Non temere! Non avere paura!

Un percorso biblico che, partendo dalla nascita della paura («ho avuto paura perché sono nudo» Gen 3,10), ripercorre figure e strategie di speranza nella Bibbia, fino a Gesù e al suo annuncio di libertà e di futuro nuovo. 

La riflessione sui temi biblici è proposta quasi come una lectio divina a due voci, maschile e femminile, da Ermes Ronchi, frate dei Servi di Maria, e Marina Marcolini, docente universitaria di letteratura italiana, perché la Sacra Scrittura parli parole di vita piena, perché la Parola risuoni più ampia e profonda, più ricca di tonalità e colori diversi, liberata da ogni sequestro maschile o ecclesiastico e riprenda a scorrere dentro il torrente della vita. 

Perché avete paura?

La Parola di Dio, da un capo all’altro della Bibbia, 

conforta e incalza, ripetendo infinite volte: 

Non temere! Non avere paura!

www.edizionisanpaolo.it/religione_1/spiritualita_1/nuovi-fermenti/libro/perche-avete-paura

Commento 🙏🏻 Domenica 18 Marzo 2019

https://youtu.be/mfBFqkBm0sw

II Domenica di Quaresima – Don Fabio Rosini

www.smariadelcengio.it/il-convento/

La religione giudaico-cristiana si fonda sull’ascolto e non sulla visione. Viene una nube, e dalla nube una voce. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola del Figlio: ascoltate Lui.

Luca 9,28-36

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. […]

Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, diventi come Colui che preghi

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Salì con loro sopra un monte a pregare. La montagna è la terra che si fa verticale, la più vicina al cielo, dove posano i piedi di Dio, dice Amos. I monti sono indici puntati verso il mistero e la profondità del cosmo, verso l’infinito, sono la terra che penetra nel cielo. Gesù vi sale per pregare. La preghiera è appunto penetrare nel cuore di luce di Dio. E scoprire che siamo tutti mendicanti di luce. Secondo una parabola ebraica, Adamo in principio era rivestito da una pelle di luce, era il suo confine di cielo. Poi, dopo il peccato, la tunica di luce fu ricoperta da una tunica di pelle. Quando verrà il Messia la tunica di luce affiorerà di nuovo da dentro l’uomo finalmente nato, “dato alla luce”. Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, diventi come Colui che preghi. Parola di Salmo: «Guardate a Dio e sarete raggianti!» (Sal 34,6). Guardano i tre discepoli, si emozionano, sono storditi, hanno potuto gettare uno sguardo sull’abisso di Dio. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene, e che in ogni figlio ha seminato una grande bellezza. Rabbì, che bello essere qui! Facciamo tre capanne. Sono sotto il sole di Dio e l’entusiasmo di Pietro, la sua esclamazione stupita – che bello! – Ci fanno capire che la fede per essere pane, per essere vigorosa, deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato a pieno cuore. È bello stare qui. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto; altrove non è bello, qui è apparsa la bellezza di Dio e quella del volto alto e puro dell’uomo. Allora «dovremmo far slittare il significato di tutta la catechesi, di tutta la morale, di tutta la fede: smetterla di dire che la fede è cosa giusta, santa, doverosa (e mortalmente noiosa aggiungono molti) e cominciare a dire un’altra cosa: Dio è bellissimo» (H.U. von Balthasar). Ma come tutte le cose belle, la visione non fu che la freccia di un attimo: viene una nube, e dalla nube una voce. Due sole volte il Padre parla nel Vangelo: al Battesimo e sul Monte. Per dire: è il mio figlio, lo amo. Ora aggiunge un comando nuovo: ascoltatelo. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la parola del Figlio: ascoltate Lui. La religione giudaico-cristiana si fonda sull’ascolto e non sulla visione. Sali sul monte per vedere il Volto e sei rimandato all’ascolto della Voce. Scendi dal monte e ti rimane nella memoria l’eco dell’ultima parola: Ascoltatelo. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù, la Voce diventata Volto, il visibile parlare del Padre; dentro Gesù: bellezza del vivere nascosta, come una goccia di luce, nel cuore vivo di tutte le cose.
(Letture: Genesi 15,5-12.17-18; Salmo 26; Filippesi 3,17- 4,1; Luca 9,28-36)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/27082/commento-al-vangelo-domenica-17-marzo-p-ermes-pregare-trasforma-in-cio-che-si-contempla/

LeggiAmo: Cortile dei gentili

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SPERIAMO NELL’APOCALISSE

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da Il Sole 24 Ore – 10 marzo 2019 – di Gianfranco Ravasi.

In questo periodo di Quaresima, il Cardinale Gianfranco Ravasi si propone di analizzare una collana di testi propedeutici alla Pasqua.

In una società così secolarizzata la Quaresima è una parola ignorata e forse ignota, se non nello stereotipo «faccia da quaresima». Nella storia della cultura occidentale è stato, però, un tempo ricco di simbolismi e di pratiche spirituali: si pensi solo al digiuno, un segno carico di significati anche caritativi, tipico pure di altre fedi (ad esempio, il Kippur ebraico e il Ramadan musulmano), da non equivocare con la dieta che ne è solo una scimmiottatura “laica”. Ma il cuore di questo arco temporale di quaranta giorni che è iniziato mercoledì scorso col rito delle Ceneri – vero e proprio schiaffo alla superficialità vana e vacua contemporanea – è la tensione verso la Pasqua. Abbiamo, così, voluto infilare una collana di testi – tra i tanti apparsi in questo periodo – che si proiettano idealmente verso una meta “pasquale”.

È la meta suprema della storia, configurata nella risurrezione di Cristo, che è l’irruzione dell’eterno nel tempo, del divino nel creaturale, dell’infinito nel relativo. In questa prospettiva l’opera più alta, vero e proprio vessillo non solo religioso ma anche artistico, è l’Apocalisse. Nella sterminata letteratura che l’ha commentata, ricreata, attualizzata e persino deformata facciamo emergere un testo lasciato in eredità da uno dei maggiori studiosi di quest’opera, il gesuita italo-argentino Ugo Vanni, scomparso a Roma a 89 anni lo scorso 27 settembre. Un discepolo, Luca Pedroli, ha edito la lettura integrale condotta dal suo maestro su quelle pagine sacre, adatte certo a palati forti, ma aliene dall’eccitazione oracolare o dalla vena catastrofica alla Apocalypse now in cui sono state compresse.
L’opera, sottoposta a varie ermeneutiche millenaristiche, apocalittiche, esoteriche, storiche, allegoriche e così via, è collocata da Vanni in un grembo ecclesiale liturgico nel quale s’intrecciano e interagiscono, attraverso l’efficacia del rito, storia ed escatologia, presenza e attesa, il realismo amaro della persecuzione e la scenografica luminosa della nuova Gerusalemme futura. L’imponente commento di Vanni, preceduto da un volume a parte con un’introduzione generale e col testo tradotto e accompagnato dal greco a fronte, è una straordinaria guida per varcare l’orizzonte letterario e teologico di quest’opera dalla quale non si può uscire indenni.
Accanto a questo monumento esegetico collochiamo il mini-libretto di Harry O. Maier dell’università di Vancouver che punta, invece, a disegnare uno schizzo sull’attualità dell’Apocalisse, codice interpretativo del “tempo presente” e del “senso della fine” (o piuttosto del fine) della storia. Lo studioso canadese s’interroga: «L’Apocalisse può darci qualcosa in cui sperare che non sia solamente una morte inevitabile raggiunta dopo tante delusioni e sofferenze?». E la sua è una vivace risposta positiva, piena di ammiccamenti a varie vicende odierne.

Ma lo sguardo su quell’“oltre” può essere ben più acuto e capace di perforare la trama globale della storia alla ricerca di un filo dinamico segreto in tensione verso un Oltre trascendente. È ciò che ha fatto una teologa tedesca dell’Eberhard-Karls-Universität di Tubinga, Johanna Rahner, classe 1962, che porta il cognome di uno dei maggiori teologi del secolo scorso, Karl Rahner. La sua s’intitola esplicitamenteIntroduzione all’escatologia cristiana: eppure non esita a varcare le frontiere minate dei territori misteriosi fatti balenare da questa disciplina teologica.
Intendiamo alludere a quelle domande che spesso si archiviano perché generano vertigini o rigetti: che cos’è la risurrezione del corpo e dell’anima? Che valore ha la scenografia del giudizio finale? Che senso ha per l’uomo contemporaneo smaliziato far balenare immagini paradisiache o infernali? L’idea di una stasi purgatoriale oltre la morte è una mitologia arcaica o può essere ricondotta a una prospettiva concettuale coerente? La reincarnazione è compatibile con un’escatologia cristiana? E più brutalmente: esiste una legittima ermeneutica dell’immaginario cristiano sull’oltrevita così da riconoscerne o negarne l’esistenza? Queste e tante altre questioni affiorano in pagine terse e vivaci che non esitano a citare, accanto ai teologi e filosofi paludati, anche la Arendt e Benjamin, Brecht e Camus, Darwin e Foucault, Klee e Keplero-Copernico-Newton-Galilei e così via.
Rimane, comunque, una certezza: quegli orizzonti estremi, sempre rimossi, ritornano a galla e ci assillano, credenti e no, perché «dove si perde la capacità di sperare nel futuro, anche quello oltre la morte, alla fine si perde ciò che è propriamente umano». Anche in questo caso, a lato dell’architettura ideale sontuosa della Rahner, poniamo un mini-testo, scritto da un teologo raffinato come Rosino Gibellini che in poche pagine riesce a raccogliere il succo di un’insonne ricerca di molti, rubricandolo sotto il titolo modesto ma accattivante di Meditazione sulle realtà ultime. In realtà si tratta di una sintesi della ricerca sul tema dell’escatologia nella riflessione teologica del secolo scorso, che è simile a un delta molto ramificato di questioni e che ha coinvolto i maggiori pensatori. Essi si sono confrontati sulla dialettica tra morte e vita in Dio, sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei morti (categorie apparentemente alternative), sulla preghiera per i defunti, una prassi tradizionale nella cristianità e così via.

Certo è che affacciarsi sull’eterno e sull’infinito con la nostra attrezzatura gnoseologica ancorata a linguaggi e strutture spazio-temporali è un’impresa ardua. È ciò che anche l’ebraismo ha sperimentato attraverso vari sguardi. Uno di questi è la celebrazione del sabato, Un momento di eternità, come recita il titolo di un saggio di Benjamin Gross, della nota Università israeliana di Bar-Ilan, scomparso nel 2015. La filigrana di rimandi biblici e giudaici, molto attraente, regge una riflessione che scopre del sabato non solo la sua dimensione storica, familiare, sociale, liturgica, etica ma proprio il suo essere segno di pienezza. Non spazio temporale vuoto, ma spina nel fianco delle divagazioni e distrazioni della nostra cultura, così che l’occhio dell’anima si protenda verso il futuro escatologico.
È «un assaggio di eternità», come lo definiva Abraham J. Heschel nel suo famoso Il Sabato (ultima edizione presso Garzanti nel 1999), tentativo felice di mostrarne «il significato per l’uomo moderno». Concludiamo, allora, questa nostra carrellata libraria stando sulla porta della Quaresima, tempo “pasquale” germinale, con una testimonianza del fisico Giuliano Toraldo di Francia rilasciata anni fa durante un congresso su Teilhard de Chardin: «Sono un agnostico, ma leggendo le opere di questo gesuita scienziato capisco il suo tentativo di trovare un senso all’avventura del mondo e alla nostra vita. Se Dio è il nome di questo senso, anch’io posso pregare: In te, Domine, speravi».

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Abbi cura di te

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Simone Cristicchi – Abbi cura di me (Official Video – Sanremo 2019)

LeggiAmo: Apocrifi dell’antico testamento…

  • libro di Enoch
  • libro dei segreti di Enoch
  • epistola di Enoch
  • il terzo libro di Ezra
  • il quarto libro di Ezra
  • salmi di Salomone
  • testamenti dei dodici patriarchi
  • storie e massime di Achicar
  • libro dei giubilei
  • libro dei sogni
  • libro dei vigilanti
  • libro dell’astronomia
  • apocalisse di Mosè e vita di Adamo ed Eva
  • apocalisse noachica
  • apocalisse siriaca di Baruc

del nuovo testamento

  • Codice di Arundel
  • Codice di Hereford
  • Vangelo di Tommaso
  • Papiro di Bodmer
  • Protovangelo di Giacomo
  • Vangelo dello pseudo-Matteo
  • Vangelo di Pietro e di Nicodemo
  • Vangelo arabo dell’infanzia
  • Vangelo Armeno di Maria
  • Vangelo di Bartolomeo
  • Vangelo di Filippo
  • Vangelo di Gamaliele
  • Vangelo Agrapha di Maria

la Lettera di Giuda. Qui Michele si scontra col diavolo per strappargli il corpo di Mosè, appena deceduto: è l’eco di un’antica tradizione giudaica riferita da un’opera apocrifa (e quindi non appartenente alla Bibbia) intitolata Assunzione di Mosè. Nella Lettera di Giuda si legge: «L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!» (versetto 9).

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APPROFONDIMENTO:

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PICCOLI GRANDI LIBRI

LeggiAmo: frasi di Agostino…

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Letture/agostino_frasi

I.      Dilige et quod vis fac.
Ama e fa’ ciò che vuoi.

(In Io. Ep. tr. 7, 8)

II.      Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam nova. Sero te amavi! Et ecce intus eras et ego foris, et ibi te quaerebam.
Tardi ti amai, Bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo.
(Confess. 10, 27, 38)

III.      Ex amante alio accenditur alius.
È dall’amore dell’uno che si accende l’amore dell’altro.
(Confess. 4, 14, 21.

IV.      Da mihi amantem et sentit quod dico.
Dammi un innamorato e capirà quello che dico.

(De cons. Evang. 26, 4)

V.      Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, un cuore che sospiri la fonte… e capirà ciò che io dico… 

(In Io. Ev. tr. 26, 4)

VI.      Da quod amo: amo enim. Et hoc tu dedisti. Ne dona tua deseras, nec herbam tuam spernas sitientem.
Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. (Confess. 11, 2, 3)

VII.      Ama et propinquabit; ama et habitabit.
Ama ed egli si avvicinerà, ama ed egli abiterà in te. (Serm. 21, 2)

VIII.      Tu autem eras interior intimo meo.
Tu eri nel più intimo del mio intimo. (Confess. 3, 6, 11)

IX.      Considerate quanto soffrono gli amanti senza far caso alle loro sofferenze, e tanto più soffrono quando è loro tolta la possibilità di soffrire. (Serm. 1)

X.      Amore amoris tui facio istud.
Faccio questo per amore del tuo amore. (Confess. 2, 1, 1)

XI.      Tangere autem corde, hoc est credere.
Toccare con il cuore: questo è credere. (Serm. 229/L, 2)

XII.      Credere, tangere est.
Credere è toccare. (Serm. 375/C, 5)

XIII.      È dove abbiamo il cuore, che noi abitiamo. (In Io. ev. tr. 2, 11)

XIV.      Ne dona tua deseras nec herbam tuam spernas sitientem.
Non abbandonare i tuoi doni e non disprezzare questo tuo filo d’erba assetato. (Confess. 11, 2, 3)

XV.      Timeo enim Iesum transeuntem et manentem ed ideo tacere non possum.
Temo Gesù che passa e che rimane e per questo non posso stare zitto. (Serm. 88, 14, 13)

XVI.      Dilige, et dic quod voles.
Ama, e dì quello che vuoi. (Exp. ep. ad Gal. 57)

XVII.      Dilige, et taces.
Ama e taci (En. in ps. 95, 2)

XVIII.      Minus mihi in hac re notus sum ipse quam tu.
In questa cosa conosco meno me, di quanto conosca te! (Confess. 10, 37, 62)

XIX.      Fianco a fianco infatti si uniscono coloro che camminano insieme e che insieme guardano alla stessa meta. (De bono con. 1, 1)

XX.      Tetigit Christus, et sonavit dulcedo veritatis.
Cristo lo toccò, e la dolcezza della verità emise dei suoni. (En. in ps. 149, 8)

XXI.      Nam et quaeritur ut inveniatur dulcius et invenitur ut quaeratur avidius.
Perché lo si cerca per trovarlo con maggiore dolcezza, lo si trova per cercarlo con maggiore ardore. (De Trin. 15, 2, 2)

XXII.      Melius est minus egere quam plus habere.
È meglio aver meno bisogni che aver più cose. (Regula, 5)

XXIII.      Vita, che hai dato morte alla morte!. (Serm. 233, 4, 5)

XXIV.      Quante ricchezze ha l’uomo nell’intimo, eppure non scava. (En. in ps. 76, 9)

XXV.      Quando, rintuzzata la mia debolezza, tornai fra gli oggetti consueti, non riportavo con me che un ricordo amoroso e il rimpianto, per così dire, dei profumi di una vivanda che non potevo ancora gustare. (Confess. 7, 17, 23)

XXVI.      Questi e altri simili segni di cuori innamorati l’uno dell’altro espressi dalla bocca, dalla lingua, dagli occhi e da mille gesti gradevolissimi, sono l’esca, direi, della fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola. (Confess. 4, 8. 13)

XXVII.      Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene. (In Io. ep. tr. 7, 8)

XXVIII.      Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell’abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice. (Confess. 10, 40, 65)

XXIX.      Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te.
Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. (Confess. 1, 1, 1)
XXX.      Pondus meum amor meus, eo feror quocumque feror.
Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. (Confess. 13, 9, 10)

XXXI.      Pedes tui, caritas tua est.
I tuoi piedi sono il tuo amore. (En. in ps. 33, d. 2, 10)
 

XXXII.      Duos pedes habeto, noli esse claudus.
Abbi due piedi, non essere zoppo. (En. in ps. 33, d. 2, 10)

XXXIII.      Sicut aures corporis ad os hominis, sic cor hominis ad aures Dei.
Come l’orecchio nostro alla bocca dell’uomo, così il cuore dell’uomo all’orecchio di Dio. (En. in ps. 119, 9)
 

XXXIV.      Non corporis voce, quae cum strepitu verberati aeris promitur, sed voce cordis, quae hominibus silet, Deo autem sicut clamor sonat.
[Ad Dominum clamavi]  non con la voce del corpo, la cui sonorità risulta dalla vibrazione dell’aria, ma con la voce del cuore, che è silenziosa per gli uomini, ma innanzi a Dio risuona come un grido. (En. in ps. 3, 4)
 

XXXV.      Quid prodest strepitus oris muto corde?
A che serve lo strepito della voce, se il cuore tace? (In Io. Ev. tr. 9, 13)

XXXVI.      Homo aliquando nimium mente perversa timet intelligere, ne cogatur quod intellexerit facere.
Talvolta chi è troppo perverso d’animo teme di capire, per non essere costretto a mettere in pratica ciò che può avere capito. (Serm. 156, 1)

XXXVII.      Ibi est locus quietis imperturbabilis, ubi non deseritur amor, si ipse non deseratur.
Il luogo della quiete imperturbabile è dove l’amore non conosce abbandoni, se lui per primo non abbandona. (Confess. 4, 11, 16)
XXXVIII.      In quibuslibet rebus humanis nihil est homini amicum sine homine amico.
In ogni situazione umana nulla ci è amico senza una persona amica. (Ep. 130, 4)

XXXIX.      Amor, qui semper ardes et numquam extingueris, caritas, Deus meus, accende me!
O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami! (Confess. 10, 29, 40)

XL.      Et tota spes mea non nisi in magna valde misericordia tua. Da quod iubes, et iube quod vis.
Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Dammi quello che comandi e poi comanda ciò che vuoi. (Confess. 10, 29, 40)
 

XLI.      Talis est quisque qualis eius dilectio est. Terram diligis? Terra eris. Deum diligis? Quid dicam? Deus eris? Non audeo dicere ex me; Scripturas audiamus: Ego dixi: dii estis et filii Altissimi omnes.
Ognuno è tale e quale il suo amore. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che dirò? Sarai Dio? Non oso dirlo, ma ascoltiamo la Scrittura che dice: Io ho detto: Siete dèi e figli dell’Altissimo. (Sal 81, 6) (In Io. Ep. tr. 2, 14)

XLII.      Nuces puero demonstrantur, et trahitur, et quo currit trahitur, amando trahitur, sine laesione corporis trahitur, cordis vinculo trahitur.
Mostri delle noci ad un bambino e questo viene attratto: egli corre dove si sente attratto; è attratto da ciò che ama, senza che subisca costrizione; è il suo cuore che rimane avvinto. (In Io. Ev. tr. 26, 5)
XLIII.      Hoc est Deus gratis amare, de Deo Deum sperare.
Questo è amare Dio disinteressatamente, sperare Dio da Dio. (Serm. 334, 3)
 

XLIV.      Minus te, Domine, amat qui tecum aliquid amat, quod non propter te amat.
Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. (Confess. 10, 29, 40)

XLV.      In eo quod amatur, aut non laboratur, aut et labor amatur.
Quando si ama, non si si fatica, o, se si fatica, questa stessa fatica è amata. (De bono vid. 21, 26)
 

XLVI.      Diversa ergo intentio diversa facta fecit.
Diversa l’intenzione, diversi i fatti. (In Io. Ep. tr. 7, 7)
XLVII.      Ogni anima segue la sorte di ciò che ama. (In Io. Ev. tr. 7, 1)

XLVIII.      Non so in quale inesplicabile modo avvenga che chi ama se stesso e non Dio, non ama se stesso, mentre chi ama Dio e non se stesso, questi ama se stesso. (In Io. Ev. tr. 123, 5)
XLIX.      Amat me Deus, amat te Deus.
Dio ama me, Dio ama te. (En. in ps. 34, d. 1, 12)
 

L.      Amore amoris tui facio istuc.
Per amore del tuo amore m’induco a tanto. (Confess. 2, 1, 1; 11, 1, 1)
LI.      Canta a Lui, ma canta bene. (En. in ps. 32, II, d. 1, 8)
 

LII.      La lode da cantare è lo stesso cantore Siate voi la lode che volete proferire; e sarete la sua lode se vivrete bene. (Serm. 34, 6)
LIII.      Cantate vocibus, cantate cordibus, cantate oribus, cantate moribus. Cantate Domino canticum novum.
La tua vita non proferisca testimonianza contrastante con la lingua. Cantate con le voci, cantate con i cuori, cantate con le labbra, cantate con i costumi. Cantate al Signore un cantico nuovo. (Serm. 34, 6)
LIV.      Desiderium sinus cordis est; capiemus, si desiderium quantum possumus extendamus.
Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio. (In Io. Ev. tr. 40, 10)
LV.      Desiderium semper orat, etsi lingua taceat. Si semper desideras, semper oras. Quando dormitat oratio? Quando friguerit desiderium. (Serm. 80, 7)
Il desiderio prega sempre anche se tace la lingua. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio. (Serm. 80, 7)
 

LVI.      Nam qui desiderat, etsi lingua taceat, cantat corde; qui autem non desiderat, quolibet clamore aures hominum feriat, mutus est Deo.
Chi desidera, anche se tace con la lingua, canta con il cuore. Chi invece non desidera, anche se ferisce con le sue grida le orecchie degli uomini, è muto dinanzi a Dio. (En. in ps. 86, 1)
 

LVII.      Quid enim desideres tu nosti; quid tibi prosit ille novit.
Tu sai che cosa desideri, ma egli solo sa che cosa ti giova. (Serm.80, 1)
LVIII.      Continuum desiderium tuum, continua vox tua est. Tacebis, si amare destiteris.
Il tuo continuo desiderio, è la tua continua voce. Tacerai, se smetterai di amare. (En. in ps. 37, 13)
 

LIX.      Ipse finis erit desideriorum nostrorum, qui sine fine videbitur, sine fastidio amabitur, sine fatigatione laudabitur.
Egli sarà il fine di tutti i nostri desideri, contemplato senza fine, amato senza fastidio, lodato senza stanchezza. (De civ. Dei 22, 30. 1)
LX.      Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio. (In Io. Ev. tr. 40, 10)

LXI.      Ibi vacabimus et videbimus, videbimus et amabimus, amabimus et laudabimus.
(Nella città celeste) Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. (De civ. Dei 22, 30. 5)
 

LXII.      Canta et ambula. Noli errare, noli redire, noli remanere.
Canta e cammina, non deviare, non tornare indietro, non fermarti. (Serm. 256, 3)

LXIII.      Si potes, cape; si non potes, crede.
Se puoi, capisci; se non puoi, credi. (In Io. Ev. tr. 35, 5)
LXIV.      Esto humilis, porta Dominum tuum; esto iumentum sessoris tui.
Sii umile, porta il Signore Dio tuo; sii la cavalcatura di colui che ti monta. (In Io. Ep. tr. 7, 2)
LXV.      Hic sitiendum est, alibi saginabimur.
Qui dobbiamo aver sete; là saremo rifocillati. (En. in ps. 62, 5)
 

LXVI.      Omnis qui sibi vult aliquid praestari, in ardore est desiderii: ipsum desiderium sitis est animae.
Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio. Il desiderio è la sete dell’anima. (En. in ps. 62, 5)
 

LXVII.      Non potest separari dilectio. Elige tibi quid diligas; sequuntur te caetera.
L’amore non si divide. Scegli per te cosa amare: il resto verrà da sé. (In Io. Ep. tr. 10, 3)
LXVIII.      Versa et reversa, in tergum et in latera et ventrem et dura sunt omnia: et tu solus requies.
Ti giri e ti rigiri, di spalle, sul fianco o bocconi e tutto è duro: tu solo (o Dio) sei riposo. (Confess. 6, 16. 26)
LXIX.      Multi etiam qui aperte foris sunt, et haeretici appellantur, multis e bonis catholicis meliores sunt.
Molti che sono fuori e sono chiamati eretici sono migliori di molti e buoni cattolici! (De bapt. 4, 3, 4)

LXX.      Vis audire consilium? Si vis ab illo fugere, ad ipsum fuge.
Vuoi un consiglio? Se vuoi fuggire lontano da lui, fuggi verso di lui. (In Io. Ep. tr. 6, 3)
LXXI.      Fugio paleam, ne hoc sim; non aream, ne nihil sim.
Fuggo la paglia, per non essere anch’io paglia; non fuggo dall’aia, per non essere nulla. (Contra Cresc. 3, 35, 39)

LXXII.      Sagittaveras tu cor nostrum caritate tua et gestabamus verba tua transfixa visceribus.
Avevi trafitto il nostro cuore con le frecce della tua carità e portavamo le tue parole piantate nelle nostre viscere. (Confess.9, 2, 3)
LXXIII.      Domine, si sine te nihil, totum in te.
, o Signore, nulla senza di te, ma tutto in te. (En. in ps. 30, II, d. 1, 4)
 

LXXIV.      Invocas quidquid amas; invocas quidquid in te vocas, invocas quidquid vis ut veniat ad te.
Tu invochi ciò che ami; invochi ciò che chiami a te; invochi tutto ciò che vuoi che venga a te. (En. in ps. 85, 8)
 

LXXV.      Invocas Deum quando in te vocas Deum.
Invochi Dio quando chiami Dio dentro di te. (En. in ps. 30, II, d. 3. 4)
LXXVI.      Vis invocare Deum? Gratis invoca. Avare, an parum est tibi, si te impleat ipse Deus?
Vuoi invocare Dio? Invocalo gratuitamente. Avaro, è forse per te poca cosa, che Dio stesso ti riempia? (En. in ps. 30, II, d. 3. 4)
 

LXXVII.      Ille placet Deo cui placet Deus.
Piace a Dio colui al quale Dio piace. (En. in ps. 32, II, d. 1, 1)
 

LXXVIII.      Novus homo, novum Testamentum, novum canticum … Cantet canticum novum, non lingua, sed vita.
Nuovo uomo, nuovo Testamento, nuovo cantico … Canta però il cantico nuovo non con le labbra ma con la vita. (En. in ps. 32, II, d. 1. 8)
LXXIX.      Nosti quid facias de agro tuo, et nescit Deus quid faciat de servo suo?
Tu sai cosa fare del tuo campo e Dio non sa cosa fare del suo servo? (En. in ps. 63, 19)
 

LXXX.      Nonne vides quia perdidisti quod non dedisti?
Non ti accorgi che hai perso quello che non hai donato? (En. in ps. 36, 3, 8)

LXXXI.      Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell’abisso (En. in ps. 122, 1)
 

LXXXII.      Dio è tutto per te, è tutto quello che ami. (In Io. Ev. tr. 13, 5)
LXXXIII.      Ama e persevera nell’amore; non defrauderò il tuo amore, io che ho mondato il tuo cuore. (In Io. Ev. tr. 21, 15)
LXXXIV.      Cantare è proprio di chi ama. La voce di questo cantore è il fervore di un santo amore. (Serm. 336, 1)
LXXXV.      Cristo per questo venne, perché ci ha amati; non v’era in noi qualcosa da amare, ma amando ci ha resi amabili. (Serm. 163/B, 2)
LXXXVI.      Quasi come un campo Dio trova i cuori degli uomini Vuole piantarvi l’albero della carità. (In Io. Ep. tr. 2, 8)
LXXXVII.      Tutti gli uomini ardono dal desiderio. (En. in ps. 62, 5)
LXXXVIII.      I nostri sentimenti sono movimenti dell’anima  il desiderio è uno slancio dell’anima, il timore una fuga  (In Io. Ev. tr. 46, 8)
LXXXIX.      Non vis finiri miseram vitam? Tanto est miserior, quanto et misera amata est, et non vis finiri: minus esset misera, si non amaretur.
Non vuoi che abbia fine la vita infelice? Tanto è più infelice quanto, pur infelice, viene amata, e non vuoi che abbia fine: sarebbe meno infelice se non si amasse. (Serm. 305, 4)
XC.      La tua vecchiaia sia di un fanciullo, e la tua fanciullezza d’un vecchio; voglio dire, non esser savio con la superbia, non esser umile senza la sapienza. (En. in ps. 112, 2)
XCI.      Dura, persevera, tolera, porta dilationem et tulisti crucem.
Persisti, persevera, tollera, sopporta l’indugio: così porterai la tua croce. (Serm. 94, 7, 9)
XCII.      Omnia tempora patent martyribus.
Ogni tempo ha i suoi martiri. (Serm. 94/A, 2)
XCIII.      Non impellunt corpora christianorum, sed lacerant animas christianorum.
(I persecutori) Non seviziano più i corpi dei cristiani, ma lacerano le anime dei cristiani. (En. in ps. 69, 2)
XCIV.      Et vox dicentium est ipsa evidentia.
E la loro voce è la loro evidenza. (Confess. 11, 4, 6)
XCV.      Ut nec propter vitium oderit hominem, nec amet vitium propter hominem; sed oderit vitium, amet hominem.
Non deve odiare l’uomo a causa del suo vizio né deve amare il vizio a motivo dell’uomo, ma deve odiare il vizio e amare l’uomo. (De civ. Dei 14, 6)
XCVI.      Dedit tibi: non extollaris; abstulit tibi: non frangaris.
Egli ti ha dato, non esaltarti; egli ti ha tolto, non deprimerti. (En. in ps. 66, 3)
XCVII.      Factus eram ipse mihi magna quaestio.
Ero diventato io stesso per me stesso un gran problema. (Confess. 4, 4, 9)
XCVIII.      Factus sum mihi terra difficultatis et sudoris nimii.
Sono diventato per me stesso terra di difficoltà e di abbondante sudore. (Confess. 10, 16, 25)
XCIX.      Anima tua non morietur nisi tu eam volueris occidere.
La tua anima non morirà se non l’avrai voluta uccidere tu stesso. (En. in ps. 79, 12)
C.      Saevit in vulnus, ut homo sanetur: quia si vulnus palpetur, homo perditur.
Il medico incrudelisce contro una piaga affinché sia guarito l’uomo; poiché se la piaga viene accarezzata, l’uomo è rovinato.(Serm. 83, 7, 8)
CI.      Qui ergo fecit te sine te, non te iustificat sine te.
Chi ti ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te.(Serm. 169, 11, 13)
CII.      Noli te ponere post te, ne Deus te ponat ante se.
Non nasconderti dietro te stesso, perché Dio non ti metta davanti a sé. (Serm. 20, 2)
CIII.      Deus semper idem, noverim me, noverim te.
O Dio che sei sempre lo stesso, che io conosca me, che io conosca te. (Solil. 1, 1, 1)
CIV.      Diligis, et taces: dilectio ipsa vox est ad Deum, et ipsa dilectio canticum novum est.
Tu ami, e stai zitto: L’amore è già una voce che sale a Dio, l’amore è il cantico nuovo. (En. in ps. 95, 2)
CV.      Totum exigit te qui fecit te.
Esige tutto te colui che ti ha creato. (Serm. 34, 4, 7)
CVI.      Deum non vides. Ama, et habes.
Tu non vedi Dio. Ama e lo possiedi. (Serm. 34, 5)
CVII.      Movet quidem corporis pulchritudo, sed intus quaeritur amoris vicissitudo.
Il movente è la bellezza del corpo, ma quello che si cerca è lo scambio interno di amore. (Serm. 34, 4)
CVIII.      Videt illa illum, videt ille illam, amorem nemo videt. Et tamen ipse amatur qui non videtur.
Lei vede lui, lui vede lei, l’amore non lo vede nessuno. Eppure si ama proprio chi non si vede. (Serm. 34, 4)
CIX.      Si non intellexisti, inquam, crede. Intellectus enim merces est fidei. Ergo noli quaerere intelligere ut credas, sed crede ut intelligas.
Se non hai capito, credi. L’intelligenza è il frutto della fede. Non cercare dunque di capire per credere, ma credi per capire. (In Io. Ev. tr. 29, 6)
CX.      Est autem prima, humilitas; secunda, humilitas; tertia humilitas: et quoties interrogares hoc dicerem.
La prima via è l’umiltà, la seconda l’umiltà, la terza l’umiltà, e quante volte me lo chiederai, tante volte risponderò la stessa cosa. (Ep. 118, 3, 22)
CXI.      Ille terret me, qui tacere non sinit.
Egli, che non permette di tacere, m’incute terrore. (Serm. 125, 8)
CXII.      Possideat te, ut possideas illum: eris praedium ipsius, eris domus ipsius. Possidet ut prosit, possidetur ut prosit.
Possieda te, perché tu possieda lui; sarai la sua proprietà, sarai la sua casa. Egli possiede per farti stare bene, è posseduto per farti stare bene. (En. in ps. 34, d. 1. 12.
CXIII.      Da, si vis dare, et in hac vita, quod quaero; si autem non vis, tu esto vita mea, quem semper quaero.
(Signore) Dammi, se vuoi, anche in questa vita le cose che cerco, ma se non vuoi, sii tu la vita mia, tu, che sempre io cerco. (En. in ps. 34, d. 1, 14)
CXIV.      Nihil tamdiu, quam ut calix sitienti temperetur.
Quanto è lunga l’attesa di un bicchiere d’acqua da parte dell’ammalato che ha sete! (En. in ps. 36, d. 1, 10)
CXV.      Quid est enim quod dicitur Testamentum Vetus nisi occultatio Novi? Et quid est aliud quod dicitur Novum, nisi Veteris revelatio?
Cosa è infatti quello che è chiamato Antico Testamento, se non il nascondimento del Nuovo? E che cosa si chiama Nuovo Testamento, se non la rivelazione dell’Antico? (De civ. Dei 16, 26. 2)
CXVI.      Evangelium me terret.
Mi spaventa il Vangelo. (Serm. 339, 4)
CXVII.      Qua vis ire? Ego sum via. Quo vis ire? Ego sum veritas. Ubi vis permanere? Ego sum vita.
Dove vuoi camminare? Io sono la via. Dove vuoi arrivare? Io sono la verità. Dove vuoi rimanere? Io sono la vita. (Serm. 142, 1)
CXVIII.      Da quod iubes et iube quod vis.
Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. (Confess. 10, 29, 40. 31, 45)
CXIX.      Sic ergo quaeramus tamquam inventuri, et sic inveniamus tamquam quaesituri.
Cerchiamo con l’animo di chi sta per trovare e troviamo con l’animo di chi sta per cercare. (De Trin. 9, 1, 1)
CXX.      Interrogatio mea intentio mea et responsio eorum species eorum.
Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza. (Confess. 10, 6, 9)
CXXI.      Lacrimae enim videntur, non audiuntur; lacrimae profluunt, non sonant. Ita vero habent voces suas, sicut sanguis Abel habuit vocem suam. Nam et lacrimae sanguis cordis est.
Le lagrime si vedono, ma non si odono; le lagrime scorrono, non risuonano. Eppure hanno la loro voce, come aveva la sua voce il sangue di Abele… Poiché anche le lagrime sono il sangue del cuore. (Serm. 77/B, 6)
CXXII.      Evitando vivit anima, quae appetendo moritur.
L’anima vive evitando le cose che cercando muore. (Confess. 13,21, 30)
CXXIII.      Semper tibi displiceat quod es, si vis pervenire ad id quod nondum es.
Ti dispiaccia sempre ciò che sei, se vuoi guadagnare ciò che non sei. (Serm. 169, 18)
CXXIV.      Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della mia vita. Ti cercherò dunque perché l’anima mia viva, poiché l’anima mia vive di te. (Confess. 10, 20, 29)
CXXV.      Lo spirito è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui… Ecco dunque che lo spirito si ricorda di sé, si comprende, si ama. (De Trin. 14, 8. 11)
CXXVI.      Che è dunque l’amore se non una vita che unisce, o che tende a che si uniscano due esseri, cioè colui che ama e ciò che è amato? (De Trin. 8, 10, 14)
CXXVII.      L’uomo ammira tante bellezze nella natura, ma egli stesso è un grande miracolo. (Serm. 226, 3, 4)
CXXVIII.      Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi. (Confess. 10, 8. 15)
CXXIX.      Lo spirito ora sa, ora non sa; ricorda e dimentica; vuole ciò che prima non voleva, non vuole ciò che prima voleva. (In Io. ev. tr. 23, 9)
CXXX.      Ascolti l’uomo perché non perisca l’uomo, a causa del quale Dio si è fatto uomo. (Serm. 165, 7, 9)
CXXXI.      Chi sa amare la vita nuova sa cantare il cantico nuovo. (Serm. 34, 1)
CXXXII.      Esige tutto te colui che ti ha creato. (Serm. 34, 7)
CXXXIII.      È nell’uomo interiore che si svolge questa vecchiezza e novità. (Serm. 218/A, 3)
CXXXIV.      Entrarono vecchi e ne uscirono fanciulli. (In Io. ep. tr. 1, 5)
CXXXV.      Il fianco di Cristo fu aperto da una lancia e ne sgorgò il nostro prezzo. (Serm. 13, 9)
CXXXVI.      L’uomo fluttua tra la presunzione e la disperazione. (In Io. ev. tr. 33, 8)
CXXXVII.      Gemo a Dio nella mia debolezza; e conosce quel che ha concepito il mio cuore Colui che conosce il mio frutto… Perché io mi conosco meglio di loro, ma Dio mi conosce meglio di me stesso. (Ep. 36, d. 3, 19)
CXXXVIII.      Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace. (Serm. 357, 1)
CXXXIX.      Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi. (De nat. et gr. 43, 50)
CXL.      L’amicizia, quindi, ha il suo principio nel coniuge e nei figli e si apre agli altri uomini. (Serm. 299/D 1)
CXLI.      Bene fu definito da un tale (Orazio) il suo amico: la metà dell’anima sua. (Confess. 4, 6, 11)
CXLII.      Quando parlo per il bene di te stesso, sarò tanto più franco quanto più ti sono amico, poiché ti sarò tanto più amico quanto più ti sarò leale. (Ep. 155, 3, 11)
CXLIII.      Etsi virgines sunt, quid prodest integra caro, mente corrupta? Melius est humile coniugium quam superba virginitas.
Supposto che siano vergini, cosa giova loro l’integrità fisica, se la loro anima è corrotta? È molto più eccellente la vita di famiglia unita all’umiltà, che non una verginità superba. (En. in ps. 99, 13)
 

CXLIV.      Nec contra Academicos dicit: ‘scio me non furere,’ sed: ‘scio me vivere’.
Contro gli Accademici non afferma: So di essere pazzo, ma: So di vivere. (De Trin. 15, 12, 21)
CXLV.      Quid est ergo, maligne sperator? si desperes, peris, si speres, peris.
Vedi tu che speri troppo? Se disperi, ti perdi; se speri, ti perdi. (Serm. 20, 4)
CXLVI.      Si bona quaeris, prius esto ipse quod quaeris.
Se cerchi cose buone, sii prima tu stesso come quello che cerchi. (Serm. 29, 5)
CXLVII.      Omnia enim saeva et immania, prorsus facilia et prope nulla efficit amor.
L’amore rende assolutamente facili e riduce quasi a nulla le cose più spaventose ed orrende. (Serm. 70, 3)
CXLVIII.      Nihil enim tam facile est bonae voluntati, quam ipsa sibi: et haec sufficit Deo.
Niente è tanto facile alla buona volontà quanto essa a se stessa; e a Dio ciò è sufficiente. (Serm. 70, 3)
CXLIX.      Quid est speciosius Deo? Quid deformius crucifixo?
Che cosa c’è di più bello di Dio? Che cosa più deforme del Crocifisso? (Serm. 95, 4)
CL.      Hyems est, vestite nudos. Nudus est Christus.
È inverno, vestite gli ignudi; nudo è Cristo. (Serm. 95, 7)
CLI.      Non quod videtur sed quod creditur pascit.
Nutre non ciò che appare ma ciò che si crede. (Serm. 103, 5)
CLII.      Ibi Dominus pascit, sed prius hinc transit.
Lassù il Signore ci ristorerà, ma prima passerà da questa terra.(Serm. 103, 4, 5)
CLIII.      Non enim haec vita dicenda est potius, quam umbra vitae.
La vita presente più che vita è da chiamarsi ombra di vita. (Serm. 351, 3, 3)
CLIV.      Ogni anno, il più delle volte, quando sentiamo freddo diciamo: Non ha fatto mai così freddo! (Serm. 25, 3)
CLV.      Quando canti l’Alleluia, devi porgere il pane all’affamato, vestire il nudo, ospitare il pellegrino. (En. in ps. 149, 8)
CLVI.      Qualunque cosa tu faccia, fallo con letizia. Allora fai il bene e lo fai bene. (En. in ps. 91, 5)
CLVII.      È meglio uno zoppo che cammina sulla strada, che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 15, 18)
CLVIII.      Nessuno può amare una cosa del tutto sconosciuta. (De Trin. 10, 1, 1)
CLIX.      Mens enim amare se ipsam non potest nisi etiam noverit se.
Lo spirito non può amare se stesso, se anche non si conosce. (De Trin. 9, 3, 3)
CLX.      In ciò che intendi delle Scritture, è la carità che si manifesta; in ciò che non intendi, è la carità che si nasconde. (Serm. 350, 2-3)
CLXI.      Il nostro riposo è il nostro luogo. (Confess. 13, 9, 10)
CLXII.      Accade a ciascuno di essere portato là dove ha da portarlo il proprio peso, cioè il proprio amore. (Serm. 65/A, 1)
CLXIII.      Le lacrime piamente versate dai sofferenti sono mosto di gente che ama. (En. in ps. 83, 10)
CLXIV.      È un tormento del cuore amare una cosa e non possederla. (Serm. 65/A 2)
CLXV.      Se anteponiamo o uguagliamo a Lui nell’amore qualche altro oggetto, vuol dire che non sappiamo amare noi stessi. (Ep. 155, 4, 13)
CLXVI.      Come si può essere veramente in pace se non con chi sinceramente si ama? (In Io. ev. tr. 87, 1)
CLXVII.      Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. (Ep. 37, 14)
CLXVIII.      Dunque, per stimolare l’orecchio canta pure con la voce, soprattutto però non ammutolirti col cuore, non tacere con la vita. (Ep. 146, 2)
CLXIX.      Talvolta mi introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. (Confess. 10, 40, 65)
CLXX.      Quale sublimità, Signore, la tua nelle cose sublimi e quale profondità nelle profonde! Ebbene, Signore, agisci, svegliaci e richiamaci, accendi e rapisci, ardi, sii dolce. E noi amiamo e corriamo. (Confess. 8, 3, 8 s.)
CLXXI.      Che cosa cerchi al di fuori di quello che sei, quando è in tuo potere essere ciò che cerchi? (En. in ps. 41, 1)
CLXXII.      il rivelare esaltante, o il predicare! O l’erompere di getto del nutrimento vivo dal cuore del Signore! (Serm. 119, 2)
CLXXIII.      Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che dice mai chi parla di te? Eppure sventurati coloro che tacciono di te, poiché sono muti ciarlieri. (Confess. 1, 4, 4)
CLXXIV.      Novit Dominus sagittare ad amorem.
Sa bene il Signore come si scaglino frecce che suscitano l’amore.

 

CLXXV.      Immo sagittat cor amantis, ut adiuvet amantem; sagittat, ut faciat amantem.
Costui colpisce il cuore dell’amante e così l’aiuta ad amare. Lo colpisce per renderlo un innamorato. (En. in ps. 119, 5)
CLXXVI.      Evidentemente proprio la speranza è necessaria nella situazione di pellegrini, è essa che dà conforto lungo la via. Il viandante, infatti, quando si affatica nel cammino sopporta la stanchezza appunto perché spera di raggiungere la meta. Strappagli la speranza di giungere e immediatamete crollano le possibilità di andare avanti. (En. in ps. 158, 8)
CLXXVII.      Colui che sa dare, e sa a chi dare, si farà incontro a chi domanda e aprirà a chi bussa. E se per caso non dovesse dare, nessuno si consideri abbandonato. (In Io. ev. tr. 20, 3)
CLXXVIII.      Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. (In Io. ev. tr. 26, 13)
CLXXIX.      È morto il nero sul capo dell’uomo canuto, è morta la bellezza nel corpo del vecchio stanco. (In Io. ev. tr. 38, 10)
CLXXX.      Non guardare ciò che fiorisce di fuori, ma quale sia la radice che sta nascosta in terra. (In Io. ep. tr. 8, 9)
CLXXXI.      Potrà darsi che uno sia caldo e un altro freddo. Ebbene, chi è caldo infiammi chi è freddo. (Serm. 234, 3)
CLXXXII.      Ora, che è ormai giorno, sebbene ancora notte, cerchiamo di notte Dio con le nostre mani. Cerchiamo Dio! Non sia sterile il nostro desiderio … Anche se è notte quando cerchiamo colui che cerchiamo con le mani, non resteremo delusi perché la nostra ricerca si compie davanti a lui. (En. in ps.76, 4)
CLXXXIII.      Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Il desiderio è la preghiera interiore che non conosce interruzione. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare … Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare … Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace … Se dentro al cuore c’è il desiderio, c’è anche il gemito; non sempre giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio (En. in ps. 37, 14).
CLXXXIV.      Nella casa del Signore eterna è la festa. Non vi si celebra una festa che passa. Il festoso coro degli angeli è eterno; il volto di Dio presente dona una letizia che mai viene meno. Questo giorno di festa non ha né inizio né fine. Da quella eterna e perpetua festa risuona un non so che di canoro e di dolce alle orecchie del cuore; purché non sia disturbata dai rumori del mondo. Il suono di quella festa accarezza le orecchie di chi cammina nella tenda e osserva i miracoli di Dio nella redenzione dei fedeli, e rapisce il cervo alle fonti delle acque. (Ep. 41, 9)
CLXXXV.      Tu non troverai la beatitudine nell’angelo, ma dove la trova l’angelo, lì la troverai anche tu. (In Io. ev. tr. 23, 5)
CLXXXVI.      A noi dunque, che crediamo, lo Sposo si presenti bello. Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine, dove non perdette la divinità e assunse l’umanità; bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo, succhiava il latte ed era portato in braccio, i cieli hanno parlato, gli angeli hanno cantato lodi, la stella ha diretto il cammino dei magi, è stato adorato nel presepio, cibo per i mansueti. È bello in cielo, bello in terra, bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori; bello nei miracoli e nei supplizi; bello nell’invitare alla vita e nel non curarsi della morte; bello nell’abbandonare la vita e nel riprenderla; bello nella croce, nel sepolcro, in cielo… Suprema e vera bellezza è la giustizia; se ovunque è giusto, ovunque è bello. Venga a noi per farsi contemplare con gli occhi dello spirito (En. in ps. 44, 3)
CLXXXVII.      Dio è tutto per te, è tutto quello che ami … Di Dio tutto si può dire, e niente si riesce a dire degnamente. Non c’è una ricchezza così grande come questa povertà. Cerchi un nome adeguato e non lo trovi; cerchi di esprimerti in qualche maniera, e ogni parola serve. (In Io. ev. tr. 13, 5)
CLXXXVIII.      Giungerai alla fonte da cui sei stato appena irrorato, vedrai la luce di cui appena un raggio ha colpito il tuo cuore. (In Io. ev. tr. 35, 9)
CLXXXIX.      Lì l’acqua non gocciola, ma vi precipita la sorgente inesausta della verità. (Serm. 217, 5)
CXC.      Quello sarà il sabato supremo, il sabato che non avrà sera. (De civ. Dei 22, 30. 4)
CXCI.      Il salmista, pur ammirando le parti del tabernacolo, si sentiva attirato da una misteriosa soavità interiore e segreta; e mentre camminava nel tabernacolo, rapito da questa musica interiore, imponeva silenzio in lui a tutto il chiasso della carne e del sangue, e arrivava sino alla casa di Dio … Nella casa del Signore eterna è la festa. Il volto di Dio presente dona una letizia che mai viene meno. Il suono di quella festa accarezza le orecchie di chi cammina nella tenda e osserva i miracoli di Dio nella redenzione dei fedeli, e rapisce il cervo alle fonti delle acque. (En. in ps. 41, 9)
CXCII.      Il tuo dono ci accende e ci porta verso l’alto. Noi ardiamo e ci muoviamo. Saliamo la salita del cuore cantando il cantico dei gradini. Del tuo fuoco, del tuo buon fuoco ardiamo e ci muoviamo, salendo verso la pace di Gerusalemme. Quale gioia per me udire queste parole: Andremo alla casa del Signore! Là collocati dalla buona volontà, nulla desidereremo, se non di rimanervi in eterno. (Confess. 13, 9, 10)
CXCIII.      Quale intimo segreto è mai questo dal quale mai si è allontanati? Mirabile intimità e dolce solitudine! O segreto senza tedio, non amareggiato da pensieri inopportuni, non turbato da tentazioni e da dolori! Non è forse quell’intimo segreto dove entrerà colui al quale il Signore dirà, come a servo benemerito: Entra nel gaudio del tuo Signore? (In Io. ev. tr. 25,14)
CXCIV.      Quando arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te. (De Trin. 15, 28, 15)
CXCV.      Ormai però il salmo è finito; e poi sento un certo qual odore che mi fa pensare d’aver tenuto un lungo discorso. Ma non si riuscirebbe mai a soddisfare i vostri desideri. Siete troppo prepotenti! Oh, se almeno con codesta vostra violenza rubaste il regno dei cieli! (En. in ps. 72, 34)

FONTE: www.mastrohora.it/pagine/letture/agostino_frasi.htm

APPROFONDIMENTO: www.mastrohora.it/terra/oratio

 

VEDI ANCHE… Apocrifi dell’antico testamento 

  • libro di Enoch
  • libro dei segreti di Enoch
  • epistola di Enoch
  • il terzo libro di Ezra
  • il quarto libro di Ezra
  • salmi di Salomone
  • testamenti dei dodici patriarchi
  • storie e massime di Achicar
  • libro dei giubilei
  • libro dei sogni
  • libro dei vigilanti
  • libro dell’astronomia
  • apocalisse di Mosè e vita di Adamo ed Eva
  • apocalisse noachica
  • apocalisse siriaca di Baruc

del nuovo testamento

  • Codice di Arundel

  • Codice di Hereford

  • Vangelo di Tommaso

  • Papiro di Bodmer

  • Protovangelo di Giacomo

  • Vangelo dello pseudo-Matteo

  • Vangelo di Pietro e di Nicodemo

  • Vangelo arabo dell’infanzia

  • Vangelo Armeno di Maria

  • Vangelo di Bartolomeo

  • Vangelo di Filippo

  • Vangelo di Gamaliele

  • Vangelo Agrapha di Maria

 

la Lettera di Giuda. Qui Michele si scontra col diavolo per strappargli il corpo di Mosè, appena deceduto: è l’eco di un’antica tradizione giudaica riferita da un’opera apocrifa (e quindi non appartenente alla Bibbia) intitolata Assunzione di Mosè. Nella Lettera di Giuda si legge: «L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!» (versetto 9).

 

Il pontificato di Papa Francesco oggi compie sei anni…

Questo Papa è la fine del Mondo. Del “mondo cattolico”

Un vero umanesimo integrale parte dalla difesa integrale della vita. In ogni momento

di

Il pontificato di Papa Francesco oggi compie sei anni e si avvia ad essere storico quanto quello di Wojtyla.

Mentre quello di Ratzinger viene collegato dalla gente alla sua rinuncia (considerazione che infastidisce assai i fan di Papa Benedetto) per quello di Bergoglio non si sa bene da che parte cominciare visti quanti sono i gesti memorabili e le sue “prime volte”. 

Dalla ricezione del sacramento della confessione davanti a tutti da parte di un Papa, alla riduzione allo stato laicale di un cardinale (McCarrick), all’inizio di un Giubileo non a san Pietro ma in Africa (Bangui).

Anche il modo di nominare i cardinali: no a quelli di Milano, Venezia o Los Angeles, sì ad Ernest Simoni, prete di più di novant’anni condannato dal regime di Enver Hoxha a passare gran parte della sua vita ai lavori forzati nelle fogne di Scutari.

Fino allo stendere la mano all’islam non fondamentalista al condannare la pena di morte.

Tutti ricordiamo il “chi sono io per giudicare un gay” pronunciato sul volo di ritorno da Rio nel 2013.

Violenza di genere e violenza di credo

Poi ci sono state, per esempio, le non meno forti affermazioni che assimilavano la violenza a padre Jacques ai femminicidi perpetrati da tanti battezzati cattolici.

Una canzone per te. Viaggio musicale per diventare…

€ 14,36 – Una canzone per te. Viaggio musicale per diventare grandi, libro di Alberto Pellai,Barbara Tamborini, edito da De Agostini. Questo è un… 

“A me non piace parlare di violenza islamica, perché tutti i giorni quando sfoglio i giornali vedo violenze, qui in Italia: c’è quello che uccide la fidanzata o la suocera, e questi sono violenti cattolici battezzati. Se parlassi di violenza islamica dovrei parlare anche di violenza cattolica?”.

L’accusa che alcuni cattolici rivolgono al Papa è quella di fare un gran caos, di impedire di vedere l’unità della Chiesa.

Papa Francesco sta semplicemente facendo vedere i problemi che tutti sapevano esserci ma che non si volevano guardare: lo scisma silenzioso che riguarda tutte quelle famiglie che un tempo si definivano “non regolari”, il problema della comunione ai divorziati risposati, la pedofilia dei preti.

Ma, se devo dire in poche battute quale sia la vera novità di questo pontificato, direi che è la fine del “mondo cattolico”.

Per i sentieri della Galilea

Papa Francesco non mette in crisi “i valori non negoziabili” (pur non chiamandoli mai così) ma mette alla pari la difesa della vita al momento dell’inizio o della fine con quello di ogni altro momento dell’esistenza: il cristiano deve difendere il feto come il forestiero che arriva sui barconi, il malato terminale come il condannato a morte.

Per Bergoglio i peccati commessi sotto le lenzuola sono meno importanti di quando gli esseri umani distruggono la diversità biologica nella creazione di Dio (Laudato Si, n. 8) o del gettare cibo avanzato, prendere bustarelle, o “venerare la dea lamentela” (Incontro coi seminaristi, 6 luglio 2013).

papa bergoglio sesto anniversario elezione 
Elezione Papa Bergoglio Francesco (Afp)

Cosa ha fatto Papa Francesco di così destabilizzante da spingere i Catholically Correct a leggere ogni sua parola, ogni suo gesto, come parola e gesto di minaccia e di confusione? Ha ricordato che siamo cattolici perché “universali”, che siamo di tutti perché siamo di Cristo, il galileo.

Ci ha ricordato che Gesù ci precede in Galilea – così dice il vangelo – e che la Galilea, lo spiegano gli esegeti, è la terra “fuori”, la terra di chi non è “puro puro”.

Dopo sei anni di Papa Francesco il “mondo cattolico” non esiste più. E non sto pensando a gruppi o a nomi e cognomi: sto pensando a una Weltanschauung, a una concezione della vita, a un modo di vedere le cose.

Per un cattolico il “mondo cattolico” non esiste perché il mondo cattolico è il mondo.

E se oggi il Papa ci parla tanto di periferie è perché ci siamo fatti l’attico in centro, abbiamo barricato la nostra vita apostolica, la nostra vita di fede, la nostra vita, al centro, ai primi posti, ai posti dei primi, e l’abbiamo arredata di lucidi principi non negoziabili, di adamantini “non prevalebunt”, di specchiati valori inalienabili.

Ma Gesù non aveva case, cose, su cui posare il capo, Gesù non era la tavola vivente delle leggi ma è la parola di Dio.

Non ci sono abbastanza leggi giuste per esprimere la giustizia di Dio. Non ci sono abbastanza opere di misericordia per esprimere l’amore di Dio.

Non c’è abbastanza vita per vivere eternamente.

Ci vuole Gesù in ogni minuto, in ogni gesto, in ogni iota della legge, per potersi dire di Cristo.

Una vita di regole, principi, valori, seppur col bollino cristiano, non fanno un cristiano.

Ci vuole Cristo. Non ci sono idee, per quanto esattamente virgolettate e copia incollate, che possano farci cristiani.

promemoria

Vedi anche

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🌻Ricomincio da qui…👣👣👣

Gigi mani che murano

www.romena.it/rubriche/mi-sta-a-cuore/archivio-mi-sta-a-cuore

“Alla soglia dei venticinque anni di Romena, voglio ricominciare da qui. Da queste mie mani nude che murano pietre, che si sporcano di calce e polvere”.

 

Sì, voglio fermarmi, e provare dopo questi anni meravigliosi a potare, come ci dicono i contadini, perché, se non poti, il nuovo non nasce. 
Ci diceva l ‘Abbè Pierrè: “Vogliate ogni tanto tutto spegnere perché rivivano le stelle e vi indichino la strada”.  
Aveva ragione, bisogna, a volte, ripartire da zero. 
Affrontare ad “orecchio nudo” gli altri e quello che hai vissuto fino ad ora. Reimparare ad ascoltare.
Voglio ri-ascoltare queste mura di Romena e farmi raccontare  il tempo che abbiamo  perso, le falsità rimaste nascoste, gli spiriti liberi lasciati andar via senza accorgercene. Voglio spostare il baricentro oltre me stesso e vedere dove sono davvero. Ogni presa di coscienza è infatti un punto di partenza.
Rinnovarmi e rinnovarci, allora, e chiederci se ancora le nostre scelte sono calate nella realtà, se sono capaci di aprire nuove strade o ci fanno stagnare.  
Spesso la fretta ci porta a non affrontare i problemi che stanno dietro la crisi, e che rimossi velocemente sono come veleni non smaltiti.
Fermarsi, per avere un tempo che veglia su ciò che non si vede, per andare al di là del visibile, per inventare nuove strade, per progettare nuovi percorsi, per ricreare e ricrearsi.
Fermarsi, per liberarci dai vincoli del già visto, del già conosciuto,  e ritrovare la freschezza dell’inizio, libero da ciò che credevo di sapere, e da quello che credevo di avere.

Vorrei riavvicinarmi alle otto parole della “via della resurrezione” con grande silenzio e togliendomi le scarpe. Vorrei “vivere” quella via della resurrezione e di nuovo, partorire me stesso, passare la cruna dell’ago per entrare in una nuova tappa della mia vita e della vita della fraternità, imparare a morire per risorgere in una nuova vita, silenziosamente senza drammatizzare nulla.

Tornare attento a ciò che stiamo vivendo, agli incontri che facciamo, a come preghiamo, alla musica che ascoltiamo per trasformare il nostro fare in gesti sacri.

Spesso ci sono cose essenziali tanto vicine da diventare quasi invisibili. Non sempre ciò che cerchiamo è lontano, spesso ci è accanto, “abita con noi”, è parte del nostro quotidiano.
Tornare ad “esserci” è più importante di tutte le cose che possiamo fare, la presenza è la cosa più creativa che esista.
E’ difficile recuperare la libertà dentro, è difficile disintossicarci dentro, è difficile espellere i faraoni che ci comandano dentro, perché la nostra è una generazione iper-psichica e iper-emotiva. Non siamo ancora riusciti a elaborare un pensiero che metta insieme 
l’ideale e l’esistenza di tutti i giorni, l’amore e la solidarietà concreta.
Spesso i nostri sentimenti più veri, vengono usurati dall’abitudine e rinascono quando appaiono nuove visioni, nuovi ideali. Io credo che tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti repressi.

Ho voglia di ripartire dalla vita, per ritrovare il coraggio di percorrere strade che nessuno ha percorso, di pensare idee che nessuno ha ancora pensato.
La libertà contiene la radice “Hfsh” che vuol dire: cercare. Ecco, voglio continuare a cercare, a far rivivere il soffio della vita che è in me, avanzare nello spazio ove la vita continua.

Ci vuole tempo, e non bastano venticinque anni, affinché la nostra vita si impregni di bellezza. Bisogna, rimanere a lungo incompiuti perché qualcosa di bello e di duraturo cresca in noi.
Vorrei che chi viene a Romena non sentisse la nostalgia di tornare a Romena, ma la nostalgia e la voglia di essere a casa dappertutto.

Luigi Verdi

www.romena.it/rubriche/mi-sta-a-cuore/2096-ricomincio-da-qui

https://youtu.be/j–Iy5Khx6Y
FIDUCIA

QOHELET – ECCLESIASTE erri de luca silenzio

Da:leggiamounlibro.blogspot.com/2013/10

un post dal sito  www.violettanet.it/poesiealtro_autori/QOHELET_1

VANITA DELLE VANITÀ TUTTO E VANITÀ – HAVEL HAVALIM

FUMO DI FUMI TUTTO NON È CHE FUMO

ED ECCO FUMO ... TUTTO È VENTO CHE HA FAME

ED ECCO TUTTO È VANITÀ E UN CORRER DIETRO AL VENTO

SPRECO DEGLI  SPRECHI

VANITAS VANITATUM ET OMNIA VANITAS

CHE RESTA ALL’UOMO DI TUTTO IL SUO AFFANNO IN CUI SI AFFANNA SOTTO IL SOLE ? GENERAZIONE CHE VA, GENERAZIONE CHE VIENE E LA TERRA NEL SUO CICLO RIMANE. E SORGE IL SOLE ED IL SOLE TRAMONTA ANELANDO AL SUO LUOGO DOV’EGLI RISORGE. SOFFIA A MEZZOGIORNO, POI GIRA A TRAMONTANA E VOLGENDO, VOLGENDO IL VENTO SE NE VA E SOPRA LE SUE SPIRE RITORNA IL VENTO.

ecclesiaste I:2-14

pianodidio.com/files/la_colonna_sonora.htm

HÈVEL   =   ABELE    –     IN EBRAICO ANTICO LA PRONUNCIA È  UGUALE
– LATINO             VANITAS
– SACCHI             VANITA IMMENSA

– RAVASI             FAME DI VENTO
– CERONETTI      INFINITO VUOTO
– DE LUCA           SPRECO  DEGLI SPRECHI  –   DEL SACRIFICIO  DI ABELE

QOHELET – ECCLESIASTE  –   IL TESTO PRESENTA LE RIFLESSIONI DI UN SAGGIO, CHE POTREBBERO ESSERE RIASSUNTE CON DUE PAROLE DELLA PRIMA FRASE: HEVEL HAVALIM, VANITÀ DELLE VANITÀ. L’AUTORE, CHE SECONDO LA TRADIZIONE VIENE IDENTIFICATO NELLA PERSONA DI SHLOMÒ, FA UN BILANCIO DELLA VITA UMANA. ACCANTO A UN APPARENTE PESSIMISMO PROFONDO, VIENE RIAFFERMATA LA FEDE IN DIO COME UNICA SALVEZZA DELL’UOMO. IL LIBRO È LETTO DURANTE LA FESTA DI SUKKOT.    

http://it.wikipedia.org

l’ecclesiaste

È SENZA DUBBIO UNO DEI LIBRI PIÙ AFFASCINANTI DELLA BIBBIA. NEGLI ULTIMI TEMPI IL MONDO DELL'EDITORIA  SEMBRA AVER RISCOPERTO QUESTO STRAORDINARIO LIBRO.  DOPO LA TRADUZIONE DI CERONETTI - 1927/2018 -   CONTINUA LA RICERCA PER RENDERE NELLA TRADUZIONE LA FORZA DEL TESTO EBRAICO.

QUESTI I TESTI PER CAPIRE QOHÉLET, FIGLIO DI DAVÌD, RE DI IERUSHALÈM, L'AUTORE DELL'ECCLESIASTE

LIBRO DI MISERIA, LIBRO ALLA MISERIA DI TUTTI SACRO. AL VERTICE DELLA SUA MUSICA, IN FIGURE INCORRUTTIBILI, UNA DANZA DELLA MORTE TRA LE PIÚ ESATTE, FORSE LA PIÚ PREZIOSA, UN SORTILEGIO RELIGIOSO AMORALE, LA MANO DELLA GIOVINEZZA AGITATA IN UN ECCESSO DI PIÚ, IN MODO SPLENDIDO E SPERPERATO . NON DISTINGUI IN QOHÉLET L’ORACOLO DALL’AMICO, L’ARISTOCRATICO BRU TALE DEL PENSIERO DAL RAPSODO POPOLARE DI STORIE E DI PROVERBI, IL CHIARITORE APPASSIONATO D’UOMINI DAL DISERTORE IROSO DEI LORO CON TATTI.
DALL’INTRODUZIONE DI GUIDO CERONETTI
– 1927/2018 –

LA PROVVIDENZA HA VOLUTO CHE QUESTO LIBRO RIENTRASSE NEL CANONE SACRO.

LO SI LEGGE PER GRAZIA DI QUESTA ASSUNZIONE, MA SEMPRE UN LETTORE SI CHIEDE COSA CI STIA A FARE KOHÈLET NELL’ANTICO TESTAMENTO.   E SI RISPONDE SE CREDE: “AMEN”, VERITÀ. 

ERRI DE LUCA   KOHÈLET    L’ECCLESIASTE    

I 222 VERSETTI, SUDDIVISI IN 12 CAPITOLI, DEL LIBRO BIBLICO DI QOHELET – L’ECCLESIASTE, IL “PRESIDENTE D’ASSEMBLEA” – CO STITUISCONO IL TESTO PIÙ ORIGINALE E “SCANDALOSO” DELL’ANTI CO TESTAMENTO. FIN DALLA CELEBRE ESPRESSIONE “HAVEL HANVALÎM …”, “VANITAS VANITATUM”, “UN IMMENSO VUOTO, TUTTO È VUOTO!”(1,2; 12,8), IL RESPIRO POETICO E RELIGIOSO DEL TESTO È TROPPO INDIPENDENTE E PROVOCATORIO PER ESSERE RIDOTTO A INTERPRETAZIONI SPIRITUALISTICHE O ASCETICHE, O A SEMPLICI RI FLESSIONI SULLA GIOIA E LA FATICA DI VIVERE, ALLA FILOSOFIA DELL”‘AUREA MEDIOCRITAS”. QUESTO ORIGINALE COMMENTO, CHE CONTESTA L’ ESEGESI  TRADIZIONALE DEL TESTO BIBLICO, RISCO PRE LO SCANDALO DEL LIBRO SOTTO LA SUA DISTACCATA APPAREN ZA. DOPO AVER CHIARITO GLI ENIGMI DELL’OPERA, DELL’AUTORE, DEL TESTO, DELL’INTERPRETAZIONE E DEL MESSAGGIO, SI VA INFI NE, ATTRAVERSO LE TERRE DEL NOSTRO PIANETA E I MILLENNI DELLA NOSTRA STORIA, ALLA RICERCA DEI “MILLE QOHELET”, CIOÈ DI TUTTI COLORO CHE SI SONO SPECCHIATI NEL SAPIENTE BIBLICO DEL III SECOLO A.C. – EGIZIANI E MESOPOTAMICI, GRECI E ROMANI, ARABI, CRISTIANI, RUSSI COME TOLSTOJ, FRANCESI COME MONTAI GNE, O SPAGNOLI, TEDESCHI, CECHI O RUMENI, TUTTI SEMPRE CONFORMI ALLO SPIRITO DEL GRANDE “FIGLIO DI DAVIDE RE DI GERUSALEMME”.
GIANFRANCO RAVASI  QOHÈLET
LIBRO TRA I PIÙ CONTROVERSI DELLA SACRA SCRITTURA, QOHELET, CHE GRECAMENTE DIVENNE ECCLESIASTE, IL “CONVOCATORE”, È RIMASTO NEL CANONE EBRAICO E IN QUELLO CRISTIANO COME UNA &LAQNO;PIETRA D’INCIAMPO». NEL TEMPO SI SONO SUCCEDUTE INTERPRETAZIONI MOLTO DISCORDANTI, SPESSO CON L’INTENTO DI SMUSSARNE LE PUNTE, DI ELIMINARE QUANTO SEMBRAVA IN CONTRADDIZIONE CON IL DISEGNO VERITATIVO DELLA RIVELAZIONE. NORBERT LOHFINK AFFRONTA QUESTA CROCE DEGLI INTERPRETI CON STRAORDINARIA NOVITÀ DI VISIONE, IN CUI SI ALLEANO SPERIMENTATA COMPETENZA ESEGETICA E SAGACIA FILOSOFICO TEOLOGICA. QUEST’OPERA, FORSE NATA DALLA RIFLESSIONE PROLUNGATA E TORMENTOSA DI UN PERSONAGGIO DI ELEVATA CONDIZIONE SOCIALE E CULTURALE, PIENAMENTE IMMERSO E INTERAGENTE CON IL TRAPASSO DI PENSIERO E DI VITA PRODOTTO DALL’INCONTRO TRA EBRAISMO ED ELLENISMO, È LA TESTIMONIANZA DI UNA FEDE FERMISSIMA, CAPACE PERÒ DI ESPORSI A TUTTE LE SFIDE DELLA FILOSOFIA. IL DIO CHE QOHELET ADORA – MENTRE IL MONDO PULLULA DI ENIGMI, I BUONI NON RICEVONO RICOMPENSA, TRIONFANO SFRUTTATORI E PREVARICATORI – È COLUI CHE TANTO PIÙ SI INNALZA NELLA SUA TRASCENDENZA E NELLA BONTÀ MISTERIOSA DEI SUOI DECRETI, QUANTO MENO L’UOMO PUÒ PRETENDERE DI COMPRENDERE IL SENSO ULTIMO D’ESSI: I’UOMO CHE, CHIUSO NEL TEMPO E NELL'”ETERNO RITORNO” DEI SUOI CORSI, HA PERÒ IN SÉ LA FATALE “NOZIONE DELL’ETERNITÀ”. BENALTRO CHE UN AGNOSTICO MEDIOCRE, PREOCCUPATO SOLO DELLA MODERAZIONE MONDANA NEL GODERE LE QUOTIDIANE PICCOLE GIOIE DELLA VITA, QOHELET – CHE TUTTO GIUDICA, MA NON DISPREZZA, COME “FUMO”, “TESSERE L’ARIA”, VANITÀ … – È UN ANELLO INSOSTITUIBILE D’UNA TRADIZIONE CHE, PURE CON LA “FATICA DEL CONCETTO”, TENTA IL PASSO SULLA SOGLIA DEL “SANTO DEI SANTI”.
Norbert Lohfink   Qohelet

212.239.28.195/nonsololibri

ECCLESIASTE

“PER TUTTO C’É UN MOMENTO E UN TEMPO PER OGNI AZIONE, SOTTO IL SOLE. C’É UN TEMPO PER NASCERE E UN TEMPO PER MORIRE, UN TEMPO PER PIANTARE E UN TEMPO PER SBARBARE IL PIANTATO. C’É UN TEMPO PER UCCIDERE E UN TEMPO PER CURARE, UN TEMPO PER DEMOLIRE E UN TEMPO PER COSTRUIRE. C’É UN TEMPO PER PIANGERE E UN TEMPO PER RIDERE, UN TEMPO PER GEMERE E UN TEMPO PER BALLARE…

IL LIBRO BIBLICO ATTRIBUITO A SALOMONE, CELEBRE LAMENTO SULLA VANITÀ DI TUTTE LE COSE MATERIALI, PRESENTATO NELLA PERSONALISSIMA PROSPETTIVA DI UNA GRANDE SCRITTRICE: “FIN DAI PRIMI VERSETTI DELL’ECCLESIASTE SI È TRASCINATI DA UNA CORRENTE DI SUONI… LE ORECCHIE SONO INCANTATE, MA NELLO STESSO TEMPO SI È ESTREMAMENTE VIGILI”

DORIS LESSING
thanatos.it

«NELLA NOSTRA EPOCA AGNOSTICA E MATERIALISTICA, QUESTO PUÒ ESSERE IL MIGLIOR MODO PER CONVINCERE LA GENTE A LEGGERE LA BIBBIA: COME LETTERATURA», HA SCRITTO DAVID GROSSMAN, E NESSUNO SCRITTORE POTREBBE DIMOSTRARE MEGLIO DI DORIS LESSING COME I TESTI SACRI COSTITUISCANO UN GRANDE ROMANZO. L’ECCLESIASTE, O QOHELET, CHE IN EBRAICO SIGNIFICA “ARRINGATORE POPOLARE”: IN QUESTO CASO, L’ARRINGATORE È IL RE D’ISRAELE. IN UN RACCONTO CIRCOLARE, EGLI DESCRIVE LE ASPERITÀ DEL SUO PERCORSO SPIRITUALE: LA DECISIONE DI PERSEGUIRE LA SAGGEZZA, LA PERCEZIONE CHE LA SAGGEZZA SIA SOPRATTUTTO DOLORE E LA DECISIONE DI APPROPRIARSI DEL MONDO E DELLA FELICITÀ ATTRAVERSO I BENI E I SENTIMENTI TERRENI, LA COMPRENSIONE DELLA VANITÀ DI TUTTO, IL RITORNO ALLA RICERCA DELLA SAGGEZZA. DORIS LESSING SI LASCIA CATTURARE DA QUESTO RACCONTO CIRCOLARE E TENTA DI RICOSTRUIRNE L’ORIGINE: IL TESTO NON FU SCRITTO DA QOHELET, MA DAI SUOI ALLIEVI, DALLA COLLAZIONE DEI LORO APPUNTI SPARSI. IL MESSAGGIO, DUNQUE, GIUNGE A NOI FILTRATO DUE VOLTE: DALL’INTERPRETAZIONE E DALL’INTELLIGENZA DI COLORO CHE LO TRASCRISSERO E DALLA TRADUZIONE. CIÒ NONOSTANTE, L’ECCLESIASTE CONTINUA A ESERCITARE UN ENORME FASCINO SU OGNI LETTORE, ATEO O CREDENTE CHE SIA: PER QUALE MOTIVO? SECONDO LESSING, PER IL LINGUAGGIO, CHE RIMANE ANCOR OGGI LA PIÙ BELLA PROSA MAI SCRITTA, LA STESSA CHE AVREBBE ISPIRATO IL PIÙ GRANDE SCRITTORE DI TUTTI I TEMPI, WILLIAM SHAKESPEARE. E IN QUESTA PROSPETTIVA, QUALSIASI LETTORE POTRÀ TROVARE IN QUESTO TESTO SACRO NON SOLO UNA TENSIONE MORALE, MA UNO STILE E DELLE SONORITÀ FORTEMENTE SUGGESTIVE.

einaudi.it

 L’AUTORE     PROLOGO     VITA DI SALOMONE     LA MORTE     LA SOCIETÀ

  IL DENARO     LA SANZIONE     LA SORTE    SAGGEZZA E FOLLIA     EPILOGO 

www.edscuola.it/archivio/antologia/millelibri/Bibbia/R000250.html

     ECCLESIASTE CAP DA 1 A 12      

www.laparola.net/bibbia/libro.php?n=25

DISEGNI DI LUCREZI

UNO DEI TESTI PIÙ DISCUSSI ALL’INTERNO DELLA BIBBIA.    IL LIBRO CHE DEFINISCE FILOSOFICAMENTE IL SIGNIFICATO DELLA VITA UMANA TRA BENE E IL MALE, IL PRIMO A PARLARE DEL CONCETTO DEL “VANITAS VANITATUM”  VANITÀ DELLE COSE VANE.   IL “QOHELET”   O “ECCLESIASTE”   REDATTO TRA III E II SECOLO AVANTI CRISTO DA UN MISTERIOSO “ASCOLTATORE DI RE SALOMONE” È L’ARGOMENTO DI STUDIO DEL VOLUME DI FRANCESCO LUCREZI DOCENTE DI STORIA DEL DIRITTO ROMANO.
ALLE PAGINE DEL TESTO INTEGRALE SI ACCOMPAGNA UNA SERIE DI TAVOLE INTERPRETATIVE DELLO STESSO LUCREZI TRA IL 2009 E 2013. RAPPRESENTANO IL QUARTO CICLO DELLA SERIE DI DISEGNI INTITOLATA “IMMAGINI DI SCRITTURE” .

paolo de luca . larepubblica.it – 2013

NELL’ECCLESIASTE LA DONNA VIENE RELEGATA ENTRO COMPITI MODESTI.

SI LEGGE: «SI PROCURA LANA E LINO E LI LAVORA VOLENTIERI CON LE MANI …STENDE LE SUE MANI ALLA CANOCCHIA E FA ANDARE IL FUSO CON LE DITA… NON TEME LA NEVE PER LA SUA FAMIGLIA, PERCHÉ TUTTI I SUOI DI CASA HANNO DOPPIA VESTE… SI ALZA QUANDO È ANCORA NOTTE E PREPARA IL CIBO ALLA SUA FAMIGLIA… NEPPURE DI NOTTE SI SPEGNE LA SUA LUCERNA». IN QUESTO LIBRO, ATTRIBUITO A SALOMONE, SI LEGGE ANCORA: «…AMARA PIÙ DELLA MORTE È LA DONNA LA QUALE È UN LACCIO, UNA RETE IL SUO CUOR, CATENE LE SUE BRACCIA. CHI È GRATO A DIO NE PUÒ SCAMPARE, MA IL PECCATORE CI RESTA PRESO… UN UOMO SOLO TRA MILLE HO TROVATO, MA UNA DONNA FRA TANTE NON L’HO TROVATA». E LO STESSO PASSO (ECCL. 7,27) TERMINA CON LA FAMOSA SENTENZA: «IDDIO HA FATTO L’UOMO SEMPLICE: SONO ESSI CHE VANNO IN CERCA DI TANTI E TANTI PERCHÉ».    23 TUTTO QUESTO IO HO ESAMINATO CON SAPIENZA E HO DETTO: «VOGLIO ESSERE SAGGIO!», MA LA SAPIENZA È LONTANA DA ME! 24 CIÒ CHE È STATO È LONTANO E PROFONDO, PROFONDO: CHI LO PUÒ RAGGIUNGERE?
25 MI SON APPLICATO DI NUOVO A CONOSCERE E INDAGARE E CERCARE LA SAPIENZA E IL PERCHÉ DELLE COSE E A CONOSCERE CHE LA MALVAGITÀ È FOLLIA E LA STOLTEZZA PAZZIA. 26 TROVO CHE AMARA PIÙ DELLA MORTE È LA DONNA, LA QUALE È TUTTA LACCI: UNA RETE IL SUO CUORE, CATENE LE SUE BRACCIA. CHI È GRADITO A DIO LA SFUGGE MA IL PECCATORE NE RESTA PRESO.
      

verso 26 citato  in Lettere di Abelardo e Eloisa – epistolario – testo latino a fronte –  autore abelardo pietro 

ibs.it
27 VEDI, IO HO SCOPERTO QUESTO, DICE QOHÈLET, CONFRONTANDO UNA AD UNA LE COSE, PER TROVARNE LA RAGIONE. 28 QUELLO CHE IO CERCO ANCORA E NON HO TROVATO È QUESTO:  UN UOMO SU MILLE L’HO TROVATO:   MA UNA DONNA FRA TUTTE NON L’HO TROVATA.
db.avvenire.it         

http://lasacrabibbiaelaconcordanza.lanuovavia.net

the hebrew word   ‘  qohelet  ‘

means something like  ‘  preacher  ‘

epreacher.org   –    usc.edu/dept/LAS    –   guruji.it

PERCHÉ LA CHIESA PARLA ALLA POLITICA
CARLO MARIA MARTINI CARDINALE
PUBBLICHIAMO IL TESTO DELL’OMELIA PRONUNCIATA DAL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI IN OCCASIONE DELLA RICORRENZA DI SANT’AMBROGIO. PER OGNI COSA C’È IL SUO MOMENTO, IL SUO TEMPO PER OGNI FACCENDA SOTTO IL CIELO. C’È UN TEMPO PER NASCERE E UN TEMPO PER MORIRE, UN TEMPO PER PIANTARE E UN TEMPO PER SRADICARE LE PIANTE. UN TEMPO PER UCCIDERE E UN TEMPO PER GUARIRE, UN TEMPO PER DEMOLIRE E UN TEMPO PER COSTRUIRE. UN TEMPO PER PIANGERE E UN TEMPO PER RIDERE, UN TEMPO PER GEMERE E UN TEMPO PER BALLARE. UN TEMPO PER GETTARE SASSI E UN TEMPO PER RACCOGLIERLI, UN TEMPO PER ABBRACCIARE E UN TEMPO PER ASTENERSI DAGLI ABBRACCI. UN TEMPO PER CERCARE E UN TEMPO PER PERDERE, UN TEMPO PER SERBARE E UN TEMPO PER BUTTAR VIA. UN TEMPO PER STRACCIARE E UN TEMPO PER CUCIRE, UN TEMPO PER TACERE E UN TEMPO PER PARLARE. UN TEMPO PER AMARE E UN TEMPO PER ODIARE, UN TEMPO PER LA GUERRA E UN TEMPO PER LA PACE”.IL TESTO BIBLICO CHE ABBIAMO ASCOLTATO, TRATTO DAL LIBRO DEL QOHELET (3, 1-8) È UN TESTO CHE VIENE SPESSO UTILIZZATO PER RICORDARE LA VARIETÀ DELLE VICENDE UMANE, IL MUTARE DEGLI SCENARI DELLA STORIA E PER INDICARE CHE PER TUTTE LE COSE C’È UN TEMPO ADATTO, CHE OCCORRE SAPER INDIVIDUARE CON SAGGEZZA. SANT’AMBROGIO, CHE AMAVA I LIBRI SAPIENZIALI DELLA BIBBIA E CHE NEI SUOI SCRITTI HA CITATO ALMENO UN VENTINA DI VOLTE IL LIBRO DEL QOHELET, CHE EGLI CHIAMAVA, SECONDO LA TRADIZIONE LATINA, L’ECCLESIASTE, HA RIPORTATO QUESTO TESTO QUASI PER INTERO NEL SUO SCRITTO SU TOBIA: “I SEMI – DICE SANT’AMBROGIO _ SI APRONO NELLA LORO STAGIONE, GLI ANIMALI PARTORISCONO NELLA LORO STAGIONE. INFATTI C’È UN TEMPO PER PARTORIRE E UN TEMPO PER MORIRE, UN TEMPO PER PIANTARE E UN TEMPO PER SRADICARE CIÒ CHE È STATO PIANTATO, UN TEMPO PER UCCIDERE E UN TEMPO PER GUARIRE”; E PIÙ OLTRE: “C’È UN TEMPO PER GUADAGNARE E UN TEMPO PER RESTITUIRE, UN TEMPO PER CONSERVARE E UN TEMPO PER GETTARE VIA” (DE TOBIA, 13).
QUI AMBROGIO NON CITA PERÒ L’ESPRESSIONE CHE A ME PIÙ INTERESSA QUESTA SERA E CIOÈ LA FRASE: C’È UN TEMPO PER TACERE E UN TEMPO PER PARLARE. MA IN ALTRE OPERE AFFRONTA ESPRESSAMENTE IL TEMA DELLE CONDIZIONI DELLA PAROLA E DEL SILENZIO IN TERMINI MOLTO ESPLICITI (AD ES. “DE OFFICIIS, DEI DOVERI”, I,9). E POCHI GIORNI PRIMA DELLA SUA MORTE, NEL 973 (CI PREPARIAMO A CELEBRARE SOLENNEMENTE QUESTO DECIMOSESTO CENTENARIO A PARTIRE DALL’ANNO PROSSIMO 1996) NELLA “SPIEGAZIONE DEL SALMO 43”, SCRIVE: “C’È UN TEMPO ADATTO PER TUTTO: UN TEMPO PER TACERE E UN TEMPO PER PARLARE. DEVI TACERE QUANDO NON TROVI UN INTERLOCUTORE DISPONIBILE; DEVI PARLARE QUANDO IL SIGNORE TI CONCEDE UNA LINGUA SAPIENTE, COSÌ DA RENDERE EFFICACE IL TUO DISCORSO NEL CUORE DEI TUOI ASCOLTATORI”

Explanatio Psalmi XLIII 72

sambrogiodimignanego.it

QOHELET
II LIBRO PIÙ ORIGINALE E “SCANDALOSO” DELL’ANTICO TESTAMENTO
“QUALE UTILITÀ RICAVA L’UOMO DA TUTTO L’AFFANNO PER CUI FATICA SOTTO IL SOLE? UN IMMENSO VUOTO, TUTTO È VUOTO!”. LA STRAORDINARIA E SCONCERTANTE RIFLESSIONE DI QOHELET, SAPIENTE DI ISRAELE CHE SPINGE L’UOMO MODERNO, CON INCREDIBILE ATTUALITÀ, A PORSI DOMANDE RADICALI SENZA COMPROMESSI CIRCA IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE, DELL’AMORE E DEL DOLORE, DELLA RICCHEZZA E DEL PIACERE.
IL LIBRO PIÙ SCONVOLGENTE, CAPOLAVORO LETTERARIO DELL’ANTICO TESTAMENTO CHE ANCORA OGGI AFFASCINA LA RIFLESSIONE DEGLI UOMINI LIBERI, VIENE QUI RIPROPOSTO DALLA TRADUZIONE ORIGINALE DI GIANFRANCO RAVASI E DAL SUO INEGUAGLIABILE COMMENTO. NELL’ULTIMO CAPITOLO, I MILLE QOHELET, RAVASI RIPERCORRE I MILLENNI DI STORIA ALLA RICERCA DI TUTTI COLORO CHE SI SONO SPECCHIATI IN QUESTO SAPIENTE DEL III SEC. A.C.

ibs

 

C’È UN TEMPO PER AMARE E UN TEMPO PER ODIARE  

CHE VANTAGGIO HA CHI SI DÀ DA FARE CON FATICA ?
IL LIBRO PIÙ MODERNO DELLA BIBBIA PRESENTATO

ALL’UOMO D’OGGI DA UN GRANDE MAESTRO

novena.it

MOLTO DOLORE S’ACCOMPAGNA A UNA GRANDE SAPIENZA

PERCIÒ CHI ACQUISTA LA SAPIENZA AUMENTA LE PROPRIE PENE

CHI SA TANTE COSE HA MOLTI FASTIDI 

CHI HA UNA GRANDE ESPERIENZA HA MOLTE DELUSIONI     

ecclesiaste 1, 18

 

*

 

erri de luca

NATO A NAPOLI IL 20 MAGGIO 1950  ATTUALMENTE VIVE A ROMA.

HA PUBBLICATO RACCOLTE DI RACCONTI E   ROMANZI, TRA CUI: NON ORA, NON QUI, UNA NUVOLA COME TAPPETO, ALZAIA, PIANOTERRA, ORA PRIMA, TU MIO, TRE CAVALLI.     

ESPERTO EBRAISTA HA ANCHE TRADOTTO E CURATO ESODO/NOMI – GIONA/IONÀ E KOHÈLET/ECCLESIASTE .
DE LUCA È UNO SCRITTORE DI STORIE E DI PERSONAGGI SOLTANTO NELLA MISURA IN CUI LA STORIA COINCIDE COL PERSONAGGIO. LA SUA VOCE – A VOLTE PASTOSA ALTRE TREMENDAMENTE SCABRA – VIENE VIA VIA AFFABULANDO IL LETTORE INTORNO ALLE VICENDE, ALLE PROIEZIONI E ALLE REAZIONI DI PERSONAGGI CENTRALI, CHE PUR APPARENDO IN QUALITÀ DI DEMIURGHI DELLA STORIA SONO IN REALTÀ PROFONDE ALLEGORIE DELL’IO, CONTINUAMENTE RILANCIATO COME ULTIMO PERSONAGGIO LETTERARIO DI CUI SI POSSA PARLARE. NON C’È CONTINUITÀ TRA QUESTIIO, CHE VARIANO IMMANCABILMENTE DA LIBRO A LIBRO, MUTANDO ETÀ E FORMA, MA RESTANDO INTESSUTI DELLA VOCE DI DE LUCA: IN ACETO, ARCOBALENO SI TRATTA DI UN VECCHIO QUASI BORGESIANO, CHE RILASCIA LA MEMORIA DEL MONDO COME SE FOSSE UN FUNES DELLA NATURA; IN TU MIO (FORSE IL MIGLIORE TRA I LIBRI DI ERRI DE LUCA) IL PROTAGONISTA RICORDA UN’ESTATE DI INIZIAZIONE, INTORNO AI SEDICI ANNI; IN TRE CAVALLI IL PERSONAGGIO CENTRALE È UN GIARDINIERE CINQUANTENNE.
TRAMATA DI BALUGINII E MICROSCOPICHE AGNIZIONI, LA SCRITTURA DI QUESTO NARRATORE ATIPICO (CHE AMA RICORDARE FINO ALLO SFINIMENTO IL SUO PASSATO DI OPERAIO) TIENE PRESENTI I CANONI DELLA LETTERATURA PROFETICA, ABBASSATI E INNESTATI NELLA CONTEMPORANEITÀ   DI CUI DE LUCA È FORSE OGGI IL MIGLIORE CANTORE ITALIANO .

clarence.com

VALORE

CONSIDERO VALORE OGNI FORMA DI VITA
LA NEVE, LA FRAGOLA, LA MOSCA, IL REGNO
MINERALE, L’ASSEMBLEA DELLE STELLE.
CONSIDERO VALORE IL VINO FINCHÉ DURA UN PASTO
UN SORRISO INVOLONTARIO
LA STANCHEZZA DI CHI NON SI È RISPARMIATO
E DUE VECCHI CHE SI AMANO.
CONSIDERO VALORE QUELLO CHE DOMANI
NON VARRÀ PIÙ NIENTE E QUELLO CHE OGGI
VALE ANCORA POCO.
CONSIDERO VALORE TUTTE LE FERITE.
CONSIDERO VALORE RISPARMIARE ACQUA
RIPARARE UN PAIO DI SCARPE, TACERE IN
TEMPO, ACCORRERE A UN GRIDO
CHIEDERE PERMESSO PRIMA DI SEDERSI, PROVARE
GRATITUDINE SENZA RICORDARSI DI CHE.
CONSIDERO VALORE SAPERE IN UNA STANZA
DOV’È IL NORD, QUAL È IL NOME DEL
VENTO CHE STA ASCIUGANDO IL BUCATO.
CONSIDERO VALORE IL VIAGGIO DEL VAGABONDO
LA CLAUSURA DELLA MONACA
LA PAZIENZA DEL CONDANNATO QUALUNQUE COLPA SIA.
CONSIDERO VALORE L’USO DEL VERBO AMARE
E L’IPOTESI CHE ESISTA UN CREATORE …
MOLTI DI QUESTI VALORI NON HO CONOSCIUTO

da opera sull’acqua e altre poesie

IO SCRIVO SEMPRE A PENNA SU UN QUADERNO. SONO RIMASTO AFFEZIONATO A QUESTO FORMATO DELLA STESURA. FACCIO COSÌ, SCRIVO SULLA PAGINA DI DESTRA E LASCIO DI SOLITO LA PAGINA DI SINISTRA BIANCA PER LE EVENTUALI AGGIUNTE. E POI MI ACCORGO CHE ALLA FINE HO BUTTATO MEZZO QUADERNO PERCHÉ LA PAGINA BIANCA RESTA BIANCA. FACCIO POCHE CORREZIONI E SPRECO METÀ QUADERNO. MI CI VUOLE UN QUADERNO A RIGHE E NON A QUADRETTI PERCHÉ I QUADRETTI MI SOMIGLIANO A SBARRE E IO SONO DI UN SECOLO CHE È STATO IL PIÙ CARCERARIO DELLA STORIA DELL’UMANITÀ, PER CUI LE SBARRE NON LE POSSO VEDERE. MI SERVONO LE RIGHE PERCHÉ SENNÒ NON VADO DRITTO.
il peso della farfalla – intervista 2009

SONO FIGLIO

DI UNA FAMIGLIA BORGHESE

IMPOVERITA DALLA GUERRA

EDL HA LA PASSIONE DELL’ALPINISMO

nella foto con l’amico  mauro corona

http://youtu.be/VzGE3J2LHl4  –  no tav

¿  QUÉ ES TODO EL PENAR Y EL AFANARSE DEL HOMBRE BAJO EL SOL ?

NADA TODO ES UNA NADA VACÍA Y UN HAMBRE DE VIENTO 

perso.wanadoo.es

 INFATTI, TANTO DEL SAGGIO QUANTO DELLO STOLTO NON RIMANE RICORDO ETERNO

POICHÉ NEI GIORNI FUTURI TUTTO SARÀ DA TEMPO DIMENTICATO.

PURTROPPO IL SAGGIO MUORE, AL PARI DELLO STOLTO !

laparola.net

IL SENSO DEL MONDO ? CHIEDI ALLA POLVERE
LA VANITÀ DELLE VANITÀ

IL VUOTO INTACCA, OLTRE AL FARE E AL CAPIRE, ANCHE L’ESSERE INTERO, CIOÈ QUEL COSMO E QUELLA STORIA SUI QUALI IL SAPIENTE CLASSICO SI GETTAVA CON GRANDE PASSIONE, CONVINTO DI POTERLI PENETRARE, STUDIARE, PLASMARE. COMINCIAMO CON LA NATURA, PER SCOPRIRE COME LA CONSIDERA QOHELET: SUGGERIAMO LA LETTURA DI UNA STROFA DI GRANDE BELLEZZA, «UNA PERLA DEL LIBRO», SECONDO LA DEFINIZIONE DI UNO STUDIOSO, THOMAS K. CHEYNE, OSSIA 1, 4-7. L’ORIZZONTE COSMICO È RAPPRESENTATO DA UNA TETRADE: LA TERRA, IL SOLE, IL VENTO, IL MARE. IN FILIGRANA SI POTREBBERO INTUIRE I QUATTRO ELEMENTI DEI MAESTRI DELLA FILOSOFIA IONICA: TERRA, FUOCO, ARIA, ACQUA. O ANCHE I QUATTRO PUNTI CARDINALI, COME USAVANO FARE GLI ANTICHI EGIZI. LA LEGGE CHE TUTTO REGOLA È LA RIPETIZIONE MECCANICA E CHIUSA IN SE STESSA, IMPRODUTTIVA E SCONTATA. IL SOLE NON È PIÙ L’ASTRO GLORIOSO CANTATO COME UN EROE E UNO SPOSO NEL SALMO 19, MA È UN LAVORATORE CHE «ANELA» AL RIPOSO SERALE: IL VERBO EBRAICO USATO È APPUNTO QUELLO DELLO SCHIAVO CHE ATTENDE SPASMODICAMENTE LA SERA PER ESSERE SOLLEVATO DALLA DURA FATICA DEL SUO SERVIZIO (GB 7, 2).

L’HEBEL/HABEL INFETTA ANCHE L’ESISTENZA UMANA CHE PURE È SEGNATA DA FREMITI DI GIOIA E CONOSCE IL GUSTO DEL PIACERE. PER QOHELET L’UOMO HA UN’AFFINITÀ RADICALE CON LE BESTIE, NON SOLO PER IL SUO COMPORTAMENTO, MA ANCHE PER LA SUA STRUTTURA COSTITUZIONALE: QUANDO DIO RITIRA IL RESPIRO, CIOÈ IL SUO ATTO CREATIVO E IL PRINCIPIO VITALE, L’UOMO PIOMBA NELLA POLVERE COME L’ANIMALE E QOHELET NON VEDE SPAZI PER UN OLTREVITA LUMINOSO (3, 18-21 E 12, 7). È IN UNA DELLE SUE PAGINE PIÙ ALTE POETICAMENTE CHE IL NOSTRO SAPIENTE DIPINGE LA SUA VISIONE DELL’ESISTENZA UMANA, COGLIENDOLA DALL’ANGOLO DI VISUALE DEL TRAMONTO, OSSIA DELLA VECCHIAIA. È IL CANTO ULTIMO DEL LIBRO (11, 7 – 12, 8), DI TONALITÀ LIRICA E MALINCONICA, COSTRUITO A DITTICO COSÌ DA OPPORRE ALLA MERAVIGLIA DELLA GIOVINEZZA E DEI «CAPELLI NERI» L’AFFONDARE DELL’UOMO NEL BARATRO DEI «GIORNI ORRIBILI E TENEBROSI», DELLO SFACELO SENILE E DELLA MORTE. È UNA SPECIE DI «ADDIO ALLA VITA», SVELATA PROPRIO DALLA VECCHIAIA NELLA SUA VERA REALTÀ DI FRAGILITÀ E INCONSISTENZA.

GIANFRANCO RAVASI

redazione –  lastampa.it

bibbiaonline.it

DIO STESSO HA DIMOSTRATO IL SUO AMORE E LA SUA SOLIDARIETÀ CON CIASCUNO INDIVIDUO, QUANDO È VENUTO TRA DI NOI ATTRAVERSO GESÙ CRISTO. EGLI HA TESTIMONIATO LA SUA VICINANZA ALL’INDIVIDUO PROPRIO NELLE SUE DEBOLEZZE, INCAPACITÀ DI CAPIRE, PAURE, ANSIE ED ASPETTATIVE E NELLA SUA POVERTÀ MATERIALE, FISICA O RELIGIOSA.

ospiti.peacelink.it

ESEGESI
CHE LA PARTE CREDENTE FACCIA SUA LA GRANDE PAROLA QOHELETICA  ‘ CHI SA ? ’
NEL QOHELET MANCA QUASI TUTTO CIÒ CHE NEL RESTO DELLA BIBBIA FA LA DELIZIA DI DIO: IL SENSO DELLA PROVVIDENZA, IL SENSO DELLA STORIA, LA GIUSTIFICAZIONE DEL MALE, LA FIDUCIA NEL FUTURO, LA GIOIA DI ESSERE NATI E COSÌ VIA. MA, COME HA ACUTAMENTE OSSERVATO RAV GIUSEPPE LARAS, CI SONO DEI CREDENTI O MEZZO CREDENTI A CUI TUTTO QUESTO NON SOLO NON APPARE PROVATO DALL’ESPERIENZA, MA AUMENTA IL DUBBIO E L’ANGOSCIA. E ALLORA, PER QUESTI PERPLESSI O SMARRITI, DIO TIENE IN SERBO IL LIBRO BIBLICO PIÙ DUBBIOSO CHE SIA STATO SCRITTO. PERCHÉ, COME TUTTI DOVREBBERO SAPERE, DIO NON SPEGNE IL LUCIGNOLO FUMIGANTE E NON SPEZZA LA CANNA INCRINATA. IN ALTRE PAROLE (PER DIRLA CON IL CARD. MARTINI) IN OGNI UOMO, PROPRIO IN OGNI UOMO, C’È IL CREDENTE E IL NON CREDENTE, E NON SOLO IL CREDENTE HA DIRITTO A UNA PAROLA SU MISURA.
www.biblia.org

LA COMPRENSIONE DEL SIGNIFICATO DELLA BIBBIA, IL MODO IN CUI VIENE LETTA E LA SUA INTERPRETAZIONE, DISCIPLINA DETTA ANCHE ERMENEUTICA DELLA BIBBIA, È UN FATTO TEOLOGICO, DIPENDENTE CIOÈ DALLE VARIE COMUNITÀ RELIGIOSE. DIFFERISCE DALL’ESEGESI IN QUANTO QUESTA CONSISTE NELL’ESTRARRE IL SENSO DI UNA PARTE DEL TESTO, CON L’AIUTO DI DISCIPLINE COME LA FILOLOGIA E LA STORIA, MENTRE L’ERMENEUTICA CERCA DI RENDERE IL SENSO PIÙ AMPIO CHE L’AUTORE DEL TESTO HA VOLUTO DARE ANCHE IN RELAZIONE AL SUO PUBBLICO.

http://it.wikipedia.org/wiki/Bibbia                   

QOHÉLET – GUIDO CERONETTI – 1927/2018 –
ERA IL 1955, E IN UNA PICCOLA AULA DELLA SINAGOGA DI TORINO IL GIOVANE GUIDO CERONETTI, STUDIOSO PRINCIPIANTE DI EBRAICO BIBLICO, SI APPLICAVA, SOTTO LA GUIDA DEL RABBINO, A «UNA STENTATA VERSIONE INTERLINEARE» DEL ROTOLO DETTO NELLA VULGATA ECCLESIASTE: IL SECONDO DEI LIBRI SAPIENZIALI DELL’ANTICO TESTAMENTO, REDATTO DA UN IGNOTO AUTORE DEL III SECOLO E DA ALCUNI INTERPRETI ATTRIBUITO A SALOMONE STESSO; E DAL RABBINO IMPARÒ A DIRNE I VERSETTI, «LE RIPETIZIONI MARTELLANTI IN SPECIE, FACENDO SMORFIE DI RABBIA E DI DISGUSTO». DA ALLORA, PER QUASI CINQUANT’ANNI – NEL CORSO DI QUELLO CHE LUI STESSO DEFINISCE «UN DUELLO CONRADIANO» –, CERONETTI HA CONTINUATO INSTANCABILMENTE A CONFRONTARSI CON IL «TUMULTO VERBALE» E LA «DISPERATA LUCIDITÀ» DI QUESTO «LIBRO ASSOLUTO», DI QUESTO GRANDE «POEMA EBRAICO». GRAZIE A LUI LA PAROLA PIÙ SCONCERTANTE DELLA TRADIZIONE VETEROTESTAMENTARIA RISUONA NELLE NOSTRE ORECCHIE IN TUTTA LA SUA IMPERIOSA, DOLOROSA VIOLENZA. «FUMO DEI FUMI, TUTTO NON È CHE FUMO»: COSÌ, PER ESEMPIO, TRADUCE CERONETTI LO HAVEL HAVALIM, CHE È LA RISPOSTA AL TORMENTOSO INTERROGARSI DEL SAGGIO SUL SENSO DELLE COSE TERRENE, QUELLE IN CUI VANAMENTE L’UOMO CERCA SOLLIEVO PERCHÉ AL PARI DI LUI SI DILEGUANO: RISPOSTA CHE «UCCIDE TUTTE LE BRAME» E «PROMULGA SPIETATAMENTE LA LEGGE DEL NULLA». OLTRE ALL’ULTIMA VERSIONE, TERMINATA NEL MARZO 2001, QUESTA NUOVA EDIZIONE CI OFFRE LA PRIMA, CHE RISALE AL 1970; FRA LE DUE, L’AMPLISSIMO VENTAGLIO DELLE RIFLESSIONI CHE PER TUTTI QUESTI ANNI HANNO ACCOMPAGNATO IL LAVORO DELLA TRADUZIONE: PAGINE, COME SEMPRE, ACUMINATE E ILLUMINANTI, IN CUI CERONETTI DIALOGA CON I GRANDI TRADUTTORI ED ESEGETI DI QOHÉLET – DA SAN GIROLAMO A SCHOPENHAUER, FINO A BUBER, A BARTON, A MICHELSTAEDTER.

libroelibri.com/adelphi.htm

WILLIAM P. BROWN

È MEMBRO DELLA CHIESA PRESBITERIANA STATUNITENSE E INSEGNA LINGUA, LETTERATURA ED ESEGESI DELL’ANTICO TESTAMENTO PRESSO IL COLUMBIA THEOLOGICAL SEMINARY IN GEORGIA.
TRA GLI ARGOMENTI TRATTATI
– “TUTTO È VANITÀ”  LA SAGGEZZA PESSIMISTICA E ICONOCLASTA DI QOHELET
– L’ECCLESIASTE COME FONTE D’INTERROGATIVI E DI DUBBI
– SCETTICISMO E TONI DISPERATI COME FONTE DI RIFLESSIONE TEOLOGICA

IO QOHELET
HO POSTO IL MIO CUORE A CERCARE E A ESPLORARE CON SAGGEZZA TUTTO CIÒ CHE È STATO FATTO SOTTO I CIELI, QUELL’OCCUPAZIONE MALVAGIA CHE DIO HA DATO AI FIGLI D’UOMO PER AFFANNARSI IN ESSA. HO VISTO TUTTE LE OPERE CHE SONO STATE FATTE SOTTO IL SOLE; ED ECCO: TUTTO È SOFFIO E VENTO DI DESIDERIO
HO POSTO IL MIO CUORE A CONOSCERE SAGGEZZA ED ESPERIENZA, FOLLIA E STOLTEZZA: HO CONOSCIUTO CHE ANCHE QUESTO È VENTO DI DESIDERIO; PERCHÉ IN MOLTA SAGGEZZA MOLTA PENA, E AGGIUNGERE CONOSCENZA È AGGIUNGERE DOLORE .

1:12-14 – 17-18   –    .PDF

evangelici.net – claudiana.it – 2012   

“ECCLESIASTE” QOHELET   E’ IL NOME CHE DA’ IL TITOLO AL LIBRO DELLA BIBBIA E SIGNIFICA  ”UOMO DELL’ASSEMBLEA”. QOHELET E’ DUNQUE UN FILOSOFO DI STRADA, ED IN MEZZO ALLA GENTE, VIVE E PORTA AVANTI LA SUA RICERCA.   

adnkronos  

ETIMOLOGIA
QOELET È UNA PAROLA DI ORIGINE ISRAELIANA, CHE SI TROVA NELLA BIBBIA EBRAICA, ANCHE SCRITTA COHELET E CHE É STATA TRADOTTA IN ITALIANO DAL GRECO, CON LA PAROLA ECCLESIASTE.
L’ETIMOLOGIA DEL TERMINE EBRAICO QOELET, DERIVA DAL PARTICIPIO PASSATO FEMMINILE DEL VERBO
CAHAL CHE SIGNIFICA CONVOCARE, ADUNARE. LETTERALMENTE DOVREMMO TRADURRE QOELET, PARTICIPIO PASSATO FEMMINILE, CON L’ANIMANTE, NEL SENSO DI COLEI CHE ANIMA IL DISCORSO, L’ ANIMATRICE.
I GRECI TRADUSSERO QUESTA PAROLA CON IL TERMINE
EKKLESIASTES MA PLUTARCO USÒ QUESTO TERMINE IN MODO DUPLICE PER INDICARE SIA L’ATTEGGIAMENTO DI QOELET QUANDO SI PONE DA SOLO I QUESITI IN QUALITÀ DI MAESTRO (CONCIONATOR) SIA QUANDO SI RISPONDE IN QUALITÀ DI SPETTATORE.
http://it.wikipedia.org/wiki/Qoelet#Etimologia

ECCLESIASTE È LA TRADUZIONE IN GRECO E IN SEGUITO LATINIZZATA DELLA PAROLA EBRAICA QOHELET A SUA VOLTA TRANSLITTERATA IN ITALIANO, DALLA CHIESA CATTOLICA STESSA IN COHELET E TRADOTTA IN MODO PROFANO CON QOHELET

ANCHE TITOLO DI UN LIBRO DI VIOLANTE CHE NE HA FATTO UN’OPERA TEATRALE NEL 2005.
http://it.wikipedia.org/wiki/Ecclesiaste

>>>>>> vedi:

www.violettanet.it/poesiealtro_autori/QOHELET