“Io vado a pescare!” (Gv 21,1-14)

Buongiorno mondo! Oggi il Vangelo ci racconta di un Pietro che dopo i fatti di Gerusalemme esclama: “Io vado a pescare!” (Gv 21,1-14). La delusione, la morte subita dal Maestro lo portano a ritornare indietro, a riprendere la sua vecchia vita. Succede anche a noi quando imputiamo al Maestro o al Padre la colpa dei nostri insuccessi, o le cose che vanno storte nel mondo, i lutti improvvisi, le catastrofi, e via discorrendo. Tutto dipende dall’immagine di Lui che ci siamo fatti e che adattiamo con estrema facilità alla varie situazioni che il mestiere di vivere ci fa affrontare. La rete da pesca è sempre lì, la tentazione di tornare indietro o quella di cercare un “maestro” più in linea con le tue idee, un “maestro” che, obbediente, non ti aiuti a crescere ma sposi le tue idee e le tue visioni è sempre presente… sta a te decidere se fidarti ancora del Maestro o affidarti alle tue illusioni/delusioni. Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

Luciano Locatelli

Romena – Luigi Verdi e Giorgio Bonati

 

Dopo giorni di buio e freddo, temporali e nuvole, stamane è alba di vita, di sole, di resurrezione!

Anche le albe dopo la morte di Gesù devono essere state difficili per i suoi, tante ombre da vincere, tempeste del cuore da lenire, freddo dentro e fuori.

E così nessuno, dico nessuno crede a Gesù risorto, finché non se lo trova sotto il naso. Non basta l’annuncio delle donne, neppure quello dei due di Emmaus, e a Tommaso quello dei suoi amici. Non basta una testimonianza a voce per un evento del genere, servono le prove, concrete, tangibili. Ma che fede è, verrebbe da domandarsi.

E Gesù, più testardo di loro, continua a fidarsi di tutti sti increduli e affida ad ognuno l’annuncio del vangelo, delle sue parole buone.

Anche io l’altro giorno mi chiedevo in che modo credessi alla resurrezione, e la risposta che mi è venuta dice: credo…ogni volta che vedo qualcuno sognare un Dio leggero, ogni volta che tocco con mano il coraggio di alcuni di continuare a vivere nonostante la vita li respinga, ogni volta che ascolto parole che sono un inno alla bellezza nel buio più profondo, ogni volta che fiuto aria di pace malgrado l’odore acre di guerra, ogni volta che gusto parole che da sole sanno accogliere più di una porta aperta.

I cinque sensi sono un bel dono di Dio per sentirlo!

E lascio alle parole attribuite a Fernando Pessoa di indicarci la meta:

“Dobbiamo fare:

dell’interruzione un nuovo cammino,

della caduta un passo di danza,

della paura una scala,

del sogno un ponte,

del bisogno un incontro.”

www.romena.it

Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.

Letta da Fabio Volo – Parole|Note Short

www.liosite.com/poesia/fernando-pessoa-restano-tre-cose/

“Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle”

Presentata l’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura

Il vaccino efficace
che ci libera dalle parole logore

Nella mattinata di mercoledì 3 novembre è stata presentata in conferenza stampa l’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura che si svolgerà dal 10 al 13 novembre sul tema “Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi”. Oltre all’arcivescovo presidente – del quale anticipiamo quasi integralmente l’intervento – erano presenti anche monsignor Pasquale Iacobone, responsabile del Dipartimento arte e cultura del Pontificio  Consiglio della Cultura, Richard Rouse, responsabile del Dipartimento comunicazione e linguaggi dello stesso dicastero, e il vescovo di Regensburg, monsignor Gerhard  Ludwig, curatore dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger. Nell’occasione infatti è stato presentato anche il dodicesimo volume in lingua tedesca – Künder des Wortes und Diener eurer Freude (Herder) – dell’opera del Papa.

di Gianfranco Ravasi

“Tutte le parole sono logore e l’uomo non può più usarle”. Con sorprendente “modernità” Qohelet (1, 8) coglie nel bersaglio uno dei punti deboli della comunicazione umana giunta alla sua deriva di chiacchiera o di mutismo espressivo. Questo esito si riverbera poi nello stesso agire che si estenua in atti insensati e la frase ebraica dell’antico sapiente biblico custodisce al suo interno anche questo ulteriore significato:  è noto, infatti, che in ebraico dabar non è solo “parola”, ma anche “atto”:  “Tutte le azioni sono vuote e l’uomo non può più espletarle”, potremmo anche tradurre. Questo accade perché si rompe il circuito virtuoso che regge e alimenta il dire e il fare, ossia la comunicazione.
Scrive a questo proposito un’esegeta, Rosanna Virgili:  “Quando le parole uscissero da questo circolo di relazione, che conferisce loro pienezza, vagherebbero smarrite nel buio dello svuotamento semantico. Ciò accade quando l’orecchio non riesce a saziarsi di quanto ode, poiché le parole – come dice Qohelet – sono “cave”, impotenti a procurare un plusvalore con cui si possa garantire il futuro. Le parole dell’uomo si rivelano come bucate, sottili e fragili, senza spessore; esse restano a mezzo e non sono in grado di cogliere la realtà del mondo, né di produrre una piena conoscenza”.
Per questo, un altro esegeta, Santi Grasso, nel suo recente commento al Vangelo di Giovanni, ha paradossalmente tradotto il celebre incipit così:  “In principio era la Comunicazione”. La resa è per varie ragioni discutibile, ma coglie un aspetto strutturale del Lògos nella sua realtà di comunione intratrinitaria (“era presso Dio, era Dio, era in principio presso Dio”) e di rivelazione-azione ad extra (“tutto è stato fatto per mezzo suo e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste… Dio nessuno l’ha mai visto:  il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”).
La Parola divina diventa così l’archetipo dell’autentico comunicare manifestando in sé tutto il suo valore di Wort, “Verbo” che si comunica, ma anche – per continuare a usare la celebre “tastiera” di armoniche semantiche proposta dal Faust di Goethe – è Kraft, “potenza” efficace che trasforma, è Sinn, “significato” profondo di un messaggio, ed è infine Tat, “azione” creatrice e redentrice. Non per nulla i due grandi eventi costitutivi dell’essere creato e dell’esistere storico sono fondati sulla Parola divina:  “In principio (…) Dio disse:  Sia la luce! E la luce fu” (Genesi, 1, 1.3), e sul Sinai “Dio vi parlò di mezzo al fuoco:  voce di parole voi ascoltaste, immagine alcuna non vedeste:  era solo una voce” (Deuteronomio, 4, 12).
Consapevoli di questi due poli estremi, da un lato, del non-sense della deriva a cui ci ha portati una comunicazione svuotata e logora e, dall’altro lato, la straordinaria carica epifanica che ha in sé il linguaggio, analogia suprema per dire Dio, si è voluto dedicare qualche giorno a una sosta di riflessione proprio attorno alla “cultura della comunicazione e ai nuovi linguaggi”.
È ciò che farà dal 10 al 13 novembre 2010 il Pontificio Consiglio della Cultura attraverso l’assemblea plenaria dei suoi membri e consultori. Un’assemblea piuttosto insolita rispetto alla prassi tradizionale degli organismi istituzionali della Santa Sede. Già l’ambito del momento inaugurale è significativo:  il Campidoglio diventa il simbolo di una comunicazione che, come suggeriva Gesù, risuona dalle “terrazze”, in pratica dai tetti ove sono insediate le parabole mediatiche e le antenne televisive, coinvolgendo la pòlis che ascolta talora distratta, altre volte incuriosita, talvolta partecipe, non di rado beffarda, come accadde a Paolo sull’Areopago ateniese.
Non per nulla a stimolare la riflessione sono figure diverse poste ai crocevia della comunicazione, come il Presidente-Direttore Generale di France Télévisions, Patrick de Carolis, o un raffinato e tagliente esperto di media come Aldo Grasso e, infine, un originale osservatore dei fenomeni legati alla sperimentazione cinematografica, il gesuita canadese Lloyd Baugh.
Da quell’apertura si snoda, poi, il percorso vero e proprio della ricerca. Essa vuole evitare due bordi estremi che rischierebbero di impaludare il corso del fiume:  da un lato, la registrazione fenomenologica di tutte le questioni e dei modelli che il tema comporta; d’altro lato, non si vuole neppure elaborare una serie di paradigmi concreti immediatamente operativi e legati ai vari soggetti, oggetti, contesti e metodi d’azione. La traiettoria sarà, perciò, quella un po’ ardua ma essenziale che si dirama su un crinale ove si individuano e approfondiscono i problemi capitali e ove si delineano in modo simbolico alcune soluzioni, testimoniate da chi le ha già sperimentate e collaudate.
Sono cinque le tappe di questo itinerario ideale. La prima è un vero e proprio sentiero d’altura perché fissa lo sguardo sulla persona umana avvolta nella “rete” delle nuove tecnologie di informazione e comunicazione. A disegnarne un ritratto è un noto teologo, il vescovo di Regensburg, città universitaria cara a Benedetto XVI, monsignor Gerhard L. Müller:  il volto dell’uomo e della donna contemporanei ha subito un mutamento sorprendente in questo ultimo arco di tempo proprio attraverso la metamorfosi della comunicazione, un trapasso che – con qualche eccesso – uno studioso americano di simili fenomeni, John Barlow, ha comparato alla scoperta del fuoco.
Il sapere si rivela tutto e subito disponibile, il dialogo tra mondi culturali differenti è istantaneo, le frontiere si dissolvono, riflettori inesorabili scandagliano profondità e altezze impedendo censure e così via elencando. Ma si registra anche lo smarrimento di ogni criterio di verifica dei dati, la relazione si raggela affidandosi a un linguaggio semplificato o all’artificiosità del contatto virtuale che può degenerare verso rapporti oscuri e deviati. Si configura, così, una strana “presenza-assenza” che lentamente crea una nuova identità antropologica.
Rimane, comunque, sempre vero l’asserto di Pascal secondo il quale “l’uomo supera infinitamente l’uomo”. Ci sono alcune costanti alte e potenti che costituiscono una risorsa di riscatto e di esaltazione. È il caso della seconda tappa di questa ricerca:  si apre il sipario sul linguaggio dell’arte e ad attestarlo quasi in corpore nobili sono due famosi artisti, Roland Joffé, il regista noto a tutti per un film “di culto” come Mission (1986), e il musicista Ennio Morricone che ha saputo conservare la classe della musica colta declinandola, però, in forme tanto lineari e incisive da conquistare la sensibilità contemporanea e da adattarsi ai moduli espressivi delle nuove generazioni.
A costoro, che sono i fruitori instancabili dei nuovi media e che ne sembrano essere spesso anche le vittime, è dedicata la terza tappa del percorso che stiamo solo abbozzando. Un americano, padre Robert Barron, che da tempo con grande successo ha messo a punto un Catholicism Project che corre su varie reti televisive e informatiche, si è ormai rivolto soprattutto alla next-generation, coinvolgendola in un esercizio di memoria, di creatività e di relazione proprio attorno ai temi della fede. Un pubblico, apparentemente ostile e fin repulsivo nei confronti di un orizzonte spirituale, si rivela, invece, sensibile, soprattutto quando si riscopre l’incisività dei simboli che rendono, a livello di comunicazione, tra loro sorelle l’arte e la fede, l’intuizione creatrice e la visione religiosa.
Con la quarta tappa si entra nel tempio. Il rito, infatti, col suo numen, cioè col suo mistero, e col suo lumen, la sua rivelazione di luce, bellezza e atto, è una componente costante della comunicazione umana, anche “laica”:  basti pensare ai raduni di massa, allo sport e ai suoi ritmi, al folclore e così via. Il focus, però, dell’analisi si concentra sulla liturgia cristiana che intreccia in sé tempo, materia, corpo, sensi, gestualità, arte, parola, estetica, spirito e trascendenza. I codici di questa comunicazione così specifica vengono perlustrati da Enzo Bianchi. La memoria che la liturgia comporta verrà simbolicamente rappresentata attraverso una sorta di pellegrinaggio iconografico, in quella mirabile sequenza che è costituita dalle catacombe di via Dino Compagni la cui decifrazione sarà affidata a uno dei massimi esperti di questo tipo d’arte religiosa, Fabrizio Bisconti.
Da laggiù si risalirà per l’ultima tappa che è, invece, collocata nell’agorà della modernità informatica e che ha come emblema la tipica “chiocciola” @. Essa punteggia già la trilogia tematica sulla quale si confronteranno due operatori diretti, l’italo-americano di Microsoft Pietro Scott Jovane e un delegato di Google:  “Inform@ti Interattivi Inter-connessi” è il titolo della loro proposta tutta ritmata su questi nuovi linguaggi.
Si ritorna, così, al punto di partenza, nel cuore di una vera e propria rivoluzione-evoluzione di cui tutti sono partecipi in modo consapevole e spesso inconscio.
Il percorso di cui abbiamo ora tracciato la mappa avrà, comunque, uno svolgimento e un approdo di livello differente. La trama di questi incontri, infatti, non sarà mai “a lezione”, secondo i canoni dei rituali accademici o convegnistici, bensì sarà a confronto continuo tra “testimoni” dei rispettivi campi e interlocutori che reagiscono, interpellano, criticano, verificano, giudicano, aggiungono, perfezionano.
L’approdo sarà naturalmente nell’incontro con Benedetto XVI e con le sue parole che saranno considerate come un nuovo avvio, nella consapevolezza che un simile tema, proprio del Dna stesso della Chiesa, non può mai essere archiviato come una pratica protocollata e conclusa.
San Paolo dichiara esplicitamente che “Cristo mi ha mandato ad annunciare il Vangelo”, ma subito annota il rischio connesso a un mero esercizio tecnico del kerygma o della catechesi o dell’omelia:  “Non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1 Corinzi, 1, 17). Si schiude, in tal modo, non solo il vasto orizzonte del futuro, ma anche del genere specifico di ogni comunicazione religiosa, quello della testimonianza. Il codice comunicativo principe è quello della persona e della vita. L’intero programma della Chiesa delle origini secondo gli Atti degli apostoli è appunto nella martyría, la testimonianza.
La categoria veritativa raggiunge la sua pienezza quando intreccia i tre anelli del pensiero, della parola e dell’azione. E questa trilogia, custodita nella sua “simbolicità”, costituisce anche l’autentica comunicazione. Solo così si riesce a creare il vaccino spirituale e culturale che ci libera dalle “parole logore” o vuote condannate ed esorcizzate da Qohelet.

(©L’Osservatore Romano – 4 novembre 2010)

www.vatican.va

Perché cercate tra i morti il Vivente ❓🙏🏻

 

Una volta che ci abbiamo messo una pietra sopra, possiamo dormirci su.

Lo fanno le guardie alla tomba di Gesù di Nazareth, lo facciamo. noi in tante situazioni considerate morte e sepolte.

Riprendiamo …

“Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. “

Lc. 24,22-23

Per fortuna c’è chi sconvolte i nostri sonni e non si rassegna a metterci una pietra sopra.

Le donne, che a quel tempo è ancora oggi, in troppe realtà sono ai margini.

I giovani …

Chi arriva da paesi di fame e di guerra, con una voglia di vita che le nostre società vecchie non conoscono più.

La Pasqua che celebriamo nelle chiesa, diventa buona nella misura in cui ci lasciamo sconvolgere dai segni pasquali, disseminati nella realtà che ci circonda.

E diventiamo anche noi donne e uomini di risurrezione, che passano dal sonno della morte allo stupore di cogliere e accogliere la vita.

BUONA PASQUA

don Dario Vivian

Speciale PASQUA 1 parte

pèsah… passare

www.paxchristi.net/symbols

Pèsah

Pasqua è voce del verbo ebraico “pèsah”, passare. 
Non è festa per residenti, ma per migratori che si affrettano al viaggio. Da non credente vedo le persone di fede così, non impiantate in un centro della loro certezza ma continuamente in movimento sulle piste. 
Chi crede e in cerca di un rinnovo quotidiano dell’energia di credere, scruta perciò ogni segno di presenza. 
Chi crede, insegue, perseguita il creatore costringendolo a manifestarsi. 
Perciò vedo chi crede come uno che sta sempre su un suo “pèsah”, passaggio. Mentre con generosità si attribuisce al non credente un suo cammino di ricerca, è piuttosto vero che il non credente è chi non parte mai, chi non s’azzarda nell’altrove assetato del credente. 
Ogni volta che è Pasqua, urto contro la doppia notizia delle scritture sacre, l’uscita d’Egitto e il patibolo romano della croce piantata sopra Gerusalemme. 
Sono due scatti verso l’ignoto. Il primo è un tuffo nel deserto per agguantare un’altra terra e una nuova libertà. Il secondo è il salto mortale oltre il corpo e la vita uccisa, verso la più integrale resurrezione. 
Pasqua/pèsah è sbaraglio prescritto, unico azzardo sicuro perché affidato alla perfetta fede di giungere. 
Inciampo e resto fermo, il Sinai e il Golgota non sono scalabili da uno come me, che pure in vita sua ha salito e sale cime celebri e immense. Restano inaccessibili le alture della fede. 
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli corrieri a ogni costo, atleti della parola pace.  

ERRI DE LUCA

www.mosaicodipace.it

«Come te non c’è nessuno. Tu sei l’unico al mondo»

RAVASI Breviario Laico

GLI OCCHI DI UNA ZINGARA

se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza

“Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza.

Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso di argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l’eros.

Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui.”

Christos Yannaras, “Variazioni sul Cantico dei cantici”.

 🌻🌻🌻🌻🌻noscesauton.wordpress.com

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non c'è rosa senza spine By GiuMa

Rita Pavone

RAVASI Breviario Laico

GLI OCCHI DI UNA ZINGARA

Gianfranco Ravasi mercoledì 23 febbraio 2005

Mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi l’acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l’amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso d’argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Queste due frasi delle Variazioni sul Cantico dei cantici (Interlogos 1994) del teologo greco-ortodosso Christos Yannaras illustrano in modo nitido la forza dell’amore vero. Tutto ciò che il giorno prima non aveva sapore, colore, profumo, dopo che ci si è innamorati, si trasforma e trasfigura. È come la superficie di un lago che in un giorno nuvoloso è simile a una lastra metallica grigia e che, col sole…

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Un po’ di pietà per Giuda…

Il bacio di Giuda dipinto da Cimabue.

«GIUDA È MIO FRATELLO, VOGLIO BENE ANCHE A LUI»

Nel 1958 il Giovedì Santo cadde il 3 aprile. Don Primo Mazzolari, un precursore del Vaticano II, nella sua parrocchia, a Bozzolo (in provincia di Mantova, ma in diocesi di Cremona) pronunciò un’omelia originale e commovente, che divenne presto famosa. Ecco il testo integrale.

Cari fratelli, è proprio una scena d’ agonia e di cenacolo. Fuori c’ è tanto buio e piove. Nella nostra chiesa, che è diventata il Cenacolo, non piove, non c’ è buio, ma c’ è una solitudine di cuori di cui forse il Signore porta il peso. C’ è un nome, che torna tanto nella preghiera della Messa che sto celebrando in commemorazione del Cenacolo del Signore, un nome che fa spavento, il nome di Giuda, il Traditore. Un gruppo di vostri bambini rappresenta gli Apostoli; sono dodici. Quelli sono tutti innocenti, tutti buoni, non hanno ancora imparato a tradire e Dio voglia che non soltanto loro, ma che tutti i nostri figlioli non imparino a tradire il Signore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, la propria coscienza, il proprio dovere e diventa un infelice. Io mi dimentico per un momento del Signore o meglio il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata.

Un po’ di pietà per Giuda…

>>> famigliacristiana.it/articolo/io-voglio-bene-anche-a-giuda-giuda-e-mio-fratello

«Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti»

(Papa Paolo VI)