Padre Nostro

Quale-significato-e-traduzione

Il Padre nostro, come tutti i vangeli, è scritto in greco; farne una traduzione nelle varie lingue che non tradisca il senso originario non è semplice. Ora padre Matteo Munari, professore di sacra scrittura a Gerusalemme, nel piccolo ma denso libretto Padre nostro. Piccola guida per capire cosa stai chiedendo  (Edizioni Terra Santa, Milano 2018, pp. 48, euro 4,90)aiuta anche a comprendere l’originale e la possibile traduzione di tale preghiera consegnata da Gesù. Una attenzione particolare è dedicata alla richiesta  “non ci indurre in tentazione” come mostrano il seguente estratto del capitolo dedicato a tale petizione.



Dopo aver chiesto la remissione dei nostri peccati, chiediamo al Signore di aiutarci a non cadere di nuovo nelle trappole del maligno. Si è discusso tanto e ancora si discute sul modo migliore di tradurre questa sesta e ultima petizione. In alcune parrocchie, per preparare i fedeli al momento in cui la traduzione del Padre Nostro della CEI 2008 verrà adottata nella liturgia, al posto di dire “e non ci indurre in tentazione” (CEI 1974), già si dice “e non abbandonarci alla tentazione”. Perché è stato deciso di cambiare la traduzione di questa petizione? Perché confondere i fedeli dicendo loro che finora hanno pregato con le parole sbagliate? 

Come per ogni preghiera che rivolgiamo al Padre, è bene cercare di capire il senso di quello che chiediamo. […]

La versione che troviamo nella Bibbia CEI del 1974 è la traduzione letterale di quanto è scritto in greco: “e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. La Bibbia CEI del 2008 offre invece una traduzione a senso che cerca di evitare una distorsione dell’idea di Dio nella mente di chi prega: “e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”. Ora, perché nel Nuovo Testamento si trova una frase che rischia di darci una visione quasi demoniaca di Dio, al punto che ci vediamo costretti a inventarci una frase che non esiste nel testo biblico? In questo passo, come in altri, dobbiamo assolutamente ricordare che la lingua nella quale Gesù ha parlato ai discepoli è l’aramaico. […]

Nelle lingue semitiche, come l’ebraico o l’aramaico, esistono forme verbali che hanno un valore causativo. Per il verbo “entrare”, esiste ad esempio una forma causativa che significa “fare entrare”. Come in italiano, così anche nelle lingue semitiche, le forme o le costruzioni causative possono avere un aspetto permissivo: “ho fatto entrare il gatto” può infatti significare “ho obbligato il gatto a entrare” o “ho permesso al gatto di entrare”. Quando esprimiamo la negazione dei verbi causativi, possiamo intendere diverse cose: “non ho fatto entrare il gatto” può significare “non ho obbligato il gatto ad entrare” o “non ho permesso al gatto di entrare = ho impedito al gatto di entrare = ho fatto qualcosa per evitare che il gatto entrasse”. Il problema nasce quando si deve tradurre una poesia o una preghiera da una lingua semitica a una indoeuropea. Porto soltanto un esempio per chi vuol seguire un ragionamento complesso.[…]

Così dobbiamo immaginare che il significato originario della sesta petizione fosse questo: “Padre fai qualcosa affinché non entriamo in tentazione” o meglio ancora, “Padre fai qualcosa perché non cadiamo in tentazione”. “Entrare in tentazione” in italiano equivale infatti ad “avere una tentazione” mentre in aramaico il significato è più spesso quello di “cadere in tentazione”. […]

Quando il Padre Nostro fu tradotto dall’aramaico al greco, per evitare di appesantire la frase con una lunga perifrasi, venne usato soltanto un verbo, che significa “indurre” = “far entrare”. […]

Alla luce di quanto detto, qual’è la traduzione migliore in italiano? A mio avviso sarebbe bene dire “fa’ che non cadiamo in tentazione” o “non lasciarci cadere in tentazione”. In questo modo infatti chi prega capisce meglio ciò che sta dicendo. In ogni caso tuttavia, pregheremo nel modo che i nostri vescovi ci indicheranno. L’importante è che a ogni fedele venga spiegato chiaramente quello che sta chiedendo e quanto può aspettarsi da Dio come risposta. […]

Quello che chiediamo a Dio è che egli ci impedisca di cadere nelle trappole del maligno. In che modo? Prima di tutto donandoci la lucidità per scoprire dove sta l’inganno e poi dandoci la forza per non cadere o, quando proprio non ce la facciamo, intervenendo per impedire che cadiamo. Il Signore ascolta la nostra preghiera!

Aggiunte del segretario coordinatore Paul Freeman 

Modifica del Padre nostro 
Per comprendere bene questa pericope evangelica occorre chiarire il termine tentazione. Sia in oggetto che in azione. 
Nel contempo occorre chiarire bene il ruolo pedagogico che Dio ha con noi. E questo si desume sia da come Egli conduce nella prova e nella tentazione (pur non diretta ma permessa) le grandi figure bibliche. Inoltre la misura del “bene e del male” pur chiaramente rivelata ci sfugge nella totalità degli eventi microscopici e macroscopici e solo Dio è capace di guidare “nella tentazione”, intesa come “prova”.
 
Infine c’è poi la dimensione di comprensione pastorale.
 
Le traduzioni vengono fatte, in genere, per entrare più agevolmente nel senso comune e fornire una comprensione più immediata e non distorta della Parola tradotta.
 
Come spiega Padre Matteo, l’aramaico originale ha una polifunzionalità nel linguaggio che il greco, più analitico, ha necessariamente ridotto.
 
Insomma per capirci, nell’originale, è molto probabile che si intendesse qualcosa che per gli uditori era chiaro. E che cosa era chiaro sia per gli uditori, fatte salve alcune correnti minoritarie,
e che cosa era chiaro che Gesù stesse dicendo ai suoi discepoli?
Tratteggiamo sinteticamente i seguenti cinque punti:
 
1 – Dio non tenta nessuno al male e al peccato;
 
2 – Dio a volte ci conduce nella prova, in diverso ordine e grado;
 
3 – Dio permette la tentazione del nemico per un bene maggiore, non certo per farci cadere nel male;
 
4 – Dio ci porta all’essenzialità e la scarnificazione della prova perché possiamo ricordare (fondamentale) che senza di Lui non ne usciamo. Chiedere dunque di “non abbandonarci” è dunque decisivo nel ricordare al nostro cuore la Sua Paternità;
 
5 – Dio è Signore della Storia. Anche personale. E solo Lui orchestra ogni prova e tentazione per un bene compiuto, perché ci ama.
 
Risuona il senso autentico dell’affermazione di Giobbe: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?” (Gb. 2,10).
 
Ora questi 5 significati “inclusi” nell’originale sono stati necessariamente “ridotti”.
 
Occorre anche ricordare che
 Eisphéro (εισφέρω) con l’accusativo ha proprio la sfumatura significante l’esporre, far entrare.
In effetti sia la prova che la tentazione, distinte per natura ed agente (anche se la tentazione nell’ottica provvidenziale che dicevamo può essere una prova)
 è come “entrare” in un territorio oscuro, difficile. A noi nuovo e talvolta ostile. Infatti S. Ambrogio preferiva tradurre con:«non permettere che cadiamo nella tentazione» (Et ne patiaris induci nos in temptationem, sed libera nos a malo. Vide, quid dicat: ‘Et ne patiaris induci nos in temptationem’ quam ferre non possumus. Non dicit ‘ non inducas in temptationem’, sed quasi athleta talem vult temptationem, quam ferre possit humana condicio et unusquisque, ut ‘a malo’ hoc est ab inimico, a peccato liberetur.” – S. Ambrogio, De Sacramentis, V, cap. 4, 18-30). 
Da cui dunque, per motivi catechetici e teologici, arriviamo al presente “non ci abbandonare alla tentazione”, il quale risponde meglio a questa visione, più corretta nella conceptio biblica ed aramaica, anche se Padre Matteo preme che sia spiegato poi, giustamente, nella catechesi.
«Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11, 1) 

Questo è decisivo.
Per conoscere e comprendere il Padre Nostro ci può certamente aiutare l’analisi linguistica, filologica, filosofica e teologica ma, anzitutto, occorre il catecumenato esperienziale che necessita non solo di catechesi ma di gradualità e di laboratorio orante.
Perché è l’esperienza del Padre che illumina il Padre Nostro e nel contempo è l’esperienza del Padre nostro, ruminato, pregato, ritmato, che crea il nostro personale e comunitario rapporto con il Padre.

Modifica del Gloria
Qualche piccola nota sul Gloria. Qui la questione è meno complessa in quanto il testo in greco di Luca 2,14 ha
«



Per il testo del Padre Nostro vale la pena ricordare anche i seguenti numeri del CCC e relative note

VI. « Non ci indurre in tentazione »

2846 Questa domanda va alla radice della precedente, perché i nostri peccati sono frutto del consenso alla tentazione. Noi chiediamo al Padre nostro di non « indurci » in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa « non permettere di entrare in », 133 « non lasciarci soccombere alla tentazione ». « Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male » (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta « tra la carne e lo Spirito ». Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza.

2847 Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell’uomo interiore 134 in vista di una « virtù provata », 135 e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte. 136Dobbiamo anche distinguere tra « essere tentati » e « consentire » alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è « buono, gradito agli occhi e desiderabile » (Gn 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte.

« Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere ». 1372848 « Non entrare nella tentazione » implica una decisione del cuore: « Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. […] Nessuno può servire a due padroni » (Mt 6,21.24). « Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito » (Gal 5,25). In questo « consenso » allo Spirito Santo il Padre ci dà la forza. « Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla » (1 Cor 10,13).

2849 Il combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul tentatore, fin dall’inizio 138e nell’ultimo combattimento della sua agonia. 139 Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. 140 La vigilanza è « custodia del cuore » e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo nome. 141 Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. 142 Questa domanda acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale. « Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante » (Ap 16,15).

(133) Cf Mt 26,41.

(134) Cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2 Tm 3,12.

(135) Cf Rm 5,3-5.

(136) Cf Gc 1,14-15.

(137) Origene, De oratione, 29, 15 e 17: GCS 3, 390-391 (PG 11, 541-544).

(138) Cf Mt 4,1-11.

(139) Cf Mt 26,36-44.

(140) Cf Mc 13,9.23.33-37; 14,38; Lc 12,35-40.

(141) Cf Gv 17,11.

(142) Cf 1 Cor 16,13; Col 4,2; 1 Ts 5,6; 1 Pt 5,8.

 Vd anche
https://www.uccronline.it/2018/08/15/il-papa-riscrive-il-padre-nostro-no-la-modifica-sulla-tentazione-risale-al-2008/

e

https://www.uccronline.it/2018/11/18/cambia-il-padre-nostro-una-modifica-richiesta-dal-card-giacomo-biffi/?fbclid=IwAR1_a85Bh2_sVm41_siY2RUuOEy_qiEz0QLNg15Mu_FVWSJacU4Tgu9cr8A

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