura principale era la Bibbia, specialmente i Vangeli.

Trovò la maniera di farsi benefattore di chi era più povero di lui, riducendo al minimo le spese personali. Aveva innumerevoli amici e la sua carità non conobbe limiti. Si potrebbe definirlo così: «Gli uomini lo amavano, Matt non sapeva che farsene del denaro».

Nel 1925 morì di un attacco cardiaco per la strada a Dublino. Lasciò scritto: «Il Regno dei cieli fu promesso non a chi ha buon senso o è istruito, ma a a coloro che sono simili a bambini». Non c’è pertanto da meravigliarsi se, sceso il cadavere di Talbot – rivestito dell’abito di terziario francescano – nella fossa del cimitero di Glasnevin, compratagli dai gesuiti di San Francesco Saverio a Dublino, una reale fama di santità già esistente in coloro che avevano avuto la ventura di accostare Matt da vivo, venisse ad estendersi sempre più. Nel 1931 iniziò la causa di canonizzazione e il 3 ottobre 1975 papa Paolo VI proclamò le sue virtù eroiche. Oggi i resti di Matt Talbot riposano nella chiesa di Nostra Signora di Lourdes di Dublino.

www.avvenire.it/amp/chiesa/pagine/santo-bevitore-papa-francesco-dublino

Il deserto nella città

Short Stories – Racconti brevi  

“Vi sono stati alcuni che da un discorso o da una lettura hanno raccolto una sentenza,
una parola, una spiga che ha dato loro da mangiare per tutto il resto della vita.
Quando tu senti una buona spiga,
pigliala e serbala per te e di’: Questa è mia!”

Fra’ Girolamo Savonarola
(Citato da Gianfranco Ravasi, Breviario Laico p. 6)

CONCILIO VATICANO II

LETTURE NEL TEMPO ORDINARIO
(Letture dei giorni – A cura della comunità monastica di Bose)

Hong Kong, Pasqua 1977

Io sono sempre stato “sorpreso” dalla vita.
E siccome credo che Dio sia Vita, così com’ è Luce e così com’è Amore, penso davvero che sia stato proprio Lui a “sorprendermi” nel mio cammino.
Dio è sorpresa. Dio è novità. Dio è creatività.
Quando, dopo il mio lungo soggiorno nel deserto del Sahara, ebbi la gioia di rivedere Papa Giovanni, mi chiese fissandomi con quei suoi occhietti vivaci e penetranti: “Dimmi, prima di andare laggiù in Africa, ci avevi pensato? Era stata una cosa premeditata? Nella tua vita, durante il tuo impegno qui a Roma in Azione Cattolica, non avevi qualche volta intravisto la possibilità di farti piccolo fratello; non avevi mai intuito che la tua vita sarebbe cambiata, che ti saresti fatto religioso… eccetera?”.
No, gli risposi, proprio no. Fu di sorpresa che Dio mi ha chiamato ed è in pochi giorni che decisi l’accettazione di ciò che credevo sua volontà partendo per l’Africa… Non avevo mai pensato prima di allora a questa svolta.
E il Papa, fissando mi con un sorriso: “Capita sovente così. Si va a finire là dove non s’era mai pensato… Anche a me è capitata la stessa cosa… non ci avevo mai pensato”. E continuò a sorridere guardando lontano da una finestra che dava sul lago di Castel Gandolfo.

E così Dio che è “sorpresa” mi ha condotto questa volta in Cina. Ma… non per fare un viaggio in più: ne ho fatti tanti di viaggi. La novità sta che non me l’aspettavo e soprattutto non mi aspettavo ciò che Lui voleva dirmi proprio qui a Hong Kong, in questa città così uguale eppure così diversa da tutte le altre città; su questa immensa portaerei dove sbarcano uomini da tutti i continenti e dove il commercio su scala mondiale riesce a far sorridere i cinesi della Repubblica Popolare con quelli di Formosa e dove nello stesso grattacielo s’incontrano giapponesi, coreani, americani, europei, arabi e indiani, tutti pronti a sorridere pur di far buoni affari.
Mao Tse-tung diceva: “A Hong Kong le galline fanno le uova d’oro” e per questo la manteneva così col suo statuto speciale anche se – se avesse voluto – poteva occuparla in poche ore.
Hong Kong mi è apparsa come la vera città del domani, ancorata su acque senza confini e con strade disseminate all’inverosimile da templi agli idoli come erano Corinto e Atene al tempo di S. Paolo. I nomi dei templi sono: Bank of AmericaThe Hong Kong Shanghai Banking Corporation – Bank of China – The Chartered Bank – Bank of Tokyo – Banque Nationale de Paris – Dredsner Bank – The Chase Manhattan Bank – The Hang Seng Bank – Bank of Bangkok – Amsterdam Bank, eccetera.
Peccato davvero che questi templi abbiano facciate tutte uguali e che la fantasia non abbia piùspazio nella idolatria moderna.
Ma forse è proprio la mancanza di fantasia e immaginazione di questi templi che mi ha fatto trovare la più bella sorpresa tra i giovani cinesi che ho incontrato.
E mi spiego.
Sapendo della mia venuta a Hong Kong un gruppo di amici ebbe la bontà di tradurre le mie Lettere dal deserto in cantonese e di farle uscire a puntate sui giornali locali. lo non so come sia avvenuto: io so che al mio arrivo mi trovai assediato dai lettori. Non mi era mai capitato un fatto di questa portata. Notte e giorno fui assillato da telefonate, incontri, richieste di adunanze, inviti.
E il tema era unico: il Vangelo di Gesù.
Ho ancora davanti a me quegli occhi brillanti dei giovani cinesi che volevano conoscere il Cristo e che mi interrogavano appassionatamente.
Evidentemente i templi degli idoli pagani non avevano conquistato tutti. Lo Spirito del Signore alitava su queste masse di giovani operai, intellettuali, studenti e li interrogava sulle realtà invisibili, sul significato della esistenza, sul perché della vita.
Fratel Carlo, come posso imparare a pregare? Come posso pensare alla presenza di Dio nel mondo?
Cosa significa fare il deserto nella propria esistenza?
Cosa significa “Regno” di Dio?
Come debbo vivere le Beatitudini?
Soprattutto era il Vangelo a inquietarli. Quei giovani educati in una delle varie religioni di Hong Kong sentivano la vecchiezza dei loro catechismi, la staticità delle loro pratiche, l’immobilismo delle loro istituzioni.
Non erano contenti, questo era chiaro. Volevano ascoltare una parola nuova e questa veniva fuori sempre dal Vangelo di Gesù.
Più la religione era in crisi nelle loro coscienze, più il Vangelo picchiava alle porte e il vento dello Spirito s’incaricava di renderlo attuale e appassionante.
Le parole che li galvanizzavano di più erano: Beatitudini – Povertà – Preghiera – Impegno – Comunità – Uguaglianza – Non violenza – Contemplazione – Gratuità – Parola di Dio – Spirito.
Questi giovani educati nei grandi collegi ricchi e puliti della città sentivano 1’attrazione verso i poveri della periferia, gli emarginati, gli oppressi e abbandonate sovente le loro pratiche tradizionali di pietà si raccoglievano a pregare in piccoli gruppi spontanei che prendevano vita un po’ ovunque e che trovavano la loro sede negli innumerevoli grattacieli che danno ad Hong Kong il primato di una città moderna incastonata in una baia che con la baia di Rio de Janeiro si contende il primato della bellezza.
Ma come a Rio si contende anche il primato delle differenze sociali, gli squilibri nella distribuzione delle grandi ricchezze, il sublime e l’orrendo, che reca con sé il miscuglio degli uomini che si passano vicino con le loro lacrime nascoste e con la sete di felicità irraggiungibile.
Sì, è proprio qui a Hong Kong, in questa città dove tutti lavorano come formiche, l’assenza quasi totale della difesa degli operai specie i più poveri. Finché lavori e rendi stai in piedi perché contribuisci alla creazione di questo orribile idolo del potere, ma appena sei malato e vecchio sei fatto fuori senza pensione e assistenza.
Mi diceva una ragazza sensibilissima e povera: “Mio nonno quando ha lasciato il lavoro è rimasto senza aiuto. Ha continuato per un po’ ad arrangiarsi ma quando è arrivato al traguardo delle sue forze, ha lasciato un biglietto in casa ed è scomparso gettandosi da uno scoglio nella baia. 1 cinesi sovente preferiscono morire in silenzio suicidandosi che continuare a pesare sulla famiglia, numerosa e povera”.
È terribile!
Ma è proprio in queste situazioni disumane e feroci che il fenomeno del Vangelo rompe la crosta della terra e irrompe nelle coscienze.
Ed io l’ho talmente sentito che – ve lo confesso per la prima volta nella mia vita ho desiderato vivere ancora per annunciare la parola di Dio.
Non mi era mai capitato di pensarlo. Sarà per debolezza, sarà che per aver fatto esperienza di Dio capisco abbastanza ciò che mi attendo dalla. morte, ho sempre desiderato non allungare la mia permanenza su questa terra.
Ho provato cosa dice S. Paolo al pensiero di sbarazzarsi del peso della terra: “Per me certo la vita è Cristo e morire è un guadagno. Però se la mia vita nella carne può essere utile per il Vangelo, ecco… io esito nel fare la scelta. lo mi sento preso da questa alternativa: da un lato desidero andarmene per essere col Cristo, ciò che è senza dubbio preferibile; ma d’altra parte se dimorare nella carne è più urgente per il vostro bene, sì, questo mi persuade: io so che resterò per essere con voi” (1 Filippesi, 21-25).
Non si può esprimere meglio l’attitudine interiore di chi vive di fede e si sente preso tra l’amore di Dio che lo chiama e l’amore dei fratelli che lo Impegna.
“Sì,  preferisco andarmene ma… se per il Vangelo posso essere utile, allora rimango”.
A Hong Kong ho sentito la gioia di vivere per annunciare la Buona Novella.
Quale felicità annunciare agli uomini che siamo risorti in Cristo, che la storia va verso la vita non verso il caos, che le nostre lacrime sono contate, che tutto ha un significato perché Dio è il Vivente ed è Padre.
Sì, per questo merita vivere, merita prolungare la propria esistenza, merita dire come diceva il Padre de Foucauld:
“Per il Vangelo san disposto ad andare sino ai confini del mondo e vivere fino al giudizio universale”.

Fu al diciassettesimo piano di un immenso building popolare, dove mi avevano dato l’appuntamento dei giovani cinesi per un incontro.
Da ore si parlava del Vangelo, di impegno, di preghiera.
“Fratel Carlo”, mi chiese uno studente cinese di architettura che viveva ad Hong Kong ma aveva i genitori nella Repubblica Popolare nelle vicinanze di Shanghai, “ho letto le tue Lettere dal deserto e ho desiderato conoscerti. Tu sei talmente entusiasta del tempo che hai trascorso laggiù nel Sahara che puoi dare l’impressione della insostituibilità di quella solitudine. lo non posso andare laggiù. Che cosa devo fare? Devo trovare il mio Dio qui nella babele della mia città. Quale strada devo percorrere? È possibile? E se è possibile ti chiedo una cosa: perché non scrivi per noi un libro che ci aiuti a trovare il nostro deserto qui nella città?
“E non dimenticarti della Cina”.
Mi sentii commosso e nello stesso tempo interpretato fino in fondo.
Il giovane studente mi guardava con simpatia. In quel momento nel mio cuore era nato

Il deserto nella città.

Fuori dalla finestra vedevo l’ammasso di grattacieli di Hong Kong che incominciavano ad accendere le luci perché era sera.
Mi ricordai che la stessa scena di grattacieli illuminati l’avevo vista la prima volta a New York. I grattacieli illuminati sembrano diamanti.
Pare impossibile che le cose più brutte diventino così vive e belle investite dalla luce.
No, non c’è niente di veramente negativo. Anche la città, sentina di corruzione e giungla di asfalto, può avere la sua luce e la sua “trasparenza”.
“Il deserto nella città”… continuavo a ripetere tra me guardando fuori dalla finestra e spingendomi lontano, lontano fino all’origine di quella parola” deserto”che era stata depositata nel mio cuore nel più bel momento della mia vita. Ripensai in quel momento alle notti sahariane, alle dune, alle interminabili piste che avevo percorso, alla ricerca dell’intimità con Dio, alle stelle indimenticabili che trapuntavano con tanta discrezione la dolcezza delle notti africane, simbolo profondo delle notti in cui la mia fede era immersa e in cui mi sentivo così bene e così al sicuro.
Il deserto vero, quello di sabbia e di stelle, era stato il mio primo amore e non mi sarei più staccato da esso se non fosse stata l’obbedienza a richiamarmi lontano.
“Fratel Carlo, hai conosciuto l’assoluto di Dio, ora devi conoscere l’assoluto dell’uomo”.
Ed ero ripartito alla ricerca degli uomini.
Ero frastornato e dovetti impiegare un po’ di tempo per ritrovare il mio equilibrio e la mia gioia profonda.
Ma poi Dio mi fece sperimentare che non c’era “luogo” privilegiato dove Lui abitava ma che il Tutto era “luogo” della Sua abitazione e che ovunque tu lo potevi trovare.
“Fare il deserto nella propria vita” mi dicevo, allontanandomi a piccoli passi dalla stabilità di . quella solitudine e camminando verso un mondo totalmente diverso.
Non bastava.
Mi ci voleva Hong Kong per farmi dire che anche la città aveva la possibilità del deserto e che anche i grattacieli potevano diventare luminosi come diamanti.
Bastava avvolgerli nel buio della fede in modo che le luci apparissero come stelle nella notte.
“Ora mi ci provo” dissi al mio giovane interlocutore… “Avevo deciso di non scrivere più libri”… E poi, questo tema “il deserto nella città” mi piace. Corregge in me, e in chi come me si è troppo innamorato della solitudine, l’impressione di voler fuggire.
È così facile la tentazione specie nei… violenti… nei pigri.
Chissà!
Dio è grande!
E poi anche il seno avvizzito di Sara e la vecchiezza di Abramo può dare un figlio, bello come Isacco… se Dio vuole.

Carlo Carretto

>>>> Il perché di questo libro

CARLO CARRETTO
IL DESERTO NELLA CITTÀ
LF Libreria della famiglia, 1979

Ed eccomi qui a rispondere a chi mi ha chiesto di aiutarlo a cercare in città l’unione con Dio, l’intimità con l’Assoluto, la pace e la gioia del cuore, l’Invisibile presente, la realtà divina, l’Eterno.
Intendiamoci subito: non è cosa facile!
Noi viviamo in un secolo tragico in cui gli uomini, anche i più forti, sono tentati nella fede.
È un’epoca di idolatria, di angosce, di paura; un’ epoca in cui la potenza e la ricchezza hanno oscurato nello spirito dell’uomo la richiesta fondamentale del primo comandamento della Legge: “Amerai Dio con tutto il tuo cuore…”.
Come fare a vincere queste tenebre che opprimono l’uomo moderno? Come affrontare questo demone del mezzogiorno che attacca il credente nella maturità della sua esistenza?
Non dubito nel dare una risposta che ho provato sulla mia pelle in un momento difficile della mia vita:

Deserto… deserto… deserto!

Quando pronuncio questa parola sento dentro di me che tutto il mio essere si scuote e si mette in cammino, anche restando materialmente immobile là dove si trova.
È la presa di coscienza che è Dio che salva, che senza di Lui sono “nell’ombra di morte” e che per uscire dalle tenebre devo mettermi sul cammino che Lui stesso mi indicherà.
È il cammino dell’Esodo, è la marcia del popolo di Dio dalla schiavitù degli idoli alla libertà della Terra promessa, alla luminosità e alla gioia del Regno. E questo attraverso il deserto.
Questa parola” deserto” è ben di più che una espressione geografica che ci richiama alla fantasia un pezzo di terra disabitato, assetato, arido e vuoto di presenze.
Per chi si lascia cogliere dallo Spirito che anima la Parola di Dio, “deserto” è la ricerca di Dio nel silenzio, è un “ponte sospeso” gettato dall’anima innamorata di Dio sull’ abisso tenebroso del proprio spirito, sugli strani e profondi crepacci della tentazione, sui precipizi insondabili delle proprie paure che fanno ostacolo al cammino verso Dio.
“Sì, un tale deserto silenzioso è santo ed è una preghiera al di là di ogni preghiera che conduce alla Presenza continua di Dio e alle altezze della contemplazione, dove 1’anima, infine pacificata, vive della volontà di Colui che essa ama totalmente, assolutamente, continuamente” (1) .

Vi dicevo che la parola deserto significa ben di più di un semplice luogo geografico.
I russi che se ne intendono e che su questo ci sono maestri lo chiamano” pustinia”.
“Pustinia” può significare deserto geografico, ma nello stesso tempo può significare luogo dove si sono ritirati i padri del deserto, può significare eremo, luogo tranquillo dove ci si ritira per trovare Dio nel silenzio e nella preghiera, dove – come dice una mistica russa che vive in America, Caterina de Hueck Doherty – “si può elevare verso Dio le braccia della preghiera e della -penitenza in espiazione, in intercessione, in riparazione dei propri peccati e per quelli dei fratelli. Il deserto è il luogo dove possiamo riprendere coraggio, dove pronunciare le parole della verità ricordando ci che Dio è verità. Il deserto è il luogo dove ci purifichiamo e ci prepariamo ad agire come toccati dal carbone ardente che l’angelo pose sulle labbra del Profeta” .
In ogni caso, e qui è la caratteristica che voglio sottolineare, “pustinia” per i russi, e per noi che siamo sulla stessa linea spirituale dell’esperienza mistica, segue l’uomo là dove si trova e non lo abbandona quando di deserto ne ha più bisogno. Se l’uomo non può più raggiungere il deserto, il deserto può raggiungere l’uomo.
Ecco perché si dice: “fare il deserto nella città”.
Fatti una piccola” pustinia” nella tua casa, nel tuo giardino, nella tua soffitta. Non staccare il concetto di deserto dai luoghi frequentati dagli uomini, prova a pensare, e soprattutto a vivere, questa espressione veramente esaltante “il deserto nel cuore della città”.
Il Padre de Foucauld, che fu uno dei più vivaci ricercatori della spiritualità moderna, pose il suo eremitaggio a Beni-Abbes in un contesto tale da rendersi con facilità presente a Dio e presente agli uomini nello stesso momento.

E quando volle costruirvi attorno un alto muro, giunto a mezzo metro lo interruppe per facilitare agli abitanti dell’ oasi di oltrepassarlo per venirlo a trovare.
Il muro rimase… come “segno” del suo monastico isolamento. Il deserto occupò più profondamente la sua vita.
Sì, dobbiamo fare il deserto nel cuore dei luoghi abitati.
È un modo concreto per aiutare l’uomo di oggi.
È un problema attuale. Se ne parla con insistenza.
È nell’aria.
Un mio amico, Pierre Delfieux, che fu con me per due anni nel Sahara, ha iniziato a Parigi una forma di vita religiosa basata proprio sull’impegno di vivere nella grande città l’ideale monastico di lavoro, preghiera, silenzio, liturgia, carità.
Non dubito quando affermo che in pochi decenni ogni città vedrà il miracolo di queste fondazioni “di urto” e lo splendore di uomini e di donne che sanno trasformare “babele” in Gerusalemme e la “deportazione” in luogo di preghiera.

Per intanto incominciamo dal poco, e veniamo al progetto iniziale. Questo libro è stato concepito. come un aiuto a trascorrere una settimana di preghiera più intensa, di ricerca approfondita di Dio nel cuore dei tuoi impegni.
Scegli una settimana qualunque, non fantasticare sulle possibilità ma accetta la realtà com’è.
Tienti vicina la Bibbia come strumento indispensabile e punta sull’ amore che è in te.
Come luogo non preoccuparti, perché tutto è “luogo” di Dio e “ambiente” della Sua presenza.
Per incoraggiarti, ti dirò che quando mi sono convertito avevo fatto del treno il “luogo” della mia preghiera.
Facevo il “pendolare” per motivi di lavoro e tu sai cos’ è un vagone ferroviario che parte e arriva in città al mattino e alla sera, stracarico di operai e studenti. Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigiapigia.
Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla. Leggevo il Vangelo.
Chiudevo gli occhi.
Parlavo e ascoltavo Dio. Che dolcezza, che pace, che silenzio!
La potenza dell’ amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza.
Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre.
Sotto la presa dell’ amore ero in pace.
Sì, doveva essere proprio l’amore a creare l’unità in me.
Difatti gli innamorati che si trovavano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno.
Io bisbigliavo col mio Dio che avevo ritrovato. “Pustinia” .
Fare il deserto nei luoghi abitati.
Fare di un vagone ferroviario un luogo di meditazione e delle strade della mia città i corridoi del mio ideale convento.

Ti dirò subito un’ altra cosa che è molto importante per chi, come te, è molto occupato e dice che non ha tempo per pregare.
Considera la realtà in cui vivi, l’impegno, il lavoro, le relazioni, le adunanze, le camminate, le spese da fare, il giornale da leggere, i figli da ascoltare, come un tutt’uno da cui non puoi staccarti, a cui devi pensare.
Dirò di più: un tutt’uno attraverso il quale Dio ti parla e ti conduce.
Non è fuggendo che tu troverai Dio più facilmente ma è cambiando il tuo cuore che tu vedrai le cose diversamente.
Il deserto nella città è solo possibile a questo patto: vedere le cose con occhio nuovo, toccarle con uno spirito nuovo, amarle con un cuore nuovo.
Teilhard de Chardin direbbe: abbracciarle con cuore casto.
È allora che non occorre più fuggire, alienarsi, chiudersi tra sogno e realtà, spaccarsi tra ciò che penso e ciò che faccio, andare a pregare e poi distruggersi nell’ azione, fare i pendolari tra Marta e Maria, restare perennemente nel caos, avere il ‘ cuore diviso, non sapere dove sbattere la testa. Sì, la realtà ci educa e come!
La realtà è il vero veicolo sul quale Dio cammina verso di me.
Nel reale trovo Dio molto più vitalmente che nei bei pensieri che di Lui o su di Lui mi posso fare.
Specie se è una realtà dolorosa dove la volontà è messa a dura prova e dove riscopro con più evidenza la mia povertà.

Senti cos’è capitato a me in proposito. Quando partii per il deserto avevo veramente lasciato tutto com’è l’invito di Gesù: situazione, famiglia, denaro, casa. Tutto avevo lasciato meno… le mie idee che avevo su Dio e che tenevo ben strette riassunte in qualche grosso libro di teologia che avevo trascinato con me laggiù.
E là sulla sabbia continuavo a leggerle, a rileggerle, come se Dio fosse contenuto in una idea e che avendo belle idee su di Lui potessi comunicare con Lui.
Il mio maestro di noviziato mi continuava a dire: “Fratel Carlo, lascia stare quei libri. Mettiti povero e nudo davanti all’Eucarestia. Svuotati, disintellettualizzati, cerca di amare… contempla…”.
Ma io non capivo un bel nulla di ciò che volesse dirmi. Restavo ben ancorato alle mie idee.
Per farmi capire, per aiutarmi nello svuotamento mi mandava a lavorare.
Mamma mia!
Lavorare nell’oasi con un caldo infernale non è facile!
Mi sentivo distrutto. Quando tornavo in fraternità non ne potevo più.
Mi buttavo sulla stuoia nella cappella davanti al Sacramento con la schiena spezzata e la testa che mi faceva male. Le idee si volatilizzavano come uccelli fuggiti dalla gabbia aperta.
Non sapevo più come cominciare a pregare. ,Arido, vuoto, sfinito: dalla bocca mi usciva solo qualche lamento.
L’unica cosa positiva che provavo e che cominciavo a capire era la solidarietà coi poveri, i veri poveri. Mi sentivo con chi era alla catena di montaggio o schiacciato dal peso del giogo quotidiano. Pensavo alla preghiera di mia madre con cinque figli tra i piedi e ai contadini obbligati a lavorare dodici ore al giorno durante l’estate.
Se per pregare era necessario un r>°’ di riposo, quei poveri non avrebbero mai potuto pregare. La preghiera, quindi, quella preghiera che avevo con abbondanza praticato fino ad allora era la preghiera dei ricchi, della gente comoda, ben pasciuta, che è padrona del suo tempo, che può disporre del suo orano.
Non capivo più niente, meglio incominciavo a capire le cose vere.
Piangevo!
Le lacrime scendevano sulla” gandura” che copriva la mia fatica di povero.
E fu proprio in quello stato di autentica povertà che io dovevo fare la scoperta più importante della mia vita di preghiera.
Volete conoscerla?
La preghiera passa nel cuore, non nella testa.
Sentii come se una vena si aprisse nel cuore e per la prima volta” esperimentai” una dimensione nuova dell’unione con Dio.
Che avventura straordinaria mi stava capitando. Non dimenticherò mai quell’istante.
Ero come un’oliva schiacciata dal torchio.
Al di là della “sofferenza” che dolcezza indicibile mi inondava tutta la realtà in cui vivevo!
La pace era totale. Il dolore accettato per amore era come una porta che mi aveva fatto transitare al di là delle cose.
Ho intuito la stabilità di Dio.
Ho sempre pensato, dopo di allora, che quella era la preghiera contemplativa.
Il dono che Dio fa di sé a chi gli offre la vita come dice il Vangelo: “Chi perde la sua vita la troverà” (Matteo, 10, 39).

E allora: coraggio!
Scegli una settimana per fare “pustinia”, cioè cercare il deserto nel cuore della città, nel mezzo dei tuoi impegni.
Tienti vicina la Bibbia.
Troverai qui per ogni giorno un tema da sviluppare con le indicazioni bibliche necessarie.
Ti ho fissato anche i salmi e le letture per la preghiera del mattino e della sera.
In uno di questi giorni ti confesserai ad un sacerdote.

Cerca di terminare il tuo ritiro con la commemorazione della morte e della Resurrezione di Gesù che è il giorno del Signore, la domenica, prendendo parte ad una Liturgia Eucaristica per comunicarti al Corpo e al Sangue di Gesù.
Se vuoi che il tuo deserto nella città dia frutti immediati e sensibili fa’, ogni giorno – meglio ogni notte – un’ ora di preghiera contemplativa impegnando anche il tuo corpo in un atteggiamento orante come puoi imparare dalle illustrazioni.
Buon deserto!

NOTE

[1] C. de Hueck Doherty: “Pustinia” ou le désert au cceur des villes Cerf, 1977.

www.atma-o-jibon.org/italiano5/carretto_ildesertonellacitta2

 

 

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