La vita cristiana

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Vangelo della Domenica

Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».

da Mc 6, 7-13

La missione di Cristo attraverso i suoi inviati si compie con l’annuncio della parola e con la guarigione delle malattie del corpo e della mente. La guarigione è necessaria quanto la trasmissione della parola, anzi forse più indispensabile della prima. Quando l’uomo è legato da turbamenti fisici o mentali, gli è difficile ascoltare la parola.

Il nuovo apostolo bisogna che sia un essere che irradia la vita e la serenità, se vuole che la forza divina restauri i corpi ammalati, se vuole che lo Spirito consolatore trasformi una mente che soffre le pene dell’inferno in un paradiso. Gli è richiesto di essere compassionevole come il Maestro, che comprenda gli angosciati, che sappia soffrire con loro. Il suo cuore bisogna che sia una vasta dimora, ove ogni creatura trovi conforto e pace. Questo dono di risanamento e pacificazione deve esser compiuto nella più gioiosa gratuità. Nella misura in cui rimarrà anonimo e sereno il suo compito di annunciatore della parola e della vita sarà perfetto.

Giovanni Vannucci

www.romena.it

Monastero di Bose

La vita cristiana

XV domenica del tempo Ordinario
Mc 6,7-13

di ENZO BIANCHI 

In quel tempo 7 Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Quando un profeta è rifiutato a casa sua, dai suoi, dalla sua gente (cf. Mc 6,4), può solo andarsene e cercare altri uditori. Hanno fatto così i profeti dell’Antico Testamento, andando addirittura a soggiornare tra i gojim, le genti non ebree, e rivolgendo loro la parola e l’azione portatrice di bene (si pensi solo a Elia e ad Eliseo; cf., rispettivamente, 1Re 17 e 2Re 5). Lo stesso Gesù non può fare altro, perché comunque la sua missione di “essere voce” della parola di Dio deve essere adempiuta puntualmente, secondo la vocazione ricevuta.

Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù percorre i villaggi d’intorno per predicare la buona notizia (cf. Mc 6,6) in modo instancabile, ma a un certo momento decide di allargare questo suo “servizio della parola” anche ai Dodici, alla sua comunità. Per quali motivi? Certamente per coinvolgerli nella sua missione, in modo che siano capaci un giorno di proseguirla da soli; ma anche per prendersi un po’ di tempo in cui non operare, restare in disparte e così poter pensare e rileggere ciò che egli desta con il suo parlare e il suo operare. Per questo li invia in missione nei villaggi della Galilea, con il compito di annunciare il messaggio da lui inaugurato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alla buona notizia” (Mc 1,15). Li manda “a due a due”, perché neppure la missione può essere individuale, ma deve sempre essere svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. In particolare, per gli inviati essere in due significa affidarsi alla dimensione della condivisione di tutto ciò che si fa e si ha, perché si condivide tutto ciò che si è in riferimento all’unico mandante, il Signore Gesù Cristo.

Ma se la regola della missione è la condivisione, la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, lo stile della missione è molto esigente. Il messaggio, infatti, non è isolato da chi lo dona e dal suo modo di vivere. Come d’altronde sarebbe possibile trasmettere un messaggio, una parola che non è vissuta da chi la pronuncia? Quale autorevolezza avrebbe una parola detta e predicata, anche con abile arte oratoria, se non trovasse coerenza di vita in chi la proclama? L’autorevolezza di un profeta – riconosciuta a Gesù fin dagli inizi della sua vita pubblica (cf. Mc 1,22.27) – dipende dalla sua coerenza tra ciò che dice e ciò che vive: solo così è affidabile, altrimenti proprio chi predica diventa un inciampo, uno scandalo per l’ascoltatore. In questo caso sarebbe meglio tacere e di-missionare, cioè dimettersi dalla missione!

Per queste ragioni Gesù non si attarda sul contenuto del messaggio da predicare, mentre entra addirittura nei dettagli sul “come” devono mostrarsi gli inviati e gli annunciatori. Povertà, precarietà, mitezza e sobrietà devono essere lo stile dell’inviato, perché la missione non è conquistare anime ma essere segno eloquente del regno di Dio che viene, entrando in una relazione con quelli che sono i primi destinatari del Vangelo: poveri, bisognosi, scartati, ultimi, peccatori… Per Gesù la testimonianza della vita è più decisiva della testimonianza della parola, anche se questo non l’abbiamo ancora capito. In questi ultimi trent’anni, poi, abbiamo parlato e parlato di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di missione – e non c’è convegno ecclesiale che non tratti di queste tematiche! –, mentre abbiamo dedicato poca attenzione al “come” si vive ciò che si predica. Sempre impegnati a cercare come si predica, fermandoci allo stile, al linguaggio, a elementi di comunicazione (quanti libri, articoli e riviste “pastorali” moltiplicati inutilmente!), sempre impegnati a cercare nuovi contenuti della parola, abbiamo trascurato la testimonianza della vita: e i risultati sono leggibili, sotto il segno della sterilità!

Attenzione però: Gesù non dà delle direttive perché le riproduciamo tali e quali. Prova ne sia il fatto che nei vangeli sinottici queste direttive mutano a seconda del luogo geografico, del clima e della cultura in cui i missionari sono immersi. Nessun idealismo romantico, nessun pauperismo leggendario, già troppo applicato al “somigliantissimo a Cristo” Francesco d’Assisi, ma uno stile che permetta di guardare non tanto a se stessi come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che facciano segno all’unico Signore, Gesù. È uno stile che deve esprimere innanzitutto decentramento: non dà testimonianza sul missionario, sulla sua vita, sul suo operare, sulla sua comunità, sul suo movimento, ma testimonia la gratuità del Vangelo, a gloria di Cristo. Uno stile che non si fida dei mezzi che possiede, ma anzi li riduce al minimo, affinché questi, con la loro forza, non oscurino la forza della parola del “Vangelo, potenza di Dio” (Rm 1,16). Uno stile che fa intravedere la volontà di spogliazione, di una missione alleggerita di troppi pesi e bagagli inutili, che vive di povertà come capacità di condivisione di ciò che si ha e di ciò che viene donato, in modo che non appaia come accumulo, riserva previdente, sicurezza. Uno stile che non confida nella propria parola seducente, che attrae e meraviglia ma non converte nessuno, perché soddisfa gli orecchi ma non penetra fino al cuore. Uno stile che accetta quella che forse è la prova più grande per il missionario: il fallimento. Tanta fatica, tanti sforzi, tanta dedizione, tanta convinzione,… e alla fine il fallimento. È ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: solo, abbandonato, senza più i discepoli e senza nessuno che si prendesse cura di lui. E se la Parola di Dio venuta nel mondo ha conosciuto rifiuto, opposizione e anche fallimento (cf. Gv 1,11), la parola del missionario predicatore potrebbe avere un esito diverso?

Proprio per questa consapevolezza, l’inviato sa che qua e là non sarà accettato ma respinto, così come altrove potrà avere successo. Non c’è da temere; rifiutati ci si rivolge ad altri, si va altrove e si scuote la polvere dai piedi per dire: “Ce ne andiamo, ma non vogliamo neanche portarci via la polvere che si è attaccata ai nostri piedi. Non vogliamo proprio nulla!”. E così si continua a predicare qua e là, fino ai confini del mondo, facendo sì che la chiesa nasca e rinasca sempre. E questo avviene se i cristiani sanno vivere, non se sanno soltanto annunciare il Vangelo con le parole… Ciò che è determinante, oggi più che mai, non è un discorso, anche ben fatto, su Dio; non è la costruzione di una dottrina raffinata ed espressa ragionevolmente; non è uno sforzarsi di rendere cristiana la cultura, come molti si sono illusi.

No, ciò che è determinante è vivere, semplicemente vivere con lo stile di Gesù, come lui ha vissuto: semplicemente essere uomini come Gesù è stato uomo tra di noi, dando fiducia e mettendo speranza, aiutando gli uomini e le donne a camminare, a rialzarsi, a guarire dai loro mali, chiedendo a tutti di comprendere che solo l’amore salva e che la morte non è più l’ultima parola. Così Gesù toglieva terreno al demonio (“cacciava i demoni”) e faceva regnare Dio su uomini e donne che grazie a lui conoscevano la straordinaria forza del ricominciare, del vivere, dello sperare, dell’amare e dunque vivere ancora… L’invio in missione da parte di Gesù non crea militanti e neppure propagandisti, ma forgia testimoni del Vangelo, uomini e donne capaci di far regnare il Vangelo su loro stessi a tal punto da essere presenza e narrazione di colui che li ha inviati. Attesta uno scritto cristiano delle origini, la Didaché: “L’inviato del Signore non è tanto colui che dice parole ispirate ma colui che ha i modi del Signore” (11,8).

Noi cristiani dobbiamo sempre interrogarci: viviamo il Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra parola e vita? La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non innanzitutto una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io!
— Leggi su www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12454-vita-cristiana

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Luoghi dello spirito / Romena (AR)

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vieni-chiunque-tu-sia

Vieni chiunque  tu sia, vieni

 

Luoghi dello spirito /5. Romena (AR)

di: Barbara Garavaglia
 
Recapiti tel. 0575.58.20.60
www.romena.it
mail@romena.it
incontri@romena.it
Informazioni in breve: La Fraternità di Romena ha sede in un’antica pieve lungo una via di pellegrinaggio verso Roma, sulle colline del Casentino, in Toscana. Oltre che dalla chiesa romanica, il complesso è costituito dalla canonica (che ospita corsi, attività e ha alcune camere); dalla casa colonica (che accoglie gli ospiti ed è dotata di cappella); da un punto di ristoro con prodotti tipici e bio­logici, spazi esterni e una passeggiata meditativa nei boschi.
«La Fraternità di Romena è un luogo aperto a tutti coloro che abbiano il desiderio di entra­re», spiega il responsabile, don Luigi Ver­di. «Sin dall’inizio del nostro cammino, ci siamo lasciati ispirare da una poesia del mistico Rumi, che dice: “Vieni, vieni, chiunque tu sia, sognato­re, devoto, vagabondo, poco importa. Vieni, an­che se hai infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante tutto, vieni”. Quindi, il desti­natario delle nostre proposte è chiunque senta il bisogno di avvicinarsi alla nostra pieve, qualun­que sia il suo percorso di vita».
La pieve di Romena è millenaria e sorge lungo l’antica via di pellegrinaggio per Roma, tra le colline del Casentino. Ed è proprio a tutti gli uomini e le donne che la Fraternità di Ro­mena si rivolge. «All’inizio, la nostra Fraternità attraeva soprattutto i giovani e le persone che si erano allontanate da un percorso di fede», spie­ga don Verdi. «Oggi giungono persone di ogni tipo, viandanti in cammino sulla strada della vita che qui cercano uno spazio di incontro, di rifles­sione, di autenticità. A loro affidiamo semplice­mente una porta aperta, il calore di un abbraccio e la possibilità di esprimere se stessi nel modo che sentono proprio. Oggi, in seno alla famiglia, lasciare spazio alla riflessione e al confronto con la parola di Dio riveste sempre più importanza. In questo tempo, in cui la vita sembra raggiun­gerci solamente attraverso degli schermi, è fon­damentale ritrovare l’importanza della parola: sempre più spesso in famiglia si parla troppo poco e soprattutto si parla poco delle proprie emozioni, dei propri sentimenti, degli stati d’a­nimo. Imparare a comunicare è il presupposto per imparare a riconoscere se stessi e gli altri e quindi Dio. Il confronto con la parola di Dio può avvenire solo se, nel frattempo, non abbiamo trascurato di parlare tra noi, in famiglia, di quel che desideriamo, di quel che ci angoscia oppure ci preoccupa, insomma di tutto ciò che riempie e fa battere il nostro cuore come la meraviglia, il dolore, oppure l’amore. Dio sta proprio là».
Le porte della Fraternità si aprono pertanto anche alle esigenze delle famiglie: sono propo­ste attività specifiche rivolte alle coppie, a quelle che si vogliono sposare e a quelle che attraver­sano momenti di crisi. Appuntamento fisso a Romena è quello della domenica e, una volta al mese le famiglie si possono riunire: la proposta è rivolta ai genitori e, parallelamente, ai bambini, affinché la famiglia nel suo insieme possa vivere un clima di comunione.
La Fraternità di Romena è anche a disposi­zione delle coppie che ne facciano richiesta e promuove altre attività di approfondimento, di lavoro, di condivisione.
La scheda è tratta dal volume di Barbara Garavaglia, Luoghi dello spirito. Guida pratica ai centri di spiritualità per famiglie. Introduzione di Luciano Moia, Collana «Lapislazzuli», EDB, Bologna 2017, pp. 72, € 9,50. 9788
 
Barbara Garavaglia, laureata in Architettura al Politecnico di Milano, è giornalista professionista e collabora con alcune testate giornalistiche (Credere, Il Segno nel mondo, Noi famiglia&vita). È catechista nel percorso di iniziazione cristiana della parrocchia di San Niccolò a Lecco di cui è anche membro del Consiglio pastorale. Tra le sue pubblicazioni: Malato d’infinito. Don Gnocchi e le virtù (Centro Ambrosiano, 2013) e 80 anni di impegno. L’Unitalsi di Lecco (Lecco, 2008).
Luciano Moia, è caporedattore del quotidiano Avvenire.
Sii sempre come il mare che infrangendosi contro gli scogli, trova sempre la forza di riprovarci.

“Ama e fai ciò che vuoi”

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Andate e predicate che il regno dei cieli è vicino…

Mt 10,7-14

“Ama e fa’ ciò che vuoi”

è una delle frasi più celebri di sant’Agostino. Sintetica, potente, e nello stesso tempo facilmente equivocabile. Agostino la pronunciò in una delle sue dieci omelie a commento della I lettera di san Giovanni. Quella in cui Dio viene definito come Amore. Scriverà Pascal, proprio per segnare la differenza tra la comprensione greca del Logos, e quella cristiana: “Il Dio dei Cristiani

non è un Dio solamente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi, come la pensavano i pagani e gli Epicurei. […] il Dio dei Cristiani è un Dio di amore e di consolazione, è un Dio che riempie l’anima e il cuore di cui Egli s’è impossessato, è un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore, che li rende incapaci d’avere altro fine che Lui stesso” (Pensieri, 556).

Dio è dunque sia Logos che Amore. Ma cosa significa Amore? La semplicità divina diventa complicata, quando ci sono di mezzo queste creature con grandi aspirazioni e immensi limiti che sono gli uomini. Certamente Amore non è sinonimo di sentimentalismo, di capriccio, di gusto personale, di indifferenza, di qualunquismo… Rileggiamo l’intera frase di sant’Agostino: “Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”.

Uno legge queste frasi e immediatamente percepisce, per quanto confusamente, l’ infinita sapienza della Rivelazione.

Tacere per amore e parlare per amore.

Basterebbe questo, per ingarbugliare la valutazione di tanti nostri discorsi. Quante volte diciamo il vero, senza amore? Non solo perché lo facciamo con ira, nel modo sbagliato, ma perché quell’ira ci viene dalla superbia? Dalla volontà di parlare per affermare noi stessi, e non la verità di cui ci facciamo portatori. Quante volte non riusciamo a morderci la lingua, e crediamo di essere giustificati, perché “è giusto dire le cose come stanno”? Quante volte una notazione vera e giusta non è altro che il pretesto per toglierci un sassolino dalle scarpe? Quante volte il parlare di un fratello, il denigrarlo, anche senza menzogna, è solo il modo per mettere in luce noi stessi?

Sant’Agostino è chiaro: ogni verità esca dalla nostra bocca, per amore e con amore. Altrimenti saremo chiamati a rispondere di come abbiamo deturpato, strumentalizzato, offuscato quella verità. Se lo leggiamo bene, infatti, Agostino, benché non usi mai la parola “verità”, parla di amore e di verità insieme. Parla infatti di parole e di correzione, cioè, appunto, di verità. Ma sottolineando l’amore. Tanto che alla fine della frase, dopo l’invito a correggere per amore, invita al perdono: che non è l’abdicazione ad un giudizio, ma il riconoscimento che ogni giudizio umano non definisce e non conclude. Perdono il prossimo quando ho chiaro che non è riducibile alla sua colpa, al suo errore del momento, e che io che giudico, anche giustamente, non sono Colui che solo ha il potere e il diritto di un giudizio definitivo.

Verso la fine dell’omelia Agostino torna a ricordare ai suoi ascoltatori che l’Amore non è melassa, né acquiescenza, ma espressione di una magnanimità che solo da Dio deriva e che solo a Lui possiamo chiedere. Un amore che ci rende veri, e veramente liberi: “Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell’emendare… Non voler amare l’errore nell’uomo, ma l’uomo; Dio infatti fece l’uomo, l’uomo invece fece l’errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l’uomo stesso…Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore. Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo…ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti… Chi è quel padre che non dà castighi? E tuttavia sembra che egli infierisca. L’amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi”.

Questa considerazioni hanno qualcosa a che fare anche con il dibattito che vi sarà a breve al Sinodo sulla famiglia. Che l’Amore guidi le riflessioni dei padri sinodali, senza dimenticare che “la carità infierisce” (Agostino usa un verbo forte: saevit), pur senza veleno.

Il Foglio, 25/9/2014

www.libertaepersona.org/wordpress/2014/09/ama-a-fa-cio-che-vuoi-santagostino/

🙏🏻Fermati in silenzio davanti al l’icona per un po’ 🔆

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Lodi del mattino

“”A te dico: Alzati❗️“” Mc. 5,41

Preghiera comune

Donami amore

Che come il vento del mattino

ripulisca il viso della terra

e mi addolcisca gli occhi…

www.romena.it/rubriche/lode-del-mattino

noncerosasenzaspine.com

🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻

Don Fabio

https://youtu.be/OG49bcCC300

🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻

https://youtu.be/jHZwInNW5dQ

Don Gabriele Cuccarollo

🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻🙏🏻

Gesù troppo umano

XVI domenica del tempo Ordinario
Mc 6,1-6

di ENZO BIANCHI 

In quel tempo 1 Gesù partì e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.6bGesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non raggiungono il loro fine.

Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera. Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).

E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.

A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”. Si interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc 1,10; 3,29-30); oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).

E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.

No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola. Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.

Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.

Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, impone loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano! In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta; il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.

Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né acurare, e neppure a fare il bene.

www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12442-gesu-umano

Cercate il bene e non il male, se volete vivere.

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Buddha fu un giorno minacciato di morte da un bandito chiamato Angulimal. «Sii buono ed esaudisci il mio ultimo desiderio», disse Buddha. «Taglia un ramo di quell’albero».

Con un solo colpo di spada l’altro eseguì quanto richiesto, poi domandò: «E ora che cosa devo fare?» «Rimettilo a posto», ordinò Buddha.

Il bandito rise. «Sei proprio matto se pensi che sia possibile una cosa del genere». «Invece il matto sei tu, che ti ritieni potente perché sei capace di far del male e distruggere. Quella è roba da bambini. La vera forza sta nel creare e risanare».

Ho raccontato questa storia alla messa appena terminata, perché mi piace e perché traduce bene le parole del profeta Amos: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere”.

Il male a volte è così facile che puntare su di esso diventa così banale!

Dopo un bel temporale notturno l’aria è così fresca che invita, e oggi voglio lasciarmi invitare proprio dal bene.

E a questa festa invito chiunque senta in cuor suo il desiderio di bene.

Secondo me siamo in tanti, e stasera il mondo sarà diverso, un po’ più leggero sicuramente.

Fra Giorgio

Il Vangelo della terra

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In questo sta la nascita dell’uomo a uomo:

nel sapersi al contempo un bisognoso di amore che trasmette amore.

Giancarlo Bruni

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il nuovo libro di Ermes Ronchi e Marina Marcolini

Quando si parla del messaggio di Gesù la mente corre verso l’alto. Ma il Vangelo si può leggere anche da un altro punto di vista, cioè guardando verso il basso. Verso la terra.

E’ da questa premessa che nasce il “Vangelo della terra”,  l’ultimo libro di Ermes Ronchi, frate, teologo e poeta, e di Marina Marcolini, scrittrice, per le Edizioni Romena, nuova collana “Casa dei sentieri di Santa Maria del Cengio”.

Il vangelo della terra prende in esame in particolare il Vangelo di Marco e le sue parabole, molte delle quali hanno a che fare con la terra: in pratica Marco riassume la maggior parte dell’insegnamento di Gesù in immagini di terra e di semi, di vigne e orti, nei quali i contadini si affaticano nell’arte di far nascere, fiorire e fruttificare.
“Gesù – scrivono Ermes e Marina  – ci invita a chinarci verso la terra e osservare il mistero del germoglio e della vita, per imparare insieme a trasformare il nostro cuore in terreno buono, che produce spighe e pane, e a diventare giardinieri, gente che si prende cura del prossimo e del creato, per aiutarli a fiorire”

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Talita Kum

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Vangelo condiviso

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.

Talita Kum, è molto di più di un invito a rialzarcia, sarebbe troppo banale. Ogni mattina tutti ci alziamo ma chi può dire veramente d’essere sveglio? Corriamo il rischio di vivere una vita intera prigionieri di un illusione e di una dolce disperazione… si! tutti, nessuno escluso, sappiamo lamentarci ma poi siamo rassegnati ad una felicità sempre più effimera, perché la vita è… tutt’altro che meravigliosa. Ed ecco il passo del vangelo di questa domenica, Gesù che va oltre tutte quelle catene e quelle false verità dietro cui ci nascondiamo. Oltre l’angoscia di un papà per la piccola figlia che sta per morire e di una donna maledetta dalla vita e dalla società. Quella stessa vita che non è tutta rosa e fiori, nessuno sa essere duro come la vita in alcuni terribili momenti, ma non possiamo arrenderci, niente può giustificare la nostra resa, il nostro fallimento, la nostra sconfitta… il senso della nostra vita è… la vita stessa! Per questo dobbiamo lottare, per risorgere, per rinascere, per svegliarci da questo torpore… quella donna era già condannata, per lei non c’è nessun arcobaleno all’orizzonte, nessuna speranza, doveva dar fastidio il meno possibile, al massimo poteva lasciarsi morire in “pace”. Ma qui c’è il vero miracolo, la donna non si arrende. Per la grande folla è invisibile, nessuno la considera, ma lei ci crede, ed anche se dovrà trasgredire la legge di Dio e degli uomini, non può rinunciare e perdere la vita goccia dopo goccia, giorno dopo giorno… non è possibile! Allora si fa strada tra i pregiudizi e l’indifferenza, per fare ciò che gli era assolutamente vietato… toccare Gesù! Lei non è degna, è una peccatrice, maledetta e malata, mai e poi mai poteva sognare di salvarsi, di rialzarsi libera e felice… mai! Ma non per Gesù, non per chi crede, non per chi non si vuol arrendere. Questo è il vero miracolo, la vera guarigione. Non sappiamo quanto è vissuta quella donna e se non ha contratto altre patologie più o meno gravi, ma di sicuro sappiamo che, per noi è una testimonianza di libertà, di coraggio. Non sappiamo com’è morta, ma sappiamo che è vissuta da donna libera e veramente viva. Ha lottato ed ha toccato Gesù, una scelta contro ogni legge, contro la morale religiosa del tempo, quel tocco gli ha ridato dignità e vita e così accadrà anche per la figlia di Giairo. Gesù non guarisce, non ti libera con decreti e proclami, non con preghiere recitate, ma ti prende per mano. Cerca il contatto vero, diretto, fatto d’amore. Quando arriva a casa di Giairo, anche dopo aver avuto la violenta e terribile notizia che la bambina era morta, Gesù, a quei genitori, continua ad infondere speranza: non temere, non aver paura, soltanto continua a credere. Anche se ti prendono in giro, ti deridono, anche difronte la morte, continua a credere nella vita, nella potenza e nel bisogno d’amore che c’è in te. Ed è più che significativo che Gesù invita tutti coloro che piangono, gridano e si sbattono, ad uscire fuori. Ed invece prese con sé coloro che amano veramente quella bambina, il padre e la madre. La disperazione, l’abbattimento, l’angoscia non aiutano la vita a rinascere. Questo sarà anche un pensiero scontato, un’affermazione retorica per molti, ma allora perché dopo più di 2000 anni, ancora non ci liberiamo dalla paura d’amare e di lasciarci amare? Perché pensiamo solo a difenderci, ad alzare mura sempre più alte e a chiudere porte e porti? Qualcuno è ancora capace di emozionarsi se vede il cadavere di un bimbo morto spiaggiato, o di una bimba morta in mezzo al mare in un’ingiusta e continua strage d’innocenti. Siamo anche pronti a fare una raccolta fondi, per aiutare questi poveri e ci sentiamo anche bravi cristiani quando lo facciamo, ci vuole poco per stordire la coscienza. Ma se proviamo, a capire perché esiste questa miseria nel mondo, perché e qual è il motivo che spinge tutte queste persone (perché, fino a prova contraria sono ancora persone) ad affrontare il deserto, il mare, l’odio per venire a rompere le… scatole in casa nostra, allora con la facilità con cui si cambia canale, addormentiamo la coscienza, mettiamo da parte Dio e ci affidiamo, pieni di entusiasmo a Salvini. Ma noi invece, torniamo da Gesù, che elimina le distanze, che ti prende per mano, perché questo è l’unico modo per ridare dignità, speranza, vita.

Fra Gianfranco Pasquariello