IV Domenica di Quaresima – Laetare

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Don Fabio Rosini

Domenica della Letizia

figlioprodigo

Ermes Maria Ronchi

NON HA FIGLI DA BUTTARE, DIO.

La parabola più bella, in quattro sequenze narrative.
Prima scena. Un padre aveva due figli. Nella bibbia, questo incipit causa subito tensione: le storie di fratelli non sono mai facili, spesso raccontano drammi di violenza e menzogne, riportano alla mente Caino e Abele, Ismaele e Isacco, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe e i suoi fratelli, e il dolore dei genitori.
Un giorno il figlio minore se ne va, in cerca di se stesso, con la sua parte di eredità, di “vita” . E il padre non si oppone, lo lascia andare anche se teme che si farà male: lui ama la libertà dei figli, la provoca, la festeggia, la patisce. Un uomo giusto.
Secondo quadro. Quello che il giovane inizia è il viaggio della libertà, ma le sue scelte si rivelano come scelte senza salvezza (sperperò le sue sostanze vivendo in modo dissoluto). Una illusione di felicità da cui si risveglierà in mezzo ai porci, ladro di ghiande per sopravvivere: il principe ribelle è diventato servo.
Allora rientra in sé, lo fanno ragionare la fame, la dignità umana perduta, il ricordo del padre: ‘quanti salariati in casa di mio padre, quanto pane!’. Con occhi da adulto, ora conosce il padre innanzitutto come un signore che ha rispetto della propria servitù (R. Virgili). E decide di ritornare, non come figlio, da come uno dei servi: non cerca un padre, cerca un buon padrone; non torna per senso di colpa, ma per fame; non torna per amore, ma perché muore. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in cammino, a lui basta il primo passo
Terza sequenza. Ora l’azione diventa incalzante. Il padre, che è attesa eternamente aperta, “lo vede che era ancora lontano”, e mentre il figlio cammina, lui corre. E mentre il ragazzo prova una scusa, il padre non rinfaccia ma abbraccia: ha fretta di capovolgere la lontananza in carezze. Per lui perdere un figlio è una perdita infinita. Non ha figli da buttare, Dio. E lo mostra con gesti che sono materni e paterni insieme, e infine regali: “presto, il vestito più bello, l’anello, i sandali, il banchetto della gioia e della festa”.
Ultima scena. Lo sguardo ora lascia la casa in festa e si posa su di un terzo personaggio che si avvicina, di ritorno dal lavoro. L’uomo sente la musica, ma non sorride: lui non ha la festa nel cuore (R. Virgili). Buon lavoratore, ubbidiente e infelice. Alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore che non ama le cose che fa, e non fa le cose che ama: io ti ho sempre ubbidito e a me neanche un capretto… il cuore assente, il cuore altrove.
E il padre, che cerca figli e non servi, fratelli e non rivali, lo prega con dolcezza di entrare: è in tavola la vita.
Il finale è aperto: capirà?
Aperto sull’offerta mai revocata di Dio.

Commento al #Vangelo di domenica 31 marzo 2019

Ho ascoltato il silenzio di Dio.

“DIO E’ IN CIELO E TU SEI SULLA TERRA; SIANO POCHE LE TUE PAROLE” (Qo 5,1)

Vicenza, Centro “Mons. Arnoldo Onisto”, 25 marzo 2019

La sintesi dell’intervento di don Luigi Verdi

alla Scuola del lunedì 

don Luigi Verdi

responsabile della Fraternità di Romena (AR)

Don Luigi ha esordito affermando che la sua ricerca del silenzio di Dio avviene dentro le persone, dentro la storia quotidiana degli uomini e delle donne che incontra ed è una ricerca che si sforza di andare al nocciolo della realtà, senza perdersi negli inevitabili meandri. Il silenzio di Dio è da intendere come un segno del dialogo che si instaura con l’uomo e, pertanto, chiede, da parte di questi, che le parole, prima di essere pronunciate, siano masticate, oggetto di profonda riflessione, a partire dal fatto che nessun essere umano possiede la verità. Emerge così l’immagine, ben presente nella Bibbia, del mendicante di Dio, il quale cerca la luce e la trova proprio nella Parola, all’interno comunque di una relazione faticosa, dove il silenzio divino è apparente, perché non dice assenza, ma una presenza non sostitutiva. E questo per la ragione che a Dio sta a cuore l’uomo, la sua realizzazione, la sua gioia.

Il relatore ha, quindi, proseguito il suo intervento, fermando l’attenzione su 6 aspetti della realtà dei nostri giorni che lui ritiene problematici. Si è, innanzitutto, soffermato sul numero 6, che, nella tradizione ebraica, si riferisce al diavolo e si contrappone al numero 7, simbolo della pienezza. I 6 punti sono:

1) la solitudine e il mutismo nel dolore,

2) la responsabilità,

3) la consapevolezza,

4) l’ansia della fretta, la frenesia, la logica del “tutto e subito”,

5) lo scollegamento tra il sogno e la vita,

6) la volontà uccisa.

Analizzando questi aspetti, don Luigi ha fatto una lettura critica del nostro tempo, evidenziando la mentalità corrente preoccupata di dare subito risposta ad ogni domanda ed auspicando la maturazione di una nuova catechesi, capace di abitare le domande nel senso di vivere dentro la storia e di guardare in faccia la realtà, senza addolcirla per renderla più accettabile. Questa prospettiva è urgente per cercare di affrontare in modo diverso il nostro tempo, il quale non è cattivo o malato, semplicemente è vuoto.

Un vuoto che don Luigi ha letto, aiutato dal pensiero di un grande filosofo, Friedrich Nietzsche (1844 – 1900), il quale, parlando del nichilismo, mette in luce questi punti:

1) la stanchezza, dovuta al fatto che l’uomo ha smesso di camminare e si è adagiato;

2) la solitudine;

3) la mancanza di un luogo dove sentirsi a casa;

4) l’avvelenamento causato dall’antico serpente, che determina una crescita della cattiveria, dell’egoismo, dell’irritazione, della violenza (che altro non è che l’incontro dell’egoismo con la paura).

Questa chiave di lettura permette di capire meglio il nostro tempo, caratterizzato dalla logica dei muri, i quali, se da un lato difendono, dall’altro ingabbiano. Una mentalità che interessa anche molte comunità, quando il capo impone se stesso ed esse crescono al punto tale di doversi organizzare in modo rigido e complesso. Don Luigi ha portato l’esempio della Fraternità di Romena, che egli auspica rimanga una pieve e non si trasformi in una abbazia.

Un secondo tema trattato dal relatore ha riguardato la domande religiosa del nostro tempo. Il punto di partenza è stata l’affermazione che, per essere cristiani, il Battesimo non è sufficiente, perché è necessario voler diventare come Dio nel senso di essere in vera, profonda e sincera relazione con lui. Ciò comporta vigilare, affinché la religione non acquisisca il carattere di un sistema rassicurante, tentazione sempre viva. Per secoli si è detto che non c’è salvezza fuori di Cristo e della Chiesa. E’ da augurarsi, invece, che tutti possano essere in Cristo, in quanto Cristo è per tutti (cfr. anche un intervento di Joseph Ratzinger del 1973). Don Luigi, in questo contesto, ha voluto richiamare il pensiero di Giacomo Leopardi, il quale, nella celebra poesia “L’infinito”, ricorda che la vita è oltre ciò che vediamo e tocchiamo, ed un anziano contadino, suo vicino di casa, il quale, pur dichiarandosi non credente, spera in un oltre la morte.

Nel terzo punto dell’intervento il relatore ha parlato della Chiesa che lui sogna ed ama, presentandone 5 caratteristiche, fondate su un pensiero di Jean Guitton (1901 – 1999), che diceva che la Chiesa di oggi è chiamata ad affrontare una sfida tra un umanesimo degradato ed un cristianesimo autentico. Le caratteristiche sono:

1) la responsabilità condivisa, per cui la gerarchia non può essere un alibi, una scusa per disimpegnarsi;

2) la normalità, intesa come armonia fra leggerezza e disciplina;

3) un cristianesimo semplice e naturale, perché lì c’è Dio (cfr. episodi evangelici della samaritana, di Zaccheo, dei discepoli di Emmaus);

4) un cristianesimo più femminile, nel senso di una mentalità non solo maschilista, ma completata con la misericordia, l’emozione, lo sguardo d’amore, il pianto, più propriamente femminili;

5) un ordine personale, che richiede un serio lavoro su di sé e che si fonda su: perdono, dignità e libertà, forza della debolezza, fedeltà, preghiera. Questi elementi risultano indispensabili per diventare monaci nella città, nel senso di persone unificate.

L’ultimo tema affrontato da don Luigi ha riguardato l’impegno ad innamorarsi di un cristianesimo più autentico e leggero. L’obiettivo può essere raggiunto, tenendo presenti tre debolezze della Chiesa, messe in luce dal card. Carlo Maria Martini (1927 – 2012):

1) un’umanità poco sensibile,

2) la preoccupazione di vincere,

3) la mancanza della gioia.

Ad esse il relatore ha affiancato tre impegni necessari:

1) puntare più a raccogliere che accogliere,

2) vivere più che progettare,

3) credere che la vita è senso non ha senso.

Infine, tre dimensioni da cercare, curare e difendere, perché necessarie ma minacciate dalla modernità: la bellezza, la tenerezza, la gioia.

Massimo Pozzer

www.diocesi.vicenza.it


Ascolta l’intervento di don Luigi Verdi

don Luigi Verdi alla Scuola del lunedì del 25 marzo 2019

 

Vicenza, Centro “Mons. Arnoldo Onisto”

“DIO E’ IN CIELO E TU SEI SULLA TERRA; SIANO POCHE LE TUE PAROLE” (Qo 5,1)

SCUOLA DEL LUNEDÌ 2018-2019

QOHELET: LA PROFEZIA DELLE DOMANDE IN UN MONDO DI APPARENZE E DI RISPOSTE IMMEDIATE

“Qohelet è guida leale nell’edificazione di una vita adulta, non ideologica, vera,

un amico scomodo e a volte sconcertante, che ci ama perché non ci molla

finché non tentiamo di rispondere alle sue domande dolorose e liberatrici”

(Luigino Bruni)

 

La Commissione per la formazione permanente del Clero propone una serie di incontri formativi sul testo biblico di Qohélet.

Gli incontri inizieranno lunedì 18 febbraio 2019, dalle ore 9.15 alle 11.30, presso il Centro pastorale “Mons. Arnoldo Onisto”, Borgo S. Lucia 51 – Vicenza.

>>>>www.diocesi.vicenza.it/home_page/clero/00006427_Scuola_del_Lunedi_2018_2019___Sessione_unica.

PROGRAMMA 

Sessione Unica (febbraio – marzo 2019)

Vai al programma delle lezioni 2018-2019

 

Es. …

 QOÈLET

PAROLE MALATE……PAROLE GUARITE

sig.ra Maria Pia Veladiano

dirigente scolastico e scrittrice

La pazienza può far germogliare delle pietre a condizione di saper aspettare

COMPASSIONE E PAZIENZA:GESTI UMANI E DIVINI

Da un’omelia di don Luigi Verdi

Mi colpisce che tutti i giorni ascoltiamo di morti e sentiamo il peggio del peggio, ma ormai non ci tocca più nulla, tutto è scontato, li consideriamo semplicemente numeri e cominciamo a sentire il dolore solo quando capita a noi, quando capita nelle nostre famiglie. Io speravo che almeno rimanesse un po’ di compassione. Gesù quando ha compassione fa gesti molto umani: piange per la morte dell’amico Lazzaro, lava i piedi ai suoi amici e la cosa più bella è quando tocca la bara del figlio della vedova di Nain. Noi le poche volte che amiamo, possiamo fare gesti molto divini. Ricordo una mamma a cui stava morendo un figlio di 10 anni per leucemia e negli ultimi momenti della vita del suo bambino lei gli teneva la mano, e piangeva, e le lacrime scendevano giù, e lei beveva quelle lacrime perché non voleva che scivolando giù potessero cadere sulla mano del bambino e lui potesse accorgersi che lei stava piangendo. Ecco queste cose sono divine. Sarebbe bello ritrovare la compassione: spesso siamo sordi, ciechi, addormentati di fronte al dolore; per smuoverci di fronte a questa durezza di cuore, Dio non usa la condanna, sarebbe normale se lui venisse qui ci desse due schiaffi e ci condannasse, forse sarebbe meglio, ci farebbe meno male; invece lui usa la pazienza, dice “Non capiscono ancora, aspettiamo”. Dio fa come fa una mamma di fronte a un figlio sciagurato, che non trova pace, e lei usa la pazienza, spera, spera, attende. Jung dice che la nostra visione si chiarirà soltanto quando andremo a guardare nel nostro cuore: chi guarda all’esterno sogna, chi guarda all’interno si risveglia. Gesù dirà “ama il prossimo come te stesso” ; in ebraico la parola prossimo vuol dire proprio la non luce ed è molto bello: ama la non luce, quello che non illumina, il difetto della persona che hai accanto, ama la non luce come ami la luce. Amare in ebraico è fecondare, introdurre germi di vita, e allora l’amore vero é questo: amare anche ciò che non è luce. L’amore vero è mettere un seme di buono perché la vita riprenda. Gesù guarda le radici dell’albero: quell’albero non dà frutto e Gesù invece di guardare i rami senza frutti, guarda le radici dell’albero; tornare alle radici è tornare all’ essenziale, è sfondare tutte le abitudini superficiali, le costruzioni artificiose che ci siamo fatti, per arrivare al cuore della vera libertà, ai valori più preziosi, a un amore verso tutto e verso tutti, a una vita vissuta con un cuore sincero. Vi auguro un cuore che sia ancora vivo. Ci sono alcune persone che ci salvano dalla disperazione, ci sono alcune persone che fanno gesti molto divini, che impediscono così a questo mondo di morire.

Luigi Verdi

Ricominciare dall’umiltà

Una bellissima riflessione di don Luigi Verdi, fondatore della Fraternità di Romena, sull’umiltà e sulle nostre radici. Ecco il link all’articolo, sul blog di Romena “Prendi il largo”:

https://romenablog.wordpress.com/2016/04/15/ricominciare-dallumilta-lintervento-di-don-luigi/

Giuseppe

Qualcuno mi spiegherà perché le gocce di rugiada si installano sulla punta di ogni filo d’erba…

Mi sono così meravigliato poco fa di fronte ad un mare di diamanti, uno per ogni filo d’erba, come un dono, un bacio.

Chissà quanti baci Giuseppe avrà dato al suo Gesù, lui piccolo seme capace di grandi frutti.

Oggi è tempo di creare pensieri d’amore a tutti i papà che custodiscono la vita quaggiù, che provano ad esser degni di questo compito.

Un regalo di parole, quelle del mio amico Gigi, per tutti noi.

Giuseppe, da uomo giusto e retto non dovrebbe, secondo la legge, amare una donna che ancora prima delle nozze è incinta di un altro; ma per fortuna il suo cuore contraddice l’intelletto. Nel conflitto tra amore e ragione, tra amore e giustizia sceglie di stare dalla parte dell’amore. Ecco l’altra saggezza del creativo falegname: intuire che è possibile credere al proprio cuore, ascoltare profondamente dentro di noi al punto tale che, la certezza di un sentimento non distorto, ci appare più convincente di tutto quanto ci viene presentato dall’esterno.

A quest’uomo passano i giorni, i mesi, gli anni e non vedrà mai nulla. Morirà di una morte comune e porterà con sé, al di là della morte, il segreto della sua missione. Dovrà semplicemente difendere, proteggere e custodire quel figlio e la sua sposa Maria. Quando inizia la missione di Gesù la missione di Giuseppe è finita, per ricordarci che, quando il sogno è grande e la vita è autentica, non è necessario vederne il compimento.

Come gioca Dio con noi! Ci sorprende quando meno ce lo aspettiamo. La pienezza dei tempi coincide con la nascita di Gesù, ma nello stesso tempo coincide col momento più basso e più umile della sua discendenza, dal re Davide al falegname Giuseppe.

Anche noi nella ricerca della pienezza del nostro tempo, dei nostri anni, dei nostri sentimenti, dei nostri veri desideri, spesso prepariamo la strada e gettiamo semi senza vederne i risultati.

E’ Giuseppe che da il nome al bambino, è Giuseppe che lo salva dalla rabbia di Erode e lo salverà proprio in Egitto, la terra della schiavitù.

Giuseppe era innamorato di Maria. Alla storia iniziale di amore di Giuseppe e Maria viene affidato un amore che traboccherà.

Nulla ci fa più paura di una vita liberata dall’angoscia, aperta e collocata nella vastità dello spazio senza capire il perché di un inizio e di una fine. Ma come avviene per Giuseppe, la vita raggiunge il suo compimento vivendo intensamente il sogno di ogni giorno. Una vita che diventa una semplice goccia di miele in un giorno di sole.

fra Giorgio

Non è il peccato il perno della storia. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso. La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia

 

24 marzo 2019 III domenica di Quaresima
Lc 13,1-9
di ENZO BIANCHI

“Lascia il fico per un altro anno!”
Lc 13,1-9
È stando in mezzo alla vigna, che dice a Dio: “Lasciala, lasciala ancora, attendi i suoi frutti; io, intanto, me ne assumo la cura, che è responsabilità!”

www.smariadelcengio.it/commento-al-vangelo-domenica-24-marzo-2019-ermes-ronchi-quellinvito-a-cambiare-rotta-su-ogni-fronte/

Luca 13,1-9
In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Commento di p.Ermes
Che colpa avevano i diciotto morti sotto il crollo della torre di Siloe? E quelli colpiti da un terremoto, da un atto di terrorismo, da una malattia sono forse castigati da Dio? La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è la mano di Dio che architetta sventure. Ricordiamo l’episodio del “cieco nato”: chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse così? Gesù allontana subito, immediatamente, questa visione: né lui, né i suoi genitori. Non è il peccato il perno della storia,l’asse attorno al quale ruota il mondo. Dio non spreca la sua eternità e potenza in castighi, lotta con noi contro ogni male, lui è mano viva che fa ripartire la vita. Infatti aggiunge: Se non vi convertirete, perirete tutti. Conversione è l’inversione di rotta della nave che, se continua così, va diritta sugli scogli. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che deve cambiare direzione: nelle relazioni, nella politica, nella economia, nella ecologia. Mai come oggi sentiamo attuale questo appello accorato di Gesù. Mai come oggi capiamo che tutto nel Creato è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere deprivato del loro contributo; se la natura è avvelenata, muore anche l’umanità; l’estinzione di una specie equivale a una mutilazione di tutti. Convertitevi alla parola compimento della legge: ” tu amerai”. Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Alla gravità di queste parole fa da contrappunto la fiducia della piccola parabola del fico sterile: il padrone si è stancato, pretende frutti, farà tagliare l’albero. Invece il contadino sapiente, con il cuore nel futuro, dice: “ancora un anno di cure e gusteremo il frutto”. Ancora un anno, ancora sole, pioggia e cure perché quest’albero, che sono io, è buono e darà frutto. Dio contadino, chino su di me, ortolano fiducioso di questo piccolo orto in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure continua a inviare germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il suo scopo è lavorare per far fiorire la vita: il frutto dell’estate prossima vale più di tre anni di sterilità. E allora avvia processi, inizia percorsi, ci consegna un anticipo di fiducia. E non puoi sapere di quanta esposizione al sole di Dio avrà bisogno una creatura per giungere all’armonia e alla fioritura della sua vita. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso. La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia. E, vedrai, ciò che tarda verrà.
(Letture: Esodo 3,1-8a.13-15; Salmo 102; 1Corinzi 10,1-6. 10-12; Luca 13,1-9

Ermes Ronchi, Marina Marcolini

Innamorarsi della realtà

L’innamoramento è
il primo passo per cambiare il mondo.

 

 

“DIO E’ IN CIELO E TU SEI SULLA TERRA; SIANO POCHE LE TUE PAROLE” (Qo 5,1)

 Riprende la Scuola del lunedì sul libro del Qoelet   





Qui di seguito il programma dettagliato. 

QOHELET:

LA PROFEZIA DELLE DOMANDE IN UN MONDO DI APPARENZE

E DI RISPOSTE IMMEDIATE

 

Qohelet è guida leale nell’edificazione di una vita adulta, non ideologica, vera,

un amico scomodo e a volte sconcertante, che ci ama perché non ci molla

finché non tentiamo di rispondere alle sue domande dolorose e liberatrici”

(Luigino Bruni)

La Commissione per la formazione permanente del Clero propone una serie di incontri formativi sul testo biblico di Qohélet. 

L’Ultimo incontro

25 marzo 2019

“DIO E’ IN CIELO E TU SEI SULLA TERRA; SIANO POCHE LE TUE PAROLE” (Qo 5,1)

Ho ascoltato il silenzio di Dio

(don Luigi Verdi, responsabile della Fraternità di Romena – AR)

N.B.: TUTTI GLI INCONTRI SI TERRANNO AL CENTRO PASTORALE “MONS. ARNOLDO ONISTO”, BORGO S. LUCIA 51 VICENZA, CON IL SEGUENTE ORARIO: 9.15 – 11.30

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