Lettera “A Diogneto”

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I cristiani nel mondo

“I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere. Questa dottrina che essi seguono non l’hanno inventata loro in seguito a riflessione e ricerca di uomini che amavano le novità, né essi si appoggiano, come certuni, su un sistema filosofico umano. Risiedono poi in città sia greche che barbare, così come capita, e pur seguendo nel modo di vestirsi, nel modo di mangiare e nel resto della vita i costumi del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, come tutti hanno ammesso, incredibile. Abitano ognuno nella propria patria, ma come fossero stranieri; rispettano e adempiono tutti i doveri dei cittadini, e si sobbarcano tutti gli oneri come fossero stranieri; ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera. Come tutti gli altri uomini si sposano ed hanno figli, ma non ripudiano i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Anche se non sono conosciuti, vengono condannati; sono condannati a morte, e da essa vengono vivificati. Sono poveri e rendono ricchi molti; sono sprovvisti di tutto, e trovano abbondanza in tutto. Vengono disprezzati e nei disprezzi trovano la loro gloria; sono colpiti nella fama e intanto viene resa testimonianza alla loro giustizia. Sono ingiuriati, e benedicono; sono trattati in modo oltraggioso, e ricambiano con l’onore. Quando fanno dei bene vengono puniti come fossero malfattori; mentre sono puniti gioiscono come se si donasse loro la vita. I Giudei muovono a loro guerra come a gente straniera, e i pagani li perseguitano; ma coloro che li odiano non sanno dire la causa del loro odio. Insomma, per parlar chiaro, i cristiani rappresentano nel mondo ciò che l’anima è nel corpo. L’anima si trova in ogni membro del corpo; ed anche i cristiani sono sparpagliati nelle città del mondo. L’anima poi dimora nel corpo, ma non proviene da esso; ed anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo che si vede; anche i cristiani li vediamo abitare nel mondo, ma la loro pietà è invisibile. La carne, anche se non ha ricevuto alcuna ingiuria, si accanisce con odio e fa’ la guerra all’anima, perché questa non le permette di godere dei piaceri sensuali; allo stesso modo anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto nessuna ingiuria, per il solo motivo che questi sono contrari ai piaceri. L’anima ama la carne, che però la odia, e le membra; e così pure i cristiani amano chi li odia. L’anima è rinchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono detenuti nel mondo come in una prigione, ma sono loro a sostenere il mondo. L’anima immortale risiede in un corpo mortale; anche i cristiani sono come dei pellegrini che viaggiano tra cose corruttibili, ma attendono l’incorruttibilità celeste. L’anima, maltrattata nelle bevande e nei cibi, diventa migliore; anche i cristiani, sottoposti ai supplizi, aumentano di numero ogni giorno più. Dio li ha posti in un luogo tanto elevato, che non e loro permesso di abbandonarlo.

Dall’Epistola a Diogneto (Cap. 5-6; Funk 1, 317-321)
Testo integrale estratto da
  “Didachè-Prima lettera di Clemente ai Corinzi-A Diogneto” –
 Città Nuova 2008 (Link al file in formato PDF)

LETTERA A DIOGNETO

Frasi tratte dalla “Lettera a Digneto”, scritto antico del II Secolo d.C.

Il mistero cristiano
I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini.
Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale.
La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.

Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale.

Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri.
Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.Mettono in comune la mensa, ma non il letto.

Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita.
Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.
A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.

Si chiama Chiara Corbella Petrillo

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Chiara Corbella nel giorno del quinto anniversario della sua nascita al Cielo.
LeggiAmolaBibbia.blogspot.it

il blog di Costanza Miriano

chiara-e-enrico-con-padre-vito-damato

di Costanza Miriano

Si chiama Chiara Corbella Petrillo. Lo so, il nome è un po’ lunghetto, e se la telefonata è intercontinentale, l’interlocutrice una giornalista di Buenos Aires che parla spagnese (un misto tra spagnolo e inglese), con me che parlo inglano (un misto tra inglese e italiano), la tentazione di tagliarlo facendo lo spelling c’è. Ma è importante. Non si chiama Chiara Corbella. Si chiama Chiara Corbella Petrillo.

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DIDACHE’

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didache

DIDACHE’ 1

    “Ciò che è anche emerso da questo studio è che questo stesura redazionale del testo della Didachè condivide con il vangelo di Matteo non solo le massime delle fonte “Q” della tradizione di Gesù, ma anche una comune concezione teologica e strutturale. Che questi abbiano avuto origine nella medesima comunità è difficile da negare; essi respirano la stessa aria e riflettono lo stesso sviluppo storico. Quello che deve restare materia di dibattito è il problema della priorità. La nostra tesi è che la Didachè è la regola comunitaria della comunità di Matteo, regola in costante processo evolutivo. Naturalmente, se così fosse, alcune sue parti rifletteranno una situazione presupposta dal vangelo di Matteo, altre parti possono riflettere una situazione posteriore alla sua composizione. Solo un’accurata analisi redazionale può indicare in che modo vi giochi l’influenza in uno specifico caso. Tuttavia, per quanto riguarda le istruzioni per gli apostoli, sembra che il testo della Didachè costituisca la fonte del materiale in Matteo.”

Estratto e tradotto da: Novum Testamentum XXXIII, 4 (1991) – “Torah and troublesome Apostles in the Didache community” di J. A. Draper – Ed. Brill

“Nel corso della prima metà del secondo secolo d. C., abbiamo la Didachè, il più antico unico e completo ancora esistente insieme di regole per una comunità cristiana, seguita da altri testi di quel genere nei secoli terzi e quarto.”

Estratto e tradotto da: “Die griechische und lateinische Literatur der Kaiserzeit” di Albrecht Dihle – Ed. Beck

 

Traduzione, introduzione e note (qui non riportate) di Guglielmo Corti

Estratto da “I padri apostolici” – Città Nuova Editrice 1967

INTRODUZIONE

 

La Didachè ebbe una grande diffusione nei primi secoli del cristianesimo. Fu stimata da grandi maestri come Origene e Clemente Alessandrino, che la citarono — sembra — come Sacra Scrittura. Di essa parlarono Eusebio, sant’Atanasio e altri, non più come libro ispirato, ma certo di grande valore.

Fu tradotta, già allora, in varie lingue come latino, georgiano copto e poi arabo.

Tra i secoli III e V cominciò a essere assorbita in scritti disciplinari come la Costituzione della Chiesa Egiziana e le Costituzioni Apostoliche. Incorporata cosi in queste compilazioni maggiori fini per perdere la sua notorietà come opera a sé stante, cosi che nel secolo XII se ne era perduta ogni traccia.

Grande fu perciò l’entusiasmo quando nel 1873 venne di nuovo alla luce per opera di Filoteo Bryennios, metropolita di Nicomedia, che la scopri a Costantinopoli in un codice greco scritto nel 1056.

Subito il libriccino fu fatto oggetto di uno studio intenso e appassionato, attraverso una produzione letteraria imponente; e nel fervore della ricerca cominciarono a profilarsi diverse opinioni contrastanti.

Alcuni la ritennero come l’eco immediata della voce del Signore rivolta agli Apostoli; altri come unvademecum per catecumeni, una specie di primo catechismo, o una ordinanza ecclesiastica. A poco a poco i giudizi si fecero meno benevoli: si cominciò a considerarlo come frutto di una piccola comunità isolata, che nulla, dice della Chiesa universale; fu pure considerato opera di un falsario tendente a restaurare costumi sorpassati o addirittura un’opera eterodossa, in appoggio all’eresia montanista, osteggiante la gerarchia e favorevole al profetismo. Nel fissare la data di composizione, in base a queste diverse concezioni, si passò dalla metà del secolo primo alla seconda metà del secolo seguente o perfino alla prima metà del secolo terzo.

Ma gli studi più recenti (Si tratta dello studio poderoso di J. P. Audet, La Didachè instructions des Apótres, Parigi 1958. Qualche particolare sarà forse discusso, ma l’opera è fondamentale. E’ arricchita da una larghissima bibliografia e da un testo critico (pp. 226-242) che sfruttiamo nella traduzione.) mettono un po’ di luce in questo groviglio di opinioni, e rettificano le posizioni più negative che sembravano prevalere.

Sembra assodato ormai che si tratta di una raccolta di istruzioni, che un apostolo (un collaboratore dei Dodici) compilò per aiuto alla propria missione. Sfruttò uno scritto giudaico preesistente (Le due vie) e le consuetudini liturgico-organizzative di una comunità già formata.

A questo nucleo furono unite (forse in seguito) le espressioni desunte dagli scritti riferenti le parole del Signore, quando questi cominciarono a diffondersi.

La composizione della Didachè avvenne, perciò, tra il 50 e il 70, e il luogo di origine sarebbe in Oriente, forse la Siria o meglio Antiochia, ove la comunità cristiana aveva quei caratteri giudaizzanti che riscontriamo nello scritto stesso.

Questa nuova interpretazione ci assicura ancora una volta che ci troviamo davanti a un’opera antica, veneranda, scaturita dalla stessa sorgente della predicazione apostolica, testimonio palpitante della vita dei nostri primi fratelli in Gesù Cristo.

Non sono però dissolti tutti i dubbi, perché la Didachè ha delle particolarità, diverse, e forse contrastanti con gli altri scritti dell’epoca.

E’ chiara una quadruplice divisione: capitoli I – VI — Istruzioni morali

» VII –     X  = Istruzioni liturgiche

»  XI  –  XV  = Istruzioni disciplinari

» XVI           = Conclusione escatologica

 

 

 

TESTO DELLA DIDACHE’

 

  1. – Vi sono due vie, una della vita, e l’altra della morte; vi è una grande differenza fra di esse (Ger 21,8).

La via della vita è questa: in primo luogo ama Dio che ti ha creato, in secondo luogo ama il prossimo tuo come te stesso (Dt 6,5; Lv 19,18; Mt 22,37-39). Non fare ad altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Tb 4,15).

L’insegnamento che deriva da questo comandamento è il seguente: benedite coloro che vi maledicono e pregate per i vostri nemici, e digiunate per i vostri persecutori. Che merito avete infatti se amate quelli che vi amano? Non fanno lo stesso anche i pagani? Ma voi amate quelli che vi odiano (Mt 5,44-46; Lc 6,27-28: 32: 35) e non abbiate nemici.

Tienti lontano dalle brame carnali.

Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, offrigli anche l’altra (Mt 5,40-41; Lc 6,29) e sarai perfetto.

Se qualcuno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, accompagnalo per due.

Se qualcuno ti prende il mantello, dagli anche la tunica (Mt 5,40-41; Lc 6,29).

Se qualcuno ti toglie ciò che è tuo, non reclamarlo, perché non puoi farlo.

Da’ a chi ti chiede, e non esigere la restituzione (Mt 5,42; Lc 6,30), perché il Padre vuole che i suoi beni vengano dati a tutti.

Beato chi dona, come ci comanda la nostra legge, perché le sue colpe non verranno punite. Ma guai a chi riceve! In verità, se riceve spinto dal bisogno, non verrà punito, ma se riceve senza averne bisogno, dovrà rendere conto del perché e dello scopo per cui ha preso. Verrà arrestato, il suo agire verrà giudicato, e non uscirà di carcere finché non avrà pagato l’ultimo centesimo (Mt 5,26). A questo proposito è stato detto: la tua elemosina si bagni di sudore nella tua mano; finché tu non abbia ponderato bene a chi dare (? Sir 12,1).

Grazie… 

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25 anni fa il giorno di sant’Antonio cadeva di sabato. Era un giorno di trepidazione, atteso per tanto e finalmente giunto, come il giorno del matrimonio o quello del primo bimbo che viene alla luce.

Il duomo di Milano era colmo, l’intero altare colorato di rosso, il cardinal Martini felice, noi prossimi al sacerdozio emozionati dallo spirito che abbondantemente abitava tutto e tutti.

I ricordi sono solo qualche fermo immagine, ma così piccoli in confronto alla commozione che ancora sento crescere in me lasciando al cuore di fare la sua strada. Mi guarderò qualche foto per rimettere insieme i momenti, e sono sicuro che qualche lacrima abiterà gli occhi.

Non son mai stato capace di dare una risposta al perché della vocazione, a questa vita ‘diversa’, ma non me ne importa neppure. La vita è solo quella che si vive, e starci dentro con i tuoi ‘casini’ e i miracoli, le fragilità e le meraviglie, è tutto ciò che ci viene chiesto.

Come 25 anni fa che raggiunsi il mio paesello per proseguire la festa, anche oggi mi trovo a casa a far compagnia a mamma. Papà ci ha lasciati otto anni fa, e in questo periodo tocca a mamma mettere insieme tutte le forze per riprendersi dopo l’operazione. Stasera faremo una messa qui, in casa, proprio perché lei sia dei nostri: nella semplicità e nella comunione fraterna sarà bello abbracciarci e abbracciare Dio. L’emozione si prenderà la sua parte e sarà questo il più bel grazie da regalare a Dio. Non ho nulla di così prezioso che quella piccola parola da balbettare: grazie. Basterà!

Grazie e Buon Anniversario fra Giorgio 

Tanti auguri e Buon Venticinquesimo 

Voi siete la luce del mondo…

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Sant’Antonio di Padova

 
LA LITURGIA DEL GIORNO
www.lachiesa.it/liturgia
VANGELO (Mt 5,13-16) 
Voi siete la luce del mondo. 
Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore
Commento

È un grande privilegio per un Apostolo del Signore poter applicare a sé il magnifico testo di Isaia che Gesù a Nazaret ha applicato a se stesso: “Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri…”. 

Veramente lo Spirito era su Antonio di Padova, che ha portato il lieto annuncio, il Vangelo, ai poveri con un successo straordinario. E ha fasciato le piaghe dei cuori spezzati, ha annunciato la liberazione dei prigionieri, in modo così luminoso, così straordinario, che è stato canonizzato dopo un solo anno dalla sua morte. È una cosa che oggi sarebbe impossibile, ma che dice bene quanto profonda fosse la venerazione del popolo cristiano. In questo testo di Isaia, in cui vediamo chiaramente l’azione dello Spirito consolatore che fascia le piaghe del cuore, che consola gli afflitti, vorrei sottolineare l’annuncio di libertà, che ci fa vedere lo Spirito all’opera come creatore, così come lo invoca l’inno di Pentecoste. Tutti siamo prigionieri di tanti condizionamenti, provenienti dal nostro temperamento, dalle circostanze, dallo stato di salute, dai rapporti interpersonali che non sempre sono armoniosi… E cerchiamo la liberazione. Ma la vera liberazione viene in modo inatteso, in modo paradossale dallo Spirito di Dio, che non risolve i problemi, ma li supera, portandoci a vivere più in alto. Nella vita di sant’Antonio possiamo constatare questa liberazione operata dallo Spirito. Antonio avrebbe potuto essere grandemente deluso, depresso, perché tutti i suoi progetti sono stati scombussolati. Voleva essere missionario, voleva perfino morire martire e proprio per questo si era imbarcato per andare fra i musulmani. Ma il suo viaggio non raggiunse la meta: invece di sbarcare nei paesi arabi fu sbarcato fra i cristiani, in Sicilia e poi rimase in Italia. Avrebbe potuto passare il resto della sua vita a compiangere se stesso: “Non posso realizzare la mia vocazione ! “. E invece fiori dove il Signore lo aveva inaspettatamente piantato: cominciò subito a predicare, a fare il bene che poteva, e acquistò una fama straordinaria.

 

LECTIO

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«Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

Martedì 13 giugno 2017 – Lc 5,1-11   

1 Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2 vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3 Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4 Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5 Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6 Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7 Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8 Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9 Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10 così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11 E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

COMMENTO DI GIOVANNI

Questo “far ressa attorno” del ver.1 dice un assembramento che potrebbe suonare addirittura pericoloso e minaccioso, se non fosse per questo desiderio di “ascoltare la Parola di Dio”.Ed è questo affollamento a promuovere la bella immagine del Signore che insegna alle folle dalla barca di Simone.Ed è la prospettiva luminosa della vocazione di Simone, che viene coinvolto negli eventi a partire dalla sua barca!Penso che molti di noi potrebbero fare memoria del loro incontro con il Signore per eventi e strumenti che non erano appello diretto alla loro persona, e che poi si sono rivelati come l’occasione della chiamata alla salvezza!In fondo, tutto potrebbe concludersi al ver.4, quando Gesù “ebbe finito di parlare”; ma dice a Simone di prendere il largo e gettare le reti.Così, l’appuntamento prezioso con la folla che lo ha ascoltato diventa ora l’inizio di un cammino che coinvolge e invade la vita del pescatore, che deve diventare “pescatore di uomini” (ver.10)!Il ver.5 è la bella umile confessione di chi sembra fare di una notte infruttuosa il paradigma della sua stessa vita, ma che ora lo spinge a lasciarsi dietro le spalle la sua infruttuosa competenza per “gettare le reti” sulla parola del “Maestro”.Questo appellativo  ci offre la profondità che l’insegnamento di Gesù ha portato al pescatore!A questo punto, la notte infruttuosa sembra diventare simbolo e orizzonte della vita precedente e determinazione a gettare le reti della vita non sulla propria competenza ma sulla “scommessa” della fede nella Parola di questo Maestro!La pesca è così abbondante da provocare quasi la rottura delle reti. Di questo si ricorderà qualche secolo dopo S.Agostino che viveva in una grande “esuberanza” di adesione delle folle alla fede, sino a portarlo a sperare che si potesse arrivare a reti che non si spezzano perché ormai tutto sarà composto nella luce finale. E per questo citerà le reti di Giovanni 21, una Parola che oggi vi consiglio di ascoltare per la sua bellezza e la sua vicinanza-diversità rispetto alla nostra Parola di oggi!La reazione di Simone è grande: notiamo che quello che è avvenuto dentro di lui è così grande … da fargli cambiare nome, ed ora egli diventa, al ver.8, Simon Pietro!La reazione di Pietro è, mi sembra, non solo comprensibile, ma anche in certo senso molto vera: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (ver.8)!Siamo dunque in una pesca ben diversa e ben nuova e decisiva!La chiamata della misericordia divina e la vita nuova che inizia, coinvolge oltre a Pietro anche i suoi compagni!Questo è bellissimo per come ci mostra il coinvolgimento che ha verso tutti la storia della salvezza di ciascuno! O per lo meno di chi è in qualche modo “socio”!Ed ecco Simon Pietro ora diventato , come dicevamo, “pescatore di uomini”.Resta un quesito interessante! Pietro ha confessato di essere un peccatore. Ora non lo sarà più? Il Signore nulla dice a proposito. A me piace ricordare che anche da capo degli apostoli Pietro conoscerà la sua fragilità fino al tradimento!Ma la grazia del Signore e la sua misericordia continuano ad accompagnarci per tutta la nostra vita.Noi siamo, o per lo meno io lo sono certamente, “peccatori salvati”!Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.
 Giovanni Nicolini

Commento al Vangelo di domenica 11 giugno 2017 – fra Ermes Ronchi

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“Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato”.

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Gv 3, 16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata.In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti ‘a sua immagine e somiglianza’, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell’uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell’uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene,  perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità.Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell’universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell’umano e del divino, è il legame di comunione.“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…” In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell’incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato… E noi, creati a sua somigliante immagine, “abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene” (J. Maritain).Da dare il suo Figlio: nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c‘è amore più grande che dare la propria vita…). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti. “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato”. Salvato dall’unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la pasqua non è il peccato dell’uomo, ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere:perché chiunque crede abbia più vita.Dio ha tanto amato il mondo… E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch’io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli “giardinieri planetari”.Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome amore.

Leggiamo
– Dio ha tanto amato il mondo…
e allora non soltanto gli uomini
ma anche la batticoda
l’ape affumicata
il riccio damerino mai uno spillo fuori posto
addirittura il mulo né questo né quello
perché non è un cavallo ma nemmeno un asino
(rammaricato perché creato dall’uomo
vive da scapolo e non si riproduce)
il pero che infiora un po’ prima del melo
le foglie di mughetto quasi senza gambo
il vitellino che si trascina dietro alla madre
e noi che a Dio siam sempre a chieder coccole
come se avesse solo noi da amare al mondo.

Con il Cuore… nel nome di Francesco.

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Con il Cuore…

GIORGIA ” CREDO”-ASSISI 2017
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Giorgia – Credo

Con il Cuore, nel nome di Francesco”

L’evento solidale vedrà la partecipazione di Amara, Coro Antoniano, Franco Battiato, Elodie, Francesco Gabbani, Giorgia, Max Laudadio, Maldestro, Marco Masini, Fabrizio Moro, Nek, Federico Paciotti e Ramon Vargas, Carly Paoli, The Kolors, Sergione e Paolo Vallesi, tutti uniti per una causa comune: ridare un sorriso a chi lo ha perduto.

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Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, PosteMobile, Coop Voce e Tiscali.Sarà di 5 euro anche per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa TWT, Convergenze e PosteMobile, di 5/10 euro da rete fissa TIM, Infostrada, Fastweb e Tiscali e di 10 euro da rete fissa Vodafone. “Con il cuore, nel nome di Francesco” è una produzione Rai1, per la regia di Maurizio Pagnussat.



NEL NOME DI FRANCESCO

www.conilcuore.info
L’associazione “Francesco d’Assisi un uomo un fratello” da sempre promuove i valori francescani di pace, solidarietà e fraternità. Seguendo i passi di san Francesco d’Assisi, e grazie al vostro aiuto, dal 2003 promuoviamo la beneficenza a favore dei più bisognosi assistendoli sia materialmente che spiritualmente senza alcuna distinzione di razza, appartenenza politica o fede religiosa. In questi anni abbiamo costruito scuole, ospedali centri di accoglienza e sostenuto le mense della Caritas e le mense francescane sempre ispirati dalle parole di san Francesco: ‘Finché abbiamo tempo, operiamo il bene!’ 
Ogni anno dalla pizza inferiore della Basilica di san Francesco ad Assisi organizziamo un evento televisivo che va in onda in prima serata su Rai1. La serata è condotta da Carlo Conti che da diversi anni ci aiuta in questa gara di solidarietà. Sul palco momenti di testimonianza e riflessione si alternano a momenti di musica e spettacolo. Ogni anno partecipano artisti del calibro di Renato Zero, Vecchioni, Massimo Ranieri, i Ricchi e Poveri, Claudio Baglioni e tanti altri… 
Il nostro impegno non si ferma al solo evento televisivo ma tutto l’anno i Frati della Basilica di San Francesco ad Assisi cercano di raccogliere fondi per aiutare chi ha più bisogno di aiuto. E grazie a voi e alla vostra generosità tante persone vengono aiutare in Italia e in tutto il mondo.
Continuate a sostenerci e come diceva san Francesco: “Il Signore vi dia la pace!”

>>> Raiplay
 Con il Cuore, nel nome di Francesco

Dal sagrato della Basilica Inferiore di San Francesco d’Assisi riparte “Con il Cuore, nel nome di Francesco”, la serata benefica, condotta da Carlo Conti, che da quindici anni aiuta e sostiene chi soffre e chi si trova in difficoltà. L’evento che unisce musica, cultura e spiritualità vedrà la partecipazione di artisti della musica italiana e testimoni di solidarietà e fraternità. Ogni anno i frati del Sacro Convento di Assisi organizzano una maratona di beneficenza e chiedono a tutti gli uomini di buona volontà un aiuto per le popolazioni più disagiate al mondo. L’evento solidale vedrà la partecipazione di Amara, Coro Antoniano, Franco Battiato, Eloide, Francesco Gabbani, Giorgia, Max Laudadio, Maldestro, Marco Masini, Fabrizio Moro, Nek, Federico Paciotti e Ramon Vargas, Carly Paoli, The Kolors, Sergione e Paolo Vallesi, tutti uniti per una causa comune: ridare un sorriso a chi lo ha perduto.
RegiaMaurizio Pagnussat
Conduttore Carlo Conti

Franco Battiato – La Cura (versione inedita) con orchestra

con il cuore (amo te) – massimo di cataldo  2007