ABRAMO /Sieger Ködery … Luigino Bruni, Mario Calabresi

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Sieger Köder nasce il 3 gennaio 1925 a Wasseralfingen, in Germania, dove termina i suoi studi. Durante la seconda guerra mondiale viene mandato in Francia come soldato di frontiera ed è fatto prigioniero di guerra. Tornato dalla prigionia, frequenta la scuola dell’Accademia dell’arte di Stoccarda fino al 1951; quindi studia filologia inglese all’università di Tubinga (come parte della sua formazione di insegnante).
Dopo 12 anni d’insegnamento di arte e di attività come artista, Köder intraprende gli studi teologici per il sacerdozio e, nel 1971, viene ordinato prete cattolico. Dal 1975 al 1995, padre Köder esercita il suo ministero come parroco della parrocchia in Hohenberg e Rosenberg e oggi vive in pensione ad Ellwangen, non lontano da Stoccarda.
Gli anni del suo ministero di prete sono fra i più prolifici come ispirazione per le opere d’arte. C’è completa sinergia fra il Köder ministro e l’artista. Usa le sue pitture come Gesù usava le sue parabole. “Rivela” la profondità del messaggio cristiano attraverso le metafore, spargendo luce e colore sulla vita e sulla storia umana. L’arte di Köder è caricata pesantemente della sua esperienza personale di guerra durante il periodo Nazista e il periodo dell’Olocausto.
Oltre agli impianti esegetici e alle storie bibliche, uno dei leitmotiv di Köder è l’Arlecchino. Controparte del robot moderno – una creazione della razionalità, della logica, della progettazione, e della precisione – Arlecchino simbolizza l’irrazionalità, la poesia, la libertà, il divertimento. Arlecchino corrisponde all’arte e all’artista. In più, dietro la facciata comica c’è la realtà di ognuno di noi. Infatti, “siamo tutti dei matti”, dichiara Sieger Köder. Forse Arlecchino corrisponde anche alla “stravaganza” di Dio.

ANTICO TESTAMENTO

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La Creazione
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L’arca di Noè
Genesi 22,17
Io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.
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Abramo
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Davide
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(Gn 18,1-5)

Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all`ingresso della tenda nell`ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un pò di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l`albero.Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fà pure come hai detto”. 

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Ezechiele 12-3,5
Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato e, di giorno davanti ai loro occhi, prepàrati a emigrare; emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo, davanti ai loro occhi: forse comprenderanno che sono una genìa di ribelli. Prepara di giorno il tuo bagaglio, come il bagaglio d’un esiliato, davanti ai loro occhi; uscirai però al tramonto, davanti a loro, come partirebbe un esiliato. Fa’ alla loro presenza un’apertura nel muro ed esci di lì.  Mettiti alla loro presenza il bagaglio sulle spalle ed esci nell’oscurità: ti coprirai la faccia in modo da non vedere il paese, perché io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti».
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Isaia 11, 6-9
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,

la pantera si sdraierà accanto al capretto;

il vitello e il leoncello pascoleranno insieme

e un fanciullo li guiderà.

La vacca e l’orsa pascoleranno insieme;

si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide;

il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno

in tutto il mio santo monte,

perché la saggezza del Signore riempirà il paese

come le acque ricoprono il mare.

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L’angelo sterminatore
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Giuseppe e i fratelli
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Mosè e il roveto ardente
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La manna
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Greccio
Natività

Natività
Un bacio al re che nasce e dà la vita per amore

La scena della natività è interpretata da Sieger Köder con un’accentuazione del rapporto tra la Madonna e Gesù bambino, tra il Re nascente e il Re morente per il suo popolo e per tutta l’umanità.

La composizione, infatti, si caratterizza per il bacio tenero e forte che la Madre stampa sulla guancia del Neonato, sollevato dalle sue braccia.

1.  La figura di un profeta 

La figura di un profeta emerge dal basso; egli, contraddistinto dal tallit, lo scialle per la preghiera della tradizione ebraica, contempla la scena della natività. Contempliamo anche noi tale scena «con i suoi occhi», facendo nostri i suoi sentimenti. Possiamo ritenere che sia il profeta Isaia che ha profetizzato sull’«Emmanuele», che sarebbe nato dalla Vergine (cfr. Is 7,14), e sul «Servo sofferente», che è stato trafitto per i nostri peccati, per guarirci e salvarci, ed è stato eliminato dalla terra dei viventi (cfr. Is 52,4-8). 
2. Una primavera messianica

Una primavera messianica fa da contorno alla figura del profeta. È la primavera che la nascita del Messia porta con sé, e in cui la vita trionfa. La vita nuova fiorisce se ci sono persone disposte ad accogliere il Figlio di Dio che viene e a fare dei propri cuori la sua dimora. L’amore di Gesù si potrà, così, esprimere attraverso gesti gratuiti di benevolenza e di solidarietà verso gli altri.
3. Giuseppe dorme

Giuseppe dorme, nella sua semplicità; non è immerso in una relazione così profonda come quella tra Madre e Figlio. Forse il riferimento non è solo all’incarnazione, ma anche alla redenzione, ossia all’esperienza «sotto la croce» che il padre putativo non vivrà personalmente. Il suo sonno fa anche riferimento ai messaggi di Dio che egli riceve sempre tramite i sogni. Sembra, ora, rivolto verso l’alto, richiamare alla mente e contemplare il mistero di Dio che si è compiuto nel Bambino che è nato. 4. Una bambina infreddolita

Una bambina infreddolita – in contrasto temporale con questo evento – e non i pastori o i magi, si avvicina alla Madre e al Figlio, ravvolta nella sua sciarpa, che anche nei colori sembra fare da pendant al profeta. A mani giunte contempla l’evento dell’Incarnazione. 

La sua figura si staglia sul cielo buio ferito dal chiarore della stella. Lei rappresenta l’umanità per la quale il Figlio di Dio si è fatto uomo.
5. Maria, la madre dell’Emmanuele Maria, la madre dell’Emmanuele, solleva tra le braccia il Bambino e, in uno slancio di amore adorante, imprime sulla sua guancia un bacio. Adorazione significa proprio portarsi la mano alla bocca (ad-os) per dare un bacio. L’adorazione coinvolge tutta la persona: cuore, mente, corpo, volontà. Nella liturgia ebraica il bacio significa respirare insieme. È il respiro della vita di Dio che diventa nostro e la nostra vita si consegna a Dio.                 
6. Il Figlio di Dio si è fatto uomo
   Il Figlio di Dio si è fatto uomo per amore e ha assunto la natura umana per redimerla e salvarla sulla croce. La sua regalità si profila nella grotta di Betlemme, ma si realizzerà definitivamente sulla croce. Il Re del cielo, piccolo e tenero Bambino a Betlemme, ma giovane e straziato sul Golgota, merita il nostro bacio come quello di Maria. Venite e adoriamo! 
7. Contempliamo
Noi che contempliamo, vediamo la scena dal basso; come in prospettiva, la mangiatoia lascia affiorare sul legno una scritta inconfondibile: INRI, iniziali di Iesus Nazarenus Rex Iudeorum nella lingua latina. Colui che nasce è il Re-Messia, destinato a riabilitare Israele, ma anche a salvare tutta l’umanità. 
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Il figliol prodigo
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed  è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». »                                   (Luca 15,11-32)
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Il buon pastore
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La tempesta sedata
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Zaccheo
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Tabga
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Battesimo di Gesù
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La samaritana
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Lavanda dei piedi
(Gv 13). Sul dipinto vediamo Gesù e Pietro che s’inchinano profondamente l’uno verso l’altro. Gesù è inginocchiato, quasi prostrato davanti a Pietro in un gesto assoluto, non si vede nemmeno il suo volto. In questo momento Gesù è soltanto servizio per quest’uomo davanti a lui. E così vediamo il suo volto rispecchiato nell’acqua, sui piedi di Pietro.

Pietro s’inchina verso Gesù. La sua mano sinistra ci parla di rifiuto: “Tu Signore vuoi lavare i piedi a me?” (Gv 13,6). La sua mano destra e il suo capo, in contrasto, si appoggiano con tutto il loro peso sulla spalla di Gesù. Pietro non guarda al Maestro, non può vedere neppure il suo volto che appare nel catino.

Nel Vangelo di Giovanni Gesù risponde alla domanda esitante di Pietro: “Quello che faccio tu ora non lo capisci ma lo capirai dopo” (Gv 13,7). E’ questa parola che si rispecchia nell’immagine. Adesso, in questa situazione, non conta il capire ma l’incontro, l’accettare un’esperienza. Il corpo di Pietro è un corpo che vive un processo, un incontro dalla testa ai piedi, una persona che scopre il suo bisogno di essere lavato, una persona che scopre allo stesso tempo la sua dignità. Sono bisognoso che il Maestro mi lavi i piedi, sono degno che lui mi lavi i piedi… 

Di conseguenza non è il volto di Gesù che è al centro dell’immagine, ma il volto luminoso di Pietro sul quale si riflette il segno della dignità riacquistata.

Lo sguardo di Pietro è diretto verso i piedi di Gesù. Questi piedi sono smisurati, soltanto all’occhio di chi guarda l’immagine.Dallo sguardo di Pietro ci lasciamo condurre a questi piedi e scopriamo con lui che nell’esperienza che sta vivendo, intuisce una chiamata ad un servizio. “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”. (Gv 13,15). Pietro capisce in questo momento che il suo impegno sarà quello di ripetere gli stessi gesti di Gesù, non solo verso di lui, ma anche verso ogni fratello, verso il corpo di Cristo, il suo corpo ecclesiale.Dietro i personaggi, vediamo sul tavolo un calice con il vino e un piatto con il pane spezzato, elementi non relegati sullo sfondo, ma avvicinati all’evento che si vive al centro dell’immagine. La luce che emana il vestito di Gesù si riflette pure sull’angolo della tovaglia.C’è anche l’ombra delle due persone che abbraccia questi segni dell’Eucaristia, si tratta di un unico incontro. E’ la stessa luce che illumina pane e vino, le mani e i piedi del discepolo e del Maestro. E’ la luce della fedeltà di Dio alla sua alleanza, la luce dell’abbandono di Gesù nelle mani del Padre, la luce della salvezza. Il pittore, Sieger Köder, utilizza spesso il blu come colore della trascendenza. Il tappeto blu contrasta con i colori marroni, i colori della terra, che predominano nell’immagine. Il tappeto blu indica che il cielo si trova ora sulla terra, lì dove si vive il dono di sè per l’altro.L’immagine ci dice: se noi cristiani stiamo cercando il volto di Cristo, dobbiamo lasciarci condurre ai piedi degli altri, impegnarci in un servizio che riconosce la dignità, che accetta il bisogno dell’altro. Ma come vivere questo servizio senza offendere l’altro, se non lasciandoci lavare da una mano amica i propri piedi, riconoscendoci bisognosi? Là dove due corpi si intrecciano nel dare e nel ricevere si costruisce il corpo di Cristo, si inizia a capire cos’è l’Eucaristia.
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L’ultima cena
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Getsemani
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Rinnegamento di Pietro
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Gesù inchiodato alla croce
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Lo seguivano una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù disse: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli » (Lc 23, 27-28).
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Il Cireneo
Nel quadro “Simone di Cirene”, parte di un ciclo pittorico raffigurante l’intera passione di Gesù, l’attenzione è focalizzata su Simone di Cirene che aiuta Gesù a portare la croce nella salita verso la collina del Golgota. Gesù e Simone come viaggiatori sulla stessa strada: corpo che sostiene corpo, spalla a spalla, guancia a guancia. Simone accettando di aiutare Gesù si mette dalla sua parte e assume il suo stesso sgurdo sul mondo e sull’umanità.
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Divisione delle vesti
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Emmaus
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Note:

Le imprese dei patriarchi

Luigino Bruni

Figura 1: la quercia o il terebinto di Moreh, nei pressi di 
Shechem e quella di Mamre nei pressi di Hebron; secondo
la Bibbia, Abram vi costruì due altari al Signore, nel corso
del suo viaggio da Harran

“Non ci sono terre straniere. Il viaggiatore è il solo straniero.”

Robert Louis Stevenson

I grandi ribaltamenti della storia, quando l’oscurità è solo l’ombra della luce

AMICI della TERRADELSANTO

A cura de La Parrocchia dell’Invisibile

MARTEDÌ 21 GENNAIO 2020 alle ORE 21 VIDEOCONFERENZA in DIRETTA STREAMING da TERZELLI

Il brano e video consigliato è “Credo” di Giorgia. A cura di Sauro Secci

Come vedere la diretta. Collegati sul canale di Youtube “Eremitapercaso” oppure al sito www.terradelsanto.it e clicca in alto a destra su “LIVE” dalle ore 21 alle 22 del martedì, poi clicca sulla freccia play del video e inizia a seguire la diretta.

NEWCHAT:

Per condividere le tue impressioni oporre delle domande entra nel canale di YOUTUBE “EREMITAPERCASO” e scrivi un messaggio sulla CHAT dedicata che si trova a destra del video (solo durante la diretta).Il numeroWhatsAppdi Luca e le altre chat sono disattivate. Puoiiscrivertial canale per essere avvisato/a ogni volta che inizia una diretta o viene pubblicatoun nuovo video.

Potrai rivedere la videoconferenza in differita o scaricarla nei giorni successivi come audio o come testo scritto. La troverai nel sito www.terradelsanto.it nel box in basso…

 

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Colui al quale non sono degno di sciogliere nemmeno i legacci dei sandali

ROMENA

Dalla messa del 19 gennaio 2020

Nel Vangelo di oggi, Giovanni battista, dopo il battesimo di Gesù, lo indicherà come la cosa più importante, come “Colui al quale non sono degno di sciogliere nemmeno i legacci dei sandali”.

Ma dov’è questa grandezza di Gesù? Io credo che la cosa più bella e più grande di Gesù, è la sua misericordia.

Fin dall’inizio Lui si mette in fila con i peccatori, anche se non ne aveva bisogno; appiccicato alla croce, Lui dirà: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Dirà a Dio di perdonare tutti, non perché sono buoni, ma perché non capiscono ancora, “Abbi pazienza con loro”.

L’unica grandezza di Dio è questa: la sua misericordia.

E allora proveremo a chiederci cos’è la misericordia.

Noi abbiamo questo caco, questo pomo, qui nel giardino. Ogni anno lasciamo dei cachi in alto, perché gli uccelli, ed ho visto che prima ce n’erano due o tre, possano andare lì e beccare qualcosa, visto che nell’inverno non trovano nulla.

San Francesco diceva: “Quando fate un orto, non lo riempite tutto di cose, lasciate uno spazio vuoto, in modo che ci nasca che gli pare.”

Secondo me, questa è la misericordia: è come un regalo inaspettato.

Nessuno di noi si meriterebbe il perdono, nessuno di noi. Sarebbe giusto pagarle tutte le cose. E allora il perdono è il regalo che non ti aspetti, un regalo che non ti meriti. È come questo caco in mezzo al campo, è come uno spazio vuoto nell’orto, in cui c’è possibilità per tutti di fiorire.

Lasciamo un po’ di musica, ascoltiamoci dentro di noi e chiediamo a Dio di farci sentire la dolcezza della misericordia.

Luigi Verdi

kainòi

Buongiorno mondo! “E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!” (Mc 2,18-22).

Dopo aver descritto Gesù che pranza e festeggia con Levi e compagni, Marco, con sottile ironia, ci presenta i discepoli di Giovanni e i farisei che stanno facendo digiuno (mai ‘na gioia…).

È a proposito di questa disputa sul digiuno che Marco riporta i detti sulla toppa di panno grezzo e sul vino nuovo. In entrambi i casi sia il rattoppo che il vino vengono definiti con l’aggettivo “nuovo”, in greco kainòs. Ora tale aggettivo indica non qualcosa di nuovo in senso temporale, cioè nuovo perché viene dopo, ma nuovo in senso qualitativo: di una qualità totalmente e completamente nuova. Ecco la novità dell’annuncio evangelico del Maestro: è qualcosa di inedito, totalmente nuovo. Per questo chi lo accoglie deve diventare completamente nuovo (kainòs) come il Vangelo che riceve. Se imbrigliamo il Vangelo dentro i nostri invecchiati schemi mentali e religiosi, otteniamo come unico risultato quello di perdere sia il contenuto (Vangelo) che il contenitore (la nostra vita). Per accogliere e vivere il messaggio evangelico (che non è niente altro che lo stile di vita dello stesso Gesù che rivela il Volto del Padre/Madre) occorre essere donne e uomini “kainòi“, totalmente nuovi, capaci di abbandonare la vecchia religione per entrare nella via della fede. Solo così le nostre comunità non resteranno vecchie cantine ammuffite, ma case festose capaci di trasmettere con gioia il gustoso vino nuovo del Vangelo.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

Luciano Locatelli

kainòi

Buongiorno mondo! “E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!” (Mc 2,18-22).

Dopo aver descritto Gesù che pranza e festeggia con Levi e compagni, Marco, con sottile ironia, ci presenta i discepoli di Giovanni e i farisei che stanno facendo digiuno (mai ‘na gioia…).

È a proposito di questa disputa sul digiuno che Marco riporta i detti sulla toppa di panno grezzo e sul vino nuovo. In entrambi i casi sia il rattoppo che il vino vengono definiti con l’aggettivo “nuovo”, in greco kainòs. Ora tale aggettivo indica non qualcosa di nuovo in senso temporale, cioè nuovo perché viene dopo, ma nuovo in senso qualitativo: di una qualità totalmente e completamente nuova. Ecco la novità dell’annuncio evangelico del Maestro: è qualcosa di inedito, totalmente nuovo. Per questo chi lo accoglie deve diventare completamente nuovo (kainòs) come il Vangelo che riceve. Se imbrigliamo il Vangelo dentro i nostri invecchiati schemi mentali e religiosi, otteniamo come unico risultato quello di perdere sia il contenuto (Vangelo) che il contenitore (la nostra vita). Per accogliere e vivere il messaggio evangelico (che non è niente altro che lo stile di vita dello stesso Gesù che rivela il Volto del Padre/Madre) occorre essere donne e uomini “kainòi“, totalmente nuovi, capaci di abbandonare la vecchia religione per entrare nella via della fede. Solo così le nostre comunità non resteranno vecchie cantine ammuffite, ma case festose capaci di trasmettere con gioia il gustoso vino nuovo del Vangelo.

Un abbraccio a tutte e a tutti. Buona vita.

Luciano Locatelli

UN UOMO… AVANTI”.

NUOVE VIDEOCONFERENZE, Terzelli, vangelo domenicale, Luca Buccheri, Parrocchia dell'Invisibile

MARTEDÌ 14 GENNAIO 2020 alle ORE 21 VIDEOCONFERENZA in DIRETTA STREAMING da TERZELLI sul tema “UN UOMO… AVANTI“. Guarda avanti per seguire non dei maestri, ma una via di liberazione e rinascita (Gv 1,29-34)

https://youtu.be/Pv_0soyGwVc

Il brano e video consigliato è il provocatorio “Ecco l’agnello di Dio

di Francesco De Gregori. A cura di Sauro Secci. 

In difesa di papa Francesco

papa-francesco

…anche se Papa Francesco si sa difendere benissimo.

 

José María CASTILLO tradotto dal Lorenzo Tommaselli

Sono profondamente rattristato dalla notizia dell’imminente pubblicazione di un libro in cui il dimesso papa Joseph Ratzinger e un altro importante chierico, come il cardinal Sarah, si oppongono all’attuale Sommo Pontefice della Chiesa, papa Francesco. Il motivo dello scontro è la questione del celibato dei preti, che, come sembra, a giudizio del papa dimesso la Chiesa deve mantenere come obbligo necessario, sebbene i cristiani dell’Amazzonia non possano avere preti che presiedano la messa per quelle persone e non possano aiutare quei cristiani in questioni per le quali la stessa Chiesa richiede la presenza di un prete.

Se veramente è certo che il dimesso papa J. Ratzinger e il suo alleato Sarah vogliono opporsi all’attuale Sommo Pontefice per mantenere (a tutti i costi) il celibato dei preti, sia Ratzinger che coloro che sono d’accordo con lui in questa materia devono sempre considerare che la Fede e la Tradizione Secolare della Chiesa ci insegnano che il pensiero e il criterio di governo, da loro difeso, non possono opporsi al criterio fondamentale della fede e dell’unità della Chiesa, che comprende essenzialmente la comunione con il Vicario di Cristo in terra, il vescovo di Roma. Ciò è stato definito dal Concilio Vaticano I come una questione di “fede divina e cattolica” (Costituzione “Dei Filius”, cap. 3°. Denz. – Hün., n. 3011 e dalla Costituzione “Pastor aeternus”, cap. 3 °, Denz. – Hün., n. 3060).

Per questo è incomprensibile che chi ha destituito tanti teologi per non essersi sottomessi incondizionatamente al magistero papale, come nel caso del cardinal Ratzinger, mentre era prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, ora si opponga a papa Francesco in una questione che non influisce sulla fede della Chiesa.

In realtà è della massima importanza tenere presente che la questione e l’obbligo del celibato ecclesiastico non sono mai stati e non lo sono attualmente un dogma di fede. E non è neanche un dovere universale della Chiesa. Poiché nelle Chiese Orientali l’obbligo del celibato ecclesiastico non è mai stato mantenuto e non si mantiene.

Inoltre, l’autorità ecclesiastica dovrebbe sempre tenere presente che nei vari scritti del Nuovo Testamento viene mantenuta proprio la dottrina opposta all’attuale norma del celibato presbiterale. Secondo i Vangeli, Gesù non lo ha imposto ai suoi apostoli. San Paolo ha detto che lui, come gli altri apostoli, avevano “diritto” (“potere” – exousía) di essere accompagnati da una donna cristiana (1 Cor 9, 5). E nelle lettere a Timoteo e Tito si afferma che i candidati al ministero ecclesiastico, compreso l’episcopato, devono essere uomini sposati con una donna, che sappiano governare la propria famiglia, perché “chi non sa governare la propria casa, come si prenderà cura della Chiesa di Dio?” (cf. 1 Tm 3, 2-5.12; Tt 1,6).

Per il resto, è noto che anche nel concilio ecumenico di Nicea il vescovo Pafnuzio della Tebaide superiore, celibe e venerato confessore della fede, gridò davanti all’assemblea “che non si doveva imporre questo pesante giogo sulle spalle dei chierici e dei preti, dicendo che è anche degno di onore l’atto matrimoniale ed immacolato è lo stesso matrimonio; che non recassero danno alla Chiesa esagerando in severità, perché non tutti possono sopportare l’ascesi dell’“apátheia”, da cui forse sarebbe derivata la difficoltà di conservare la castità delle loro rispettive spose” (Hist. Eccl. I, XI. PG 67, 101-104).

È evidente che i cristiani non possono essere privati dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, a causa del mantenimento di una disciplina, le cui origini sono state un’evidente contraddizione con ciò che il Nuovo Testamento ci insegna.

Infine, se realmente le idee di un papa dimesso si oppongono all’unico Sommo Pontefice, che attualmente governa la Chiesa, questa stessa Chiesa deve chiedersi seriamente e trarre le dovute conseguenze dal significato e dalle conseguenze che può avere – e sta avendo – la presenza nello stesso Stato della Città del Vaticano di un vescovo che è stato Sommo Pontefice, ma che non lo è più. Quando ciò si presta alla possibilità di parlare di “due papi” e di creare situazioni di confusione e divisioni nella Chiesa, non sarebbe necessario e persino urgente che il papa dimesso viva altrove?

 

parole di grazia che escono dalla propria bocca

Buongiorno mondo!

“Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca” (Lc 4,14-22a).

Ecco di cosa ha bisogno il nostro mondo oggi:

uomini e donne che sanno pronunciare “parole di grazia che escono dalla propria bocca”.

Viviamo immersi in una cultura che pare aver smarrito il “valore della parola” (cit. dal mio prof. Luigi Alici).

Pronunciamo sempre più spesso, e a vanvera, parole che sviliscono il valore stesso della parola: qualcuno dice “pace” mentre tiene le armi in mano; altri dicono “prima noi” mentre con le stesse parole mascherano vili interessi di potere per il potere; altri ancora, anche nella Chiesa, parlano di servizio mentre si servono delle persone.

Siamo chiamati, come discepoli del Maestro, a riappropriarci del “valore della parola”; siamo chiamati a diventare donne e uomini della Parola dalla cui bocca escono “parole di grazia”, parole dove “grazia” rimanda a gratuità, a condivisione, a solidarietà.

Ci sono troppi “maestri” oggi nel nostro mondo: noi abbiamo bisogno di testimoni, di donne e uomini che sanno pagare con la vita le “parole di grazia” che escono dalla loro bocca. Coraggio, c’è bisogno di noi.

Un abbraccio a tutte a tutti. Buona vita.

Don Luciano

Giovanni Paolo II vent’anni fa apriva il Grande Giubileo con parole profetiche

Esattamente venti anni fa San Giovanni Paolo II apriva il Grande Giubileo dell’anno 2000. E con esso, in modo altamente significativo, il Papa polacco inaugurava il terzo millennio cristiano. Un tempo di pace, secondo l’auspicio di Karol Wojtyla che nella sua vita aveva conosciuto prima gli orrori del nazismo e poi quelli del comunismo. Eppure questa speranza fu subito annientata dall’attacco terroristico alleTorri Gemelle, l’11 settembre 2001. Nell’Anno Santo ci fu anche un radicale e autentico mea culpa. “Il Grande Giubileo – disse Wojtyla – ci ha offerto un’occasione provvidenziale per compiere la ‘purificazione della memoria’, chiedendo perdono a Dio per le infedeltà compiute, in questi duemila anni, dai figli della Chiesa”.

Tutto ciò che per l’anziano Papa polacco rappresentava quello storico passaggio tra due millenni è condensato in modo molto efficace in un’immagine rimasta impressa nella memoria di tutti. Quella dell’apertura della porta santa della Basilica Vaticana, il 24 dicembre 1999. San Giovanni Paolo IIrivestito di un prezioso e straordinario piviale multicolore che varca simbolicamente la soglia del terzo millennio cristiano. “Quando fu posto sulle spalle dell’anziano Papa in diretta mondiale, – hanno spiegato i sarti veneti di X Regio che lo realizzarono – al suo inatteso apparire produsse un effetto dirompente. Molti lo amarono, altrettanti lo odiarono; si impose comunque come un potente dato mediatico al cui commento nessuno poté sottrarsi e nei giorni successivi costituì il tema dominante di ogni servizio giornalistico. Come in seguito disse monsignorPiero Marini: ‘Nessuno ricorda quel che il Papa disse in quella notte, tutti ricordano com’era vestito!’”.

Quell’immagine, infatti, a venti anni di distanza, è ancora fortemente rappresentativa di quel pontificato missionario, ma anche della svolta che Wojtyla diede alla Chiesa attuando quel dialogo con il mondo contemporaneo voluto dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Firmando la lettera apostolica Novo millennio ineunte, con le linee guida scaturite dall’Anno Santo, San Giovanni Paolo II invitò “la comunità cristiana a ‘ripartire’ con rinnovato slancio dopo l’impegno giubilare. Certo, non si tratta di organizzare, nel breve periodo, altre iniziative di grandi proporzioni. Si torna nell’impegno ordinario, ma questo è tutt’altro che un riposo. Occorre anzi trarre dall’esperienza giubilare gli insegnamenti utili per dare al nuovo impegno un’ispirazione e un orientamento efficaci”. Indicazioni che sono state poi sviluppate nei pontificati di Benedetto XVI e Francesco.

Indimenticabili furono le parole pronunciate da Wojtyla nella veglia della Giornata mondiale della gioventù, a Tor Vergata, davanti a due milioni di ragazzi provenienti da tutto il mondo. “Cari amici, vedo in voi le ‘sentinelle del mattino’ in quest’alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”.

Parole profetiche benché inascoltate in un mondo, come ha denunciato più volte Francesco, che sta vivendo una vera e propria terza guerra mondiale a pezzi. Non a caso Bergoglio, davanti alla nuova escalation di tensione in Iran, ha rivolto un accorato appello in favore della pace. “In tante parti del mondo si sente una terribile aria di tensione. La guerra porta solo morte e distruzione. Chiamo tutte le parti a mantenere accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo e di scongiurare l’ombra dell’inimicizia”. Parole che rappresentano l’autentica eredità del Giubileo del 2000.

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