Prendi su di te una porzione grande di amore, altrimenti non vivi; prendi la porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non ami.

I commenti di p. Ermes al Vangelo della domenica sono due:

  • il primo per gli amici dei social
  • il secondo pubblicato su Avvenire

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. […] Luca 14,25-33

per i social

Conchiglia spezzata

Gesù si volta per mettere in guardia la grande folla, chiarendo bene che
cosa comporti seguirlo. Non illude mai, lui. Non strumentalizza entusiasmi
o debolezze, vuole invece adesioni meditate, mature e libere. E indica le
condizioni per seguirlo. Radicali.
Se uno non odia suo padre, sua madre… Questo strano verbo “odiare”in
bocca a Gesù, significa, nel linguaggio semitico, “amare di meno”, non
restare chiuso nel piccolo cerchio della propria casa, facendone la misura
del futuro. Gesù non insegna l’odio, lui che è stato la tenerezza in
persona, né capovolge il quarto comandamento.
Se uno non odia la propria vita… Ma la vita si ama! Gesù intende dire: tu
non sei la misura di te stesso; l’uomo è più che solo un uomo.
Sembrano le parole di uno fuori dalla realtà, di un esaltato.. Parole dure,
che diresti la crocifissione del cuore, e invece ne sono la risurrezione.
Parole che spezzano la conchiglia per trovare la perla.
Nel Vangelo la parola “croce” contiene il vertice e il riassunto della storia
di Gesù. Croce è: amore senza misura e senza rimpianti, disarmato amore
che non si arrende, non inganna, non tradisce. Che va fino alla fine. Gesù
possiede la chiave dell’andare fino in fondo alle ragioni dell’amore.
Il centro di queste frasi non sta in una serie di “no” detti alle cose belle
della vita, ma in un “sì” detto a una cosa più bella ancora, che Dio solo ha e
nessun altro può dare. Non una rinuncia, ma una conquista. È come se Gesù
dicesse: tu sai quanto è bello voler bene a padre, madre, moglie o marito,
ai figli, quanto fa bene e quanto fa vivere. Io ti offro un bene ancora più
grande e bello, che non toglie niente, aggiunge forza, gioia, profondità.
Allora amare di più e portare la croce si illuminano a vicenda. 

Prendi su di
te una porzione grande di amore, altrimenti non vivi; prendi la
porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non ami.

C’è folla grande attorno a Gesù, eppure il Nazareno non si esalta per il
numero, non cerca l’applauso, ma la totalità del cuore. Anche solo da parte
di dodici, o da meno ancora, quando dirà: volete andarvene anche voi? Da
uno almeno che, come Pietro, abbia il cuore di dire: tu solo hai parole che
fanno viva, finalmente, la vita.

Le parole di Gesù sono come i chiodi della crocifissione: entrano nella
carne viva, ti fissano alla sua proposta; Gesù non vuole tanto, vuole tutto.
Ma a chi interessa diventare il discepolo delineato da Luca, un povero
Giobbe cui sono tolte amicizie e amori, e la sua vita è una collina di croci,
ed è più povero dei poveri? È questo l’uomo nuovo? Senza amori, senza
casa, solo, crocifisso, senza pane, figlio solo di sottrazioni e di abbandoni?
È questa la storia alternativa che il Vangelo propone?
Parole pericolose se capite male, ma a capirle a fondo sono bellissime:

non lasciarti risucchiare dalle cose. Lascia giù la zavorra e prendi su di te la
qualità dei sentimenti; impara non ad avere di più, ma ad amare bene.
Questo Gesù non lo ami se non lo conosci, ma se arrivi a conoscerlo non lo
lasci più.

www.smariadelcengio.it
per Avvenire

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, sua madre… e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo (…)

continua su Avvenire

Mettersi all’ultimo posto

Ma che scopo ha invitare i più poveri dei poveri? Per noi, che siamo tutti prigionieri di una vita di scopi? Tu invitali e assicurati che non possano restituirti niente.

 

Leggi 

SOLO L’AMORE CHE NON CERCA IL CONTRACCAMBIO RIEMPIE DI SPERANZA

Sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: sembrano quattro categorie di persone infelici questi “poveri, storpi, zoppi, ciechi” da invitare alla tua tavola, eppure sarai beato…

Con le parole di Gesù entriamo in una vertigine, un territorio che va al di là del diritto/dovere, oltre la legge un po’ gretta della reciprocità: verso una sorta di divina follia.

Gesù amava i banchetti. Invitarlo però era correre un bel rischio, il rischio di gesti e parole capaci di mettere sottosopra la cena, di mandare in crisi padroni e invitati.

La gente stava ad osservare Gesù e Gesù osservava gli invitati… Vai all’ultimo posto. La sua pedagogia è “opporre ai segni del potere, il potere dei segni” (Tonino Bello), segni che tutti capiscono perché parlano al cuore.

Quando offri un pranzo non invitare parenti amici fratelli vicini (belli questi quattro segmenti del cerchio caldo degli affetti e della gioiosa geografia del cuore), non invitarli, perché tutto non si chiuda nell’equilibrio immobile, nella illusione del pareggio tra dare e avere.

Ma invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Ecco di nuovo quattro gradini che ti portano oltre il cerchio della famiglia, oltre la gratificazione della reciprocità, che aprono finestre su un mondo nuovo.

Ma che scopo ha invitare i più poveri dei poveri? Per noi, che siamo tutti prigionieri di una vita di scopi? “Noi amiamo per, preghiamo per, compiamo opere buone per… Ma motivare l’amore non è amare; avere una ragione per donare non è dono puro, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta” (Vannucci).

Tu invitali e assicurati che non possano restituirti niente.

Sarà forse un pranzo un po’ triste per te? Ma per loro sarà un pranzo felice e tu sarai beato! Beato perché agisci come agisce Dio! La gioia più grande, e tutti l’abbiamo sperimentata, è quella che da te defluisce e che riattingi, moltiplicata, dal volto dell’altro.

Il Dio dei capovolgimenti, dell’Esodo, di Giobbe, della croce, è ancora all’opera. Amare riamati basta a riempire la propria vita.

Ma solo l’amore che non cerca il contraccambio, solo la carità (parola che sembra vecchia e fuori moda ma che il vangelo rifà vergine di nuovo) riempie di speranza e di viventi. “La nostra infinita tristezza si cura soltanto con un infinito amore” (fine della Ev. Ga.).

Vangelo stravolgente e contromano, che convoca un altro modo di essere uomini con il coraggio di volare alto nel cielo di Dio. Divino vangelo che mette a soqquadro la logica del tornaconto. E mi dà gioia pensare che il Signore mi invita su queste strade un po’ folli ma così libere, certo che nessun sistema sociale può esaurire la forza giovane del Vangelo, e che il Regno crescerà dentro ogni sistema come una falla di luce.

(Lc 14, 1. 7-14)

Commento al Vangelo di Padre ERMES.

www.avvenire.it/rubriche/pagine/mettersiall-ultimoposto-quello-di-dio

NB

✨✨✨✨✨✨

Eco di riflessioni sul Vangelo…

L’ultimo posto non lo si sceglie per modestia, per umiltà, per inadeguatezza.

L’ultimo posto lo scegli per fare spazio e dare importanza a chi non ne ha.

L’ultimo posto lo scegli perché sai che lì troverai chi è stato scartato, incompreso, dimenticato.

L’ultimo posto lo scegli quando, anziché urlare “prima i nostri”, ti fai guidare da un solo indirizzo: prima gli ultimi.

Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica:

Amico, passa più avanti.

Per meno di tutto non vale la pena

✨✨✨✨✨✨✨

UMILTÀ:

L’umiltà è l’adesione a Dio

Sostituire Il mio Io con il Tu di Dio

Ricordati, non sei definito dagli errori del passato, né dai problemi del presente, né dal futuro che ti aspetti. Il giorno ci trovi desti e vestiti di leggerezza. Giorgio Bonati.

Vorrei pregarti, come posso, di essere paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore, e cercare di amare le domande stesse come stanze chiuse e libri scritti in una lingua davvero straniera. Non cercare le risposte, che non possono essere date perché non saresti in grado di viverle. Il punto è vivere in pienezza. Vivi le domande ora. Forse puoi gradualmente, senza accorgetene, vivere fino a trovare, un giorno lontano, la risposta.

Rainer Maria Rilke

❤️

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«Liberaci dal male» Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa?

Locandina del film “Il Rito“di Mikael Hafstrom,

Da: Liberaci dal male

kairosterzomillennio.blogspot.com/2011/03/liberaci-dal-male

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 15 novembre 1972

«Liberaci dal male»

Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? 

Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo il Demonio. 

Prima di chiarire il nostro pensiero invitiamo il vostro ad aprirsi alla luce della fede sulla visione della vita umana, visione che da questo osservatorio spazia immensamente e penetra in singolari profondità. E, per verità, il quadro che siamo invitati a contemplare con globale realismo è molto bello. È il quadro della creazione, l’opera di Dio, che Dio stesso, come specchio esteriore della sua sapienza e della sua potenza, ammirò nella sua sostanziale bellezza (Cfr. Gen. 1, 10, etc.). 

Poi è molto interessante il quadro della storia drammatica della umanità, dalla quale storia emerge quella della redenzione, quella di Cristo, della nostra salvezza, con i suoi stupendi tesori di rivelazione, di profezia, di santità, di vita elevata a livello soprannaturale, di promesse eterne (Cfr. Eph. 1, 10). A saperlo guardare questo quadro non si può non rimanere incantati (Cfr. S. AUG. Soliloqui): tutto ha un senso, tutto ha un fine, tutto ha un ordine, e tutto lascia intravedere una Presenza-Trascendenza, un Pensiero, una Vita, e finalmente un Amore, così che l’universo, per ciò che è e per ciò che non è, si presenta a noi come una preparazione entusiasmante e inebriante a qualche cosa di ancor più bello ed ancor più perfetto (Cfr. 1 Cor. 2, 9; 13, 12; Rom. 8, 19-23). La visione cristiana del cosmo e della vita è pertanto trionfalmente ottimista; e questa visione giustifica la nostra gioia e la nostra riconoscenza di vivere per cui celebrando la gloria di Dio noi cantiamo la nostra felicità (Cfr. il Gloria della Messa).

L’INSEGNAMENTO BIBLICO 

Ma è completa questa visione? è esatta? Nulla ci importano le deficienze che sono nel mondo? le disfunzioni delle cose rispetto alla nostra esistenza? il dolore, la morte? la cattiveria, la crudeltà, il peccato, in una parola, il male? e non vediamo quanto male è nel mondo? specialmente, quanto male morale, cioè simultaneamente, sebbene diversamente, contro l’uomo e contro Dio? Non è forse questo un triste spettacolo, un inesplicabile mistero? E non siamo noi, proprio noi cultori del Verbo i cantori del Bene, noi credenti, i più sensibili, i più turbati dall’osservazione e dall’esperienza del male? Lo troviamo nel regno della natura, dove tante sue manifestazioni sembrano a noi denunciare un disordine. Poi lo troviamo nell’ambito umano, dove incontriamo la debolezza, la fragilità, il dolore, la morte, e qualche cosa di peggio; una duplice legge contrastante, una che vorrebbe il bene, l’altra invece rivolta al male, tormento che S. Paolo mette in umiliante evidenza per dimostrare la necessità e la fortuna d’una grazia salvatrice, della salute cioè portata da Cristo (Cfr. Rom. 7); già il poeta pagano aveva denunciato questo conflitto interiore nel cuore stesso dell’uomo: video meliora proboque, deteriora sequor(OVIDIO, Met. 7, 19). Troviamo il peccato, perversione della libertà umana, e causa profonda della morte, perché distacco da Dio fonte della vita (Rom. 5, 12), e poi, a sua volta, occasione ed effetto d’un intervento in noi e nel nostro mondo d’un agente oscuro e nemico, il Demonio. Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. 

Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni. Il problema del male, visto nella sua complessità, e nella sua assurdità rispetto alla nostra unilaterale razionalità, diventa ossessionante. Esso costituisce la più forte difficoltà per la nostra intelligenza religiosa del cosmo. Non per nulla ne soffrì per anni S. Agostino: Quaerebam unde malum, et non erat exitus, io cercavo donde provenisse il male, e non trovavo spiegazione (S. Aug. Confess. VII, 5, 7, 11, etc.; PL, 32, 736, 739). 

Ed ecco allora l’importanza che assume l’avvertenza del male per la nostra corretta concezione cristiana del mondo, della vita, della salvezza. Prima nello svolgimento della storia evangelica al principio della sua vita pubblica: chi non ricorda la pagina densissima di significati della triplice tentazione di Cristo? Poi nei tanti episodi evangelici, nei quali il Demonio incrocia i passi del Signore e figura nei suoi insegnamenti? (P. es. Matth. 12, 43) E come non ricordare che Cristo, tre volte riferendosi al Demonio, come a suo avversario, lo qualifica «principe di questo mondo»? (Io. 12, 31; 14, 30; 16, 11) E l’incombenza di questa nefasta presenza è segnalata in moltissimi passi del nuovo Testamento. S. Paolo lo chiama il «dio di questo mondo» (2 Cor. 4, 4), e ci mette sull’avviso sopra la lotta al buio, che noi cristiani dobbiamo sostenere non con un solo Demonio, ma con una sua paurosa pluralità: «Rivestitevi, dice l’Apostolo, dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del diavolo, poiché la nostra lotta non è (soltanto) col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria» (Eph. 6, 11-12). 

E che si tratti non d’un solo Demonio, ma di molti, diversi passi evangelici ce lo indicano (Luc. 11, 21; Marc. 5, 9); ma uno è principale: Satana, che vuol dire l’avversario, il nemico; e con lui molti, tutti creature di Dio, ma decadute, perché ribelli e dannate (Cfr. DENZ.-SCH. 800-428); tutte un mondo misterioso, sconvolto da un dramma infelicissimo, di cui conosciamo ben poco. 

IL NEMICO OCCULTO CHE SEMINA ERRORI

Conosciamo tuttavia molte cose di questo mondo diabolico, che riguardano la nostra vita e tutta la storia umana. Il Demonio è all’origine della prima disgrazia dell’umanità; egli fu il tentatore subdolo e fatale del primo peccato, il peccato originale (Gen. 3; Sap. 1, 24). Da quella caduta di Adamo il Demonio acquistò un certo impero su l’uomo, da cui solo la Redenzione di Cristo ci può liberare. È storia che dura tuttora: ricordiamo gli esorcismi del battesimo ed i frequenti riferimenti della sacra Scrittura e della liturgia all’aggressiva e alla opprimente «potestà delle tenebre» (Cfr. Luc. 22, 53; Col. 1, 13). È il nemico numero uno, è il tentatore per eccellenza. Sappiamo così che questo Essere oscuro e conturbante esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana. Da ricordare la rivelatrice parabola evangelica del buon grano e della zizzania, sintesi e spiegazione dell’illogicità che sembra presiedere alle nostre contrastanti vicende: inimicus homo hoc fecit (Matth. 13, 28). È «l’omicida fin d a principio . . . e padre della menzogna», come lo definisce Cristo (Cfr. Io. 8, 44-45); è l’insidiatore sofistico dell’equilibrio morale dell’uomo. È lui il perfido ed astuto incantatore, che in noi sa insinuarsi, per via dei sensi, della fantasia, della concupiscenza, della logica utopistica, o di disordinati contatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all’apparenza conformi alle nostre strutture fisiche o psichiche, o alle nostre istintive, profonde aspirazioni. 

Sarebbe questo sul Demonio e sull’influsso, ch’egli può esercitare sulle singole persone, come su comunità, su intere società, o su avvenimenti, un capitolo molto importante della dottrina cattolica da ristudiare, mentre oggi poco lo è. Si pensa da alcuni di trovare negli studi psicanalitici e psichiatrici o in esperienze spiritiche, oggi purtroppo tanto diffuse in alcuni Paesi, un sufficiente compenso. Si teme di ricadere in vecchie teorie manichee, o in paurose divagazioni fantastiche e superstiziose. Oggi si preferisce mostrarsi forti e spregiudicati, atteggiarsi a positivisti, salvo poi prestar fede a tante gratuite ubbie magiche o popolari, o peggio aprire la propria anima – la propria anima battezzata, visitata tante volte dalla presenza eucaristica e abitata dallo Spirito Santo! – alle esperienze licenziose dei sensi, a quelle deleterie degli stupefacenti, come pure alle seduzioni ideologiche degli errori di moda, fessure queste attraverso le quali il Maligno può facilmente penetrare ed alterare l’umana mentalità. Non è detto che ogni peccato sia direttamente dovuto ad azione diabolica (Cfr. S. TH. 1, 104, 3); ma è pur vero che chi non vigila con certo rigore morale sopra se stesso (Cfr. Matth. 12, 45; Eph. 6, 11) si espone all’influsso del mysterium iniquitatis, a cui San Paolo si riferisce (2 Thess. 2 , 3-12), e che rende problematica l’alternativa della nostra salvezza. 

La nostra dottrina si fa incerta, oscurata com’è dalle tenebre stesse che circondano il Demonio. Ma la nostra curiosità, eccitata dalla certezza della sua esistenza molteplice, diventa legittima con due domande. Vi sono segni, e quali, della presenza dell’azione diabolica? e quali sono i mezzi di difesa contro così insidioso pericolo?

PRESENZA DELL’AZIONE DEL MALIGNO

La risposta alla prima domanda impone molta cautela, anche se i segni del Maligno sembrano talora farsi evidenti (Cfr. TERTULL. Apol. 23). Potremo supporre la sua sinistra azione là dove la negazione di Dio si fa radicale, sottile ed assurda, dove la menzogna si afferma ipocrita e potente, contro la verità evidente, dove l’amore è spento da un egoismo freddo e crudele, dove il nome di Cristo è impugnato con odio cosciente e ribelle (Cfr. 1 Cor. 16, 22; 12, 3), dove lo spirito del Vangelo è mistificato e smentito, dove la disperazione si afferma come l’ultima parola, ecc. Ma è diagnosi troppo ampia e difficile, che noi non osiamo ora approfondire e autenticare, non però priva per tutti di drammatico interesse, a cui anche la letteratura moderna ha dedicato pagine famose (Cfr. ad es. le opere di Bernanos, studiate da CH. MOELLER, Littér. du XXe siècle, I, p. 397 ss.; P. MACCHI, Il volto del male in Bernanos; cfr. poi Satan, Etudes Carmélitaines, Desclée de Br. 1948). Il problema del male rimane uno dei più grandi e permanenti problemi per lo spirito umano, anche dopo la vittoriosa risposta che vi dà Gesù Cristo. «Noi sappiamo, scrive l’Evangelista S. Giovanni, che siamo (nati) da Dio, e che tutto il mondo è posto sotto il maligno» (1 Io. 5, 19).

LA DIFESA DEL CRISTIANO

All’altra domanda: quale difesa, quale rimedio opporre alla azione del Demonio? la risposta è più facile a formularsi, anche se rimane difficile ad attuarsi. Potremmo dire: tutto ciò che ci difende dal peccato ci ripara per ciò stesso dall’invisibile nemico. La grazia è la difesa decisiva. L’innocenza assume un aspetto di fortezza. E poi ciascuno ricorda quanto la pedagogia apostolica abbia simboleggiato nell’armatura d’un soldato le virtù che possono rendere invulnerabile il cristiano (Cfr. Rom. 13, 1 2 ; Eph. 6, 11, 14, 17; 1 Thess. 5; 8). Il cristiano dev’essere militante; dev’essere vigilante e forte (1 Petr. 5, 8); e deve talvolta ricorrere a qualche esercizio ascetico speciale per allontanare certe incursioni diaboliche; Gesù lo insegna indicando il rimedio «nella preghiera e nel digiuno» (Marc. 9, 29). E l’Apostolo suggerisce la linea maestra da tenere: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male» (Rom. 12, 21; Matth. 13, 29).

Con la consapevolezza perciò delle presenti avversità in cui oggi le anime, la Chiesa, il mondo si trovano noi cercheremo di dare senso ed efficacia alla consueta invocazione della nostra principale orazione: «Padre nostro, . . . liberaci dal male!».

A tanto giovi anche la nostra Apostolica Benedizione.


Lettori e sostenitori del settimanale «La Voce» 

Siamo lieti di salutare un folto pellegrinaggio, proveniente da diverse diocesi italiane, guidato da alcuni venerati Vescovi, organizzato per testimoniare al Papa la volontà di uno speciale impegno per l’incremento e la diffusione della buona stampa.

Diamo con gioia il nostro benvenuto a questi fratelli e figli, promotori e sostenitori dei mezzi di comunicazione cattolici, veicoli imprescindibili di formazione e di apostolato; tra questi, in particolare, i rappresentanti del settimanale La Voce che celebra il suo ventennale. Desideriamo incoraggiarvi caldamente a proseguire con tenacia nello sforzo di produrre e diffondere una stampa sana, sicura, che tenda ad arricchire l’uomo nei suoi valori spirituali profondi, siano essi culturali, o sociali, o religiosi; una stampa che sappia informare senza ingannare, distendere senza degradare, orientare senza violentare. La comunità cristiana ha bisogno di avere e di conservare strumenti propri nel settore della stampa: a livello nazionale prima di tutto; poi a livello diocesano. 

Noi guardiamo con gioia, diletti figli, alla vostra opera in questo campo. Cercate di partecipare anche agli altri le vostre convinzioni, e di stimolare i cristiani a sostenere la buona stampa; in famiglia, in parrocchia, nell’ambiente di lavoro. È uno strumento che può avere un influsso incalcolabile, la stampa: può rovinare l’uomo, fino a distruggere in lui ogni tensione ai valori più nobili; ma può anche aiutarlo a salvarsi, a scoprire meglio la sua vocazione, a realizzare le proprie aspirazioni, fino a guidarlo all’incontro e al dialogo con Dio. Ambito immenso quello dell’apostolato dei mezzi di comunicazione sociale. Tutti possiamo prendervi parte. Rientra nelle esigenze del contributo che ogni cristiano deve dare alla costruzione di una società più umana, più fraterna, più pulita. Vi auguriamo di comprenderlo sempre meglio, e auguriamo che, per mezzo di voi, possano comprenderlo anche tanti altri fratelli.

Augurio che ci piace suggellare con una particolare Benedizione Apostolica.

Scuola professionale infermiere 

Rivolgiamo ora ben volentieri una parola di vivo compiacimento al gruppo della Scuola Convitto Professionale Infermiere, dell’Ospedale Civile di Rieti, diretta e sostenuta dalle benemerite Religiose Figlie di San Camillo. Sappiamo che gli ottimi medici dell’Ospedale seguono con dedizione la Scuola; essa mira a dare alle giovani Infermiere una qualificata formazione professionale, che si vuole congiunta ad una profonda visione cristiana dei problemi, posti, talora anche in forma drammatica, dalla cura degli ammalati; ed ha preparato un bel numero di alunne, tra cui sono qui presenti le infermiere e caposala neodiplomate. Onore, dunque, e incoraggiamento a quanti provvedono un ausilio sociale di primo ordine alla cara terra reatina; e lode a voi, alunne, per il dono missionario che ci avete portato, e soprattutto per lo spirito con cui vi disponete all’esercizio della vostra missione: consideratela sempre così, come un alto servizio in favore dei fratelli, ricco di profondo contenuto umano, a cui l’amore di Cristo deve conferire il suo pieno valore. A voi e alle vostre famiglie la nostra Benedizione, che estendiamo al vostro venerato Vescovo e alle altre autorità religiose e civili, presenti a questo incontro.

w2.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1972/documents/hf_p-vi_aud_19721115.html

Don Milani il prete di Barbiana

 

Don Lorenzo Milani (1923-1967), sacerdote ed educatore, è stato il fondatore e l’animatore della famosa scuola di Sant’Andrea di Barbiana, il primo tentativo di scuola a tempo pieno espressamente rivolto alle classi popolari. I suoi progetti di riforma scolastica e la sua difesa della libertà di coscienza, anche nei confronti del servizio militare, compaiono nelle opere Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa e L’obbedienza non è più una virtù (questi ultimi due testi scritti insieme con   i suoi ragazzi di Barbiana), nonché una serie importantissima di lettere e articoli.

A lungo frainteso e ostacolato  dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose, don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nelle  sua scelta  di essere dalla parte degli ultimi.

Don Milani, secondo Ernesto Balducci, “ha scelto la via della rottura per aggredire il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna”

Nel libro “Lettera ad una professoressa”, giunge a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell’istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.

http://www.giovaniemissione.it/categoria-testimoni/2169/don-milani/

Fondazione Don Lorenzo Milani

donlorenzomilani.it

 

Chi era Don Milani e di cosa parla Lettera a una Professoressa nella seconda prova 2019 di Scienze Umane

Di Anastasia Meloni.

Don Milani di cosa parla Lettera a una professoressa: chi era e quale era il suo pensiero sulla scuola e sulla pedagogia del protagonista della seconda prova 2019 di scienze umane…

CHI ERA DON MILANI

Don Lorenzo Milani è stato un sacerdote nato nel 1923 e scomparso nel 1967. Don Milani proveniva da una famiglia borghese e intellettuale. Oltre a esercitare l’attività di sacerdote è stato insegnante, educatore e scrittore. La sua attività di educatore e teorico della pedagogia si snodò soprattutto con l’esperienza della Scuola di Barbiana.

Barbiana era uno sperduto e piccolissimo borgo sui colli fiorentini, dove don Milani fu mandato in veste di parroco e anche di docente per i ragazzi della frazione: si trattava di una gioventù fortemente svantaggiata, proprio per via dell’arretratezza del luogo in cui erano nati.

A Barbiana Don Milani mise a punto un metodo educativo innovativo e mai visto prima, in cui la scuola era aperta, sette giorni su sette, e gli obiettivi e i metodi erano condivisi con gli studenti, adattandosi ai loro ritmi di vita (così i ragazzi non dovevano lasciare la scuola per il lavoro nei campi). L’esperienza di Barbiana durò dal 1954 al 1967, e per tutto questo lasso di tempo fu fortemente criticata, anche dalla stessa Chiesa. Tuttavia quest’esperienza fu fondamentale per Don Milani per mettere a punto le sue teorie pedagogiche.

Il sacerdote venne a mancare nel 1967 a causa di un linfoma di Hodgkin.

www.studenti.it/don-milani-chi-era-emergenza-educativa-pensiero-pedagogia

 

 

 

Lode del mattino di Luigi Verdi a Romena.

LA COMPASSIONE

Il Sogno è la parte più intima di Te.

Il primo passo di ogni Cambiamento è lo Svegliarsi.

5 Passi da mettere in pratica nel quotidiano :

1) La bellezza delle Relazioni Umane:

guardo, mi fermo, tocco, lascio andare;

2) Amare la Vita, la Fedeltà della Vita;

3) Non temere la vita, avere due o tre amici veri, compagni di viaggio, non aver paura della diversità, non adeguiamoci alla viltà di chi segue l’onda;

4) Siete Voi casa di Dio;

5) La Passione per il mare Aperto, guai alle persone con bassi orizzonti.

#buongiornoromena

https://www.dropbox.com/s/wrk6wo0mjssflwf/20190817%20Luigi%20Verdi%20-%20Lode%20del%20mattino.m4a?dl=0

www.romena.it