In difesa di papa Francesco

papa-francesco

…anche se Papa Francesco si sa difendere benissimo.

 

José María CASTILLO tradotto dal Lorenzo Tommaselli

Sono profondamente rattristato dalla notizia dell’imminente pubblicazione di un libro in cui il dimesso papa Joseph Ratzinger e un altro importante chierico, come il cardinal Sarah, si oppongono all’attuale Sommo Pontefice della Chiesa, papa Francesco. Il motivo dello scontro è la questione del celibato dei preti, che, come sembra, a giudizio del papa dimesso la Chiesa deve mantenere come obbligo necessario, sebbene i cristiani dell’Amazzonia non possano avere preti che presiedano la messa per quelle persone e non possano aiutare quei cristiani in questioni per le quali la stessa Chiesa richiede la presenza di un prete.

Se veramente è certo che il dimesso papa J. Ratzinger e il suo alleato Sarah vogliono opporsi all’attuale Sommo Pontefice per mantenere (a tutti i costi) il celibato dei preti, sia Ratzinger che coloro che sono d’accordo con lui in questa materia devono sempre considerare che la Fede e la Tradizione Secolare della Chiesa ci insegnano che il pensiero e il criterio di governo, da loro difeso, non possono opporsi al criterio fondamentale della fede e dell’unità della Chiesa, che comprende essenzialmente la comunione con il Vicario di Cristo in terra, il vescovo di Roma. Ciò è stato definito dal Concilio Vaticano I come una questione di “fede divina e cattolica” (Costituzione “Dei Filius”, cap. 3°. Denz. – Hün., n. 3011 e dalla Costituzione “Pastor aeternus”, cap. 3 °, Denz. – Hün., n. 3060).

Per questo è incomprensibile che chi ha destituito tanti teologi per non essersi sottomessi incondizionatamente al magistero papale, come nel caso del cardinal Ratzinger, mentre era prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, ora si opponga a papa Francesco in una questione che non influisce sulla fede della Chiesa.

In realtà è della massima importanza tenere presente che la questione e l’obbligo del celibato ecclesiastico non sono mai stati e non lo sono attualmente un dogma di fede. E non è neanche un dovere universale della Chiesa. Poiché nelle Chiese Orientali l’obbligo del celibato ecclesiastico non è mai stato mantenuto e non si mantiene.

Inoltre, l’autorità ecclesiastica dovrebbe sempre tenere presente che nei vari scritti del Nuovo Testamento viene mantenuta proprio la dottrina opposta all’attuale norma del celibato presbiterale. Secondo i Vangeli, Gesù non lo ha imposto ai suoi apostoli. San Paolo ha detto che lui, come gli altri apostoli, avevano “diritto” (“potere” – exousía) di essere accompagnati da una donna cristiana (1 Cor 9, 5). E nelle lettere a Timoteo e Tito si afferma che i candidati al ministero ecclesiastico, compreso l’episcopato, devono essere uomini sposati con una donna, che sappiano governare la propria famiglia, perché “chi non sa governare la propria casa, come si prenderà cura della Chiesa di Dio?” (cf. 1 Tm 3, 2-5.12; Tt 1,6).

Per il resto, è noto che anche nel concilio ecumenico di Nicea il vescovo Pafnuzio della Tebaide superiore, celibe e venerato confessore della fede, gridò davanti all’assemblea “che non si doveva imporre questo pesante giogo sulle spalle dei chierici e dei preti, dicendo che è anche degno di onore l’atto matrimoniale ed immacolato è lo stesso matrimonio; che non recassero danno alla Chiesa esagerando in severità, perché non tutti possono sopportare l’ascesi dell’“apátheia”, da cui forse sarebbe derivata la difficoltà di conservare la castità delle loro rispettive spose” (Hist. Eccl. I, XI. PG 67, 101-104).

È evidente che i cristiani non possono essere privati dei sacramenti, in particolare dell’Eucaristia, a causa del mantenimento di una disciplina, le cui origini sono state un’evidente contraddizione con ciò che il Nuovo Testamento ci insegna.

Infine, se realmente le idee di un papa dimesso si oppongono all’unico Sommo Pontefice, che attualmente governa la Chiesa, questa stessa Chiesa deve chiedersi seriamente e trarre le dovute conseguenze dal significato e dalle conseguenze che può avere – e sta avendo – la presenza nello stesso Stato della Città del Vaticano di un vescovo che è stato Sommo Pontefice, ma che non lo è più. Quando ciò si presta alla possibilità di parlare di “due papi” e di creare situazioni di confusione e divisioni nella Chiesa, non sarebbe necessario e persino urgente che il papa dimesso viva altrove?

 

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