invertire la mente…

Metanoète e significa letteralmente “invertire la mente”, cambiare la nòus, il cuore pensante, il dialogo interiore, il logos psichico.

Questo è il tempo o dei frutti o del taglio…

il #Vangelo di questa domenica

Il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che passava Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»… Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!»… Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo.

da Mc 10, 46-52

Bartimèo, una volta riacquistata la vista, comincia a seguire Gesù. La strada è quella che da Gerico porta a Gerusalemme, la città che uccide i profeti. Al termine di questo cammino Gesù incontrerà la morte. Bartimèo, che viene dall’oscurità dei suoi occhi spenti, seguendo Gesù si prepara a entrare in un’altra oscurità: non è lontano il giorno in cui, con i suoi occhi nuovi, vedrà il cielo ottenebrarsi e il “suo” Gesù appeso a un albero infame. Sarebbe però un errore parlare di miracolo imperfetto o addirittura crudele. Il miracolo c’è stato. Gli occhi si sono aperti. Non solo: la luce, attraverso gli occhi, ha raggiunto e rischiarato il cuore. Ora Bartimèo sa che anche nell’oscurità è possibile credere nella luce.

Ci sono notti che sembrano ineluttabili, ma il cuore, pur oppresso dall’angoscia, avverte la vibrazione di una luce lontana che presto verrà a perforare le tenebre. Il vero miracolo è questo. Ciò che conta è avere uno sguardo interiore capace di vedere oltre e lontano.

Luigi Pozzoli

non c'è rosa senza spine By GiuMa

Ama la goccia che fa traboccare il vaso è nascosto lì dentro ogni bel cambiamento.

Gemmiti

In greco il termine convertire suona Metanoète e significa letteralmente “invertire la mente”, cambiare la nòus, il cuore pensante, il dialogo interiore, il logos psichico. Questo è il tempo o dei frutti o del taglio…

Luca 13,1-9

“La Lectio Divina è una fonte genuina della spiritualità cristiana, e ad essa ci invita la nostra Regola. La pratichiamo, quindi, ogni giorno, per acquistarne un soave e vivissimo affetto e allo scopo d’imparare la sovreminente scienza di Gesù Cristo. In tal modo metteremo in pratica il comando dell’Apostolo Paolo, riportato nella Regola: «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del…

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Non commettere adulterio” il tema della catechesi odierna di Papa Francesco

Papa Francesco: “Non si può amare solo finché conviene”

E’ il sesto Comandamento: “Non commettere adulterio” il tema della catechesi odierna. Il Papa parla dell’importanza della fedeltà nelle relazioni umane e, riguardo al matrimonio, insiste sulla necessità di una preparazione adeguata

Adriana Masotti – Città del Vaticano

“Nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà”. Lo ha affermato Papa Francesco all’udienza generale del mercoledì in Piazza San Pietro. Proseguendo l’itinerario sui Comandamenti, Francesco dedica la catechesi di oggi al sesto che dice: “Non commettere adulterio” e subito va al cuore delle relazioni d’amore: (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Non si può amare solo finché ‘conviene’; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: “L’amore vuole essere definitivo. Non può essere ‘fino a nuovo ordine’.”

Cristo è l’Amico fedele che ci accoglie sempre

La fedeltà è infatti “la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile”, anche nelle amicizie. Ed è Cristo, afferma il Papa, che ci mostra l’amore autentico, Lui è l’Amico fedele che ci accoglie e ci vuole bene anche quando sbagliamo o quando non lo meritiamo. E ciascuno di noi ha bisogno di questo amore incondizionato per non sentire in sé “una certa incompletezza”:

Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso.

L’attrazione fisica non basta per una relazione autentica

Francesco sottolinea poi come spesso capiti tra due persone di sopravvalutare l’attrazione fisica che, piuttosto, dovrebbe aprire la strada a un rapporto personale autentico e fedele. E cita San Giovanni Paolo II, secondo cui l’essere umano è chiamato al ‘discernimento degli impulsi del proprio cuore’, mediante la perseveranza e la coerenza. Il matrimonio, prosegue Francesco, richiede perciò “un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla”.

Necessario un tempo adeguato di preparazione

E prosegue: “Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio”. Solo con il suo aiuto, e non sulla base della sola buona volontà o speranza, è possibile per loro dire ‘Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre’.” E qui a braccio Francesco spiega:

E per questo ci vuole, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si gioca. Non si può dire ‘preparazione al matrimonio’ a tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. 

La fedeltà: un valore in tutte le dimensioni della vita

La fedeltà, afferma il Papa, riprendendo i fogli in mano, è infatti “un modo di essere, uno stile di vita”:

Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.

Questo sesto Comandamento, conclude, ci invita a guardare a Cristo, “che con la sua fedeltà può togliere da noi un cuore adultero. (…) Dal suo amore incondizionato deriva la costanza nei rapporti”.

www.vaticannews.va/it/papa/news/2018-10/papa-francesco-udienza-mercoledi-catechesi-sesto-comandamento

“L’attrazione fisica è la base per un rapporto fedele”: Papa Francesco spiega come evitare il tradimento 

Papa Francesco ha spiegato il sesto comandamento, “non commettere adulterio”, nell’Udienza generale di mercoledì 24 ottobre

L’eremo che c’è …all’isolakecè

Hai mai visto i colori d’autunno che circondano l’eremo?

Ulivi, viti, sorgono sul colle che puoi raggiungere attraverso la stradina che si inoltra nel bosco; un luogo dove puoi arrivare a piedi o in macchina per immergerti nella natura.

 

L’ultimo week end di ogni mese l’eremo è aperto per diventare la casa di tutti e il 27 e 28 Ottobre dalle 10.00 di sabato alle 17.00 di domenica Elisa e Matteo saranno custodi per accogliere le persone che hanno il desiderio di donarsi un tempo di:

 

Riflessione – sabato pomeriggio alle 16.30 con “Leggiamo il Vangelo”; insieme ci lasciamo interrogare dalla parola del Vangelo della domenica per far nascere nuovi spunti di riflessione che potranno essere condivisi nella liturgia di domenica alle 17.00 al Convento.

Condivisione – di lavori dentro e fuori, di spazi, di idee e cibo.

 

Movimento – domenica mattina alle 10.00 Matteo propone i cinque tibetani e risveglio muscolare

 

Parola – nel ritrovo domenica pomeriggio alle 16.00 per organizzare riflessioni e canti.

 

La possibilità di vivere l’eremo è aperta a tutti sia per qualche ora come per l’intero week end.

Per informazioni scrivi a lisolakece@libero.it

 

http://eremokece.blogspot.com/2018/10/2728-ottobre-eremo-aperto-per-lultimo.html?m=1

 

http://eremokece.blogspot.com/2018/10/2728-ottobre-eremo-aperto-per-lultimo.html?m=1

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebrezza del vento; vivere è assaporare l’avventura della libertà; vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te – Tonino Bello

https://youtu.be/JTvXxr-h52c

Vivere

è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebrezza del vento; vivere è assaporare l’avventura della libertà; vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te –

Tonino Bello

VIVERE NON È TRASCINARE LA VITA

Dammi, Signore, un’ala di riserva

don Tonino, Vescovo

www.atma-o-jibon.org/italiano4/preg_bello

www0.azionecattolica.it/settori/GIOVANI/sezione/biblioteca/testimoni/donTonino/dTonino_ala

www0.azionecattolica.it

Vannucci dice: “Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene”.
Rumi aggiunge: “Esistono centinaia di modi per inginocchiarsi e baciare la terra”.

www.romena.it

La risposta alla Solidarietà della pastora Lidia Maggi🌹🌻

Ieri, come tantissimi altri amici, abbiamo sentito il bisogno di far sentire a Lidia Maggi e alla sua comunità la nostra vicinanza a seguito dell’incendio doloso che ha gravemente danneggiato la chiesa evangelica di Varese. Stamani Lidia ha scritto sul suo profilo Facebook questo messaggio di risposta che voglio condividere con voi senza alcun commento. Solo con l’invito a leggerlo…

romenablog.wordpress.com/2018/10/09/una-chiesa-in-fiamme-il-grazie-di-lidia-maggi

Cari amici, grazie per la solidarietà, che da tanti luoghi è giunta per la chiesa di Varese. Avrò cura che raggiunga ogni fratello e ogni sorella colpiti dal disagio. L’inagibilità dei locali coinvolge ben tre comunità: La chiesa battista, ma anche la chiesa evangelica ganese e quella avventista che utilizzavano i locali. Tre comunità che, al momento, non hanno un luogo dove potersi riunire per le loro funzioni. Tre comunità sfollate, senza un tetto sulla testa per potersi sentire a casa. L’angoscia della chiesa battista di varese è necessariamente triplicata dalla consapevolezza che questo danno impedisce anche alle altre due chiese sorelle, accolte, di riunirsi. Non sappiamo la matrice dell’atto vandalico. Credo, tuttavia, che in tempi dove si soffia sul combustibile dello scontro identitario, nostra responsabilità è usare tutti gli strumenti in nostro possesso per spegnere gli incendi della rabbia e del rancore. E’ questo il tempo per verificare se l’evangelo è davvero la nostra bussola o se anche noi siamo rimasti contaminati dalla fuliggine dell’astio e del risentimento. I locali si possono riprestinare, ma i danni ai polmoni dell’anima sono permanenti. E’ tempo di imparare a vivere la chiamata ad amare i nostri nemici” e a vincere il male con il bene. Non so chi siano le persone che hanno devastato i locali della chiesa battista di Varese. So tuttavia che sono persone, creature di Dio: che mi piaccia o meno, sono i miei fratelli di cui io sono responsabile. Li immagino arrabbiati e disperati. Anche di questa povertà culturale e relazionale sono chiamata a farmi carico. La chiesa battista di Varese ha perso i suoi locali, ma non è sola e può contare sulla solidarietà reciproca e su quella di tante persone attorno a lei. Probabilmente non è così per chi si ritrova a sporcare, saccheggiare, fino a bruciare spazi che non sente suoi.

Lidia Maggi

Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene

Ho ancora sulla pelle gli abbracci dei miei compagni di viaggio alla marcia della pace, e oggi farò mie alcune loro parole e pregherò con questi nuovi fratelli, portandoli nel cuore.

Che bello prendere consapevolezza che siamo in continuo movimento, in continua trasformazione, e che la vita ci aiuta a evolvere, e che una nuova ‘preghiera’ può abitare i miei giorni.

Vannucci dice: “Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene”.

Rumi aggiunge: “Esistono centinaia di modi per inginocchiarsi e baciare la terra”.

Incontrare altre fedi invita ognuno ad approfondire la propria, a cercarne la bellezza, la verità, a sentirla tua fin nelle viscere.

Solo così posso incontrare gli altri e star bene, è un gareggiare a trovare il meglio che ho sapendo che ognuno farà altrettanto.

Che meraviglia incontrare negli altri cammini tante similitudine, tante parole uguali e che bello sarà incontrarsi e tenerci tutti per mano nel girotondo celeste dell’eternità!

Fra Giorgio

noncerosasenzaspine.com/2018/10/12/lamore-e-tutto/

40 anni fa Karol Wojtyla diventava Papa.

La preziosa eredità dimenticata di Karol Wojtyla

40 anni fa Karol Wojtyla diventava Papa. Il suo è stato un pontificato lungo 26 anni, uno dei più lunghi della storia. Oggi è santo.

l suo Magistero in alcuni passaggi è stato molto importante e merita di essere riscoperto e difeso. Lo ricorda ai lettori del Timone un amico personale del santo papa polacco, il professor Stanislaw Grygiel.

Benedetto XVI indica le principali encicliche di Giovanni Paolo II

Benedetto XVI nel 2014 ha indicato quelle che a suo avviso sono state le principali encicliche di Giovanni Paolo II, documenti forse troppo presto dimenticati. Il dossier del Timone è dedicato proprio a riscoprire queste cinque encicliche, affidando il compito ad alcuni autorevoli collaboratori che ne hanno saputo cogliere l’insegnamento valido ancora per l’oggi.

La Redemptor hominis del 1979, in cui papa Wojtyla, ha scritto Ratzinger, «offre la sua personale sintesi della fede cristiana» e che ancora oggi «può essere di grande aiuto a tutti quelli che sono in ricerca».

In quel documento, scrive monsignor Luigi Negri, si coglie «lo slancio di una Chiesa nella baldanza di annunciare Cristo al mondo, senza complessi di inferiorità».

La «Redemptoris missio» del 1987,

che mette in risalto l’importanza permanente del compito missionario della Chiesa.

Un compito, spiega padre Bernardo Cervellera, che non può essere ridotto a un “fare”. Deve scaturire dall’incontro con Cristo, Salvatore di tutti.

La Evangelium vitae del 1995, dice ancora Benedetto XVI, «sviluppa uno dei temi fondamentali dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sia dal primo istante del concepimento».

Fra le tante cose di questo documento esemplare Flora Gualdani, fondatrice di Casa Betlemme, mette in evidenza la denuncia profetica di una mentalità, quella contraccettiva, che ha minato nel profondo il senso della sessualità umana.

Ad esempio la Fides et ratio del 1998, che offre una nuova visione del rapporto tra fede cristiana e ragione filosofica. «Da ex professore di filosofia», scrive il teologo Mauro Gagliardi, «Giovanni Paolo II esalta la grandezza e l’importanza di quest’ultima per la teologia. Riconosce l’esistenza di una sorta di filosofia universale» o filosofia perennis che deve essere tenuta in precisa considerazione per rispondere alla esigenze della Rivelazione.

La Veritatis splendor del 1993, sui fondamenti della morale.

L’enciclica forse più trascurata e inapplicata tra tutte quelle di Giovanni Paolo II, ma che Ratzinger dice doveroso studiare e assimilare oggi.

Questa enciclica, scrive il cardinale Gerhard Muller, prefetto emerito della Dottrina della fede, dà al lettore «l’impressione di un referto medico conclusivo di una positiva operazione chirurgica. Il paziente era a rischio di paralisi del suo sistema nervoso centrale. Sto parlando della Chiesa…»

Fonte iltimone.org

www.papaboys.org

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it.html

Il grande cantico dell’umiltà

noncerosasenzaspine.com

Rigenerazioni/3  – Una virtù che l’economia non ama, ma che è chiave di futuro

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 09/08/2015

Logo rigenerazioni ridE quando miro in cielo arder le stelle; 
Dico fra me pensando: 
A che tante facelle? 
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?”

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia 

L’umiltà è una di quelle virtù che l’economia e le grandi imprese non amano pur avendone un bisogno vitale. La nostra cultura, sempre più modellata sui valori aziendali, non riesce a vedere la bellezza e il valore dell’umiltà, che così viene umiliata.

Le virtù praticate e alimentate dalle grandi imprese e organizzazioni si nutrono, infatti, dell’anti-umiltà. Per fare carriera ed essere valorizzati occorre dare sfoggia dei propri meriti, mostrare mentalità e atteggiamento “vincenti”, essere più ambiziosi degli altri colleghi-concorrenti. Bisogna cercare e desiderare ciò che si trova in alto, e fuggire dal basso dove c’è la terra, l’humus, l’humilitas.

Il nostro non è un tempo umile. Le generazioni passate e quelle che stanno tramontando, conoscevano e riconoscevano molto bene l’umiltà. Avevano imparato a scoprirla nascosta nella terra, facendo l’esperienza del limite che fa veramente solo chi conosce la terra con le mani. È toccando i mattoni, il legno, gli attrezzi duri del lavoro, i panni poveri, il poco cibo, le macchine nelle fabbriche e nelle officine, che ci si scopriva terra, e dialogando con essa si apprendevano i mestieri e il mestiere del vivere. La cultura delle generazioni che avevano conosciuto le grandi guerre e gli olocausti, riuscendo a salvare la fede in Dio e nell’uomo, era una cultura umile, perché quegli uomini e quelle donne amavano, stimavano, premiavano l’umiltà.

L’umiltà è una virtù della vita adulta. I bambini e giovani non vanno umiliati allo scopo di farli diventare umili. L’umiliazione provocata dagli altri non produce umiltà, ma mille malattie del carattere. La sola umiliazione buona è quella che ci arriva dalla vita senza che nessuno ce la procuri intenzionalmente. Si preparano i bambini e i giovani all’umiltà mettendoli in contatto con la bellezza, con l’arte, con la natura, con la spiritualità, con la poesia, con le fiabe, con la grande letteratura. È incontrando l’infinito che ci si scopre finiti, ma abitati da un soffio di eternità, e quando l’esperienza di toccare l’infinito è accompagnata dalle espressioni più alte dell’umano, la finitezza non schiaccia, ma eleva, il limite non mortifica, ma fa vivere. Quando alziamo gli occhi e sentiamo il cielo “infinito e immortale”, si forma in noi il terreno dove l’umiltà può sbocciare.

L’umiltà, poi, si forma nel rapporto con i propri pari: nel confronto con i compagni, con i fratelli e le sorelle. La riduzione del numero e della biodiversità dei compagni dei nostri bambini, sostituiti da incontri “funzionali” (piscina, musica …) e soprattutto da troppi rapporti “onnipotenti” con le macchine (tv, smartphone, tablet…), inevitabilmente modifica e riduce le occasioni per le buone esperienze del limite, e quindi minaccia lo sviluppo dell’umiltà. Un incontro essenziale per la nascita dell’umiltà è quello con la morte e con la malattia, fin dai primi anni di vita. Nascondere ai bambini la vista dei nonni e dei parenti morti, non portare i ragazzi ai funerali e a visitare parenti e amici malati, allontana e complica l’incontro con la legge della terra e non favorisce la maturazione dell’umiltà. Una educazione senza limite e senza limiti non può educare all’umiltà.

Molti anziani e vecchi sono testimoni e maestri di umiltà, perché la vita ha avuto il tempo necessario per renderli umili. Nelle civiltà precedenti la nostra, la loro presenza era essenziale anche per il magistero di umiltà che esercitavano. La distanza dalla prima terra che li aveva generati e la prossimità alla seconda che li attendeva, offriva una prospettiva diversa e co-essenziale sul vivere, che poteva essere donata a tutti. Anche per questa ragione il mondo delle grandi imprese, costruito su registri psicologici adolescenziali e giovanili (da qui il grande uso di metafore sportive, quasi tutte improprie), non conosce né capisce l’umiltà.

Nell’umiltà si vede nella sua massima espressione una legge universale che ritroviamo al cuore di molte virtù e di altre cose grandi della vita: si diventa umili veramente senza accorgersene. L’umiltà arriva mentre cerchiamo altro: la giustizia, la verità, l’onestà, la lealtà, l’agape. Non può essere programmata, ma può essere desiderata, stimata, attesa come dono dalla vita. E attendendola prima o poi arriva, sorprendendoci. E spesso giunge nei momenti di maggiore debolezza, dopo un fallimento, un abbandono, un lutto, quando da dentro l’umiliazione fiorisce l’umiltà. L’amore per l’umiltà è alla base di ogni vita buona, perché consente di non appropriarsi delle proprie virtù e dei doni ricevuti.

L’umiltà è una virtù indicibile, ed è radicalmente relazionale: sono solo gli altri che possono e devono riconoscere la nostra umiltà, e noi riconoscere la loro, in un gioco di reciprocità che costituisce la grammatica della buona vita civile. È invisibile, ma realissima, e la sappiamo riconoscere – anche se non siamo altrettanto umili, anche se non lo siamo affatto ma desideriamo esserlo: desiderio di umiltà è già umiltà. I suoi frutti sono inconfondibili. Il primo è la gratitudine sincera nei confronti della vita, degli altri, dei propri genitori, che nasce dalla consapevolezza che i miei talenti, i miei meriti, la mia bellezza, sono dono, charis, grazia. L’umiltà è prendere atto della verità sul mondo e sulla vita. Nasce naturalmente, è un atto dell’anima, non richiede sforzi della volontà, è il riconoscimento di quanto emerge un giorno come evidente. Si capisce che nelle cose più belle e grandi la nostra parte è molto piccola, infima, perché ciò che siamo e possediamo lo abbiamo semplicemente ricevuto dalla generosità della vita. Tutto è grazia. Ma per arrivare a questo atto naturale e radicale di gratitudine è necessario un esercizio etico di amore alla verità, che dura tutta l’esistenza adulta, e termina – con quell’ultimo atto di gratitudine – quando ci si congeda, solo riconoscenti e finalmente umili, da questo mondo. L’umiltà allora non è altro che accesso a una verità più profonda. Per questo è un dono immenso.

L’umile è sempre grato. I suoi “grazie”, rari perché preziosi, nascono dalla consapevolezza della bellezza e della bontà di chi gli vive accanto – c’è una bellezza più profonda e più vera delle persone e del mondo che si svela solo agli umili. E solo l’umile sa pregare.

Un secondo segnale della sua presenza è la capacità di dire “scusa” e “perdonami”. Ci sono dei conflitti che non si sanano perché ciascuno è soggettivamente convinto di essere totalmente dalla parte della ragione e così attende che sia l’altro a chiedergli scusa. Ma poiché la certezza della ragione è reciproca, si resta bloccati in trappole relazionali che finiscono per inghiottire famiglie, amicizie, comunità, imprese, a volte interi popoli. Per uscire da queste trappole c’è bisogno di almeno una persona umile, capace di chiedere scusa anche quando pensa di non essere responsabile del conflitto – e magari non lo è veramente. Fa il primo passo della riconciliazione perché gli interessa ricostruire il rapporto malato, prima e di più di vedere riconosciute le responsabilità e le colpe dei vari soggetti coinvolti. Perché sa che solo dopo avere ricomposto il rapporto sarà possibile e necessario ricostruire anche la trama delle responsabilità per i fatti accaduti.

Pronunciare questi “scusa” e “perdonami” è particolarmente difficile, e quindi molto prezioso, nei rapporti gerarchici. È difficile dire con umiltà “scusa” a un nostro responsabile: è molto più semplice non dire nulla, o dirlo per paura o per opportunismo. Ma è ancora più difficile per un direttore chiedere scusa a un proprio dipendente. Nessun regolamento dell’impresa e nessun codice etico glielo chiede. Ma poche parole come un “perdonami” detto da un manager a un lavoratore del sua squadra dà qualità etica e umana all’intero gruppo di lavoro. Sono queste parole che creano spirito di solidarietà e persino di fraternità nell’équipe di lavoro, che riesce a dare tutto nei momenti di difficoltà solo se, e quando, i suoi membri sentono di condividere tutti lo stesso destino, di essere uguali prima delle differenze di stipendio e di responsabilità. Un “grazie” e uno “scusa” sinceri e umili detti da un manager generano più spirito di gruppo di cento corsi di “team building” (formazione di un gruppo di lavoro), che in assenza di queste parole profonde finiscono per assomigliare troppo ai giochi dei nostri figli pre-adolescenti.

L’umiltà, però, come altre parole grandi della vita, rende più forti e resistenti mentre ci rende più vulnerabili. Ringraziare e chiedere scusa nella verità fa manager e dirigenti più fragili in un mondo dove l’invulnerabilità è il primo valore. È come mostrare una ferita, propria e dell’altro, per volerla curare. Ma queste ferite, nel registro tutto maschile delle relazioni d’impresa, non hanno né senso né spazio. E così non guariscono, vengono nascoste, si infettano, e intossicano tutto il corpo.

Il mondo aziendale occidentale soffre una grave indigenza di nuove classi dirigenti perché ci manca tremendamente una cultura dell’umiltà, cancellata da prassi e ideologie ispirate all’anti-umiltà, dove l’umile è soltanto un “perdente”.

La prima lezione dei corsi di leadership dovrebbe essere sull’umiltà. Una lezione che manca ovunque per carenza di docenti e perché l’umiltà non può essere insegnata nelle business school; ma soprattutto manca perché se si iniziasse a lodare l’umiltà e le sue sorelle (la mitezza, la misericordia, la generosità…) l’intera cultura della leadership con le sue tecniche verrebbe completamente ribaltata. L’umiltà educa alla sequela. Un responsabile che non sia stato formato alla sequela – degli altri, di ogni altro, dei poveri, della parte migliore e più vera di sé – non sarà mai una buona guida, un leader.

Il valore di un’intera esistenza si misura dall’umiltà che è riuscita a generare. L’umiltà è fondamentale per vivere e resistere durante le grandi prove. Quando la vita ci fa cadere e tocchiamo la terra (humus), non ci facciamo troppo male e riusciamo a rialzarci se abbiamo imparato a conoscere la terra e siamo diventati suoi amici. Senza umiltà non si raggiunge nessuna eccellenza umana, non si apprende bene nessun mestiere, non si diventa mai veramente adulti. È l’ultima parola di ogni Cantico delle creature.

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«Cristo è pietra di scandalo. Per questo mi fanno un immenso onore quando mi rifiutano: assomiglio un pochino a Gesù che fu pietra di scandalo»

In memoria di San Oscar Arnulfo Romero

L’angelo del Signore annunciò il vespro…
Il cuore del Salvador segnava
24 di marzo e di agonia.
Tu offrivi il pane,
il corpo vivo
– il triturato corpo del tuo popolo;
il suo sangue sparso vittorioso –
il sangue contadino del tuo popolo massacrato
che deve tingere di vini d’allegria l’aurora impedita!
L’angelo del Signore annunciò nel vespro,
e il Verbo si fece morte, un’altra volta, nella tua morte;
come si fa morte, ogni giorno, nella carne nuda del tuo popolo.
E si fece vita nuova
Nella nostra vecchia chiesa!
Stiamo un’altra volta
sul piede della testimonianza,
San Romero d’America Pastore e Martire nostro!
Romero della pace quasi impossibile su questa terra in guerra.
Romero in fior violetto della speranza
Incolume di tutto il continente.

Incolume di tutto il continente.
Romero della Pasqua Latinoamericana.

Povero Pastore glorioso, assassinato a pagamento, a dollaro, a valuta.
Come Gesù, per ordine dell’impero.
Povero Pastore glorioso,
abbandonato
dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…!
(Le curie non potevano comprenderti:
nessuna sinagoga ben costituita può comprendere il Cristo).
I tuoi poveri si ti accompagnavano,
in disperazione fedele
pastore e gregge, allo stesso tempo, della tua missione profetica.
Il popolo ti fece santo.
La ora del tuo popolo ti consacrò nel Kairós.
I poveri t’insegnarono a leggere il Vangelo.
Come un fratello ferito da tanta morte sorella,
tu sapesti piangere, solo, nell’orto.
Sapesti aver paura, come un uomo in combattimento
Però sapesti dare alla tua parola, libera, il suo suono di campana!
E sapesti bere al doppio calice dell’altare e del popolo,
con una sola mano consacrata al servizio.
L’America Latina già ti ha posto nella sua gloria del Bernini
nella spuma aureola dei suoi mari,
nel baldacchino arieggiato delle Ande vigili,
nella canzone di tutte le sue strade,
nel calvario nuovo di tutte le sue prigioni,
di tutte le sue trincee,
di tutti i suoi altari…
Nell’ara sicura del cuore insonne dei suoi figli!
San Romero d’America Pastore e Martire nostro:
nessuno farà tacere la tua ultima omelia!
Dom Pedro Casaldáliga, 90 anni, vescovo cattolico emerito della prelatura di São Felix de Araguaia, teologo spagnolo naturalizzato brasiliano, poeta e autore di numerosi libri, ha scritto tempo fa questa preghiera “a San Romero d’America, pastore e martire nostro“

non c'è rosa senza spine By GiuMa

Oscar Romero: l’opzione per i poveri ”

Oscar RomeroIntroduzione

MONSIGNOR OSCAR ARNULFO ROMERO

San Romero d’America Pastore e Martire nostro nessuno farà tacere la tua ultima omelia Don Pedro Casaldaliga <<<>>> pdf

il coraggio che viene dalla preghiera

Ho avuto paura. Ho passato tutta la notte pensando che una pallottola avrebbe ben potuto attraversare la porta o le finestre (1), confidava Monsignor Romero, ai suoi amici. Parole come queste certificano, qualora ce ne fosse bisogno, la sua santità. Ha messo, con tutti i limiti, la sua umanità a servizio del Regno di Dio e quindi della causa degli oppressi. E noi contempliamo questa disponibilità ed i gesti profetici compiuti con il supporto della Grazia. Radicale e fermo nell’esercizio del suo ministero, fragile nel privato, anche a causa dell’isolamento subito e delle calunnie messe in circolo dai suoi innumerevoli oppositori. Pur attentissimo…

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Innamorarsi della realtà

Eremo di Santa Maria del Cengio

Ermes Ronchi

Conferenza nel convento di S. Maria del Cengio di Isola Vicentina del 4 ottobre 2018, a cura della Casa dei sentieri e dell’Ecologia Integrale.

“Mentre lentamente si spegne la capacità di meraviglia è urgente tornare a guardare la vita con attenzione e delicatezza, saper gustare bene le piccole e le grandi gioie della strada. Dobbiamo creare relazioni buone con tutto ciò che vive: tutto questo per vivere meglio”.