Non è l’orrendo drago

Mio male non è l’orrendo drago
che pure mi addenta e si avvinghia
su per il corpo come il Serpente sull’albero della vita.

Mio male è sapermi impotente
a dire il tuo dramma, mio Dio,
di fronte allo stesso male:
il tuo patire della nostra pena
di saperci così infelici.

O di non cantare con degni canti
la festa che fai quando
un bimbo è felice
e un disperato torna a sperare…

david-m-turoldo

Santa Maria assieme a padre Giovanni Vannucci eremosanpietroallestinche

Non lasciate che la giornata termini senza essere cresciuti un po’, senza aver sorriso molto, senza avere alimentato i propri sogni. Non fatevi vincere dallo scoraggiamento. Non desistete dal desiderio di rendere la vostra vita straordinaria.

Dal Vangelo di oggi… Santa Marta

Dal Vangelo secondo Giovanni 11,19-27

In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

Parola del Signore.

www.lachiesa.it

Sia fatta la Tua volontà…

…Il greco ci viene in aiuto: “volontà ” si dice telema che deriva dalla parola fine, compimento. Allora qual è la volontà di Dio? Che io mi compia! Che io giunga alla pienezza della mia persona; in una parola: che io sia felice. Questa è l’unica volontà di Dio. Ogni modalità che io scelgo e che credo possa compiermi, questa è volontà di Dio. Stiamo attenti a non cadere nel tranello che ci sia una volontà di Dio in cielo che io devo vivere di qua. Sia fatta la tua volontà cioè mi impegno, con la tua grazia, col tuo aiuto a compiermi in pienezza e a far sì che tutti quelli che mi stanno accanto possano compiersi. Io sono un seme e la volontà di Dio è che io sbocci, che possa spalancarmi alla vita in pienezza. Dalla Genesi all’Apocalisse (cioè in tutta la Bibbia) c’è una sola volontà di Dio che viene racchiusa in una bellissima parola: “Facciamo l’uomo” (Gn 1,26). Volontà di Dio è che finalmente l’uomo venga fuori, torni “a casa”, si compia per ciò che deve essere. In ultima analisi è vittoria su tutte le solitudini. “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3) Cos’è la santità? E’ l’uomo maturo, l’uomo compiuto. (Nulla ha a che fare con la moralità). La volontà di Dio in noi, se compiuta, produrrà solo pace, gioia, serenità. Quindi invocare sia fatta la tua volontà vorrà dire “agisci in me, Signore, affinché io mi possa espropriare sempre più del mio ego, e possa diventare sempre più me stesso”. La volontà di Dio sarà compiuta quando tutti i suoi figli potranno giungere alla felicità. Tutti!

✨✨✨✨✨✨

Nuvole bianche

Guardo il cielo e incastonate nella trasparenza dell’azzurro le nuvole, così belle da incantarsi, e immaginare un artista divino che col suo pennello di vento accarezza il cielo e disegna forme bianche così leggere.

Più in basso un venticello leggero scompiglia la vita, solletica foglie e alberi, fa volteggiare le mie rondini che felici ringraziano il cielo, la vita.

Dio, il vento, le rondini…

sono creativi, sono continuamente capaci di modellare il creato e se stessi.

Ho imparato che essere creativi è medicina, una delle migliori cure per l’intera vita.

Qualcuno scriveva che la creatività non è un sostantivo e nemmeno un verbo: è un luogo, un’unione, un raduno. Onorare la nostra creatività vuol dire osservare, risvegliarci, non essere più solo consumatori del nostro tempo, delle nostre relazioni, delle cose che abbiamo a disposizione, ma anche divenire a nostra volta partecipi, creatori di legami profondi con il mondo e con le cose. L’immaginazione è centrale in questo processo: ci desta dal torpore. Se non nutriamo la nostra immaginazione, la nostra anima non sente più, si addormenta, si anestetizza, si allontana dalla commozione, dallo stupore. Ci sono giorni in cui occorre rischiare, ritrovare il coraggio, il desiderio.

Forse essere creativi è il modo migliore per vivere senza sopravvivere.

Mi metterò alla scuola delle rondini, del vento, e di Dio.

Fra Giorgio

Non lasciate che la giornata termini senza essere cresciuti un po’, senza aver sorriso molto, senza avere alimentato i propri sogni. Non fatevi vincere dallo scoraggiamento. Non desistete dal desiderio di rendere la vostra vita straordinaria.

Walt Whitman

da FB gruppo fraternità di Romena

Lungo molti anni a grande prezzo viaggiando attraverso molti paesi andai a vedere alte montagne; soltanto non vidi dallo scalino della mia porta la goccia di rugiada che scintillava sulla spiga di grano.

www.romena.it

preghiera del ricominciare:

“Ricomincio dall’umiltà della terra in primavera quando si riapre dopo il duro inverno, dalla spontaneità dei fiori quando sbocciano dai binari, dal tener tesa la mano come un ramo alla pioggia.
Ricomincio dalla gioia di un bambino che da sola illumina il mondo, dalla pazienza di un vecchio mentre guarda il suo tramonto, dalla bellezza di ogni uomo quando offre la sua fragilità.

Ricomincio togliendo le serrature dalle porte, le porte dai cardini perché lo spirito passi e mi trovi pronto ad accogliere il suo soffio di vita.

Ricomincio con la libertà del viandante che si affida al nuovo dei suoi passi. Partendo adesso potrei portare la primavera alla tua festa.”

Luigi Verdi

www.romena.it/rubriche/sguardi-su-romena

www.smariadelcengio.it commenti-al-vangelo-domenica-28-luglio-p-ermes

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”» (…)  Lc 11, 1-13

  1. per gli amici dei social

Il Padre Nostro non va solo recitato, va imparato ogni giorno di nuovo sulle
ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame
dei fratelli.

Insegnaci a pregare, adesso!
Pregare non significa dire preghiere e neppure chiedere cose. Pregare significa
evocare dei volti, e il volto dei volti è quello del Padre. Gesù non pregava per
ottenere qualcosa, ma per uscire trasformato dall’incontro.
Pregare è riattaccarci a Dio, come si attacca la bocca alla fontana, è dare a Dio del
padre, dargli del papà innamorato dei suoi figli e non del signore o re o giudice.
Chiamare accanto non il Dio che si impone, ma quello che sa di abbracci; affettuoso,
vicino, caldo, cui chiedere le poche cose indispensabili per vivere bene. Chiedendole
da fratelli, dimenticando le parole io e mio, perché fuori dalla grammatica di Dio.
Fuori dal Padre Nostro, dove mai si dice “io”, mai “mio”, ma sempre Tu, tuo e
nostro. Parole che nella preghiera stanno lì come braccia aperte: il tuo Nome, il
nostro pane, Tu dona, Tu perdona.
La prima cosa da chiedere: che il Tuo nome sia santificato. Il nome contiene, nel
linguaggio biblico, tutta la persona: è come chiedere Dio a Dio, chiedere che Dio ci
doni Dio. E il nome di Dio è amore: che l’amore sia santificato sulla terra, da tutti. Se
c’è qualcosa di santo, qualcosa di eterno in noi, è la nostra capacità di amare e di
essere amati.
Venga il tuo regno, nasca la terra nuova come tu la sogni, la nuova architettura del
mondo e dei rapporti umani che il Vangelo ha seminato.
Dacci il pane nostro quotidiano. Il Padre nostro mi vieta di chiedere solo per me: “il
pane per me è un fatto materiale, il pane chiesto per mio fratello è un fatto spirituale”
(N. Berdiaev).

Dona a noi tutti ciò che ci fa vivere, il pane e l’amore, entrambi
indispensabili per la vita piena, entrambi necessari giorno per giorno.
E perdona i nostri peccati, togli tutto ciò che invecchia il cuore e lo rinchiude; dona
la forza per salpare ad ogni alba verso terre intatte. Libera il futuro. 

E noi, che così
conosceremo come il perdono potenzi la vita, lo doneremo ai nostri fratelli e a
noi stessi, per tornare leggeri a costruire di nuovo la pace.
Non abbandonarci alla tentazione. Non ti chiediamo di essere esentati dalla prova,
ma di non essere lasciati soli a lottare contro il male. E dalla sfiducia e dalla paura
tiraci fuori; e da ogni ferita o caduta rialzaci tu, Samaritano buono delle nostre vite.

Il Padre Nostro non va solo recitato, va imparato ogni giorno di nuovo sulle
ginocchia della vita: nelle carezze della gioia, nel graffio delle spine, nella fame
dei fratelli. 

Bisogna avere molta fame di vita per pregare bene.
Fame di Dio, perché nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso. Un
Dio che non signoreggia ma si coinvolge, che intreccia il suo respiro con il mio, che
mescola le sue lacrime con le mie, che chiede solo di essermi amico. E non potevo
desiderare avventura migliore.

www.smariadelcengio.it/attivita/27565/commenti-al-vangelo-domenica-28-luglio

2. per Avvenire

Padre Nostro, la preghiera che unisce terra e cielo

Non abbandonarci alla tentazione. Non lasciarci soli a salmodiare le nostre paure.

Signore insegnaci a pregare. Tutto prega nel mondo: gli alberi della foresta e i gigli del campo, monti e colline (…)

continua su Avvenire

🙏🏻padre della notte…🌚

San Giacomo

25 Luglio 🙏🏻 Il patrono dei pellegrini.

San Giacomo il Maggiore

www.vaticano.com/san-giacomo-il-maggiore-patrono-dei-pellegrini/

 

Oggi si celebra la memoria liturgica di San Giacomo, uno dei santi più noti e il suo nome da sempre è collegato alla volontà e alla scelta di intraprendere un cammino, fisico o spirituale. San Giacomo di Zebedeo o san Giacomo il Maggiore fu uno dei primi discepoli a immolarsi e morire per Gesù. Il Cammino di Santiago, che vede come tappa conclusiva il santuario a lui dedicato in Galizia, a Santiago di Compostela, è uno dei percorsi più famosi al mondo per la sua storia millenaria.

Papa Giovanni Paolo II, pellegrino a Santiago nel 1982, parlò della “testimonianza di fede che, lungo i secoli, intere generazioni di pellegrini hanno voluto quasi toccare con le proprie mani o baciare con le proprie labbra, venendo appositamente alla Cattedrale di Santiago sino dai Paesi europei e dall’Oriente. I Papi, da parte loro, diedero impulso a questi pellegrinaggi, che avevano come mete anche Roma e Gerusalemme”. E poi, approfondendo il tema del cammino, aggiunse: “Il senso e lo stile del Pellegrinaggio è profondamente radicato nella visione cristiana della vita e della Chiesa.

La via per Santiago animò una vigorosa corrente spirituale e culturale di fecondo intercambio fra i popoli d’Europa. Però quanto realmente cercavano i pellegrini, con il loro atteggiamento umile e penitente, era la testimonianza della fede cui mi sono riferito prima: la fede cristiana che sembra palpitare nelle pietre compostelane con le quali è costruita la Basilica del Santo”.

A raccontare brevemente per Avvenire la devozione per san Giacomo, nel giorno in cui si celebra la sua festa, è l’arcivescovo di Lucca, Paolo Giulietti, da sempre grande appassionato di pellegrinaggi.

www.avvenire.it/multimedia/pagine/san-giacomo-patrono-dei-pellegrini

Allarga lo spazio della tua tenda stendi i teli della tua dimora,  allunga le cordicelle,  rinforza i tuoi paletti.

PREGHIERA DELLA MESSA DEL 21 LUGLIO

Noi abbiamo voluto fare i moderni, abbiamo distrutto tante cose con questa modernità; abbiamo ucciso anche tante parole che ci sembravano deboli, come la tenerezza, come la gentilezza e come la provvidenza.

Una delle parole che mi sta più a cuore dei nostri nonni, è la provvidenza, a cui non crediamo più. Perché pretendiamo senza accogliere.

La provvidenza non viene così, la provvidenza arriva se ti muovi, non se stai fermo ad aspettare che arrivino i miracoli.

La provvidenza degli angeli, e poi viene fuori questo miracolo del figlio inaspettato (in riferimento alla promessa fatta ad Abramo nella lettura). È perché Abramo apre la porta, Abramo accoglie, altrimenti non sarebbe successo nulla.

E allora vorrei fare l’ultima preghiera, proprio sulla provvidenza. Perché ognuno di noi la possa risentire viva dentro di sé:

“Provvidenza parola detta con tanta naturalezza. Ma per i nostri nonni la provvidenza era come una luce che splende dall’altra riva, come la luna e le stelle che illuminano il cammino di una notte, era il loro appuntamento con un eco che parlava di futuro, era il lievito del pane quotidiano. Attendevano i nostri nonni la provvidenza, con schiene dritte e volentieri. Accoglievano Dio nella loro casa, perché lo sentivano camminare dentro i giorni, vedevano crescere il grano e contemporaneamente vedevano un angelo volargli accanto.

Quando mi sorreggo alla provvidenza, sento in me una pace calda e finiscono i miei lamenti, sento ogni giorno, con tanta semplicità, che il mio cuore batte più regolare.

Provvidenza, dono del cielo diretto ai mansueti, ai miti e a tutti i custodi della vita.”

Luigi Verdi

www.romena.it

www.romena.it/rubriche/il-vangelo-della-domenica

Luoghi e Persone

allarga_spazio_tenda-590

“Allarga lo spazio della tua tenda
stendi i teli della tua dimora, 
allunga le cordicelle, 
rinforza i tuoi paletti”
Isaia 54,2

www.romena.it/compagni-di-viaggio/luoghi-e-persone

La storia del Santo Rosario?

*Una bellissima leggenda”

Conosci la storia del Santo Rosario?

Chi avrebbe mai pensato di ripetere le Perle di Maria così tante volte?

Ora si è compreso. Ogni volta che si prega il Rosario, ogni Ave Maria è una preziosa rosa🌹 per la Vergine.

Tutti conosciamo questa bella preghiera che è il Santo Rosario!

Una leggenda narra che Fratello Lego (che non era un prete) dell’Ordine dei Domenicani non poteva leggere o scrivere, quindi non poteva leggere i Salmi, come era usanza nei conventi del tempo.

Poi, quando finiva il suo lavoro di notte (era il portiere, lo spazzino, il giardiniere, ecc …) andava nella Cappella del Convento e si inginocchiava davanti all’immagine della Vergine Maria e recitava 150 Ave Maria ( il numero dei Salmi), poi si ritirava nella sua cella per dormire.

Al mattino, all’alba, si alzava prima di tutti i suoi fratelli e si recava in Cappella per ripetere la sua abitudine di salutare la Vergine.

Il Fratello Superiore cominciò a notare che ogni giorno, quando arrivava alla cappella per celebrare le preghiere del mattino con tutti i monaci, c’era un profumo squisito di rose appena tagliate. Si incuriosì e così chiese a tutti coloro che erano incaricati di adornare l’altare del Vergine chi fosse a renderlo così bello. La risposta fu che nessuno lo faceva e neppure ai cespugli di rose nel giardino non mancavano i loro fiori. Un giorno il fratello laico si ammalò gravemente; gli altri monaci notarono che l’altare della Vergine non aveva le solite rose e dedussero che era lui a adornarlo. Ma come? Nessuno l’aveva mai visto uscire dal convento, né sapevano come potesse comprare le belle rose.

Una mattina, non riuscendo a trovarlo da nessuna parte, si incontrarono tutti nella Cappella e ogni monaco che entrò rimase sbalordito, poiché il fratello laico era inginocchiato di fronte all’immagine della Vergine e stava recitando estaticamente le sue Ave Maria. Ogni volta che si rivolgeva alla Signora, una rosa🌹 appariva nei vasi. Alla fine dei suoi 150 saluti, cadde morto ai piedi della Vergine.

Così, nel corso degli anni, Santo Domingo (Domenico) de Guzmán, (si dice per Rivelazione della Beata Vergine), ha diviso le 150 Ave Maria in tre gruppi di 50 e le ha associate alla meditazione della Bibbia: I *Misteri Gioiosi, i Misteri Dolorosi e i Misteri Gloriosi*, a cui San Giovanni Paolo II ha aggiunto i *Misteri Luminosi*.

VIVI E MORTI

Loggia del Capitanio 🌻🌹🍀

Piazza dei Signori a Vicenza

VANGELO DI GIOVANNI 20,1-2.11-18

1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!»
11Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?» Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.
15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!» Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!» 17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Fin dai tempi più antichi, sia i gruppi umani che credevano in una qualche forma di sopravvivenza terrena dei defunti, e riponevano una qualche speranza in una loro vita futura, sia quelli che non avevano elaborato alcuna riflessione sul destino dei morti e sull’aldilà esprimevano la loro pietà per i defunti e i loro sentimenti per i loro cari che erano venuti a mancare, attraverso ritualità, cerimonie, tradizioni che, con il tempo, sono diventati la forma di culto in assoluto più antica e organizzata dell’antichità. Le pratiche religiose, insieme alle cerimonie e ai riti, compiuti in onore di divinità connesse con la sfera funeraria, arrivarono a diventare parte di un autentico culto dei morti, sacro, da rispettare e da venerare. Una concezione comune, che legava diverse tipologie del culto dei morti nelle diverse società umane del passato, era che il defunto continuasse una sua forma di sopravvivenza nella tomba; da qui la necessità che i vivi, i familiari del defunto, garantissero, agevolassero e prolungassero quanto possibile la sua sopravvivenza con adeguati provvedimenti. La tomba era quindi realizzata in modo da sembrare una vera e propria abitazione, la nuova casa del defunto, sia nell’architettura, sia negli arredi. Il culto dei morti si esprimeva anche nei momenti che seguivano la morte attraverso la cura e l’attenzione per i corpi dei defunti. Secondo le usanze, il corpo del morto veniva lavato, rivestito, decorato, a volte veniva unto con oli ed essenze profumate e avvolto in stoffe preziose, e poteva essere sepolto, bruciato, imbalsamato, mummificato. Assieme al corpo erano inumati anche i suoi beni più personali e preziosi, corredi di abiti, gioielli, armi, oggetti di uso quotidiano, ornamenti e scorta di viveri e bevande.

Il culto dei morti si manifestava allora e si manifesta oggi in riti funebri diffusi in tutti i gruppi umani, nella costruzione di luoghi adatti ad accogliere il corpo dei morti, nel modo in cui si conserva la memoria dei defunti. Il culto degli antenati, la venerazione, rivolta ai defunti di una famiglia, di un gruppo, di un clan o di un popolo costituisce un elemento fondante dello spirito religioso di molte popolazioni e un importante fattore di identificazione sociale. Il culto dei morti infatti si lega indissolubilmente alle credenze in una vita futura, alla speranza che almeno una parte dell’essere umano, l’anima, sopravviva alla morte.

Gli induisti e i buddisti, ad esempio, ritengono che, dopo la morte, l’anima torni a reincarnarsi in un essere vivente fino a quando non abbia concluso il ciclo delle vite e non abbia assunto una dimensione puramente spirituale. In altre tradizioni religiose si ritiene invece che, al momento della morte, l’anima intraprenda un lungo e travagliato viaggio verso l’aldilà: secondo questa convinzione, i viventi, attraverso preghiere, offerte, riti e sacrifici alle divinità, possono agevolare questo viaggio verso la dimora finale. Da parte loro le anime che concludono il loro cammino, che diventano da quel momento antenati, acquisiscono potenzialità e forze che possono a loro volta far ricadere sui viventi come grazie, benedizioni, aiuto e sostegno. In molte società esiste un vero e proprio culto degli antenati, perché si ritiene che essi continuino a occuparsi dei viventi e che possano in qualche modo assicurare loro benessere, salute, prosperità, abbondanza dei raccolti, fecondità delle donne. Anche se si tratta di tradizioni religiose diverse, i santi e i profeti delle culture ebraiche, cristiane e islamiche possono essere considerati come degli antenati particolarmente potenti presso Dio, tanto da poter intercedere a favore della comunità dei viventi. Per questo motivo spesso i corpi mummificati o i resti degli antenati diventano oggetto di venerazione e sono ritenuti reliquie. In questo modo le figure di molti antenati, ritenuti potenti intercessori presso Dio, sono stati con il tempo venerati e adorati come divinità. È così che il culto dei morti è diventato fucina di un numero incalcolabile di sempre nuovi dei e divinità lungo tutta la storia umana.

Gesù risorto, nella sua radiosa tranquillità e bellezza, rivela all’umanità qualcosa di meraviglioso e mai prima conosciuto. Rivela il destino dell’uomo dopo il ponte della morte e dice: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Questo è il destino dell’uomo dopo il ponte che gli uomini chiamano morte: salire tra le braccia del Padre di Gesù, Padre nostro e Dio nostro. Chi crede in Gesù non può venerare i morti, non può ritenere sacra la terra dove si seppelliscono i morti, non può in alcun modo seguire il culto dei morti, non può in nessun modo ricordare qualcuno come un morto, perché Gesù ha fatto conoscere all’umanità che non ci sono i morti, ma siamo tutti viventi incamminati verso la casa del Padre di Gesù, Padre nostro e Dio nostro. Chi crede in Gesù non conosce nemmeno termini come morto e defunto, perché sono termini che non spiegano e definiscono nessuna delle realtà esistenti. Secondo quello che ci rivela Gesù, la morte non esiste, i morti non esistono, tutti gli uomini e le donne, che varcano la soglia di questa vita terrena, sono viventi e rimarranno viventi per sempre. Dio è il Dio dei viventi e non dei morti. Gesù non è risorto dalla morte per dimostrare all’umanità la sua potenza, né che lui può vincere la morte, sarebbe ridicolo pensare che Gesù Dio, il Figlio di Dio, abbia dovuto combattere anche un solo secondo con la morte. Gesù non ha bisogno di combattere con nulla e nessuno, né ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Gesù si è semplicemente e tranquillamente ripreso la sua vita, dopo che il suo corpo terreno è stato violentemente ucciso in croce, non solo perché lui è il Signore stesso della vita, ma perché nel disegno di Dio Padre è previsto che nessuno, nessuno mai possa rubare la vita che non è in grado di donare. È Dio che dona la vita e Dio non ritira mai i suoi doni, perché Dio, oltre a essere puro amore e gioia senza fine, è fedele a se stesso.

Gesù rivela: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Il nuovo popolo di Dio farà di queste parole il proprio dialogo interiore quotidiano. Su queste parole il nuovo popolo di Dio forgerà ogni forma educativa, ogni spiritualità, ritualità, ogni organizzazione sociale, ogni rapporto umano, ogni relazione, ogni studio, scienza, tecnologia. In queste parole di Gesù c’è tutta la vita per tutta la vita. In queste parole di Gesù è svelato il senso, il significato, la direzione, il valore, lo scopo, il fine di tutta la vita, di ogni vita.

www.peopleinpraise.org/parola-di-oggi/2019-07-22

Buon lunedì. 😘

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano.

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo pubblicato su Avvenire.
  • il secondo per gli amici che ci seguono sui social.

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».  Lc 10,38-42

  1. per Avvenire:

Dio non cerca servi, ma amici; non cerca persone che facciano
delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio.

Mentre erano in cammino … una donna di nome Marta lo ospitò nella sua casa.
Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, la fatica del dolore di tanti negli occhi (…)

continua su Avvenire

2. per gli amici dei social

Tu, dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che
fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa.

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si
tengono per mano.

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero
di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le
escluse, seguendo la strada tracciata per la prima volta
dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più
riposti segreti del Signore.
Passare dall’affanno di ciò che devo fare per Lui, allo stupore di
ciò che Lui fa per me, questo è l’itinerario delle due sorelle di
Betania, simbolo di ogni credente. Passare da Dio come dovere a
Dio come desiderio.
Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.
Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene
alla vita e regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio.
Maria, che ben conosce Gesù, sa ancora ascoltarlo stupefatta; sa
incantarsi ancora, come fosse la prima volta. Tutti conosciamo il
miracolo della prima volta. Poi, ci si abitua. L’eternità invece è
non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete
sempre: il miracolo di Maria di Betania, ancora una volta a bere
le sue parole e i suoi silenzi e i suoi occhi. Perché Gesù non cerca
servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle
cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose grandi, come
Maria di Nazareth: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il
centro di tutta la fede è ciò che Dio fa per me, non ciò che io
faccio per Dio.

Allora il primo servizio da rendere a Dio è l’ascolto. E’
dall’ascolto che comincia la relazione, perché ti prende una sorta
di contagio quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce
quando sei vicino alla luce.
Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra,
lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver
trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto
per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente
suo, lei totalmente sua.
A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la
sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si
custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad
ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù,
affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio
ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma
l’agitazione.
A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo
che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri,
troppo correre. Prima la persona poi le cose. Ti siedi ai piedi di
Cristo e impari la cosa più importante: distinguere tra superfluo
e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno.
Gesù non sopporta che Marta sia impoverita in un ruolo di
servizio marginale, che si perda nelle troppe faccende di casa:
Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che
fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa,
condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni,
sapienza, conoscenza.

Marta e Maria non si oppongono, i loro atteggiamenti sono
complementari. Marta non può fare a meno di Maria perché il
nostro servizio ha un’unica sorgente che fa grande il cuore.
Maria non può fare a meno di Marta perché non c’è amore di Dio
che non debba tradursi in gesti concreti. L’amica e l’ancella sono
due modi d’amare, entrambi necessari, i due poli di un unico
comandamento: amerai il Signore tuo Dio e amerai il tuo
prossimo. Di un’unica beatitudine: beati quelli che ascoltano la
Parola, beati quelli che la mettono in pratica.
Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si
tengono per mano, e quando nulla separerà l’uomo da Dio, allora
nulla separerà l’uomo dal servizio all’uomo.  (Lc 10,38-42)

www.smariadelcengio.it/attivita/27514/commenti-al-vangelo-domenica-21-luglio-p-ermes-aiutarlo-ad-essere-dio/

http://www.smariadelcengio.it/wp-content/uploads/a_s_m_piegh_2019-4-1.pdf