Sentinella, quanto resta della notte? La sentinella risponde: viene il mattino, e poi anche la notte;  se volete domandare, domandate, convertitevi, venite

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Ricordati che eri straniero. Qualunquismo e uomo qualunque.

Post di Gian Maria Zavattaro

Immagini di Pia Valentinis

(qui il sito).

“Mi gridano da Seir:  Sentinella quanto resta della notte?

Sentinella, quanto resta della notte?

La sentinella risponde: viene il mattino, e poi anche la notte;

se volete domandare, domandate,  convertitevi, venite” (Isaia 21, 1-12). (1)

Pia Valentinis,

Mano

Non confondiamo “qualunque” con “qualunquista”. Non mi vergogno affatto di essere una persona “qualunque”, persona “comune, come tanti altri, cittadino medio, uomo della strada” (2). Piuttosto non mi va di essere “qualunquista” (3), appellativo che almeno in prima istanza non implica un inappellabile giudizio negativo, ma denota e connota un diffusissimo modo di essere, dal quale comunque subito prendo le distanze.

Essere una persona qualunque è una bella cosa: nella sua irripetibile identità ognuno di noi è cittadino uguale agli altri in fatto di diritti-doveri e in quanto possiede la parola ed appartiene alla comunità nazionale ed umana (4).  Come ogni persona qualunque non ho bisogno di distinguermi con  il “lei non sa chi sono io”: so benissimo chi sono, persona che non “conta”, che si sente a casa propria con tutti, in specie con gli ultimi i penultimi i terz’ultimi i quart’ultimi e i quint’ultimi… e con  coloro che sono con e per gli ultimi.

Pia Valentinis,

Storie di paura

Eppure dal qualunquismo nessuno è immune, a cominciare dal sottoscritto. E’ un modello  che si sta prepotentemente imponendo sul mercato degli indici di gradimento: tentazione che  non risparmia nessun gruppo sociale e nessun colore politico. Le sue categorie? Il risentimento, la paura dell’altro, l’incapacità di amare, di ammirare, di meravigliarsi. I suoi valori? L’indice di gradimento sociale, la rivendicazione ad oltranza delle proprie spettanze esclusive contro ogni diversità ed i grandi dolori degli ultimi, che pretende siano rimossi dalla vista e rimangano invisibili.

🌟 Siamo qualunquisti nella ridda di maschere che ognuno indossa e smette in un gioco senza fine, in un mondo dove si vive tranquillamente la convertibilità degli opposti (oggi proclamo una cosa e domani il contrario), dove la politica diventa il regno dello spettacolo e della seduzione di bassa lega e rischia di finire nel grottesco tragicomico.

Pia Valentinis,

Fumo

🌟 Siamo qualunquisti quando non ci impegniamo in nulla e guardiamo all’impegno di altri con deridente cinismo e protervo sarcasmo, che non conoscono l’ironia perché ignorano lacerazioni dubbi insicurezze. 

🌟 Siamo qualunquisti quando ci asteniamo da ogni presa di posizione per avarizia spirituale, insensibilità cronica, incapacità di guardare al di là delle fittizie frontiere che chiudono ed accecano i nostri orizzonti. 

🌟 Siamo qualunquisti quando scegliamo la “fuga dalla libertà” come adesione abitudinaria e volgare al frastuono delle parole: non le parole che denotano significati ed impegnano al cambiamento, ma quelle che sono solo rumore,  fiumi di seduzione di imbonitori prezzolati e di guitti, parole tracotanti e grossolane, espressione di ottusa onnipotenza gregaria e di impudico infantilismo politico, degenerazione collettiva descritta e detestata da Platone (La Repubblica, libro VIII, 562-563). 

🌟 Siamo qualunquisti quando ci condanniamo alla massima inibizione che è la soppressione del pensare, quando ci lasciamo irretire nella trappola di un’autorità apparentemente invisibile e anonima: nessuno ordina, ma tutti ci conformiamo all’autorità di invisibili “soggetti” (il cosiddetto senso comune, il conformismo in quel che si fa si pensa si sente si dice …) ed “oggetti” (mercato, guadagni, compulsione a consumare…).

Pia Valentinis,

Storie della giungla

Chi può attaccare l’invisibile? Chi può ribellarsi contro nessuno? E così si diventa truppe cammellate, al limite zombi, che fanno tutto quello che tutti fanno, non si sporgono dalla fila, non  si chiedono chi abbia ragione, solo importa non essere strani cioè non essere differenti, estranei, stranieri. 

🌟 Siamo qualunquisti quando non ci ribelliamo al costo più doloroso, la perdita del senso della comunità e fraternità in un mondo egotista chiuso da muri e barriere, dove il volto dell’altro (lo straniero) viene espulso e non ci deve interpellare.  

Eppure in ogni momento io tu noi, persone qualunque, possiamo non arrenderci alla notte e, pur sapendo che “se anche dovesse venire il mattino resterà pur sempre notte” (5), continuare “a domandare, a convertirci, a venire”(6) ognuno con la sua irripetibile identità e responsabilità (7). Se solo vogliamo, nessuno può riuscire a sradicare il bisogno di gridare da Seir le nostre speranze o piegarci ad una società disfatta sistematicamente per essere poi presa da poche mani.

Pia Valentinis,

Viaggio nel tempo

Se penso alle vicende odierne ed agli ultimi rapporti Eurispes (8), è decisamente sconfortante la situazione culturale e socioeconomica italiana. 

Eppure ogni giorno possiamo portare a casa un seme di speranza che fiorirà, condividere qualcosa di noi con chi incontriamo, anche se accompagnati da grumi di dolore per le violenze e le ingiustizie che segnano i volti di tante persone vicine e lontane.

Se noi adulti non abbiamo saputo o potuto portare a compimento la realizzazione di una società più giusta e solidale, almeno alle nuove generazioni rendiamo queste nostre speranze e la coerenza di un insistente domandare.

🌟Note.

(1) cfr. G. Dossetti, Sentinella, quanto resta della notte? (Isaia, 211-12). Commemorazione di G. Luzzati nell’anniversario della morte, Milano 18.5.1994, ed. S. Lorenzo, RE, 1994.  Decisamente illuminante, ricco di stimoli, aperto a palpitanti considerazioni è il saggio di Barbara Spinelli, Ricordati che eri straniero, Qiqajon, ed. Comunità di Bose, 2005 (in part, il commento al versetto di Isaia  Shomer ma-millailah”: la sentinella e l’uomo di campagna. Considerazioni patologiche su  un versetto di Isaia”, pp.57-93). Si vedano  inoltre la traduzione del versetto  e le riflessioni  di G. Ceronetti nelle due versioni (1981 e 1992) de Il libro del profeta Isaia, ed. Adelphi, Mi.

(2)  cfr.  Enciclopedia Dizionario di Italiano, vol.23, p.2465, ed. La Biblioteca di Repubblica.

(3) Per una prima disamina cfr. l’Enciclopedia sopra citata, vol.16 pp.741-42 e vol. 23 p. 2465.

(4)  La nostra società dovrebbe essere luogo in cui si annuncia la speranza e si organizza “la cultura  vera”, “appartenere alla massa e possedere la parola” (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, LEF, 1967, p. 105). Appartenere alla massa significa essere fermento attivo di comunità e fare affiorare alla storia ogni cittadino, che si scopre  soggetto ed autore della propria esistenza storica; possedere la parola significa possedere “il mezzo di espressione e la conoscenza delle cose”, ovvero  pensare, che è l’espressione pregnante della nostra libertà personale.

(5) G. Ceronetti, o.c., ed, 1992, p115, citato da B. Spinelli, o.c., p. 63.

(6) ”Non importa sapere, quel che importa, quel che fa vivere, è che non perdiamo questa angelica trepidazione, il bisogno, la voglia di sapere a che punto sia o quando finirà la notte o cosa significhi la notte. La peggiore delle sciagure è che cessino il venire e il domandare”: G. Ceronetti, Il libro del profeta Isaia, o.c., p.405, citato da B. Spinelli, Ricordati che ero straniero, o.c. p.68.

(7) “Subito sentiamo che ragionando attorno a quel che resta della notte, è della condizione dell’uomo che si parla e si ragiona, e in modo speciale della sua condizione notturna. Si parla del buio del mondo…”: B. Spinelli, , o.c., pag. 62.

(8) Dai rapporti annuali Eurispes si ricava ad es. che il 20% degli adulti italiani non possiede i requisiti minimi per orientarsi nelle decisioni; il 41% fatica a decifrare uno scritto, anzi una scritta;  metà della popolazione adulta non legge libri né giornali; il 66% è a rischio di ignoranza. In questo magma incerto e sfuggente non è facile sottrarsi al rischio di diventare uomini e donne senza un pensiero pensante e pensato, cioè qualunquisti, le nuove vittime sacrificali di questo tempo notturno.

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Preghiera all’Angelo Custode

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Preoccupazione per i tuoi figli?

La preghiera al loro Angelo Custode

La buona notizia è che non siamo soli.

Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, “dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione [degli angeli]” (CCC 336). Dio assegna a ciascuno di noi un angelo custode, la cui missione è guidare, custodire e proteggere. Non sempre li vediamo o percepiamo la loro presenza, ma la verità è che gli angeli custodi sono lì, pronti e disponibili a venire in nostro aiuto.

Dobbiamo solo chiedere.

Per noi genitori è facile dimenticare che i nostri figli hanno degli angeli custodi e che possiamo pregarli (attraverso la mediazione del nostro angelo custode) e invocare la loro potente protezione sui nostri bambini. Quando non possiamo essere fisicamente lì a proteggerli, la cosa più appropriata è pregare il loro angelo custode.

Ecco una breve preghiera intitolata in genere “Preghiera di una madre agli angeli custodi dei suoi figli”, un modo in cui possiamo calmare il nostro cuore ed essere in pace sapendo chi sta proteggendo i nostri piccoli:

Vi saluto umilmente, fedeli e celesti amici dei miei figli! Vi ringrazio di cuore per tutto l’amore e la bontà che mostrate nei loro confronti. In futuro, con un ringraziamento più degno di quello che posso offrirvi in questo momento, vi ripagherò per la vostra cura nei loro confronti e riconoscerò davanti all’intera corte celeste il loro debito verso la vostra guida e la vostra protezione. Continuate a custodirli. Provvedete a tutte le loro necessità corporee e spirituali. Pregate anche per me, per mio marito e per tutta la mia famiglia, perché un giorno possiamo rallegrarci nella vostra beata compagnia.

Amen.

www.papaboys.org/preoccupazione-per-i-tuoi-figli-recita-subito-questa-preghiera-al-loro-angelo-custode/

In ascolto della vita.

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“Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore”.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

La gratitudine è una regola prima della grammatica sociale. Quando viene rispettata e praticata c’è più gioia di vivere, i legami si stringono, gli uffici e le fabbriche si umanizzano, diventiamo tutti più belli. Ma nel cuore umano non c’è soltanto il desiderio profondo di essere ringraziati, visti, riconosciuti per quello che siamo e per quanto facciamo.

Vi abita anche un altro bisogno profondissimo: quello di ringraziare. Soffriamo molto quando non riceviamo riconoscenza; ma soffriamo diversamente, e non meno, se e quando non abbiamo nessuno cui dire grazie. In questo la gratitudine assomiglia alla stima: non desideriamo soltanto essere stimati dagli altri, vogliamo anche poter stimare le persone con le quali viviamo. L’esistenza umana fiorisce quando nel corso degli anni aumentano sia la domanda sia l’offerta di gratitudine (e di stima), fino ad arrivare all’ultimo giorno quando, chiuderemo gli occhi pronunciando l’ultimo “grazie” – e sarà il più vero, il più bello…

Continua…

unacasasullaroccia.wordpress.com/2016/08/22/in-ascolto-della-vita/

Dire grazie

La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.

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I fiori di zucca si aprono alla vita pieni di sole, di quel giallo luminoso che attira lo sguardo, che invita…

a raccoglierli, pregustandoli fritti al pranzo.

E così anche stamane, accompagnato dal mio gatto, raccolgo, fino a colmare la cesta.

Bisogna sempre essere attenti alle api, che già all’alba sembrano ubriache di polline ed è dunque necessario sbattere ogni fiore perché possano uscire e impollinare altri fiori.

In questa festa di Pietro e Paolo ciò che più mi emoziona è che le due colonne portanti della chiesa sono come queste api, ubriache di Dio rimanendo così fragili perché umani, tanto forti perché capaci di fare di queste fragilità la loro pietra angolare.

Sono andato a cercare il mio caro Vannucci, e queste parole mi faranno compagnia oggi.

“Noi quando ci diciamo cattolici sottolineiamo la nostra appartenenza alla chiesa di Roma, e quindi la diversità, talvolta in piena concorrenzialità con tutte le altre. Ma è questo che vuol dire essere cattolici? Niente affatto. Il senso etimologico di ‘cattolico’ è ‘universale’. Aderire alla chiesa cattolica vuol dire, nel suo significato più vero far parte di una chiesa universale, che abbraccia tutti, che è attenta a tutte le manifestazioni di Dio.

Nessuna religione può ritenersi depositaria esclusiva e assoluta dello spirito divino. Così noi cristiani non possiamo pensare che Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo, si sia rivelato solo a noi.

La parola chiave è impollinazione: il nostro fiore religioso sboccia se, mantenendo le sue radici, accetta di essere fecondato da altre esperienze.”

Oggi tornerò alla scuola delle api, mi fermerò a guardare, a imparare, per provare anch’io a raccogliere polline.

Saprò farne buon miele per la mia vita e per quella del mondo intero?

Fra Giorgio

Guardavo il cielo ieri e incastonate nella trasparenza dell’azzurro le nuvole, così belle da incantarsi, e immaginare un artista divino che col suo pennello di vento accarezza il cielo e disegna forme bianche così leggere.

Lo guardo stamane, il vento che scompiglia la vita, solletica foglie e alberi, fa volteggiare le mie rondini che felici ringraziano il cielo, la vita.

Dio, il vento, le rondini…sono creativi, sono continuamente capaci di modellare il creato e se stessi.

Ho imparato che essere creativi è medicina, una delle migliori cure per l’intera vita.

Qualcuno scriveva che la creatività non è un sostantivo e nemmeno un verbo: è un luogo, un’unione, un raduno. Onorare la nostra creatività vuol dire osservare, risvegliarci, non essere più solo consumatori del nostro tempo, delle nostre relazioni, delle cose che abbiamo a disposizione, ma anche divenire a nostra volta partecipi, creatori di legami profondi con il mondo e con le cose. L’immaginazione è centrale in questo processo: ci desta dal torpore. Se non nutriamo la nostra immaginazione viva, la nostra anima non sente più, si addormenta, si anestetizza, si allontana dalla commozione, dallo stupore. Occorre rischiare, amare anche nel pericolo, ritrovare il coraggio, il desiderio, la passione.

Forse essere creativi è l’unico modo per vivere senza sopravvivere.

Fra Giorgio

14 uomini che il Papa ha scelto di creare Cardinali.

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Antoine Mekary | Aleteia | I.Media

Pope Francis celebrates the Mass of the Centenary of the Congregation for Oriental Churches, at the Santa Maria Maggiore Basilica in Rome on October 12, 2017.

Il 28 giugno il Pontefice presiederà un concistoro in Vaticano

Il 28 giugno 2018 Papa Francesco presiederà il concistoro per la creazione di 14 nuovi cardinali nella Cappella papale della basilica vaticana.

Con le loro nomine, Francesco vuole esprimere l’universalità della Chiesa, che “continua ad annunciare l’amore misericordioso di Dio a tutti gli uomini della terra”.

>>>

it.aleteia.org/2018/06/28/chi-sono-in-14-uomini-che-papa-francesco-ha-scelto-di-creare-cardinali/amp/

Papa invita a fare la professione di fede di Pietro

di Baroncia Simone

Nella festa dei santi Pietro e Paolo papa Francesco ha consegnato i palli ai 30 nuovi arcivescovi metropoliti nominati durante l’anno ed ha presieduto la celebrazione eucaristica in piazza san Pietro con i cardinali, gli arcivescovi metropoliti e con i vescovi sacerdoti. Prima della celebrazione eucaristica il papa è sceso alla tomba di Pietro sotto l’altare della Confessione insieme al delegato del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Nell’omelia il papa ha ricordato il desiderio del popolo sulla venuta del Messia: “Tutto il Vangelo vuole rispondere alla domanda che albergava nel cuore del Popolo d’Israele e che anche oggi non cessa di abitare tanti volti assetati di vita: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? ’…

Pietro, prendendo la parola, attribuisce a Gesù il titolo più grande con cui poteva chiamarlo: ‘Tu sei il Messia’, cioè l’Unto, il Consacrato di Dio. Mi piace sapere che è stato il Padre ad ispirare questa risposta a Pietro, che vedeva come Gesù ‘ungeva’ il suo popolo. Gesù, l’Unto che, di villaggio in villaggio, cammina con l’unico desiderio di salvare e sollevare chi era considerato perduto: ‘unge’ il morto, unge il malato, unge le ferite, unge il penitente. Unge la speranza.

In tale unzione ogni peccatore, ogni sconfitto, malato, pagano, lì dove si trovava, ha potuto sentirsi membro amato della famiglia di Dio. Con i suoi gesti, Gesù gli diceva in modo personale: tu mi appartieni.

Come Pietro, anche noi possiamo confessare con le nostre labbra e il nostro cuore non solo quello che abbiamo udito, ma anche l’esperienza concreta della nostra vita: siamo stati risuscitati, curati, rinnovati, colmati di speranza dall’unzione del Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto grazie alla sua unzione”.

Per il papa la novità cristiana è una nuova visione del mondo: “L’Unto di Dio porta l’amore e la misericordia del Padre fino alle estreme conseguenze. Questo amore misericordioso richiede di andare in tutti gli angoli della vita per raggiungere tutti, anche se questo costasse il ‘buon nome’, le comodità, la posizione… il martirio”.

Quindi il papa ha sottolineato la reazione negativa di Pietro davanti alla realtà: “Davanti a questo annuncio così inatteso, Pietro reagisce: ‘Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai’ e si trasforma immediatamente in pietra d’inciampo sulla strada del Messia; e credendo di difendere i diritti di Dio, senza accorgersi si trasformava in suo nemico (lo chiama ‘Satana’, Gesù)”.

A questo punto il papa ha invitato i fedeli ad ‘esaminare’ la vita di Pietro: “Contemplare la vita di Pietro e la sua confessione significa anche imparare a conoscere le tentazioni che accompagneranno la vita del discepolo.

Alla maniera di Pietro, come Chiesa, saremo sempre tentati da quei ‘sussurri’ del maligno che saranno pietra d’inciampo per la missione.

E dico ‘sussurri’ perché il demonio seduce sempre di nascosto, facendo sì che non si riconosca la sua intenzione, ‘si comporta come un falso nel volere restare occulto e non essere scoperto’ (S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali)”.

La glorificazione di Dio avviene nella crocifissione di Gesù con l’invito ai cristiani di non dividere la gloria dalla croce: “Gloria e croce in Gesù Cristo vanno insieme e non si possono separare; perché quando si abbandona la croce, anche se entriamo nello splendore abbagliante della gloria, ci inganneremo, perché quella non sarà la gloria di Dio, ma la beffa dell’avversario.

Non di rado sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù tocca, Gesù tocca la miseria umana, invitando noi a stare con Lui e a toccare la carne sofferente degli altri.

Confessare la fede con le nostre labbra e il nostro cuore richiede di identificare i ‘sussurri’ del maligno. Imparare a discernere e scoprire quelle ‘coperture’ personali e comunitarie che ci mantengono a distanza dal vivo del dramma umano; che ci impediscono di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e, in definitiva, di conoscere la forza rivoluzionaria della tenerezza di Dio”.

Solo abbracciando la Croce si può seguire Gesù: “Contemplare e seguire Cristo esige di lasciare che il cuore si apra al Padre e a tutti coloro coi quali Egli stesso ha voluto identificarsi, e questo nella certezza di sapere che non abbandona il suo popolo”.

Poi durante l’Angelus il papa ha ricordato l’esperienza di fede del cristiano: “Gesù è il Figlio di Dio: perciò è perennemente vivo Lui come è eternamente vivo il Padre suo.

E’ questa la novità che la grazia accende nel cuore di chi si apre al mistero di Gesù: la certezza non matematica, ma ancora più forte, interiore, di aver incontrato la Sorgente della Vita, la Vita stessa fatta carne, visibile e tangibile in mezzo a noi.

Questa è l’esperienza del cristiano, e non è merito suo, di noi cristiani, e non è merito nostro, ma viene da Dio, è una grazia di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutto ciò è contenuto in germe nella risposta di Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo’.

E poi, la risposta di Gesù è piena di luce: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’.

E’ la prima volta che Gesù pronuncia la parola ‘Chiesa’: e lo fa esprimendo tutto l’amore verso di essa, che definisce ‘la mia Chiesa’. E’ la nuova comunità dell’Alleanza, non più basata sulla discendenza e sulla Legge, ma sulla fede in Lui, Gesù, Volto di Dio”.

Simone Weil

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Una versione del “sacro”. Simone Weil.

Post di Rosario Grillo

Immagini delle illustrazioni di Pia Valentinis, in Guia Risari, Il taccuino di Simone Weil (qui il sito).

Pia Valentinis,

Simone Weil

Difficile trovare la misura giusta per parlare di Simone Weil!

Si viene addirittura tentati di dire che lei stessa preparò  le occasioni per rendere ostica l’impresa.

Simone Weil scrisse molto, ma scartò per principio la sistematicità.

Soprattutto è vietato scindere il suo pensiero dalla vita vissuta.

Solo questa “trama“ contiene la chiave ermeneutica della sua opera, che infatti ha un titolo che spicca su tutti: i “Quaderni”, dimostrazione effettuale del pensiero-azione.

Penetrando nel suo stile, nel suo carattere, balza in primo piano l’istanza della autenticità, quasi sconfinante in una ipertrofia dell’io.

Proprio lei che osteggiò il primato del soggetto e si spese per l’affermazione dell’impersonale.

Colta questa piega, se ne evince la risicata consonanza con lo spirito del nostro presente, così tentato dall’individualismo.

Presente in tutti i cimenti significativi (e simbolici) della sua epoca, alla fine consunta dalla sua stessa sete di verità.

Non si lasciò iscrivere a nessuna confessione: pur essendo nel solco del palpitante, cristianesimo primitivo, mai volle compiere il passo, per poter condividere la sorte della diaspora ebraica.

Resta indelebile la cifra del sacro che coltivò e confermò nel segno della “verità, del bene e della bellezza”, dando corso nell’ultimo periodo, dagli anni ‘30 al ‘43 (anno della morte), ad una polemica con il “personalismo“, motivata non da stilemi astratti, da lei aborriti, ma dalla severità della sua ricerca di Dio.

In questa prospettiva prescrisse: Attenzione.

La stessa, ma moltiplicata per l’infinito, che aveva insegnato alle sue allieve, nodo della tensione intellettuale ed emotiva che immette al “pensare”.

Se si riesce ad intendere l’opzione, è questa la scelta di fondo: scartare il rituale oggettivante del sapere, di ciò che si chiude al dialogo, e discernere il palpitante in fieri del pensare.

Per la stessa ragione combatté i partiti (1) e i sindacati, addirittura la democrazia, confinando qui il suo pensiero con la stessa radice dell’anatema nietzscheano.

Pia Valentinis,

Simone Weil e l’hitlerismo

In lei amore, più che volontà di potenza!

Indefessa nel rifiuto della “forza”: quella stessa che aveva stigmatizzato nel poema di Omero (Iliade), la stessa che stava dietro al programma di “dominio del mondo” di Hitler (2), ancora quella che stazionava nelle stanze del totalitarismo stalinista.

Fortemente segnata dal tragico delle tragedie greche e dei puri cantori del vero (Shakespeare, Racine) la Parola che si fonde con il Bene, il Bello e si distingue dal linguaggio codificato.

Analogamente cade sotto la sua “mannaia” il diritto, che mai può adeguarsi alla Giustizia del Divino.

“E inimmaginabile San Francesco d’Assisi che parla di diritto” (3).

Chiudo cercando di rendere il quid misticheggiante dell’Amore, come lo intese Simone Weil. Fluente dal desiderio, elemento insospettabile a prima vista, ma che bisogna leggere come “vena di infinito”, del tutto separato da motivazioni soggettive o personali (4)

“Solo l’operazione soprannaturale della grazia fa sì che un’anima passi attraverso il proprio annientamento fino al luogo ove si accede a quel genere di attenzione che è la sola a permettere di essere attenti alla verità e alla sventura. È la medesima per i due oggetti. È un’attenzione intensa, pura, senza movente, gratuita, generosa. E questa attenzione è amore” (5)

Pia Valentinis,

Simone Weil operaia

Nota bene. Più  che in qualsiasi altro caso pesa la biografia. Da essa risaltano la precocità, la verve intellettuale, la conoscenza del mondo classico, in particolare del pensiero greco, la mente matematica (il fratello era un insigne matematico), la vocazione all’insegnamento, Quindi vennero le “prese d’esperienza diretta”: operaia, tra operai, combattente della libertà nella guerra civile spagnola, fiera combattente del regime di Vichy, instancabile ideatrice di “piani di soccorso” nella seconda guerra mondiale. Sostanzialmente morta di inedia, senza sospetto alcuno di “segreto suicidio”.

Note.

1.Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchio.

2.Le origini dello hitlerismo.

3.La persona e il sacro, p.31

4.Resta lo stigma weiliano sulla Persona concepita come maschera.

5.La persona e il sacro, p.4

gmzavattaro.blogspot.com/2018/06/una-versione-del-sacro-simone-weil.html?m=1

 “Padre, perché il creatore di tutte le cose ha permesso la morte? “Ma figlio mio, è perché senza di essa, e se mai nulla ci strappasse da questo mondo, non sapremmo quanto la vita è preziosa”.

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“Quante volte anche noi ‘moriamo e rinasciamo’ in una stessa vita, quanto è prezioso constatare che tutto si trasforma continuamente per comprendere che questa vita è un cammino nel quale il peggio che ci può capitare è fermarsi.”

giro blogando nel Web...


La luna si è fatta quasi colma, pronta ad indicare il compimento, il passaggio, la trasformazione continua di ogni cosa.Un uomo, alla morte dell’amata moglie, canta una dolce canzone battendo il ritmo su una giara. Un amico si stupisce di non trovarlo disperato, e lui risponde che, riflettendo sull’esistenza, è giunto alla conclusione che tutto è trasformazione, compresa la morte. Le varie fasi della trasformazione sono come il cammino delle quattro stagioni, dalla primavera all’inverno. Per cui “se mi mettessi a disperarmi piangendone la fine, dimostrerei che la mia fede è ben poca cosa”.

Quante volte anche noi ‘moriamo e rinasciamo’ in una stessa vita, quanto è prezioso constatare che tutto si trasforma continuamente per comprendere che questa vita è un cammino nel quale il peggio che ci può capitare è fermarsi.

Nel romanzo di Chaim Potok, ‘il mio nome è Asher Lev’, c’è il dialogo tra il bambino e…

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